La guardia di Finanza nelle corsie degli ospedali del Savonese. Nel mirino l’assistenza non sanitaria ai malati svolta da assistenti esterni che vengono pagati in nero. Quasi duecento sono stati i casi irregolari scoperti dalle fiamme gialle negli ospedali San Paolo, Santa Corona di Pietra Ligure, San Giuseppe di Cairo e di Albenga. Badanti «assunti» per accudire soprattutto di notte i malati oppure aiutarli a mangiare. Assistenti ben visibili in ospedale con i loro gilet gialli, ma invisibili per il Fisco. Fantasmi. Che è anche così che la guardia di Finanza ha chiamata l’operazione.

«Operazione- si legge in una nota della Finanza - che ha fatto luce su uno strutturato sistema congegnato da due società, una ditta individuale ed una cooperativa sociale che hanno fornito con lavoratori “in nero” prestazioni “non sanitarie aggiuntive” (assistenza non specialistica fornita ai ricoverati da persone assunte dal paziente e/o da suoi familiari per mera compagnia, aiuto durante l’alimentazione, etc.) all’interno dei reparti dei quattro maggiori ospedali della provincia di Savona ricompresi nella circoscrizione dell’A.S.L.2 (S. Corona di Pietra Ligure, S.M. della Misericordia di Albenga, S. Paolo di Savona e S. Giuseppe di Cairo Montenotte).

«I lavoratori irregolari svolgevano la loro attività - prosegue la nota - per lo più durante la notte e nonostante indossassero un vistoso gilet giallo sono rimasti, per oltre due anni, del tutto “invisibili” agli enti previdenziali, lavorativi e fiscali, proprio come dei fantasmi. Sono state 188 le posizioni irregolari rilevate. I quattro datori di lavoro non avevano posto in essere, infatti, nessuno degli adempimenti previsti dalla vigente normativa in materia di lavoro subordinato, previdenziale e fiscale».

 

Per i militari è risultata decisiva l’acquisizione dei registri di accesso notturno alle corsie ospedaliere dal 2016 ad oggi. Ciò ha permesso di vagliare oltre 5000 pazienti e di far luce su un vasto business illecito. In questi casi le sanzioni per le quattro imprese responsabili potranno aggirarsi complessivamente su oltre 2 milioni di euro.

« La vigente normativa prevede, infatti, - spiegano ancora alla guardia di Finanza - che le stesse avessero l’onere di versare le ritenute previdenziali e contributive non dichiarate per tutte le posizioni lavorative accertate durante i controlli. Il rilevante importo contestato deriva dall’applicazione della c.d. “Maxi sanzione” sancita dall’art. 3, comma 3 del Decreto Legge n. 12/2002, nel tempo modificato ed integrato: in caso di impiego di lavoratori subordinati senza preventiva comunicazione di instaurazione del rapporto di lavoro a cura del datore di lavoro, si applica una sanzione amministrativa pecuniaria per ogni lavoratore parametrata alla durata della violazione commessa».

Una delle imprese è stata, inoltre, sanzionata per ulteriori 20.000 euro per aver retribuito i lavoratori esclusivamente in contanti (art. 1, comma 913, della Legge 205/2017). Lo sviluppo delle attività ha consentito altresì di far emergere che due delle società controllate hanno emesso fatture nei confronti dei clienti in completa esenzione I.V.A., applicando illecitamente la normativa (più conveniente) prevista per le classiche prestazioni sociosanitarie. Si è proceduto, quindi, ad un corretto ricalcolo dell’imposta evasa ed al recupero di I.V.A. attivando i competenti uffici dell’Agenzia dell’Entrate».

 

FONTE: https://www.lastampa.it/2019/01/15/savona/assistenza-in-nero-dei-pazienti-blitz-della-guardia-di-finanza-sAh3Vkb268E9HYNTxZxhEM/pagina.html

False cooperative, agenzie di somministrazione che operano senza autorizzazione, partite Iva aperte all’insaputa delle stesse lavoratrici, fino a stranieri che si improvvisano “ufficio di collocamento” per i connazionali, al di fuori di ogni regola. Le forme dello sfruttamento e del lavoro irregolare nel settore domestico si stanno diversificando ed evolvendo rispetto alla classica “attività in nero” che pure resiste. E vedono sempre più spesso le famiglie non più tanto o solo come le prime beneficiarie dei “vantaggi” illeciti del sommerso, ma vittime esse stesse di nuove modalità di caporalato e insieme della scarsa lungimiranza della classe politica incapace di dare una risposta sul piano fiscale a uno dei nodi più intricati del welfare moderno: l’invecchiamento progressivo.

