Tanti vantaggi

I Vantaggi - Assistenza domiciliare anziani, malati e disabili

RESPIRARE più ossigeno migliora le funzioni dei vasi sanguini nel cervello delle persone con problemi respiratori. Questo secondo una recente ricerca canadese pubblicata in Experimental Physiology. Lo studio potrebbe avere delle importanti ripercussioni per le future ricerche che vogliono indagare su come prevenire lo sviluppo di patologie degenerative come la demenza. 

È stato evidenziato che i soggetti affetti da broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO), ovvero il termine collettivo per identificare un gruppo di complicazioni polmonari che causano problemi respiratori, hanno un rischio maggiore di contrarre demenza senile. La teoria proposta dai ricercatori è che questo accade perché il cervello riceve livelli inferiori di ossigeno.

LA RICERCA


L'obbiettivo della ricerca è stato quello di stabilire quale fosse l'effetto di fornire più ossigeno al flusso sanguigno verso il cervello in pazienti affetti da BPCO. L'ossigeno è stato fornito per via nasale per 20-30 minuti. Usando un sistema a ultrasuoni hanno poi misurato il flusso sanguigno nel cervello in questi pazienti quando erano a riposo, prima e durante la trasmissione. I partecipanti hanno iniziato questo test a occhi chiusi, che hanno poi aperto per leggere un testo standardizzato. L'elaborazione dei dati ha permesso ai ricercatori di stimare quanto ossigeno è stato erogato al cervello durante il test.

I RISULTATI


È stato osservato che il flusso sanguigno e l'ossigeno trasportato al cervello erano significativamente aumentati durante la lettura. Ciò è dovuto al fatto che i vasi sanguigni nel cervello si dilatavano in risposta alla maggiore richiesta di ossigeno quando il cervello era attivo. I ricercatori hanno quindi concluso che quando i pazienti affetti da BPCO ricevono più ossigeno la funzione dei vasi sanguigni nel loro cervello migliora.

Tuttavia, i soggetti con BPCO, tipicamente, praticano l'ossigenoterapia giornalmente e per lunghi periodi di tempo. Anche per anni. Nonostante questi potenziali limiti, il lavoro ha posto le basi per lo studio dei sistemi biologici che controllano il rilascio di ossigeno al cervello.

"Sono abituato a lavorare con individui giovani e sani, e quindi questo studio in pazienti con malattie polmonari è stata un'esperienza che mi ha aperto gli occhi. Ho capito dove voglio portare i miei studi futuri e come voglio progettare la mia ricerca per migliorare i trattamenti per le persone con difficoltà respiratorie" spiega Ryan Hoiland, autore principale della ricerca.

 

FONTE: http://www.repubblica.it/salute/medicina-e-ricerca/2018/07/10/news/ossigenoterapia_potrebbe_combattere_la_demenza_in_pazienti_affetti_da_malattie_polmonari-201054148/?refresh_ce

 

Un corpo freddo, nudo. Un volto spento con bocca e occhi spalancati. Senza che nessuno potesse coprirlo prima del trapasso. Lontano da chi lo aveva amato fino a quel momento. Non accade in un film, ma alla Spezia al termine della degenza di un anziano ricoverato che in precedenza era curato amorevolmente dalla famiglia.

 

Cosa non ha funzionato lo denunciano i parenti dell'anziano che si sono rivolti al Tribunale del malato per approfondire la questione. Di casi come il loro ce ne sono altri, almeno una dozzina stando all'associazione, e questa mattina al piano terra del Sant'Andrea i rappresentanti Rino Tortorelli, Raffaella Corbani e hanno messo nero su bianco una situazione a dir loro che dimostra una totale mancanza di umanità. 

 

"Non vogliamo condannare tutti i dipendenti dell'Asl e chi lavora nelle Rsa - hanno detto i rappresentanti - ma siamo davanti a situazioni terribili per le quali i cittadini e nemmeno noi riusciamo ad avere risposte puntuali".

In un plico di sei pagine il Tribunali dei diritto del malato elencano almeno 14 casi di abbandono, scarsa attenzione e mancata vigilanza che sono capitati tra le corsie dell'ospedale tra la fine del 2015 e il 2017.

 

Alcuni di questi pazienti sono deceduti e per altri il ritorno a casa è stata una liberazione. Hanno e avevano tutti tra i 70 e i 92 anni. Molti di loro nel cuore della notte chiedevano assistenza e non sono stati considerati e quando i parenti tornavano per le visite giornaliere li trovavano in condizioni davvero critiche. 

