Il declino cognitivo è uno tra gli aspetti più temuti della vecchiaia. Spaventa l’idea di non riuscire più a compiere le azioni di ogni giorno, l’impossibilità di ricordare date e fatti, l’incapacità di vivere in modo autonomo e indipendente.

Tuttavia, esistono piccoli accorgimenti che possono aiutare a prevenire tale declino. Comportamenti, anche “banali”, da mettere in atto per migliorare la propria memoria. A dirlo è uno studio pubblicato su “Neurology”, la rivista dell’American Academy of Neurology, e condotto dalla Rush University Medical Center di Chicago. Il risultato? Chi si muove di più, anche tra le mura di casa, stimolerebbe meccanismi dall’effetto protettivo, capaci di contrastare l’invecchiamento del cervello e di prevenire così la demenza senile.

 

Lo studio ha coinvolto 454 anziani, di cui 191 affetti da demenza senile; ogni anno, per vent’anni, sono state testate le loro condizioni fisiche e le abilità di memoria e di ragionamento. E, negli ultimi due anni della loro vita (i pazienti sono deceduti ad un’età media di 91 anni, e hanno donato alla ricerca i tessuti cerebrali), con un accelerometo capace di individuare ogni movimento corporeo compiuto nel corso della giornata, è stata monitorata la loro attività fisica.

Ciò che è emerso è che gli anziani che si muovono di più durante il giorno hanno una migliore capacità di ragionamento e una maggiore memoria. Così come gli uomini e le donne con abilità motorie (coordinazione, equilibrio) significative. Ecco dunque che, fare regolare attività fisica, riesce per davvero a proteggere il cervello, aiutando la memoria e le capacità cognitive; e non si tratta di correre, o di andare in palestra, ma di compiere semplici movimenti tra le mura di casa come svolgere le mansioni domestiche o fare brevi “passeggiate” tra le stanze. Gli anziani che compiono tali azioni migliorano dell’8% i punteggi di memoria e ragionamento logico, quando sottoposti a test.

 

Analizzando poi i tessuti cerebrali, i ricercatori hanno fatto un’ulteriore scoperta: anche in presenza di biomarcatori di Alzheimer e demenza, l’equazione maggiore movimento uguale più memoria rimane valida. Muoversi è quindi importantissimo, non solo per restare in forma (e abbassare così il rischio di diabete e malattie cardiovascolari) ma anche per il proprio cervello. Su quali attività puntare? In caso non si possa fare esercizio fisico vero e proprio, come spesso da anziani succede, sono perfette le attività quotidiane: apparecchiare la tavola, fare giardinaggio, camminare, fare la spesa, cucinare. Se invece si potesse andare in piscina o in palestra, le attività da privilegiare sono il nuoto, lo stretching e gli esercizi per aumentare la coordinazione ed esercitare l’equilibrio.

 

FONTE: https://dilei.it/salute/declino-cognitivo-attivita-in-casa-migliorano-la-memoria/582663/

Il morbo di Alzheimer è una malattia neurodegenerativa a decorso cronico e progressivo che, a causa di un’alterazione delle funzioni cerebrali, provoca il declino progressivo sia della memoria sia delle funzioni cognitive, fino alla perdita completa dell’autonomia. È la causa più comune di demenza nella popolazione anziana dei Paesi ricchi: attualmente si stima ne sia colpita circa il 5% della popolazione al di sopra dei 65 anni e circa il 20% degli ultra-85enni, anche se in rari casi può colpire precocemente intorno ai 50 anni di vita. Prima di manifestarsi in modo evidente, però , l’Alzheimer attraversa una fase che può durare diversi anni, durante la quale, nonostante i sintomi siano minimi, la malattia è al lavoro. Individuare i segnali della presenza dell’Alzheimer già in questa fase aumenta la potenzialità delle cure disponibili e di quelle future, in quanto esse agiscono su un sistema solo parzialmente compromesso e quindi più sensibile al trattamento.

 

Ebbene, da un recente studio, pubblicato su Frontiers in Aging Neuroscience ed effetuato da un team di ricercatori dell’Università di Bologna in collaborazione con professionisti dell’Unità di Neuropsicologia Clinica dell’Arcispedale Santa Maria Nuova di Reggio Emilia, è emerso che i primissimi sintomi dell’Alzheimer sono nascosti tra le pieghe del linguaggio: in alcuni piccoli errori.