 

L’ultimo caso di cronaca è dell’altro ieri con l’arresto di due donne, originarie dell’Est Europa, e misure restrittive per altri sette collaboratori di una falsa onlus che reclutava badanti straniere, sequestrando loro il passaporto e facendole lavorare, in maniera irregolare, presso alcune famiglie a Milano, Varese e Torino. Ma non è un episodio isolato. La scorsa estate, ad esempio, la Cgil di Bergamo aveva denunciato il caso di una (falsa) cooperativa che piazzava personale straniero presso le famiglie, inducendo le lavoratrici ad aprire una partita Iva per essere retribuite. Il risultato era che alla cooperativa le ignare famiglie versavano ogni mese dai 1.200 ai 1.500 euro, mentre alle badanti venivano “girati” solo 900 euro mensili sui quali loro dovevano poi togliere anche le imposte. A Modena, invece, agiva un’agenzia polacca, non autorizzata ad operare in Italia secondo quanto accertato dalla Nidil-Cgil, che tramite un giro di cooperative create appositamente collocava persone straniere presso le famiglie con anziani non autosufficienti: alle lavoratrici arrivavano 800 euro netti, i datori di lavoro pagavano quasi il doppio.

 

«Il lavoro nero è molto diffuso e a volte – spiega Giamaica Puntillo, segretaria nazionale di Acli Colf – sono le stesse badanti a riunirsi in cooperative improvvisate per garantire lavoro alle connazionali che arrivano in Italia e finiscono per non ottemperare correttamente a tutte le norme e soprattutto a non rispettare i minimi previsti dal contratto nazionale per le retribuzioni». Al di là delle vere e proprie truffe, infatti, occorre fare i conti in ogni caso con le scarse disponibilità finanziarie e le difficoltà della stragrande maggioranza delle famiglie. «Dopo aver seguito un corso di formazione – racconta Roberta, romana rimasta da tempo senza lavoro e desiderosa di trovare un’occupazione regolare – ho risposto a moltissime inserzioni che chiedevano una badante nella capitale. Oltre a dover scansare Agenzie mascherate e finte cooperative, le offerte di privati che mi sono state fatte erano tutte 'in nero' o 'in grigio' con paghe che variavano da 500 a 700 euro al mese per un servizio praticamente di 24 ore, senza rispetto delle norme sui riposi giornalieri né tanto meno per le 36 ore previste come fermo lavorativo nella settimana. E questo per assistere persone che spesso hanno problemi di Demenza senile, Parkinson o Alzheimer».

 

Il settore, assieme a quello del lavoro domestico e della cura dei bambini, è caratterizzato infatti da un ampio ricorso al nero. Secondo la ricerca “Viaggio nel lavoro di cura”, promossa nel 2017 dalle Acli Colf, tra le badanti coinvolte in mansioni di piccola assistenza medica e para infermieristica (cosa che tra l’altro sarebbe vietata e presenta non pochi rischi), il 33,9% lavora “in nero” e le retribuzioni medie oscillano tra i 1.000 euro mensili di Bologna e i 550 di Benevento. I dati ufficiali dell’Inps contano 886.125 rapporti regolari. Fra questi il 76% riguarda lavoratori di origine straniera, la metà proveniente dall’Est. Le italiane (e gli italiani) sono invece circa 213mila, con un aumento significativo negli ultimi anni. Secondo Assindatcolf, l’associazione che riunisce i datori di lavoro domestico, in realtà nel settore operano circa 2 milioni di persone, di cui appunto 1,2 milioni (il 60%) totalmente sconosciuti a previdenza e fisco. Tanto da creare, calcola l’associazione, un “buco” di 3,1 miliardi di euro nelle casse dello Stato tra mancati e parziali versamenti di Irpef e di contributi. Il comparto, dunque, resta il regno dell’attività 'in nero' o quantomeno 'in grigio', con la denuncia di meno ore di quelle effettivamente prestate dai lavoratori. Un’evasione parziale favorita dal convergente interesse delle due parti: le famiglie per risparmiare sui contributi e i lavoratori sulle tasse. Spesso la scelta di un “male minore”, una sorta di “evasione di necessità” dovuta ai costi tutt’altro che indifferenti che gravano sui figli per la cura dei genitori anziani.

