“I malati affetti da patologie neuro-degenerative non possono essere lasciati soli né possono essere un pensiero esclusivo delle famiglie. Anche la politica deve essere presente e prendere in carico i problemi che quotidianamente affrontano malati e famiglie”: è con questo spirito che è stata inoltrata la proposta di modifica alla legge regionale n. 22 del dicembre 2017 (quella per il sostegno alla non autosufficienza) a firma del consigliere regionale dei Popolari per l’Italia Andrea Di Lucente.

 

La modifica prevede un contributo dedicato a tutti i malati affetti da patologie neurodegenerative progressive. Si tratta di malattie altamente invalidanti per chi ne è colpito e fortemente impattanti anche sull’intera famiglia. Parliamo, ad esempio, di malattie come la Sla, il Parkinson, l’Alzheimer.

 

“In questi mesi ho potuto toccare con mano cosa significa la quotidianità di queste famiglie e come si possono sentire abbandonate dalle istituzioni. Era necessario compiere almeno il primo passo per andare incontro alle esigenze dei malati – ha commentato Andrea Di Lucente -. Emblematico è il caso di Irnerio Musilli, malato di Sla e ormai costretto su una sedia a rotelle, che mi è stato sottoposto il giorno dopo l’insediamento del nuovo consiglio regionale. La sua malattia, sempre più difficile da sostenere, è resa ancora più pesante dalla percezione che non ci sia nessuno a cui potersi rivolgere, nessun interlocutore istituzionale, nessuno che si occupi del suo caso. Abbiamo voluto lanciare un segnale, ovvero che non mi tiro indietro, così come spero che non lo faccia tutto il consiglio regionale, davanti ai problemi di chi, suo malgrado, non può più occuparsi di se stesso. Non è una responsabilità solamente delle famiglie, ma è l’intera società che deve intervenire e farsi carico delle esigenze dei malati, soprattutto in casi così particolari come quello di Irnerio Musilli”.

 

La richiesta di modifica alla norma è solo il primo passo verso una proposta più organica che vada incontro alle esigenze dei malati e delle famiglie. “Penso alla figura del caregiver, ovvero colui che si occupa volontariamente del malato non autosufficiente, e dell’enorme peso che grava sulle spalle di queste persone. Quello che possiamo fare è cercare di snellire le procedure, fornire assistenza, permettere loro di accedere al sostegno psicologico e alla possibilità di vedere riconosciuto il grande lavoro che portano avanti. Una legge nazionale in tal senso dovrebbe esserci, ma è bloccata al Senato da tempo immemore. Nell’attesa di trovare una convergenza politica, però, i malati e le famiglie affrontano continuamente sacrifici, ostacoli. Nell’indifferenza di tutti. Non dovrà più essere così, almeno non in Molise”.

 

Di Lucente rivolge un ringraziamento particolare alla struttura regionale: “C’è stato un grande lavoro d’équipe tra i settori coinvolti negli ultimi mesi. La struttura ha compreso la delicatezza del problema e ha dimostrato una sensibilità ancora più spiccata del solito”.

 

FONTE: https://www.termolionline.it/news/attualita/782728/sla-parkinson-e-alzheimer-malati-mai-piu-lasciati-soli

APPLE Watch, l’orologio della Mela, sarà presto in grado di monitorare i sintomi del morbo di Parkinson. Tutto questo grazie a una nuova Api annunciata proprio nel corso della Worldwide Developer Conference. Un passaggio importante per chi soffre o potrebbe sviluppare questa malattia neurodegenerativa. 

 

Il nuovo pacchetto di Application programming interface è stato battezzato Movement disorder Api e, in sostanza darà agli sviluppatori delle applicazioni dell’ecosistema di Cupertino, in particolare quelli che usano l’ambiente ResearchKit, la possibilità di monitorare la malattia tramite uno dei dispositivi Watch. In particolare, sarà possibile controllare i tremori e la discinesia, cioè un effetto collaterale dei trattamenti per il morbo che procura movimenti anormali e scoordinati dei muscoli volontari o involontari.

 

La palla passa ora agli sviluppatori e alle organizzazioni, ovviamente quelle che si occupano di salute. Potranno mettersi al lavoro per partorire delle app che misurino e segnalino questi movimenti, magari per mettere in collegamento quei dati con i medici o tenere traccia dei progressi della patologia. Rispetto a oggi senza dubbio un quadro più completo, puntuale ed esaustivo dell’evoluzione nel corso del tempo.