"Abbiamo avuto il caso di un uomo - ha spiegato Corbani - 77enne trovato dalla moglie rannicchiato ai piedi del letto, con le finestre aperte, solo con gli slip e un inserviente che puliva a terra l'urina. In altri casi i parenti delle persone coinvolte hanno dovuto protestare per avere pulizia. Abbiamo notato anche una certa propensione al "parcheggio" dei pazienti in mancanza di posti letto. Noi sono anni che denunciamo questa situazione di precarietà".

 

Uno degli ultimi casi riportati è quello di una signora che ha prestato aiuto al vicino di letto di un parente, praticamente abbandonato a se stesso. Molti di questi casi sono legati alla somministrazione di sedativi. 

"Questo punto merita particolare attenzione - ha aggiunto Rino Tortorelli - perchè, senza condannare chi lavora onestamente, crediamo che in alcune evenienze per evitare i lamenti notturni non ci sia particolare attenzione per i dosaggi".

Ogni anno il Tribunale per i diritti del malato raccoglie circa 120 segnalazioni, circa il 10 per cento ha uno sviluppo e nei casi più estremi i parenti delle famiglie decidono di procedere per vie legali. Al momento per l'associazione da parte dell'Asl non ci sono state risposte idonee.

 

"E' accaduto che a distanza di mesi - hanno aggiunto i rappresentanti dell'associazione - ricevessimo da due medici, appartenenti a psichiatri e pronto soccorso, la stessa risposta. Un copia incolla che a conclusione del medico, in conclusione, recitava: '[...] E' altrettanto vero che il dolore per la morte di un proprio caro può annebbiare la lucidità di giudizio di chi rimane e può trarre giovamento e sollievo, diverso naturalmente da caso a caso, nella richiesta di soddisfazione sostenuta dalle accuse contro tutti coloro che con quella morte hanno avuto a che fare'. La prima risposta era di settembre, lo stesso testo è stato inviato la scorsa settimana, questo è il peso che viene dato alle nostre segnalazioni".

 

FONTE: http://www.cittadellaspezia.com/La-Spezia/Attualita/-Trattamenti-disumani-per-gli-anziani-246609.aspx

 

L'aspettativa di vita si allunga sempre di più ma la buona notizia ha un suo risvolto della medaglia perché campare più a lungo significa anche ammalarsi di più e magari non essere per sempre autosufficienti. Secondo i dati raccolti recentemente dall'Osservatorio di Reale Mutua, dedicato al welfare, riportati da La Stampa, un italiano su due teme di non riuscire a sostenere i costi nel caso di non autosufficienza. Del resto secondo il Censis sono oltre 3 milioni i non autosufficienti in Italia, ergo il 5,5% della popolazione mentre già 561 mila di famiglie hanno utilizzato tutti i risparmi a disposizione per far fronte al problema, spesso anche indebitandosi e vendendo casa.

 

Il tema è sempre più attuale anche per compagnie assicurative e in quelle specializzate nell'assistenza integrativa. Sul mercato queste società propongono prodotti nuovi che combinano le esigenze di risparmio per periodi lunghi, anche della durata di 40 anni, con la tutela in caso di non autosufficienza. La più note e comuni, soprattutto all'estero, sono le polizze Long Term Care. Questo tipo di prodotto interviene in caso di non autosufficienza ovvero quando l'assicurato non riesce a svolgere le principali azioni della vita quotidiana (levarsi, muoversi, vestirsi e mangiare). In questo caso ha diritto o a un assegno annuo o alla prestazione di assistenza.

 

Le Long Term Care hanno due tipi di copertura: una è ad accumulazione e l'altra a ripartizione. Il primo caso permette di accumulare un piccolo capitale nel corso degli anni al quale la compagnia attingerà per pagare un capitale una tantum oppure una somma prefissata. Questo assegno coprirà solo in parte le spese da affrontare (in genere l'indennità è fra i 500 e i 3000 euro al mese) come pagare parte della retta della casa di riposo oppure per pagare la badante. Questa formula conviene a chi è più giovane. Attenzione sempre alle clausole. 

 

FONTE: http://www.liberoquotidiano.it/news/economia/13269823/polizze-per-anziani-come-garantirsi-rendite-e-badanti--.html

Sarà capitato a molti di dover cercare una colf badante per un proprio caro e di ritrovarsi di fronte a due possibilità: assumere direttamente a proprio nome la badante, oppure affidarsi a società quali agenzie di badanti o cooperative sociali.
Sappiamo tutti che la seconda scelta è molto più vantaggiosa, esonerando la persona da pratiche molto complesse, tuttavia è bene rendersi conto che non tutte le società che si occupano di assistenza anziani sono autorizzate legalmente a svolgere questo servizio.