 

In realtà, per far emergere almeno una parte del sommerso una via ci sarebbe: permettere alle famiglie di dedurre dalle dichiarazioni dei redditi l’intero costo che sopportano per stipendi e contributi delle badanti. Le famiglie, infatti, provvedendo in proprio alla cura degli anziani fanno risparmiare il sistema sanitario e dovrebbero riceverne in cambio un riconoscimento. Oggi, invece, questo è decisamente limitato sul piano fiscale: per coloro che assumono una badante, infatti, è prevista la deducibilità dei contributi e una detraibilità degli stipendi decrescente in base al reddito e che si annulla a quota 40mila euro con un massimo di 399 euro. In totale, si resta ben al di sotto dei 1.000 euro l’anno. Decisamente poco, se si considera che i costi totali per una badante con regolare contratto superano i 15mila euro l’anno. Finora, però, la richiesta di aumentare la deducibilità dei costi per l’assistenza è sempre stata respinta, nonostante i benefici per le casse dello Stato, derivanti dall’emersione dal nero, sarebbero certamente superiori alle perdite di gettito dalle famiglie.

 

Anche l’attuale governo ha insistito nell’errore. Persino quando si tratta di contrastare la povertà e favorire l’occupazione. Nella conversione in legge del decreto sul Reddito di cittadinanza, infatti, è stato respinto un emendamento (a firma M5s) che avrebbe incluso le famiglie tra i datori di lavoro che beneficeranno di un bonus se assumono un disoccupato, titolare di sussidio. Alle imprese che lo faranno spetterà, come sgravio contributivo, la differenza tra le 18 mensilità di Rdc previste e quelle già incassate dal disoccupato, fino a un massimo di 780 euro mensili. L’Assindatcolf aveva chiesto ufficialmente in un’audizione in Senato l’applicazione anche alle famiglie di quanto previsto dall’articolo 8 del decreto sul Rdc. E aveva calcolato che il beneficio sarebbe stato di «180 euro al mese nel caso di domestici assunti a tempo pieno, ovvero per 40 ore a settimana, mentre nel caso di una badante convivente, per 54 ore settimanali, si sarebbe arrivati a circa 250 euro». Molto di meno, dunque, del tetto massimo fissato per le imprese. «Lo Stato quindi – fa notare il vicepresidente di Assindatcolf Andrea Zini – avrebbe risparmiato almeno 500 euro al mese per ogni disoccupato che fosse stato assunto dalle famiglie, uscendo così dal programma del Reddito di cittadinanza». E invece, non solo la proposta è stata respinta per una presunta e ingiustificata mancanza di coperture non venendo incontro ai bisogni delle famiglie. Ma, al tempo stesso, non si è favorita l’assunzione di disoccupati in un comparto, quello dei lavoratori domestici, dove non manca l’offerta.

 

Con il paradosso che, in tal modo, legislatori e governo finiscono per lanciare messaggi decisamente negativi: meglio disoccupati con il sussidio che badanti, meglio il 'nero' di un’emersione incentivata.

 

FONTE: https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/badanti-sfruttate-o-in-nero-lemersione-non-viene-favorita

 

Duecento infermieri a chiamata gestiti da studi professionali in modo irregolare nei principali ospedali pubblici e privati, con piattaforme online simili a quelle dei fattorini del cibo a domicilio. E 165 badanti fornite alle famiglie da una falsa cooperativa.

Così, due maxi-operazioni dell’Ispettorato del lavoro di Bologna hanno rivelato due distinte degenerazioni del lavoro nella sanità cittadina. Sfruttando necessità reali delle famiglie e buchi di organico delle strutture, le società gestiscono il personale in un modo che gli ispettori hanno contestato come irregolare chiedendo assunzioni dirette, erogando multe salate e contestando contributi non versati per oltre due milioni di euro.