 

Nello studio clinico sono stati presi in esame 96 partecipanti, metà dei quali con segni di deterioramento cognitivo lieve, una condizione che può precedere l’insorgere del morbo di Alzheimer. Durante l’esperimento è stato chiesto a ciascun paziente di descrivere a parole prima i dettagli di un’immagine mostratagli, poi una tipica giornata di lavoro e infine l’ultimo sogno che ricordava. Le risposte sono state analizzate utilizzando tecniche di elaborazione del linguaggio in grado di esaminare il ritmo e il suono delle parole, l’uso del lessico e della sintassi e altri dettagli. Confrontando le risposte dei soggetti affetti da deterioramento cognitivo lieve con quelle dei soggetti privi di disturbi, la sfida dei ricercatori era trovare segnali della presenza di deterioramento cognitivo che i test neuropsicologici convenzionali non sono in grado di identificare. Una sfida che, al termine dell’analisi, ha restituito i risultati sperati: gli studiosi sono riusciti a individuare specifiche alterazioni nell’uso della lingua parlata nei pazienti che presentano i primi segni di deterioramento cognitivo. Si tratta, dunque, di un metodo che potrebbe anticipare notevolmente il riconoscimento dell’insorgere della malattia e consentire di attivare così per tempo misure terapeutiche adeguate ad alleviare l’impatto nella vita quotidiana.

 

FONTE: http://salute.ilgiornale.it/news/27965/alzheimer--linguaggio-deterioramento-cognitivo/1.html

 

RESPIRARE più ossigeno migliora le funzioni dei vasi sanguini nel cervello delle persone con problemi respiratori. Questo secondo una recente ricerca canadese pubblicata in Experimental Physiology. Lo studio potrebbe avere delle importanti ripercussioni per le future ricerche che vogliono indagare su come prevenire lo sviluppo di patologie degenerative come la demenza. 

È stato evidenziato che i soggetti affetti da broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO), ovvero il termine collettivo per identificare un gruppo di complicazioni polmonari che causano problemi respiratori, hanno un rischio maggiore di contrarre demenza senile. La teoria proposta dai ricercatori è che questo accade perché il cervello riceve livelli inferiori di ossigeno.

LA RICERCA


L'obbiettivo della ricerca è stato quello di stabilire quale fosse l'effetto di fornire più ossigeno al flusso sanguigno verso il cervello in pazienti affetti da BPCO. L'ossigeno è stato fornito per via nasale per 20-30 minuti. Usando un sistema a ultrasuoni hanno poi misurato il flusso sanguigno nel cervello in questi pazienti quando erano a riposo, prima e durante la trasmissione. I partecipanti hanno iniziato questo test a occhi chiusi, che hanno poi aperto per leggere un testo standardizzato. L'elaborazione dei dati ha permesso ai ricercatori di stimare quanto ossigeno è stato erogato al cervello durante il test.

I RISULTATI


È stato osservato che il flusso sanguigno e l'ossigeno trasportato al cervello erano significativamente aumentati durante la lettura. Ciò è dovuto al fatto che i vasi sanguigni nel cervello si dilatavano in risposta alla maggiore richiesta di ossigeno quando il cervello era attivo. I ricercatori hanno quindi concluso che quando i pazienti affetti da BPCO ricevono più ossigeno la funzione dei vasi sanguigni nel loro cervello migliora.

Tuttavia, i soggetti con BPCO, tipicamente, praticano l'ossigenoterapia giornalmente e per lunghi periodi di tempo. Anche per anni. Nonostante questi potenziali limiti, il lavoro ha posto le basi per lo studio dei sistemi biologici che controllano il rilascio di ossigeno al cervello.

"Sono abituato a lavorare con individui giovani e sani, e quindi questo studio in pazienti con malattie polmonari è stata un'esperienza che mi ha aperto gli occhi. Ho capito dove voglio portare i miei studi futuri e come voglio progettare la mia ricerca per migliorare i trattamenti per le persone con difficoltà respiratorie" spiega Ryan Hoiland, autore principale della ricerca.

 

FONTE: http://www.repubblica.it/salute/medicina-e-ricerca/2018/07/10/news/ossigenoterapia_potrebbe_combattere_la_demenza_in_pazienti_affetti_da_malattie_polmonari-201054148/?refresh_ce

 

 

L'Italia è sempre più anziana: aumentano ictus, lesioni del midollo spinale e sclerosi multipla. E soprattutto, entro 25 anni le demenze negli over 80 raddoppieranno. Se ne è parlato ieri a Trieste, durante il 18 Congresso Nazionale della Società Italiana di Riabilitazione Neurologica - SIRN, presieduto dal Prof Carlo Cisari, Presidente SIRN. "L'invecchiamento della popolazione è tipicamente accompagnato da un aumento del carico delle malattie non trasmissibili - Stefano Paolucci, Direttore U.O. complessa Riabilitazione Solventi Fondazione S. Lucia - IRCCS di Roma - come quelle cardiovascolari, il diabete, la malattia di Alzheimer e altre patologie neurodegenerative, tumori, malattie polmonari croniche ostruttive e problemi muscoloscheletrici. Per esempio, il World Alzheimer Report riporta che il numero attuale di 47 milioni di persone affetti da demenza è destinato a salire, a causa dell'invecchiamento della popolazione, a 131 milioni entro il 2050".