Nella maggior parte dei casi vi troverete di fronte società che non possono svolgere questo tipo di servizi operando legalmente. Infatti è possibile che una determinata cooperativa o associazione non sia autorizzata a svolgere servizi di ricerca, selezione, Intermediazione e somministrazione (assunzione diretta da parte della società) , di colf e badanti a domicilio.
In questo caso vi ritroverete a casa una badante non in regola oppure una persona che queste associazioni o cooperative sociali faranno assumere direttamente a voi, in quanto non provvisti di autorizzazione ad assumere direttamente, con tutte le responsabilità che ciò comporta.
Per questo è sempre buona norma controllare le referenze, tra cui l’iscrizione all’albo, delle Agenzie per il lavoro tramite il seguente link del ministero del lavoro :

https://www.cliclavoro.gov.it/Operatori/Pagine/Albo-Informatico.aspx

Essere iscritti a questo albo significa poter dare delle garanzie al cliente che cerca una badante, significa operare in trasparenza ed in totale legalità sia verso il cliente che usufruisce dei servizi sia verso il lavoratore che è assunto e regolarizzato con il giusto contratto di lavoro a norma di legge.

La lotta a queste false società cooperative sociali e false agenzie è anche portata avanti da Papa Francesco che in una conferenza si è espresso molto duramente affermando quanto segue:

«Contrastare e combattere le false cooperative, quelle che prostituiscono il proprio nome di cooperativa, cioè di una realtà assai buona, per ingannare la gente con scopi di lucro contrari a quelli della vera e autentica cooperazione».
«perché assumere una facciata onorata e perseguire invece finalità disonorevoli e immorali, spesso rivolte allo sfruttamento del lavoro, oppure alle manipolazioni del mercato, e persino a scandalosi traffici di corruzione, è una vergognosa e gravissima menzogna che non si può assolutamente accettare».
Quindi se siete alla ricerca di una persona esperta e fidata che operi nel settore della cura della persona e della famiglia senza rischi, responsabilità o inutili perdite di tempo, la soluzione è rivolgersi ad Agenzie per il lavoro specializzate in Colf Badante come VitAssistance Srl.

VitAssistance Srl è un' Agenzia di somministrazione lavoro specialista. Il marchio VitAssistance è attivo nel settore dell’assistenza agli anziani ed ai disabili dal 1994, siamo stati autorizzati dal Ministero del Lavoro ad assumere direttamente la colf badante, con il contratto nazionale di lavoro domestico, riferito alla sua posizione.

Il Cliente non ha rapporti contrattuali diretti con le assistenti ma solo con VitAssistance Srl, che si assume tutte le responsabilità della gestione del servizio e gli oneri previdenziali o fiscali. La durata dei contratti è determinata dalla volontà del Cliente, che può sospendere o interrompere del tutto il contratto a seconda del bisogno.

VitAssistance Srl, mette a tua disposizione, in tutto il Nord d’Italia, un servizio altamente specializzato di ricerca, selezione, somministrazione, amministrazione ed organizzazione di risorse umane addette alla cura ed all'assistenza della persona e della famiglia, sollevandoti da tutti i compiti burocratici e amministrativi.

A differenza di altre aziende che si limitano ad amministrare la badante, senza assumersi, però, nessuna responsabilità o rischio dato che la badante è una Vostra dipendente, VitAssistance® Srl mette a Vostra disposizione un suo diretto dipendente. In conclusione, informatevi sempre prima di affidarvi a Società e Cooperative Sociali che potrebbero far assistere i Vostri cari da persone inaffidabili o addirittura creare problemi legali o fiscali.

In occasione della Giornata mondiale del diabete, che ricorre ogni anno il 14 novembre, il Comune di Pistoia in collaborazione con la Società della salute Pistoiese, la UO diabetologia Area Pistoiese, l'Associazione diabetici pistoiesi, con Far.com ─ la società che gestisce la farmacie comunali di Pistoia, Agliana, Quarrata e Larciano ─, Federfarma Pistoia l'Associazione titolari di Farmacie Private della Provincia di Pistoia, l’Ordine dei Farmacisti della Provincia di Pistoia e la Caritas, rafforza l'impegno nella lotta al diabete. Con l'obiettivo di sensibilizzare la cittadinanza e prevenire l'insorgenza della malattia, sono in programma settimane ricche di iniziative tese a sottolineare l'importanza dei corretti stili di vita. Istituita nel 1991 dall'International diabetes federation insieme all’Organizzazione mondiale della sanità, dal 2002 in Italia la Giornata mondiale del diabete viene coordinata da Diabete Italia per informare l’opinione pubblica sulla malattia e sui metodi per prevenirla e gestirla. Ecco tutti gli appuntamenti in dettaglio.