 

Il primo caso, quello degli infermieri, replica una figura che già esiste negli ospedali: l’infermiere a chiamata. Solo che in questo caso alcuni studi professionali con sede in città, con un bacino di oltre 200 lavoratori, si sostituiscono alle agenzie del lavoro associando come liberi professionisti gli infermieri, che poi sono gestiti con piattaforme online e gruppi Whatsapp che rispondono in diretta alle richieste delle strutture sanitarie. Diversamente dalle agenzie però gli studi non hanno i requisiti per operare sul mercato in questo modo, non assumono gli infermieri e non pagano festivi, straordinari o ferie.

 

Gli infermieri, comunque formati correttamente, finiscono nei principali ospedali pubblici e nelle strutture private (della provincia e fino in Romagna) e in qualche caso gestiscono interi reparti, oppure tutto il turno notturno. L’ispettorato ha quindi chiesto l’assunzione diretta dei 200 lavoratori, contestato il mancato versamento di due milioni di euro di contributi e fatto multe agli studi da 40mila euro ciascuno, che possono raddoppiare nel corso del contenzioso. Ma gli studi hanno contestato le osservazioni e continuato l’attività. "Il problema non è lo stipendio, che è abbastanza alto – spiega il direttore dell’Ispettorato di Bologna, Alessandro Millo – ma il precariato estremo, con professionisti che sono in balìa di chi li chiama e si portano dietro irregolarità nei contributi". I verbali stanno arrivando in questi giorni.

 

Il secondo caso riguarda invece una finta cooperativa con sede in città che gestisce tuttora 165 badanti, impiegate dalle famiglie per seguire anziani e malati in casa o in ospedale. Le badanti, come succede spesso per i facchini nei magazzini della logistica, sono socie sulla carta ma dipendenti nella realtà, tanto che anche in questo caso l’Ispettorato contesta il loro inquadramento scorretto per abbassare i costi, con tredicesime, Tfr e contributi non versati.

"Si fa leva su bisogni concreti delle famiglie, che magari non sanno che assumendo direttamente le lavoratrici potrebbero persino risparmiare", conclude Millo. Le false coop sono uno degli ambiti di attività principali per l’Ispettorato: nel primo trimestre 2019 sono state ispezionate 15 aziende, tra cui quella delle badanti, e 12 sono risultate fuori legge.

 

Purtroppo la cosa non ci lascia sorpresi”, commenta Gaetano Alessi, responsabile della sanità per la Fp Cgil. “Da mesi continuiamo a chiedere alle aziende assunzioni e dignità per lavoratori e lavoratrici – continua – Invece di perseguire la strada della valorizzazione del personale, che passa anche dalla dignità contrattuale, si cerca sempre la via più comoda. Addirittura adesso quella delle App. Anche perché l'infermiere a "chiamata" è più ricattabile, e non può dire mai di no”. Per questo il sindacato torna a chiedere alle aziende sanitarie “un piano di assunzioni straordinario che elimini il precariato dalle corsie degli ospedali”, anche perché considerando le uscite concesse da "Quota 100" ora “sono a rischio anche le ferie estive per i lavoratori e in ricaduta anche i servizi per i cittadini”

 

FONTE: https://bologna.repubblica.it/cronaca/2019/04/03/news/bologna_infermieri_e_badanti_come_riders_arrivano_con_un_app_ma_l_ispettorato_del_lavoro_interviene-223152576/?refresh_ce&fbclid=IwAR3XRN3vrm-4AjCeDsuXRWVziPDWziFjgqCNstC7lyXTWSR-M18954GU2To

 

Vicenza, 100 famiglie nei guai per le badanti

Saranno segnalate in procura le 100 famiglie che si rivolsero ad una cooperativo per trovare badanti professionali per anziani e disabili. 

Dopo una lunga ispezione durata tutto il 2014, la Direzione territoriale del lavoro (Dtl) ha contestato alle onlus-coop, con sede legale a Bari e quella amministrativa a Vicenza in via Maganza 91, di essere, alla prova dei fatti, delle agenzie di lavoro abusive, violando sotto il profilo penale la legge Biagi. Nei guai giudiziari, però, finiscono anche le famiglie che si affidarono proprio alla cooperativa, considerate come datrici di lavoro che utilizzavano manodopera illegale. 