 

La riabilitazione è un lavoro di gruppo che riguarda più professionalità: il medico, il fisioterapista, il terapista occupazionale, lo psicologo, l'infermiere, il bioingegnere. Nella SIRN, infatti, non sono iscritti solo medici, ma tutti gli operatori del team riabilitativo. "Il soggetto invecchia normalmente e perde giornalmente le sue competenze, da un punto di vista cognitivo e fisico - spiega Carlo Cisari, Presidente della SIRN -  è ovvio che noi dobbiamo stimolare, nell'ambito della popolazione normale, una serie di attività per ridurre questo invecchiamento, con esercizi ad hoc che stimolino corpo e mente, promuovendo uno stile di vita atto a vivere in maniera sana, senza eccessi, come fumo, stress, malnutrizione e alcol. Purtroppo si è visto che anche molti pazienti neurologici, invecchiando, perdono più rapidamente le loro abilità motorie, quindi anche quelli in fase cronica devono essere riabilitati costantemente per mantenerle attive. Lasciati a sè, infatti, perdono drasticamente le loro capacità".

 

È soprattutto l'ictus, la lesione celebrale focale, la malattia più frequente legata all'invecchiamento. I numeri sottolineano, però, una lieve diminuzione di incidenza rispetto agli anni scorsi, ma sono anche migliorate le capacità di cura in fase acuta, soprattutto con la trombolisi. A preoccupare, peroò, sono anche le demenze: queste, nel 2050, supereranno i 130 milioni di casi al mondo. In Italia ne è affetto un over 80enne su 4, per un totale di circa 1 milione e 200 mila casi, ma nell'arco di 25 anni i casi diventeranno 2 milioni e mezzo e riguarderanno un over 80enne su 2.

 

"Molto frequenti, tra le patologie legate all'età, anche la sclerosi multipla - aggiunge Cisari - nonchè le lesioni del midollo spinale, l'Alzheimer e il Parkinson: tutte queste malattie sono in aumento, costante e preoccupante. Soprattutto il Parkinson, essendo strettamente legato all'aumentare dell'età. Malattie che non si possono prevenire, ma per cui occorre instaurare precocemente una terapia farmacologica corretta e una terapia riabilitativa intensa e continuativa".

FONTE: https://www.agi.it/salute/ictus_demenze_sclerosi_alzheimer_dati_aumento-3746917/news/2018-04-08/

 

Gli omega 3 ormai famosi perché fanno bene al cuore riducono anche il rischio di demenza, una delle forme di malattie neurologiche degenerative che colpiscono soprattutto il cervello degli anziani. Grazie alla loro azione anti infiammatoria, gli omega 3 aiutano a ridurre il rischio di demenza, in particolare perché si ritiene che incrementando il dosaggio di omega 3 sia possibile ridurre il rapporto omega6/omega3 e prevenire così i meccanismi infiammatori a carico del cervello e quindi anche la demenza – spiega il professor Alberto Albanese, Responsabile dell’Unità Operativa di Neurologia di Humanitas. 

 

Gli omega 3 sono acidi grassi poli-insaturi che raggiungono il cervello attraverso la barriera emato-encefalica, una speciale struttura con funzione di filtro che permette il passaggio selettivo di alcune sostanze al cervello mentre blocca altre. Gli omega 3 sono distinti dagli omega 6, un altro tipo di acidi grassi essenziali che, se in eccesso e, come suggeriscono alcuni studi, in un rapporto elevato omega6/omega3 possono causare infiammazione e facilitare le malattie neurologiche degenerative, tra cui la demenza.

 

Questo però non suggerisce di eliminare gli acidi grassi omega 6, presenti in oli di semi, frutta secca e legumi, perché sono costituenti necessari per il cervello e la loro assunzione non può essere ridotta. Invece, aumentare l’assunzione di omega 3, in particolare dal pesce di mari freddi come il salmone, dall’olio e dai semi di lino e di chia, aiuta a riequilibrare il rapporto omega6/omega 3correttamente bilanciato verso gli omega 3 e quindi a favore della prevenzione della demenza.