 

Sabato 12 novembre dalle 9 alle 18, nel centro in Via Cavour angolo Palazzo Balì , uno stand informativo, gestito da diabetici-guida volontari dell'Associazione diabetici pistoiesi, sarà a disposizione di chiunque desideri sottoporsi a una misurazione gratuita della glicemia. Domenica 13 novembre, in occasione della 21ª scarpinata podistica organizzata insieme al circolo Bugiani e alla polisportiva di Bonelle, è in programma una camminata ludico-motoria di 3 o 7,5 o 13 chilometri (per informazioni contattare il circolo Bugiani al numero 0573 32904). Da lunedì 14 a sabato 19 novembre, sia nelle farmacie comunali Farcom (Pistoia, Agliana, Quarrata e Larciano) sia in molte farmacie private della Provincia di Pistoia, i cittadini potranno valutare il proprio rischio diabete mediante un semplice questionario ed avranno la possibilità di controllare gratuitamente la pressione arteriosa, misurare la glicemia e ricevere informazioni sulla prevenzione. Le Farmacie opereranno in stretta collaborazione dalla UO di Diabetologia del Presidio Ospedaliero di Pistoia, diretto dal dottor Roberto Anichini.

 

Da lunedì 21 a sabato 26 novembre le Farmacie Comunali metteranno a disposizione un farmacista che si dedicherà all'attività di prevenzione nei centri Caritas di Pistoia, Agliana e Quarrata e alla popolazione ultrasessantacinquenne che frequenta gli Spazi Incontri Anziani di Fornaci, Bonelle e di via Cancellieri . Sabato 19 e sabato 26 novembre sarà la volta dell'iniziativa ...e se anch'io avessi il diabete?, durante la quale i diabetici-guida dell'Associazione diabetici pistoiesi misureranno gratuitamente la glicemia e risponderanno alle domande dei presenti all’interno della farmacia comunale 1 di viale Adua. Alla fine di novembre sono in programma alcuni incontri nelle scuole, dove un medico della Asl e un farmacista illustreranno i corretti stili di vita da seguire. Prima degli appuntamenti, ai ragazzi sarà consegnato un questionario conoscitivo relativo alle loro abitudini alimentari: servirà a spiegare l'importanza di abitudini sane per prevenire l'obesità, il diabete e le malattie metaboliche. Ad oggi hanno dato la loro adesione gli Istituti Scolastici Superiori L.Einaudi , Pacinotti – B.de Franceschi ; per altri Istituti siamo in attesa della approvazione negli organi collegiali.

 

FONTE: http://www.lanazione.it/pistoia/cronaca/lotta-diabete-incontri-1.2665456

 

 

Le malattie non trasmissibili sono responsabili del 92% dei decessi che si verificano in Italia. Nello specifico, le malattie cardiovascolari causano il 44% delle morti tra gli italiani, i tumori il 29%, le malattie respiratorie croniche il 5% e il diabete il 4%. Oltre ad avere un significativo costo in termini di vite umane, nel 2015 queste patologie hanno comportato l'esborso di 112 miliardi di euro, pari all'80% della spesa sanitaria italiana e al 6,8% del Pil. In particolare, 16 miliardi di euro l'anno vengono spesi per le malattie cardiovascolari, 6 miliardi per i tumori, 14 miliardi per le malattie respiratorie croniche e 11 miliardi per il diabete. Lo evidenziano i ricercatori dell’Università degli Studi di Brescia Health&Wealth, dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Brescia e della Fondazione Giovanni Lorenzini di Milano-Houston, che hanno lanciato il progetto “primi1000giorni”, volto a sensibilizzare la popolazione sull'importanza della prevenzione di queste patologie.

 

Gli esperti osservano che i genitori dovrebbero attivarsi per evitare che i loro figli sviluppino le malattie non trasmissibili fin da quando i piccoli si trovano nel grembo materno. I primi mille giorni - che partono dal momento del concepimento e durano fino ai primi due anni di vita – sono, infatti, fondamentali per lo sviluppo e la salute futura del bambino. Il progetto sottolinea, inoltre, l'importanza della salute pre-concezionale dei futuri genitori, che devono seguire uno stile di vita sano già prima della gravidanza, e delle primissime fasi di sviluppo dell’individuo, durante le quali la prevenzione delle patologie risulta più efficace. “Le probabilità che un bambino possa diventare un adulto o un anziano ad alto rischio di sviluppare malattie non trasmissibili, anche molti decenni più tardi, possono aumentare in relazione a stimoli ambientali nocivi – spiega il prof. Sergio Pecorelli, Rettore Università Health&Wealth – quali la malnutrizione, l’obesità, il diabete nella madre in stato di gravidanza (o addirittura in fase pre-concezionale), il fumo materno (primario e anche secondario), l’esposizione ad inquinanti ambientali e lo stress fisico o psicologico”.