 

Il meccanismo che ha spinto i privati a rivolgersi alla cooperativa era sulla carta semplice. Ogni famiglia, stipulava un contratto con la cooperativa, pagando una quota fissa in cambio delle temporanee, normalmente 6 mesi, prestazioni di una badante, la cifra avrebbe dovuto anche comprendere i contributi, ma così non è stato. Anzi, i metodi di assunzione e la parte burocratica destinati alla cooperativa non erano corretti. 

Come riportato da il Giornale di Vicenza, ora le famiglie rischiano di dover pagare, in qualità di datrici di lavoro, 70 euro al giorno (riducibili a 17,50 se si decidesse di ricorrere al metodo dell'oblazione) per la quantità tempo in cui si rivolsero allacooperativa. 

 

Dal canto loro la Onlus e la cooperativa che hanno sedi in diverse città d'Italia, tramite i loro legali, contestano la ricostruzione della Dtl che però parla di un sistema illegale capace di eludere le leggi sul lavoro. In tutto questo le famiglie restano la parte più debole, con il rischio di dover pagare migliaia di euro, pur avendo adempiuto sempre al contratto proposto dalla cooperativa. 

«Il dato certo - spiegano le avvocate Marta Zocche e Alessandra De Pretto, che seguono diverse famiglie al Giornale di Vicenza - è che i privati sono in totale buona fede e non avevano la percezione di non essere in regola, del resto ognuno di loro versava somme che pensava fossero adeguate»

 

FONTE: http://www.vicenzatoday.it/cronaca/vicenza-100-famiglie-nei-guai-per-le-badanti.html

Nel corso del 2018 si sono concluse le verifiche, iniziate tra il 2016 e il 2017, nei confronti di cooperative che forniscono il servizio di assistenza domiciliare, previo reclutamento di badanti da fornire a famiglie.

 

I controlli disposti unitamente alla Guardia di Finanza e all'INPS, per i quali è stato preso in esame il periodo dal 2014 al 2018, hanno permesso di verificare complessivamente la posizione di 667 lavoratori inquadrati, da 2 cooperative, come collaboratori occasionali o a progetto, per i quali è stata disposta la riqualificazione nel rapporto nella forma tipica del lavoro subordinato.

 

Sono state irrogate sanzioni in materia di tempi di lavoro e tempi di riposo e per la mancata concessione del periodo minimo di ferie annuali. Inoltre è stata contestata l'abusiva somministrazione di manodopera per entrambe le cooperative ispezionate, che ha comportato l'adozione di sanzioni, in entrambi i casi, pari a 50mila euro nel massimo edittale. Infine, il controllo nei confronti di una delle cooperative verificate ha fatto rilevare violazioni in materia di distacco transnazionale, con la relativa adozione di provvedimenti sanzionatori per 169 lavoratori coinvolti e l'adozione di sanzioni per 50mila euro nel massimo edittale. Complessivamente sono state accertate omissioni contributive pari a 3.017.567 euro.

 

FONTE: https://www.ispettorato.gov.it/it-it/notizie/Pagine/ITL-Udine-Pordenone-vigilanza-nelle-cooperative-di-assistenza-alla-persona-09112018.aspx

 

Cerchi un posto da badante? Se sei clandestina e devi lavorare in nero hai trovato le persone giuste. Nove ordinanze di custodia cautelare eseguite ieri, quattro persone in carcere e cinque ai domiciliari. Accuse pesanti: caporalato e favoreggiamento dell’immigrazione illegale. L’indagine, condotta dalla Guardia di finanza e coordinata dalla procura di Varese, ha smantellato un’organizzazione che reclutava personale per una delle funzioni più richieste dalle famiglie italiane. Al vertice dell’agenzia abusiva c’erano due donne: una russa e un’ucraina che dopo essere arrivate in Italia e aver praticato la professione “sul campo” si erano messe in proprio. Gestivano direttamente il lavoro di un folto gruppo di connazionali costrette, letteralmente, a pagare per lavorare. Sino a 700 euro per “iscriversi” all’associazione fantasma. Le persone ingaggiate dovevano anche pagare l’affitto per vivere in alloggi in stato di assoluto degrado.