 

FONTE: http://www.humanitasalute.it/lo-sai-che/49389-lo-sai-gli-omega3-riducono-rischio-demenza/

 

 

L'allenamento mentale permette al cervello di restare giovane. Aiuta, infatti, a prevenire la perdita della memoria e a ridurre il rischio di declino cognitivo e demenza. Lo spiegano i ricercatori dell’Irccs Inrca - Istituto di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico per Anziani di Ancona, che hanno elaborato un “training cognitivo multidimensionale” per la terza età. Si tratta di una serie di esercizi volti ad aiutare gli anziani a conservare la memoria senza ricorrere all'uso dei farmaci. 

“Con l’aumentare dei casi di demenza, la ricerca impone di individuare cure non farmacologiche per prevenire le malattie neurodegenerative - spiega Fabrizia Lattanzio, Direttore scientifico dell'Inrca e autrice dello studio -. È prioritario educare, fin dall’età adulta, ad uno stile di vita fisicamente e mentalmente attivo, anche nello svolgimento delle semplici attività quotidiane”. 

L'efficacia del metodo elaborato dagli scienziati italiani è stata testata durante uno studio finanziato dal Ministero della Salute e dalla Regione Marche, i cui risultati sono pubblicati sulla rivista Rejuvenation Researc. Gli autori hanno invitato 321 persone di età superiore a 65 anni a seguire, per tre anni, un programma di allenamento mentale. I partecipanti sono stati suddivisi in tre diversi gruppi, a seconda del loro stato cognitivo: soggetti sani interessati a scoprire come prevenire la perdita della memoria, individui con lievi disturbi e malati di Alzheimer. 

Il training cognitivo comprende diversi esercizi. Per esempio, prevede tecniche mnemoniche, metodi di concentrazione e di orientamento, strategie per ricordare eventi e appuntamenti, impiego della scrittura per favorire la memorizzare, uso di liste, calendari e agende. Contempla anche la creazione di brevi racconti, che aiutano a fissare i ricordi e migliorano la padronanza del linguaggio. Infine, include passatempi comuni come le parole crociate, il gioco a carte e il sudoku. 

“Il training cognitivo rappresenta un’innovazione nel campo delle terapie contro le demenze - spiega Cinzia Giuli, psicologa dell’Unità operativa di geriatria Inrca di Fermo e responsabile del progetto -, poiché non ha effetti collaterali o controindicazioni, ed è altamente personalizzabile, con esercizi mirati per il singolo caso”.

Al termine della sperimentazione, è emerso che il 70% dei soggetti affetti da Alzheimer ha mostrato un significativo miglioramento delle performance cerebrali e dello stato psicologico. Questa evidenza è stata confermata anche dalla batteria Adas (Alzheimer’s disease assessment scale), che valuta la gravità della malattia attraverso indicatori quali memoria, linguaggio e orientamento. 

Inoltre, il programma sembra in grado di prevenire il declino cognitivo e l'insorgere della demenza: “Nei soggetti affetti da lievi disturbi di memoria e concentrazione, una forma pre-clinica di Alzheimer nota come Mild Cognitive Impairment - ha evidenziato la dottoressa Giuli -, ha aumentato in circa il 50% dei casi la percezione positiva sulle proprie capacità di memoria, che influisce sulla probabilità di ammalarsi a distanza di qualche anno”. Nei soggetti sani questo fenomeno è apparso ancor più evidente: ha, infatti, interessato l’81% del campione. 

Il training, concludono gli esperti, ha determinato effetti positivi anche sull’umore, sul livello di stress e sul benessere percepito dei partecipanti. Tanto che molti anziani hanno manifestato il desiderio di proseguire il programma anche dopo la fine della sperimentazione.

 

FONTE: http://salute24.ilsole24ore.com/articles/18808-meditazione-aiuta-il-cervello-a-restare-giovane?refresh_ce

 

In molti anziani solo il pensiero di poter soffrire un giorno di demenza genera ansia, anzi terrore. Cresce la paura di perdere la memoria, il timore di compiere atti inconsulti, di mettere in una pentola accesa delle verdure, accendendo il gas, ma dimenticando di aggiungere l'acqua per una zuppa. Uscire di casa e non ricordarsi più la strada del ritorno. Si teme la perdita della propria autonomia, l'isolamento, la fine della vita attiva.

 

In Italia soffrono di demenza oltre un milione di anziani. Fanno parte soprattutto degli Over 65, ben 13 milioni di persone, pari al 21,7% della popolazione totale. Le demenze rappresentano le sindromi psichiatriche più comuni: una causa importante di disabilità che, solo nel nostro Paese, fa registrare costi socio-sanitari per 10-12 miliardi di euro l'anno. Per favorirne una gestione appropriata, promuovendo sul territorio la conoscenza e l'applicazione degli obiettivi del Piano Nazionale Demenze, l'Associazione Italiana Psicogeriatria (AIP - presidente Marco Trabucchi) avvia un ambizioso programma di formazione: 13 eventi residenziali previsti da maggio a ottobre, in 13 regioni italiane, per coinvolgere oltre 600 medici sul territorio. L'annuncio è stato dato a Furenze al XVI Congresso nazionale AIP. La società scientifica che raggruppa medici neurologi, psichiatri, geriatri e psicologi attorno alle tematiche della fragilità dell'anziano, in particolare quelle che vedono una importante componente cerebrale. É composta da oltre 2.000 soci provenienti da tutta Italia.