Non è d’altronde il primo caso in cui l’Apple Watch si dimostra essenziale per la salute: un paio di studi hanno per esempio dimostrato che, associato a un certo tipo di cinturino, è stato in grado di rilevare in modo preciso fibrillazione atriale e alto potassio nel sangue. Molti, anche, i casi di cronaca in cui il dispositivo della Mela ha consentito un rapido intervento dei soccorsi, salvando delle vite.

Il nuovo kit di sviluppo è stato progettato sfruttando i dati raccolti dai pazienti che soffrono di Parkinson nell’ambito di alcuni studi clinici. In generale, le informazioni raccolte tramite ResearchKit sono usate ormai da tre anni per indagini e approfondimenti di vario tipo da parte degli scienziati, che possono così disporre di moli d’informazioni prima impossibili da raccogliere. Movement disorder arriverà con la seconda versione si WatchOS 5.

 

FONTE: http://www.repubblica.it/tecnologia/prodotti/2018/06/07/news/apple_watch_aiutera_a_controllare_i_sintomi_del_parkinson-198378060/

 

Queste patologie avrebbero un comune difetto: l'incapacità di alcuni neuroni di tornare alla posizione "zero"

Patologie tra loro diverse - sia come origine che caratteristiche - come malattia di Parkinson, distonia e malattia di Huntington, hanno degli elementi comuni, ovvero i movimenti incontrollati del corpo in chi ne è colpito. Ora una ricerca sembra aver compreso il funzionamento di questi movimenti involontari, che accomunerebbe queste patologie: i responsabili sarebbero alcuni neuroni, i quali, dopo essere stati stimolati per apprendere un movimento, non sarebbero più in grado di ritornare alla "posizione zero", ovvero a riposo.

Sono giunti a questa scoperta i ricercatori della Fondazione Santa Lucia Irccs e dell'Università di Perugia, coordinati dal Professore Paolo Calabresi, insieme al gruppo di ricerca del Professor Antonio Pisani, dell'Università di Tor Vergata, e ai colleghi inglesi e spagnoli dello University College di Londra e dell'Istituto Carlos III di Madrid. Lo studio Hyperkinetic disorders and loss of synaptic downscaling è stato pubblicato dalla rivista Nature Neuroscience.

 

NEURONI E APPRENDIMENTO DEL MOVIMENTO - I neuroni coinvolti, spiegano, sono quelli di una regione interna del nostro cervello, detta striato, deputata ad organizzare il movimento. Gli stimoli elettrici che sollecitano questi neuroni, producono effetti di due tipi, positivi e negativi, chiamati LTP (long term potentiation) e LTD (long term depression). Quando il neurone è a riposo, è come se fosse sullo zero. Questa alternanza di impulsi fa sì che noi impariamo da bambini, per progressivi aggiustamenti, a muovere mani e braccia, a camminare, ad andare in bicicletta. Poi, per tutta la vita, grazie ai medesimi impulsi, i neuroni del nostro cervello guidano i movimenti, li adattano all'ambiente, ne correggono quando necessario la traiettoria e in generale li tengono sotto controllo come movimenti volontari.

 

UN MECCANISMO CHE SI INCEPPA - "Questo meccanismo - spiega la dottoressa Veronica Ghiglieri, ricercatrice presso il Laboratorio di Neurofisiologia della Fondazione Santa Lucia - funziona tuttavia solo finché i nostri neuroni conservano la capacità di tornare alla posizione "zero" dopo ogni LTP o di poter esprimere un comportamento del tipo LTD. Ed è proprio questa incapacità di "downscaling" che abbiamo dimostrato essere comune ai pazienti affetti da malattia di Parkinson, distonia e malattia di Huntington".

 

CAUSA COMUNE DELL'IPERCINESIA- L'aspetto più caratteristico dello studio è il fatto che una causa comune dell'ipercinesia sia stata riconosciuta in pazienti con patologie di origine tanto diversa, come appunto una malattia neurodegenerativa con cause multifattoriali, quale è la malattia di Parkinson, accanto a patologie di origine genetica come distonia e malattia di Huntington.