 

La prima a bucare il muro del silenzio, alla fine dello scorso anno, una delle schiave dell’associazione, con problemi di salute, che aveva denunciato le vessazioni ai finanzieri. Come lei, c’erano altre donne, attirate in Italia con la promessa di un lavoro sicuro attraverso siti Internet, e poi inserite in un giro di badanti in nero, messe a lavorare senza alcuna garanzia al servizio di anziani residenti in Lombardia, tra Varese, Milano e Como, e in Piemonte, in particolare in provincia di Torino. Il tutto in violazione di ogni normativa sul lavoro: zero contributi, niente sicurezza, igiene, nessun orario e stipendi assolutamente inadeguati. L’organizzazione aveva il suo fulcro nel sito Internet, riconducibile alle due principali indagate. L’avevano chiamato “Bada Bene”.

 

Sul sito, gli annunci di chi cercava un lavoro, filmati, a disposizione dei clienti che potevano scegliere, come su un catalogo. Un’operazione di marketing che funzionava. Le badanti sfruttate arrivavano per lo più da Ucraina, Russia e Bielorussia. Soltanto nel periodo fra ottobre e dicembre 2018 sono state impiegate circa cinquanta persone. Tutto era perfettamente organizzato, a partire dalla gestione delle iscrizioni a pagamento all’associazione, con una quota in contanti di 600 euro. Chi voleva, poteva pagare a rate. Ma si trattava in questo caso di sborsare 700 euro in due tranche da 350. Alle badanti, però, veniva requisito in garanzia il passaporto, che non veniva restituito fino al saldo. L’organizzazione si occupava anche di ricevere le telefonate dei clienti, dando istruzioni sulle condizioni da porre alle lavoratrici. Fissava anche incontri con le famiglie, accompagnando le aspiranti assistenti anziani al colloquio. Anche alla casa pensava l’agenzia illegale. Alloggi di fortuna, da pagare fra i 5 e gli 8 euro al giorno, in attesa di trasferirsi a casa dei clienti.

 

FONTE: https://www.ilgiorno.it/varese/cronaca/badanti-in-nero-caporali-1.4525877?fbclid=IwAR2kp4EFYrckJKmudKhA2ZihPzv-MRo4HN8a2reR0UElXGo8KOrtwJdqXO4

 

Le liti sul lavoro domestico che arrivano davanti al sindacato sono in aumento nell’ultimo decennio, del 3-5% all’anno. Lo rivelano le analisi condotte da Domina e Fondazione Moressa. Alla base di queste liti tra le famiglie, da un lato, e colf, baby sitter e badanti ,dall’altro, c’è l’elevato tasso di irregolarità nel settore, che occupa in totale quasi due milioni di addetti , 864.526 regolari e oltre un milione sconosciuti a Inps, Inail e Fisco.

 

La stima Istat di sei domestici irregolari su dieci trova conferma nei controlli dell’Ispettorato nazionale del lavoro, che hanno scoperto prestazioni completamente “in nero” nelle famiglie nel 56,4% dei casi monitorati nel 2015, nel 60,8% nel 2016 e nel 47,3% nel 2017. Un comportamento che può costare caro ai datori, che possono vedersi arrivare richieste di pagamenti arretrati per svariate migliaia di euro.

 

È la “vicinanza” con i lavoratori domestici, che frequentano abitualmente la casa e si prendono cura dei bambini o degli anziani, a indurre le famiglie a non formalizzare il rapporto secondo le regole del contratto nazionale di lavoro, affidandosi ad accordi verbali - a volte poco chiari - e a stipendi versati in contanti. L’indagine «Vertenze nel lavoro domestico: il confine tra legalità e necessità» è realizzata dalla Fondazione Leone Moressa per Domina, l’Associazione nazionale delle famiglie di datori di lavoro domestico. Sarà presentata a Milano il 12 dicembre e fa luce sul tipo di irregolarità che sta alla base delle liti arrivate al sindacato (lo step successivo è il tribunale).

 

I controlli effettuati dall’Ispettorato nazionale del lavoro sui datori di lavoro domestico (1.718 nel 2015, 1.191 nel 2016 e 1.068 nel 2017) rivelano che oltre all’attività totalmente in nero, esiste anche un’area di lavoro grigio, cioè sottoinquadrato o con un orario dichiarato che non corrisponde a quello effettivo. Succede, ad esempio, che una badante assunta per prendersi cura di un anziano non autosufficiente sia inquadrata come una colf addetta alle pulizie, senza esperienza o competenze particolari. A questo inquadramento più basso corrisponde naturalmente una retribuzione oraria inferiore. Nel 2017 il sottoinquadramento dei lavoratori è stato scoperto nel 17,7% dei controlli degli ispettori sulle famiglie-datori di lavoro domestico, rispetto al 6,4% dei casi rilevati nel totale degli altri accertamenti.