 

ll progressivo invecchiamento della popolazione ha comportato un sensibile aumento dei disturbi cognitivo-comportamentali di natura neurodegenerativa, destinati ad acquisire in futuro sempre più rilevanza. Tra le sindromi psichiatriche più comuni vi sono le demenze (600mila con morbo di Alzheimer), hanno una prevalenza del 5-8% negli over 65 e, in circa il 15-25% dei casi, possono associarsi a depressione. Nella presa in carico del malato di demenza, dal riconoscimento dei primi sintomi al trattamento a lungo termine, il medico di famiglia è una figura cruciale: presentargli i contenuti e le finalità del Piano nazionale Demenze, educarlo a un corretto approccio diagnostico-terapeutico e renderlo consapevole del suo ruolo centrale nella rete integrata dei servizi sono gli obiettivi che si pone il progetto formativo.

 

Le demenze sono sindromi degenerative che colpiscono la memoria, il pensiero, il comportamento e la capacità di svolgere le attività quotidiane. Il loro carattere progressivo rende necessaria una diagnosi tempestiva, che consenta di attivare interventi farmacologici e psico-sociali volti a rallentare l'evoluzione della malattia e contenerne i disturbi. Non fanno parte del normale processo di invecchiamento, ma sono malattie da affrontare con determinazione, combattendo il fatalismo ancora presenti nelle famiglie, nella società e talvolta tra gli stessi operatori sanitari. Partendo da queste considerazioni, il 30 ottobre 2014 la Conferenza Unificata ha approvato l'accordo tra governo e regioni Piano nazionale Demenze che, puntando ad una gestione integrata e multidisciplinare, vuol fornire indicazioni strategiche per migliorare e uniformare la qualità dell'assistenza in Italia: dalle terapie al sostegno e all'accompagnamento del malato e dei caregiver, durante tutto il percorso di cura. L'attività del medico di famiglia è fondamentale.

 

FONTE: http://www.ilgiornale.it/news/salute/demenza-fa-sempre-pi-paura-1251367.html

Un apparecchietto elettronico grande quanto un fagiolo conficcato nell’orecchio può salvare il mondo dall’epidemia globale di demenza negli anziani? Probabilmente sì, considerato che il declino cognitivo in un caso su tre è legato alla perdita dell’udito. A sostenerlo è Frank Robert Lin, ricercatore presso la Johns Hopkins University di Baltimora, che dal palco del convegno della Società americana per l’avanzamento delle scienze a Washington ha rivolto un appello affinchè i sistemi sanitari intervengano per facilitare l’accesso dei pazienti alle protesi uditive, ancora molto costose e non facilmente abbordabili da tutti.

 

Secondo i dati snocciolati da Lin, esperto in geriatria e otorinolaringoiatria, il 36% dei casi di demenza negli anziani è legato alla perdita dell’udito. Ancora non è chiaro quale sia il sottile filo rosso che lega queste due condizioni, ma ricerche precedenti hanno già dimostrato che non sentire bene accelera l’invecchiamento del cervello portando addirittura alla perdita di materia grigia. Sforzarsi per capire suoni e voci, infatti, genera un forte stress nel cervello e impoverisce quelle aree che sono legate al linguaggio e alla memoria operativa, le stesse coinvolte nell’insorgenza dell’Alzheimer.

 

«Molti medici non intervengono perché condiserano la perdita dell’udito come una conseguenza inevitabile dell’invecchiamento – dice Lin – ma sappiamo che intervenendo precocemente potremmo ridurre in maniera significativa il rischio di declino cognitivo e demenza». Per dimostrarlo con dati alla mano, il ricercatore ha avviato un ampio studio su 800 anziani che verranno seguiti per 5 anni: un gruppo riceverà un trattamento d’avanguardia per recuperare l’udito, mentre un secondo gruppo continuerà a condurre la sua vita regolare. «Se è davvero possibile fare la differenza trattando precocemente l’ipoacusia, lo sapremo fra pochi anni», conclude Lin.