"In effetti, le nostre ricerche sono partite anni fa proprio dalla malattia di Parkinson studiando gli effetti collaterali della terapia più utilizzata per questo disturbo: la levodopa - spiega il Professor Paolo Calabresi - Il tratto comune a queste ipercinesie è che il meccanismo interessa i recettori dopaminergici. Questo studio tuttavia dimostra che all'origine dei movimenti incontrollati c'è una disfunzione che si presenta identica anche in pazienti con patologie che non sono causate dalla mancanza di dopamina".

 

COME INTERVENIRE - Essendo questa incapacità dei neuroni di tornare nella posizione "zero" dopo ogni stimolazione la causa dei movimenti incontrollati, è proprio nel trovare il modo di rifarli funzionare correttamente uno degli obiettivi futuri della ricerca.

"Senza questa capacità (di "downscaling", ndr) - osserva la dottoressa Barbara Picconi, ricercatrice del Laboratorio di Neurofisiologia della Fondazione Santa Lucia - è come se i neuroni, chiamati a compiere un nuovo movimento, portassero con sé gli stimoli ricevuti per movimenti precedenti, creando una confusione nel messaggio di controllo. Immaginiamoci in queste condizioni un rumore di sottofondo che si traduce in movimenti incontrollati e impedisce quelli corretti".

 

QUANTO ALLA CURA: "È possibile cercare soluzioni terapeutiche sviluppando farmaci, oppure adeguati metodi di neurostimolazione profonda o stimolazione magnetica transcranica che restituiscano una corretta plasticità ai neuroni. Va tuttavia anche considerato che la nostra conoscenza del cervello fisiologico è oggi ancora incompleta. Ogni nuova conoscenza di base è già per sé importante".

 

FONTE: http://www.disabili.com/medicina/articoli-qmedicinaq/scoperta-la-causa-dei-movimenti-incontrollati-in-parkinson-distonia-e-malattia-di-huntington

Una stimolazione elettrica del cervello capace di migliorare la qualità di vita dei pazienti con Parkinson. Si chiama Infinity ed è "l'ultima frontiera nel campo della stimolazione cerebrale profonda". Si tratta di un dispositivo impiantato «per la prima volta in Italia» grazie a una collaborazione tra il Centro Parkinson dell'Istituto Neurologico Mondino di Pavia e la Neurochirurgia Funzionale dell'IRCCS Istituto Ortopedico Galeazzi di Milano. 

 

Una malattia nota per aver colpito numerosi personaggi celebri, come Papa Giovanni Paolo II e Muhammad Ali (nella foto). Di Parkinson si ammalano in Italia da 8mila a 12mila nuove persone ogni anno, "tra cui anche molti giovani con meno di 50 anni", spiega Claudio Pacchetti, direttore del Centro Parkinson del Mondino. "I farmaci disponibili consentono di contrastare efficacemente e per lunghi periodi i sintomi, migliorando notevolmente la qualità della vita delle persone. Ma nelle fasi più severe della malattia, quando la terapia farmacologica non è più sufficiente, viene proposta la stimolazione cerebrale. Attraverso degli elettrodi è possibile erogare impulsi capaci di 'liberarè la corteccia cerebrale motoria, migliorando i sintomi della malattia, le abilità e la qualità di vita". 

 

L'innovazione di Infinity sta proprio nei suoi elettrodi, che possono calibrare in modo molto fine la stimolazione elettrica e adattarla il più possibile alle esigenze di uno specifico paziente. "I nuovi elettrodi - conclude Domenico Servello, direttore della Neurochirurgia Funzionale al Galeazzi - rappresentano un ulteriore strumento per ottimizzare la stimolazione e quindi l'efficacia della procedura riducendo i rischi di effetti collaterali indesiderati".

 

FONTE: http://www.ilgiorno.it/milano/parkinson-istituto-neurologico-mondino-istituto-ortopedico-galeazzi-infinity-1.2362431

 

 

Il glaucoma potrebbe avere uno stretto legame con Alzheimer, Sla e Parkinson. Sono i risultati di uno studio dell’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti, in collaborazione con Irifor (centro di formazione, ricerca e riabilitazione per la disabilità visiva), che ha analizzato gli aspetti clinici del glaucoma, individuando uno stretto legame con altre patologie neurodegenerative.

I glaucomi sono un tipo di malattie oculari che oggi costituiscono la seconda causa di cecità al mondo, dopo la cataratta. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha stimato che ne soffrono circa 55 milioni  di persone al mondo. Più di un milione si trovano solo in Italia e, nella maggior parte dei casi, una persona su due non ne è al corrente.