 

Il progetto, che sarà presentato il 25 ottobre a Brescia, si prefigge d'integrare tecnologie e conoscenze all'avanguardia - soprattutto nell'ambito della medicina molecolare -, per prevenire l'insorgenza delle malattie non trasmissibili attraverso:

 

1. un programma di valutazione clinico-molecolare: check up completo dello stato di salute fisica e mentale dell'individuo, finalizzato alla valutazione del rischio e alla personalizzazione delle terapie;

 

2. attività di formazione dei professionisti ed educazione della popolazione: percorsi personalizzati focalizzati sulla nutrizione, sull’attività fisica e sulle attività legate al benessere e alla salute della persona;

 

3. utilizzo di dispositivi portatili per il monitoraggio della salute e del benessere del bambino (app e sensori connessi attraverso lo smartphone) e promozione di un contatto bidirezionale tra l’individuo ed il professionista.

 

FONTE: http://salute24.ilsole24ore.com/articles/19250-malattie-non-trasmissibili-responsabili-del-92-dei-decessi-in-italia?refresh_ce

 

 

In Europa si stima che vi siano circa 3 milioni di casi di polmonite l’anno, di cui 1 milione necessitano di ricovero ospedaliero. Nel 2013 sono stati oltre 120mila i decessi per polmonite (di cui l’86%, nella fascia di età 55-94 anni), quattro volte quelli causati dagli incidenti stradali (30.100) e quaranta volte quelli causati dall’influenza (3.154). Nello stesso anno, in Italia i decessi per polmonite sono stati oltre 9.000, quasi tre volte quelli per incidenti stradali e venti volte quelli causati dall’influenza.

Eppure, la maggioranza delle persone a rischio non si sente tale e non si informa o non si preoccupa di come prevenire la malattia, come emerge dalla ricerca PneuVUE condotta tra novembre 2015 e febbraio 2016 da Ipsos MORI per conto di Pfizer in 9 Paesi europei tra cui l’Italia, su un campione di 9.000 adulti con almeno 50 anni di età.

CONOSCENZA DELLA PATOLOGIA E PERCEZIONE DEL RISCHIO

Gli Italiani sembrano essere tra i più informati in Europa: il 95% dichiara di sapere cosa sia la polmonite e il 90% la identifica come una infezione polmonare (totale Europa 88% e 80% rispettivamente). In realtà, il rischio percepito è particolarmente basso: un adulto anziano su due (54%) si sente solo leggermente a rischio e solo il 12% di chi ha una malattia polmonare si considera molto a rischio. È interessante notare che chi appartiene ai gruppi a rischio percepisce a rischio la categoria, ma non se stesso, nonostante il 70% del campione italiano risponda ad almeno uno dei criteri clinici per essere definiti a rischio di contrarre la polmonite. , , Ad esempio, il 91% degli intervistati con malattie polmonari ritiene il proprio gruppo a rischio più elevato, ma solo il 12% si considera “molto a rischio”, dato, questo, che si discosta molto dalla media europea del 32%.

Inoltre, solo il 36% sa che alcune forme di polmonite possono essere contagiose e una persona su sei (16%) crede che “la polmonite non colpisce le persone sane e in forma”, percentuale maggiore tra gli over 65 e tra i soggetti ad alto rischio.

“Spesso negli adulti sani manca la consapevolezza del rischio potenziale di contrarre malattie infettive e vi è quindi l’errata percezione di non aver bisogno dei vaccini – commenta Francesco Blasi, Professore ordinario all’Università degli Studi di Milano e Responsabile dell’U.O. di Broncopneumologia presso l’IRCCS Fondazione Ospedale Maggiore Policlinico Cà Granda di Milano. “Nella realtà tutti siamo a rischio di contrarre la polmonite da pneumococco. L’età adulta è di per sé un fattore di rischio per la polmonite, e l’invecchiamento sano è il risultato anche, in alcuni casi, di scelte come la vaccinazione, per prevenire non solo l’infezione ma anche condizioni cliniche più serie a livello di complicanze e mortalità, soprattutto negli anziani.”