 

FONTE: http://www.ok-salute.it/psiche-e-cervello/anziani-lapparecchio-acustico-puo-salvare-il-cervello/

 

Tra i tanti rapporti a tinte fosche che profetizzano un'imminente epidemia della malattia di Alzheimer e altre demenze, nuove ricerche offrono un promettente cambio di prospettiva. Recenti studi condotti in Nord America, nel Regno Unito e in Europa indicano che in alcuni paesi ricchi il rischio di demenza tra gli anziani è costantemente diminuito negli ultimi 25 anni.

 

Se fosse dovuta a fattori che intervengono nel corso della vita come la costituzione di una “riserva di cervello” e il mantenimento della salute cardiaca, come ipotizzano alcuni esperti, questa tendenza potrebbe confermare che mantenersi mentalmente impegnati e assumere farmaci per il controllo del colesterolo sono misure preventive efficaci.

 

A prima vista, il messaggio complessivo potrebbe confondere. La maggiore aspettativa di vita e il crollo della natalità stanno facendo aumentare la popolazione anziana globale. “Se ci sono più persone di 85 anni, è quasi certo che ci saranno più malattie legate all'età”, spiega Ken Langa, professore di medicina interna dell'Università del Michigan. Secondo il World Alzheimer Report 2015, in tutto il mondo l'anno scorso 46,8 milioni di persone hanno sofferto di demenza, e ci si aspetta che loro numero raddoppi nei prossimi 20 anni.

 

Guardando più da vicino, tuttavia, i nuovi studi epidemiologici rivelano un andamento che può lasciare spazio alla speranza. “Le analisi condotte nell'ultimo decennio in Stati Uniti, Canada, Regno Unito, Paesi Bassi, Svezia e Danimarca indicano che un soggetto di età compresa tra 75 e 85 anni ha un un minor rischio di avere l'Alzheimer oggi rispetto a 15 o 20 anni fa”, ha spiegato Langa, che ha discusso la ricerca sulla diminuzione dei tassi di demenza in un articolo apparso nel 2015 su “Alzheimer’s Research & Therapy”.

 

La prova più evidente emerge dal Cognitive Function and Aging Study (CFAS), guidato da Carol Brayne, docente di medicina dell'Università di Cambridge. Lo studio ha monitorato adulti britannici di età maggiore di 65 anni di tre città negli anni novanta e nuovamente nel 2010.

 

Durante quel periodo, i tassi di demenza nella popolazione più anziana sono diminuiti del 24 per cento in termini relativi, e dall'8,3 al 6,5 per cento in termini assoluti. In altre parole, se nello stesso periodo la frequenza delle demenze nei senior fosse rimasta la stessa, ci sarebbero state 214.000 persone con demenza in più oltre le 670.000 documentate.

 

Gli studi in Canada, così come nei Paesi Bassi, in Svezia e in altre parti d'Europa, indicano anche che il rischio di demenza è diminuito negli ultimi decenni. Langa e colleghi hanno riferito su “Alzheimer’s & Dementia” che negli Stati Uniti la percentuale di adulti oltre i 70 anni di età con deficit cognitivo è diminuita dal 12,2 all'8,7 per cento tra il 1993 e il 2002. I soggetti erano parte di uno studio longitudinale finanziato dal National Institute on Aging (NIA), che ha monitorato un campione rappresentativo di 20.000 adulti ogni due anni.

 

Eppure, altre ricerche non non confermano questa tendenza. Uno studio guidato da Denis Evans, direttore del Rush Institute for Healthy Aging di Chicago manda un messaggio più equilibrato. Evans e colleghi hanno stimato i nuovi casi di Alzheimer tra il 1997 e il 2008 e non hanno trovato alcun cambiamento nel tempo. Un altro studio ha stimato, sulla base dei dati del Census Bureau degli Stati Uniti, che il numero di persone con Alzheimer approssimativamente triplicherà entro il 2050 e la percentuale di anziani con demenza tenderà ad aumentare.

 

Tutto considerato, Langa concorda sul fatto che sia molto probabile che a causa della maggiore aspettativa di vita, il numero assoluto di persone con Alzheimer e altre forme di demenza salirà nei prossimi anni. Egli nota tuttavia che se il rischio di demenza di un adulto anziano continua a diminuire, come si è verificato in alcuni paesi sviluppati negli ultimi decenni, “l'incremento nel numero di casi può essere un po' meno sorprendente di quello che sarebbe stato se il rischio fosse rimasto lo stesso”.

 

I differenti risultati potrebbero derivare dalle differenti premesse: Evans assume che il numero di nuovi casi di demenza rimarranno gli stessi nei prossimi decenni, mentre Langa tiene in considerazione la possibilità che il rischio di demenza potrebbe diminuire a causa dei cambiamenti negli stili di vita e nelle misure di prevenzione nell'ultimo quarto di secolo.