Nei giorni scorsi è inoltre arrivato un ulteriore monito dall’Oms, che ha descritto il glaucoma come una patologia da non sottovalutare sia perché non ha sintomi particolari e ci si accorge della sua presenza solo una volta che la vista è già compromessa, sia perché non comporta esclusivamente la perdita della vista ma influisce negativamente anche sul nostro sistema cerebrale.

 

COS’È IL GLAUCOMA

 

Con il termine glaucoma si intendono tutte quelle malattie che  colpiscono gli occhi, accomunate dall’aumento della pressione endooculare, principalmente in soggetti con più di 40 anni. All’interno dell’occhio è presente un liquido, l’umore acqueo, che assicura il nutrimento delle strutture oculari e viene continuamente prodotto e riassorbito da specifiche vie di deflusso. Quando queste vie si ostruiscono si ha un aumento della pressione all’interno dell’occhio superando i normali 14-16 mmHg, la soglia massima.

Se questa condizione peggiora e perdura nel tempo può danneggiare il nervo ottico, incaricato di trasmettere le informazioni visive direttamente al cervello. La lesione delle fibre nervose porta ad un progressivo restringimento del campo visivo tipico del glaucoma in stadio avanzato. Il danno alla vista è infatti progressivo e,  dato che inizialmente interessa solo la visione laterale, passa inosservato fino a quando non si arriva alla perdita di gran parte della vista.

 

IL LEGAME TRA GLAUCOMA E MALATTIE DEGENERATIVE

 

La ricerca finanziata dall’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti e condotta dall’oculista Paolo Frezzotti e dal neurologo Nicola De Stefano è partita prima di tutto dall’osservazione dei pazienti affetti da glaucoma, nello specifico quello primario angolo aperto (GPAA).

“Il nostro obiettivo – hanno dichiarato i responsabili della ricerca – “era quello di analizzare se i diffusi cambiamenti del cervello che si verificano nel GPAA sono un fenomeno tipico dello stadio avanzato o rilevabile sin dalla fase iniziale”. Dai dati raccolti attraverso l’utilizzo di risonanze magnetiche è emerso uno stretto legame con patologie neurodegenerative classiche come Alzheimer e Parkinson.

 

Lo studio ha dato spazio a nuovi stimoli di ricerca e ha messo in luce quanto sia importante la prevenzione e una diagnosi precoce per bloccare l’evoluzione del glaucoma e i danni che provoca su tutto il nostro organismo.

 

FONTE: http://www.bussolasanita.it/schede-2024-il_glaucoma_potrebbe_causare_alzheimer_sla_e_parkinson

 

Il Chmp ha dato parere positivo per l'approvazione di opicapone, quale farmaco per la terapia del Parkinson in aggiunta alla levodopa e agli inibitori della decarbossilasi periferica (AADCI) in pazienti non adeguatamente controllati da questa combinazione di farmaci. Il prodotto è stato sviluppato dalla portoghese Bial-Portela.

 

Il farmaco ha dimostrato di diminuire in modo significativo l'attività delle catecol-o-metiltransferasi (COMT), aumentare l'esposizione sistemica alla levodopa e migliorare la risposta motoria nei pazienti affetti da malattia di Parkinson (PD). Le COMT sono enzimi che provvedono a degradare la levodopa sia nel sistema nervoso centrale, sia a livello periferico.

 

COME FUNZIONA IL FARMACO

 

Come è noto, dopo decenni d’uso, la levodopa resta il più efficace trattamento sintomatico del PD e il suo effetto dipende dalla biotrasformazione in dopamina nel cervello.

 

La levodopa è sottoposta a una metabolizzazione rapida ed estesa dalla L-aminoacidi aromatici decarbossilasi periferica (AADC) e dalle COMT e, di fatto, solo l’1% di una dose orale di levodopa raggiunge il cervello.Per questo motivo si ricorre usualmente alla cosomministrazione di un inibitore dell’AADC (carbidopa o benserazide) che aumenta la biodisponibilità della levodopa, ma ancora un 90% della dose di levodopa è convertita dalle COMT in 3-0-metil-levodopa (3-OMD) che compete con la levodopa nel trasporto attraverso la barriera ematoencefalica. Pertanto , una strategia aggiuntiva consiste nella somministrazione di un inibitore delle COMT.