PREVENZIONE: CONOSCENZA DEL VACCINO E PROPENSIONE A VACCINARSI. IL RUOLO DEL MEDICO

In linea con la media europea, il 46% degli intervistati italiani crede che “la polmonite può solo essere curata, ma non prevenuta”. Quasi tutti (91%) sostengono che “mantenersi sani e in forma” sia efficace quanto “non fumare” (91%), il 92% segue “una dieta sana” e il 53% si è sottoposto “a tutti i vaccini raccomandati”, dato che in Europa raggiunge il 68%.

”Non è vero che la polmonite può essere solo curata e non prevenuta, come indica la metà degli intervistati. Uno stile di vita corretto, che includa l’attività fisica ed escluda comportamenti dannosi come ad esempio il fumo, è senz’altro utile ma non basta. – aggiunge il Prof. Blasi - La polmonite da pneumococco è tuttora una delle principali cause di decesso per malattie infettive. Nel 2013, solo in Italia si sono registrati oltre 9.000 decessi per polmonite, quasi tre volte quelli dovuti a incidenti stradali e venti volte quelli causati dall’influenza.”

La consapevolezza sul vaccino è molto bassa in Italia: 2 persone su 3 con malattia polmonare e 8 su 10 del gruppo ad alto rischio di contrarre la polmonite non ne conoscono l’esistenza. La maggioranza del campione (86%) ritiene che i vaccini “aiutino a prevenire le malattie infettive” e uno su due dichiara che “vaccinarsi contro la polmonite” è una misura di prevenzione efficace. Eppure, solo il 4% degli adulti si è vaccinato, percentuale che “sale” al 5% tra soggetti a rischio di contrarre la malattia. Analizzando il percorso dei pazienti dalla consapevolezza sulla malattia fino alla vaccinazione, emerge che solo il 19% di chi è a conoscenza del vaccino vi si sottoporrà effettivamente.

”L’unico strumento di prevenzione primaria efficace per evitare l’infezione da pneumococco e prevenire sia lo sviluppo delle malattie sia le complicanze che il batterio può portare, è la vaccinazione. In particolare, con il vaccino coniugato si genera nel sistema immunitario un meccanismo di “allerta” pronto a reagire nel caso di infezione da pneumococco. Negli adulti è sufficiente un’unica somministrazione.“ Commenta il Dr. Michele Conversano, Past President della S.It.I. Società Italiana di Igiene e Presidente di HappyAgeing.

Il fattore trainante più comune per vaccinarsi è il suggerimento del medico (84% dei vaccinati), dato coerente con il 90% che dichiara “seguo i consigli del mio medico” per quanto riguarda la vaccinazione in generale. Tra i motivi per non vaccinarsi contro la polmonite, anche la preoccupazione per i potenziali costi (7%), dato confermato dal fatto che se il vaccino contro la polmonite fosse raccomandato dal medico e gratuito, il 47% degli adulti anziani non ancora vaccinati probabilmente vi si sottoporrebbe, comportando un aumento significativo dei livelli di vaccinazione.

“In Italia ancora non si raggiunge una copertura vaccinale adeguata nell’adulto e nell’anziano. E’ necessario che in Italia aumenti la consapevolezza del rischio di contrarre la polmonite – aggiunge il Dr. Conversano - soprattutto nella popolazione adulta e anziana. Nel nostro Paese abbiamo uno dei tassi di vaccinazione contro la polmonite più bassi in Europa: 4% rispetto a un totale del 12%.”

IMPATTO DELLA POLMONITE

La polmonite segna e ha effetti peggiori di quanto ci si aspetti, i dati lo confermano: il 12% degli intervistati l’ha avuta e il 32% ha un familiare o un amico stretto che crede l’abbia avuta. Uno su due si è dichiarato sorpreso di averla contratta, dato che rafforza quello sulla percezione che si tratti di una malattia che colpisce gli altri. Oltre ad essersi rivelata “peggio o molto peggio nella realtà” per il 24%, la polmonite ha un “forte impatto negativo” sulla capacità di uscire (37%) e sulla vita sociale (18%), sulla vita lavorativa (21% degli intervistati, in particolare quelli di età 50-65anni) e sulle finanze (8%).

“La polmonite può avere un decorso molto lungo e complesso e in alcuni casi la guarigione richiede settimane anche per una persona sana. - Commenta il prof. Blasi - Le conseguenze possono impattare anche a lungo termine sulla qualità della vita, soprattutto nei soggetti a rischio.”