 

Un’altra prassi diffusa tra le famiglie e altrettanto rischiosa in caso di controversia con il lavoratore, è quella di dichiarare all’Inps un orario diverso da quello effettivamente svolto, ad esempio la metà delle ore settimanali, versando una parte della retribuzione in nero: il datore risparmia sui contributi e il lavoratore dovrà versare meno imposte sul reddito. Questa prassi è stata riscontrata nel 4,2% delle famiglie ispezionate nel 2017, mentre nel resto degli accertamenti incideva per il 14,6 per cento. Ma nel 2016 erano state riscontrate irregolarità sull’orario di lavoro domestico nel 13,1% delle famiglie, in linea con il 13,8% rilevato nei controlli sugli altri settori. Dopo anni di lavoro con questa prassi, però, può accadere che una persona impiegata come badante chieda pagamenti arretrati riferiti a 54 ore settimanali, per un periodo anche molto lungo, mettendo la famiglia davanti a una richiesta di denaro che può tranquillamente arrivare a 35mila euro.

 

L’indagine di Domina-Fondazione Moressa mette sotto la lente anche il valore economico del lavoro domestico, considerando che l’8,3% delle famiglie italiane ha almeno un collaboratore e che il numero delle badanti - dato anche l’invecchiamento progressivo della popolazione - è cresciuto dell’8% dal 2012 al 2017. La spesa per pagare i servizi di colf, baby sitter e badanti è di 6,9 miliardi all’anno: 5,6 miliardi per le retribuzioni, 0,9 miliardi per contributi e 0,4 miliardi per il Tfr. Se si aggiunge a questa cifra la spesa per retribuire i lavoratori irregolari, secondo Domina si arriva a un totale di 18,96 miliardi.

 

«È evidente - spiega Lorenzo Gasparrini, segretario generale di Domina - quanto sia necessario sostenere le famiglie che assistono a casa le persone anziane e non autosufficienti, facendo risparmiare allo Stato 15 miliardi all’anno. È necessario estendere alle retribuzioni del personale domestico - aggiunge - la deducibilità fiscale oggi prevista solo per i contributi, almeno per le persone non autosufficienti. Una spesa che si ripagherebbe almeno in parte, per lo Stato, con i contributi e con le imposte dei lavoratori che emergerebbero dal nero».

 

FONTE: https://www.ilsole24ore.com/art/norme-e-tributi/2018-11-24/colf-e-badanti-sotto-tiro-su-due-lavora-nero-101903.shtml?uuid=AEsrcDmG&refresh_ce=1

Badanti in nero e senza tutele, nei guai quattro agenzie per il lavoro

In seguito alle denunce di Nidil/Cgil all’Ispettorato territoriale del lavoro, sono emerse diverse irregolarità a carico di due società e due agenzie di lavoro che da diversi anni operavano sul territorio modenese, e non solo, fornendo assistenti familiari. Si tratta di Terza Età Servizio Badanti Coop e Garoxanasi Srl (società rumena), che tra il 2015 e il 2016 avrebbero gestito i contratti delle lavoratrici in modo irregolare. Successivamente, la stessa Terza Età, avendo compreso che era irregolare il rapporto con la Garoxanasi Srl, aveva interrotto il rapporto commerciale con quest’ultima a fine 2016 e avviato un nuovo rapporto commerciale con due presunte agenzie per il lavoro, una estera e una italiana, la J & I S.A. (Spolka Akcyjna) anch’essa di origine rumena e la Job Italy Spa. 