 

Opicapone  è un nuovo inibitore delle COMT di terza generazione caratterizzato da alta potenza inibitoria delle COMT senza tossicità cellulare e da un’affinità di legame eccezionalmente elevata che si traduce in un lento tasso costante di dissociazione del complesso e in una lunga durata d’azione in vivo, testimoniato dalla superiore efficacia, rispetto a entacapone e tolcapone in sperimentazioni precliniche e su soggetti sani, in termini di biodisponibilità di levodopa.

 

In uno studio multicentrico in cui i pazienti sono stati casualmente assegnati al placebo (un prodotto senza principio attivo che somigliava a opicapone) oppure a 5, 15 o 30 mg di opicapone e sono stati valutati i livelli di levodopa ed i tempi in OFF in condizioni di doppio cieco ovvero nè il paziente nè il ricercatore sapeva chi era stato assegnato a che cosa. È emerso che la disponibilità di levodopa nel sangue è aumentata in misura proporzionale alla dose fino al 66%, mentre il tempo in OFF si è ridotto proporzionalmente alla dose fino al 32%.

 

FONTE: http://www.pharmastar.it/?cat=3&id=21293

 

Il morbo di Parkinson è una delle malattie neurodegenerative frequenti nelle persone anziane. È caratterizzato principalmente da disturbi del movimento muscolare.

 

Sintomi

I sintomi tipici della malattia sono:

 

- tremore, generalmente è il primo sintomo del Parkinson e si riscontra quasi nel 70% dei pazienti. All'inizio il tremore può coinvolgere un solo lato del corpo e le mani più delle gambe;

- lentezza dei movimenti, con difficoltà a camminare;

- rigidità muscolare del tronco e degli arti;

- instabilità posturale, che porta ad un aumento del rischio di cadute.

 

Cause

 

Le cause del morbo di Parkinson dipendono da una degenerazione delle cellule cerebrali che producono la dopamina, una sostanza chimica importante per un controllo preciso dei movimenti. In chi è colpito dalla malattia, la mancanza di dopamina crea uno squilibrio all’interno dei centri nervosi che controllano i movimenti automatici. Generalmente, la malattia interessa le persone over 50, con un picco fra i 59 e i 62 anni, ma sempre più spesso si verificano dei casi tra gli adulti di età compresa tra i 20 e i 40 anni. Il morbo di Parkinson colpisce in eguale misura uomini e donne. In Italia il Parkinson colpisce circa 400 mila persone.

 

Cura

 

Non esiste una cura per questa malattia, anche se ci sono dei farmaci che possono alleviarne i sintomi. Ma è sicuramente importante associare alla terapia farmacologica un’alimentazione corretta. Gli alimenti consigliati sono: i cereali integrali, la frutta e la verdura, le proteine a basso tenore di grassi, le fibre. Per prevenire un abbassamento dei livelli di sostanze nutritive e calorie, è meglio consumare, nell’arco della giornata, pasti piccoli e frequenti. Inoltre, è bene fare esercizio fisico: camminare, fare stretching, usare la cyclette e, se necessario, ricorrere alla fisioterapia.

 

FONTE: http://www.intrage.it/SaluteEPrevenzione/morbo_di_parkinson

 

Dopo i 70 anni il rischio fratture aumenta in modo allarmante. Le ossa diventano fragili ed è sufficiente una leggera forza meccanica per romperle. Sono poi diminuiti i riflessi protettivi per ammortizzare l'impatto della caduta. La maggior parte delle fratture nell'anziano deriva da traumi che spesso si verificano in casa. Studi condotti negli Stati Uniti documentano che il 45-68% dei soggetti affetti da Parkinson registra almeno una caduta l'anno e che almeno il 66% dei pazienti che cadono lo fanno in modo ricorrente. In Inghilterra le fratture negli over 60 colpiscono 550 persone su 100mila, ma se la persona è affetta da Parkinson i numeri cambiano drammaticamente e salgono a più di 2.100 ogni 100mila. I parkinsoniani non muoiono per la loro malattia, ma per le sue conseguenze indirette, tra le quali le cadute e i traumi accidentali. Questa malattia, oltre al tremore degli arti a riposo, compromette ben presto in maniera significativa la postura, il movimento, il passo, la camminata.