 

FONTE: http://www.pharmastar.it/?cat=33&id=22562

 

Mentre continuano gli sforzi dei ricercatori di tutto il mondo per cercare trattamento in grado perlomeno di bloccare l’avanzamento della malattia di Alzheimer, una buona notizia arriva dall’Imperial College di Londra. In uno studio pilota, pubblicato sulla rivista PNAS, i ricercatori dell’ateneo britannico sono riusciti a prevenire la comparsa dell’Alzheimer nei topi usando un virus come vettore per trasportare uno specifico gene nel cervello.  Il gene, chiamato PGC1-alfa, era già noto per essere in grado di prevenire la formazione della proteina neurotossica beta amiloide, il cui accumulo da origine alle celebri placche, coinvolte nella morte neurale. Questo gene è anche coinvolto nei processi metabolici dell’organismo, inclusa la regolazione di grassi e zuccheri. La sua attività, spiegano gli autori della ricerca, può essere potenziata dall’esercizio fisico e dall’assunzione di resveratrolo, celebre molecola antiossidante. 

 

NESSUN ACCUMULO DI PLACCHE, NESSUN DECADIMENTO COGNITIVO

 

La strategia è quella di sfruttare la capacità dei virus di penetrare nelle cellule e di inserirsi nel DNA dell’ospite. Il genere di virus utilizzato nello studio, lentivirus, viene già impiegato per la terapia genica in altre patologie. I ricercatori hanno iniettando il virus nell’ippocampo (area deputata alla memoria a lungo termine e all’orientamento) e nella corteccia (area coinvolta nel ragionamento e nella memoria a breve termine) degli animali ai primi stadi della malattia, prima ancora dello sviluppo delle placche di amiloide. Ebbene, a quattro mesi di distanza, questi animali non presentavano alcun accumulo, a differenza dei topi non trattati. Sottoposti inoltre a valutazione di tipo cognitivo, i topi trattati hanno avuto buone prestazioni nei test di memoria, del tutto simili a quelle degli animali sani. Infine, nessuna perdita neuronale è stata osservata nell’ippocampo degli animali, ma una riduzione delle cellule della microglia, cellule immunitarie che pattugliano il cervello alla ricerca di oggetti da rimuovere e che nell’Alzheimer possono contribuire al danno neurale tramite l’infiammazione. 

 

STUDIO PILOTA, CHE INDICA LA STRADA 

 

«I nostri risultati, per quanto siano da considerarsi preliminari, suggeriscono che questa terapia genica può avere un potenziale uso terapeutico per i pazienti», ha spiegato la responsabile dello studio, Magdalena Sastre del dipartimento di medicina dell’Imperial College. Tra gli ostacoli da superare vi è il trasporto del gene, che al momento avviene tramite iniezione direttamente nel cervello. «Tuttavia – ha aggiunto la ricercatrice - questo studio è la “proof of concept”, dimostra cioè la fattibilità di questo approccio e la necessità di ulteriori indagini». 

 

LA FRONTIERA DELLA TERAPIA DI ALZHEIMER

 

Secondo l’OMS, nel mondo le demenze sono 44 milioni e il loro numero è destinato a triplicare nei prossimi anni, per arrivare entro il 2050 a 135 milioni. Nel nostro paese, i casi di demenza sono 1 milione, di cui 600.000 sono Alzheimer. Ancora non esiste una cura in grado di curare la malattia o di arrestarne la progressione. Ma la speranza è ora verso i nuovi studi clinici, di cui si attendono a breve i risultati. Infatti, le strade terapeutiche che si stanno aprendo mirano a combattere la deposizione della proteina neurotossica e riguardano nuovi farmaci in grado di bloccarne la produzione – inibitori della beta secretasi - oppure anticorpi monoclonali in grado di rimuoverla.

 

FONTE: http://www.lastampa.it/2016/10/11/scienza/benessere/dovete-sapere/alzheimer-la-terapia-genica-ferma-la-malattia-nei-topi-qVjQruBq0L7COc73uF11bO/pagina.html

 

 

Redditi non dichiarati al fisco per 250.000 euro, 34 posizioni contributive irregolari - di cui 29 'in nero' - con 17.500 euro di contributi non versati: è quanto il Gruppo Aosta della guardia di finanza contesta a una persona accusata di gestire come una "società commerciale" una Cooperativa sociale valdostana nel settore dell'assistenza domiciliare. La cooperativa coinvolta, la 'La Place' di Aosta, è attualmente in liquidazione.