 

Che cosa potrebbe causare il trend verso la diminuzione della frequenza di demenza? Anche se la questione non può trovare una risposta definitiva, altre analisi hanno collegato il fenomeno a un migliore controllo dei fattori di rischio cardiovascolare, come l'ipertensione e un elevato livello di colesterolo, alla costruzione di una “riserva cognitiva” conseguente a un più elevato livello di scolarità. Le persone con patologie croniche, tuttavia, contribuiscono a complicare il quadro. I soggetti con diabete di tipo 2, per esempio, sono a più elevato rischio di demenza. Alla luce dell'incremento dei livelli di diabete e di obesità, è possibile che queste condizioni possano compensare o addirittura sovra-compensare la tendenza al miglioramento, spiega Langa.

 

In questi studi epidemiologici, inoltre, il numero di casi riportati di demenza potrebbe essere influenzato artificiosamente da diversi fattori. Il primo è semplicemente la crescente consapevolezza della malattia di Alzheimer, che aumenta la probabilità che i medici pongano questa diagnosi rispetto ad alcuni decenni fa, anche a parità di deficit cognitivo. E potrebbe anche essere più probabile che gli stessi medici indichino l'Alzheimer come causa di decesso nei certificati di morte.

 

In secondo luogo, la ricerca nel campo del neuroimaging e la ricerca di base tese a identificare potenziali trattamenti sta spostando l'attenzione verso le fasi precoci dell'evoluzione della malattia, nella convinzione che intervenire precocemente sia la più grande chance per le persone che ancora non patiscono un deficit troppo grave. Per l'Alzheimer non esistono cure, anche se alcuni farmaci possono alleviarne i sintomi. “Dal punto di vista clinico, il concetto di sindrome da demenza è cambiata”, dice Brayne. “Utilizzando gli attuali criteri, le diagnosi avvengono a uno stadio molto più precoce”.

 

Anche se è plausibile un'influenza dell'aumentata consapevolezza della malattia e dei cambiamenti negli standard diagnostici, i maggiori problemi con la valutazione della demenza potrebbero essere di tipo metodologico, spiega John Haaga, vicedirettore del NIA per la ricerca comportamentale e sociale. Diversi laboratori utilizzano differenti misure, e a distanza di 15 anni lo stesso gruppo potrebbe utilizzare due misure diverse. “Quanta parte del cambiamento è reale e quanta parte è dovuta alle differenze di misurazione?”, si chiede Haaga.

 

Evans vede un problema più profondo negli studi epidemiologici sulle malattie croniche nei pazienti anziani. Anche se la malattia viene catalogata in modo binario, cioè come presente o non presente, le cause sottostanti sono spesso un processo continuo. “Quando si diagnostica la malattia di Alzheimer, si stabilisce un valore di soglia su una curva della funzione cognitiva, che ha una forma a campana”, spiega Evans. “Il altre parole, si sta separando la 'coda' della curva dei casi di Alzheimer da quella dei casi non-Alzheimer; ora, porre il valore di soglia nello stesso punto ogni volta è difficile: anche ricercatori ben addestrati possono fare cose diverse in momenti differenti”, spiega Evans. Inoltre, poiché il punto si trova in un punto della curva molto pendente, “anche una piccola differenza nel punto scelto può fare una grande differenza nel modo in cui si distinguono le due parti della curva”

 

Haaga ritiene che, complessivamente, i dati epidemiologici stiano migliorando. “Mentre nel passato spesso estrapolavamo dati da piccoli campioni, stiamo iniziando ora a parlare di trend in popolazioni nazionali”. In più, sono in corso progetti per armonizzare gli insiemi di dati, il che dovrebbe rendere più facile il confronto di risultati di differenti studi. Questo diventerà particolarmente importante via via che saranno disponibili dati di altre parti del mondo, come i paesi sviluppati, dove si prevedere che la crescita relativa dei casi di demenza supererà quella delle nazioni a elevato reddito.

 

Due terzi (66 per cento) delle persone con demenza vivono nei paesi a basso e medio reddito, dove sono stati condotti meno del 10 per cento degli studi di popolazione. Come suggerisce il nome, lo studio 10/66 sta analizzando i trend della demenza e dell'invecchiamento in queste regioni. In India, per esempio, le persone non vivono a lungo quanto i cittadini di molti paesi sviluppati, ma l'aspettativa di vita cresce costantemente, determinando un più brusco aumento del numero di casi di demenza tra gli anziani. "Per avere l'Alzheimer o altre demenze, devi vivere abbastanza a lungo", dice Langa.