 

La mancanza di equilibrio, l'incertezza del passo e della postura, sono all'origine di molti incidenti di questi pazienti che accusano anche il fenomeno del freezing, a causa del quale non riescono a iniziare il movimento o, mentre lo stanno eseguend, si immobilizzano e rimangono bloccati, come congelati, da qui il nome del disturbo.Tutti questi fattori portano alla progressiva perdita di autonomia e al deterioramento della qualità di vita. Il Parkinson, come ricorda il professor Mauro Porta, responsabile del Centro malattie extrapiramidali dell'istituto Galeazzi di Milano, è prima di tutto un disturbo del movimento che aumenta esponenzialmente il rischio di fratture di anca e bacino, con esiti spesso infausti se pensiamo che il 10% dei soggetti muore per complicanze entro trenta giorni e, meno della metà, è in condizioni di tornare a casa. Nelle persone sane, con più di 50 anni, è stato stimato che 1 donna su 2 e un uomo su 5 incorre in un trauma ortopedico importante almeno una volta nella vita. Il Parkinson colpisce circa il 3 per mille della popolazione, incidenza che sale all'1 per cento nelle persone con più di 65 anni. In Italia, le persone che vivono con il Parkinson sono circa 250mila, un numero che l'Organizzazione Mondiale della Sanità ritiene raddoppierà entro il 2040, principalmente a causa del progressivo aumento dell'età media della popolazione. Dopo una frattura possono insorgere le complicanze: le polmoniti (si verificano nell'8,6% dei parkinsoniani rispetto all'1,2% dei sani), le infezioni urinarie, le complicazioni chirurgiche e post chirurgiche, le piaghe da decubito.

 

Uno studio pubblicato sul British Medical Bullettin sottolinea come una frattura dell'anca in un soggetto con Parkinson pone il paziente in condizioni di aver bisogno di una assistenza continua, se non il ricovero in una struttura residenziale nel 41,4% dei casi rispetto al 21,2% di un soggetto anziano non malato.La prevenzione, le cure farmacologiche per contenere i sintomi e le tecniche di riabilitazione, sono fondamentali per conservare a lungo l'autonomia. Uno studio italiano ideato e promosso dal professor Fabrizio Stocchi, dell'IRCCS San Raffaele Pisana di Roma, pubblicato sull'International Journal of Engineering and Innovative Technology ha evidenziato come il trattamento di Stimolazione Automatica Meccanica Periferica (AMPS) consente di ridurre la disabilità motoria e il rischio di cadute. Nata dopo lunghe sperimentazioni, la Terapia AMPS consiste in un trattamento non invasivo di stimolazione meccanica di specifiche aree della superficie dei piedi che favorisce un aumento delle connessioni neurali nelle regioni cerebrali coinvolte sia nella gestione del movimento che nell'analisi dello spazio circostante.

 

FONTE: http://www.ilgiornale.it/news/salute/parkinson-sale-rischio-fratture-1228951.html

 

Un nuovo, recente studio condotto da un team di scienziati cinesi riferisce che le persone che consumano birra con regolarità possono prevenire la progressione delle malattie neurologiche. La ricerca, condotta dall’Università di Lanzhou, mette in risalto le proprietà benefiche della birra per la nostra salute, in quanto aiuta a proteggere le cellule celebrali dalle gravi malattie neurodegenerative come il morbo di Alzhemier e il morbo di Parkinson. “Il luppolo è stato usato per secoli come trattamento a una vasta gamma di disturbi”, riferiscono gli autori, e un suo alto consumo conserva le cellule celebrali dall’ossidazione legata alla demenza. 

 

Questa bevanda alcolica contiene, infatti, un’elevata concentrazione di un composto chiamato “Xanthohumol” che, insieme con le cellule neuronali, “pulisce” le molecole attive che causano danni celebrali, nonchè fornisce un supporto per alcuni geni altamente protettivi. Lo studio conclude che l’abitudine di bere birra è benefico per la salute, proprio a causa di questo “Xanthohumol” che funge come una sorta di antiossidante, che aiuta altresì a proteggere il cuore contro i problemi relativi all’obesità e al cancro, tra cui le molteplici funzioni farmacologiche associate.

 

FONTE: http://scienzenotizie.it/2016/01/24/bere-birra-aiuta-a-prevenire-lalzheimer-e-il-parkinson-4511669#

 

I pazienti con infezione da HCV mostrano un rischio significativamente aumentato di sviluppare la malattia di Parkinson (PD). È quanto emerge da un ampio studio basato sulla popolazione nazionale condotto a Taiwan e pubblicato online su Neurology. 