 

Dalle indagini, avviate nel 2013, è emerso che le badanti, seppur formalmente costituite in cooperativa, erano gestite da "una persona che le dirottava, a seconda delle necessità, sull'intero territorio valdostano. Questo meccanismo non è compatibile con il fine mutualistico proprio delle cooperative bensì con un fine di lucro". La persona aveva patteggiato quattro mesi per truffa ai danni del sistema previdenziale pubblico: a seguito di una perquisizione domiciliare, erano stati trovati falsi bollettini postali Mav relativi ai versamenti dei contributi. Le sanzioni pecuniarie inflitte ammontano a oltre 166 mila euro. L'attività ha coinvolto anche Direzione Territoriale del Lavoro, Inps e Inail.

 

Secondo le fiamme gialle, il mancato versamento dei contributi "nelle casse dell'Inps e dei premi assicurativi all'Inail" ha portato anche alla "mancata maturazione dei requisiti necessari per accedere ai sistemi di sostegno del reddito nei periodi di disoccupazione da parte delle lavoratrici". L'indagine inoltre ha "fatto emergere sistemi di concorrenza sleale che danneggiano gli altri operatori del settore, che forniscono con professionalità servizi di assistenza domiciliare nei confronti di degenti, anziani ed ammalate".

 

Dapprima ci sono state le indagini penali della guardia di finanza - in collaborazione con l'Inps - che hanno portato alla scoperta dei bollettini Mav falsificati relativi ai versamenti dei contributi previdenziali, e quindi il patteggiamento a quattro mesi in tribunale. In seguito, con il via libera della procura, le fiamme gialle, con Direzione territoriale del lavoro, Inps e Inail hanno individuato le 34 posizioni contributive irregolari e i finanzieri hanno accertato le violazioni fiscali (250.000 euro non dichiarati).

 

FONTE: http://www.ansa.it/valledaosta/notizie/2016/09/15/falsa-coopevasione-e-29-badanti-in-nero_0b6756b1-b969-4b47-b984-95955b76afa9.html

 

SONO 47 milioni in tutto il mondo le persone affette da una forma di demenza e questo numero è destinato a triplicarsi entro il 2050. Ma il dato più allarmante è che attualmente solo meno della metà dei pazienti nei paesi ad alto reddito, e uno su dieci in quelli a basso e medio reddito, hanno ricevuto una diagnosi. E' questa l’ultima fotografia scattata dal rapporto mondiale sull’Alzheimer realizzato dal King’s College London in collaborazione con la London School of Economics and Political Science e presentato oggi a Londra in concomitanza con la celebrazione, domani 21 settembre, della XIII Giornata dell'Alzheimer, malattia che nel nostro Paese colpisce circa 700mila persone, ovvero circa 5 over 60 su dieci, e rappresenta un costo di 11 miliardi di euro per l'assistenza, di cui il 73% a carico delle famiglie. 

 

Il nuovo rapporto mondiale. Il ritardo con cui si arriva alla diagnosi rappresenta ancora il problema principale. Infatti, anche se oggi c'è maggiore consapevolezza che in passato, il tempo medio con cui si arriva a una diagnosi è ancora di quasi due anni, mentre spesso il trattamento precoce è la chiave per ritardare la progressione della malattia. Secondo i dati raccolti dal nuovo Rapporto mondiale, una delle principali barriere per una diagnosi precoce sta nel fatto che le cure sono affidate esclusivamente allo specialista. 

 

Coinvolgere i medici di base. Un maggior coinvolgimento dei medici di base e in generale delle varie figure deputate alle cure (dall’infermiere al fisioterapista), invece, potrebbe far aumentare i casi diagnosticati ed inoltre potrebbe far diminuire il costo delle cure per ogni singolo paziente di oltre il 40%. "Il nuovo Rapporto sottolinea la necessità di ridisegnare e razionalizzare l’assistenza sanitaria per le demenze in modo da essere pronti per le sfide del 21° secolo", spiega Martin Prince del King’s College London. "Abbiamo solo 10-15 anni per realizzare questo cambiamento creando una piattaforma che possa garantire a tutti una buona assistenza in anticipo rispetto a quando saranno disponibili nuove terapie efficaci". Naturalmente anche l’accesso ai nuovi farmaci è fondamentale per garantire equità di cura ai 2/3 dei pazienti che vivono nei paesi in via di sviluppo. “Il rapporto invita a modificare drasticamente la modalità di assistenza sanitaria coinvolgendo maggiormente tutti gli attori dell’assistenza sanitaria facendo emergere così la necessità di considerare il malato come persona e garantirgli quindi una qualità di vita accettabile” commenta Gabriella Salvini Porro, presidente della Federazione Alzheimer Italia.

 

FONTE: http://www.repubblica.it/salute/medicina/2016/09/20/news/alzheimer_ancora_troppo_lunghi_i_tempi_della_diagnosi-148166678/?refresh_ce

 

 

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