 

Ma i cambiamenti nell'aspettativa di vita possono avere effetti differenti su diverse malattie. Eileen Crimmins, gerontologa della University of Southern California, studia in che modo l'aspettativa di vita influenza il carico delle malattie croniche, misurato dal momento in cui una persona ha bisogno di aiuto e di cure. Due fattori contribuiscono a questo fenomeno: le variazioni nella mortalità e le variazioni nell'età d'insorgenza della malattia.

 

"Ritardando la morte, è possibile ritrovarsi con più persone malate per un tempo più lungo", ha detto Crimmins a "Scientific American". "Questo è quanto è successo con le malattie cardiache". Attualmente negli Stati Uniti, sempre più persone sono affette da cardiopatie rispetto a decenni fa, anche se la mortalità per malattie cardiache sono diminuiti. i trend di mortalità e d'insorgenza delle malattie, tuttavia, hanno avuto un ruolo più favorevole per la demenza. Al giorno d'oggi, il numero delle persone con un deficit cognitivo e inferiore, e le persone non vivono più a lungo con deterioramento cognitivo, spiega Crimmins.

 

Crimmins, Brayne e Langa discuteranno le ricerche sul crollo del rischio di demenza in un incontro il 13 febbraio in occasione della riunione annuale dell'American Association for the Advancement of Science a Washington. “La tendenza è interessante", sottolinea Haaga, che modererà l'incontro. “Tuttavia, non voglio dare l'impressione che in qualche modo il problema ora sia risolto”. Anche se la demenza si riscontra in percentuali sempre più basse nella popolazione anziana, che è sempre più ampia, spiega Haaga, il morbo di Alzheimer "è già la malattia più costosa negli Stati Uniti, e i suoi costi continueranno a crescere".

 

In tutto il mondo, il costo della demenza nel 2015 è stato stimato in 818 miliardi di dollari. Entro il 2030, si prevede che diventerà una malattia da 2000 miliardi di dollari. Per quanto riguarda il rischio individuale, tuttavia, "le cose non stanno peggiorando", spiega Crimmins. "Anche se si tratta solo dell'inizio di una tendenza, la probabilità che ciascuno di noi vada incontro a demenza diventa sempre più piccola”.

 

FONTE: http://www.lescienze.it/news/2016/02/06/news/tendenza_diminuzione_demenza_mondo-2960821/

 

 

 

Chi l’ha detto che un trauma cranico non lascia conseguenze? Secondo uno studio pubblicato dalla prestigiosa rivista Neurology, ad opera dei ricercatori dell’Imperial College di Londra, i traumi subiti alla testa possono aumentare la probabilità di andare incontro a demenza senile e Alzheimer attraverso la formazione di placche amiloidi nel cervello. Un risultato, seppur preliminare e ottenuto su un numero molto piccolo di persone, potrebbe essere sfruttato in futuro nella prevenzione di queste malattie.

 

Ventisei milioni di malati nel mondo, 800 mila soltanto in Italia. Numeri che, secondo gli esperti, sono destinati a crescere sempre di più, complice l’innalzamento dell’aspettativa di vita media. E’ questa la radiografia del morbo di Alzheimer. Per gli scienziati il principale responsabile della patologia sarebbe una forma alterata della proteina beta amiloide. Questa, proprio perché aberrante, si accumulerebbe nel cervello sotto forma di placche causando la morte dei neuroni.

 

Ed proprio sulla formazione di queste placche amiloidi che si è concentrata l’attenzione dei ricercatori inglesi. Precedenti studi hanno dimostrato che in seguito ad un forte trauma cranico nel cervello è possibile rilevarne la presenza mediante risonanza magnetica. Altri studi epidemiologici hanno rilevato che le persone che hanno subito un trauma cranico sono maggiormente predisposte a sviluppare demenza senile. Partendo da questa evidenza gli autori dello studio hanno voluto verificare se a distanza di anni dal trauma il cervello mostra ancora i segni del colpo subito.

 

Dalle analisi, effettuate su un campione ristretto di persone sane, malate di Alzheimer e in buona salute ma con un passato di «trauma cranico» è emerso che anche a distanza di 10 anni è possibile riscontrare la presenza di quelle placche già rilevate immediatamente dopo l’incidente. Attenzione però a interpretare i risultati: il dato non indica che chi ha subito un trauma necessariamente va incontro a demenza senile. Il risultato, anche se dovrà essere confermato su un più ampio numero di casi, fornirà indicazioni utili ai ricercatori sulle persone a rischio e potrà essere utilizzato per cercare -quando saranno disponibili i farmaci- di rallentare il più possibile la formazione di queste placche in seguito ad un incidente.

 

FONTE: https://www.lastampa.it/2016/02/04/scienza/benessere/i-traumi-cranici-aumentano-il-rischio-di-alzheimer-s29FITly4u4wOAvz7YFEpO/pagina.html

 

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