Ovviamente tale rischio è multifattoriale, specifica il principal investigator, Hsin-Hsi Tsai, dell’Ospedale universitario nazionale di Taiwan, a Taipei. Però l’associazione positiva riscontrata tra infezione da HCV e PD può avere implicazioni cliniche in aree ad alta endemia di HCV. In questi casi, fa notare il ricercatore, «test neurologici più approfonditi ed esami di imaging funzionale potrebbero aiutarci a riconoscere il PD in fase precoce in pazienti anti-HCV positivi». 

 

Lo studio di coorte nazionale basato sulla popolazione si è fondato su dati ottenuti dal database di ricerca dell’Ente assicurativo nazionale taiwanese relativi al periodo compreso tra il 2000 e il 2010. In totale sono stati inclusi nell’analisi quasi 50mila pazienti affetti da epatite virale. In particolare 35.619 soggetti con HBV (71,3%), 10.286 con HCV (20,65) e 4.062 con entrambe le infezioni (8,1%). I pazienti, seguiti per 12 anni, avevano un’età media di 46 anni ed erano donne nel 43,5% dei casi. Per i confronti (popolazione controllo) sono stati considerate 199.868 persone senza epatite virale.

 

I pazienti sono stati ulteriormente suddivisi in 3 sottogruppi: HBV-infetti, HCV-infetti e HBV-HCV-coinfetti. In ogni sottocoorte è stata calcolata l’incidenza di PD. Il gruppo guidato da Tsai ha così riscontrato un rischio aumentato di 2,5 volte di PD nei pazienti HCV-infetti rispetto ai controlli (non infetti da HCV o da HBV). Il valore dell’hazard ratio (HR) si confermava sostanzialmente dopo aggiustamento per età, genere e un’ampia serie di possibili comorbilità (soprattutto cardiovascolari e neurologiche).

Tale cifra non ha raggiunto la significatività statistica ma questo – secondo gli autori – a causa dell’insufficienza numerica di casi di PD in entrambe le popolazioni analizzate. Da notare che il rischio si manifestava, seppure a livello minore, nella sottopopolazione coinfetta da HCV e HBV, con un HR pari a 1,28. Un’analisi stratificata per età, genere e comorbilità ha messo poi in luce che l’associazione si manteneva nei pazienti sotto i 65 anni, nei maschi e nei soggetti con qualsiasi comorbilità. Appartenere al genere maschile e avere una comorbilità sembra rappresentare un “colpo” nella teoria del “secondo colpo” del PD.

 

Questa teoria, spiegano gli autori, prevede che l’HCV entri nel sistema nervoso centrale (SNC) distruggendo l’integrità della barriera ematoencefalica, che risulta in un danno neuronale. Tale danno costituirebbe il primo “colpo” con secondi “colpi” probabilmente costituiti da età, genere maschile, altre esposizioni ambientali (come pesticidi) e traumi cranici. Il legame tra l’infezione da HCV e il PD è supportato dal riscontro che l’infezione può causare il rilascio di citochine infiammatorie correlate alla patogenesi del PD, afferma Tsai. 

 

Da notare, inoltre, che ci sono prove di un legame tra l’HCV e un’altra patologia neurodegenerativa, quale l’Alzheimer, mentre non esistono evidenze che l’HBV, virus a DNA (contrariamente all’HCV, a RNA), sia neuroinvasivo. Altri virus che invece appaiono legati al PD sono lo storico virus influenzale pandemico del 1918 (tipo A H1N1) e l’HIV (che causa PD tra il 5% e il 50% dei pazienti con AIDS).

 

Lo studio ha un limite, ammesso dagli stessi ricercatori: dai dati disponibili non è stato possibile risalire alle modalità di trasmissione del virus (trasfusione, iniezione di sostanze d’abuso tramite siringa infetta): ciò, secondo vari commentatori, impone cautela nell’interpretazione dei risultati, così come il fatto che non si sia verificato se il trattamento dell’infezione da HCV riducesse il rischio di sviluppare il PD.

 

In ogni caso – ha commentato Beth Vernaleo, direttore associato dei programmi di ricerca della Parkinson’s Disease Foundation – non c’è motivo d’allarme per soggetti con epatite C: per la maggior parte delle persone devono essere presenti molteplici fattori di rischio perché si sviluppi la malattia neurodegenerativa.

 

FONTE: http://www.pharmastar.it/?cat=32&id=20272

 

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