Lo riferisce la stessa Cgil, che dopo le denunce ha seguito da vicino il lavoro dell'Ispettorato, che secondo quanto riferito avrebbe accertato per ognuna delle società "significative irregolarità nei contratti di lavoro, evasione contributiva e fiscale, ricorso al lavoro nero e all’utilizzo improprio nelle buste paghe di voci trasferta e assenze/permessi”.  Inoltre per la Garoxanasi Srl sarebbe stata accertata anche la non “autenticità” del distacco transnazionale posta in essere tra la medesima e la Terza Età Servizio Badanti Coop. La J & I S.A. (Spolka Akcyjna) e la Job Italia sono risultate non essere iscritte all’Albo italiano delle Agenzie per il lavoro temporaneo. 

"Inutile dire che tutto questo si è tradotto per diverse centinaia di lavoratrici in vero e proprio sfruttamento tanto basta che in conseguenza delle irregolarità riscontrate sono state contestate complessivamente circa 950.000 euro di sanzioni amministrative ed effettuati recuperi di contributi previdenziali e assicurativi per oltre 750.000 euro. I titolari delle ditte sono stati denunciati all’Autorità giudiziaria da parte dell’Ispettorato del Lavoro per intermediazione illecita, sfruttamento del lavoro e altre violazioni di carattere penale", sottolinea la Nidil/Cgil.

Per la denuncia del 2017, la Job Italy aveva anche  citato in giudizio per diffamazione i responsabili di Nidil/Cgil, ma il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Modena lo scorso 3 ottobre ha archiviato la denuncia perché il fatto non sussiste. Nidil, insieme alla Cgil di Modena, ha inoltre intenzione di costituirsi parte civile nei processi penali che verranno avviati verso le società coinvolte a difesa dei diritti delle lavoratrici che sono state vittime delle gravi violazioni dei loro diritti. 

FONTE: http://www.modenatoday.it/economia/denuncia-agenzie-lavoro.badanti-modena-cgil.html

 



Potrebbe interessarti: http://www.modenatoday.it/economia/denuncia-agenzie-lavoro.badanti-modena-cgil.html
Seguici su Facebook: http://www.facebook.com/pages/ModenaToday/125552344190121

Sono sei su dieci i lavoratori irregolari tra le mura domestiche: colf, badanti, baby sitter che, spesso a fronte di un mutuo accordo tra le parti, vengono pagati in nero, senza contributi né assicurazione sugli infortuni. La stima arriva da diverse fonti (da ultimo, il rapporto Censis-Assindatcolf «Sostenere il welfare familiare», aggiornato al 2017), e appare costante negli ultimi anni. Numeri alla mano, a fronte degli 864.526 lavoratori regolari nel settore domestico registrati dall’Inps nel 2017, gli occupati effettivi nelle case degli italiani sono circa 2 milioni, di cui oltre 1,1 milioni irregolari.

 

I controlli dell’Ispettorato

C’è chi, come la Guardia di Finanza e l’Ispettorato nazionale del lavoro (Inl), si occupa di vigilare sul fenomeno, ma i numeri dei controlli sono ben lontani dalle cifre dei lavoratori irregolari.

 

Colf, braccianti, muratori: ecco i lavori che sparirebbero senza gli immigrati

Nel 2017, per esempio, i controlli effettuati dall’Inl in questo settore sono stati 1.148, meno del 10% delle 122.240 verifiche portate a termine dall’Ispettorato nell’anno (comprese quelle nelle aziende). In 54 casi su 100 il controllo ha “smascherato” un’irregolarità. Gli accertamenti effettuati sui datori, come spiegano dalla direzione centrale vigilanza, affari legali e contenzioso dell’Ispettorato, sono circa 300 all’anno. Un numero limitato - come spiega la stessa direzione- perché, nella maggior parte dei casi, quando scatta una lite tra famiglia e lavoratore domestico, ad esempio sul trattamento economico, si applica la conciliazione monocratica regolata dal Dlgs 124/2004, che ha successo nel 75% dei casi. In pratica, si quantifica una somma da versare al lavoratore che mette d’accordo le parti, prima che scatti l’accertamento degli importi dovuti. In ogni caso, la quasi totalità dei controlli avviene su segnalazione diretta della irregolarità da parte del lavoratore domestico.

 

Le difficoltà di verifica

Di fatto, le prestazioni che non si svolgono in ambienti aperti al pubblico, ma tra le mura di casa - come quelle di colf, badanti, baby sitter, insegnanti che danno ripetizioni o maestri privati di musica - sono particolarmente difficili da monitorare, per la difficoltà degli ispettori di accedere alle abitazioni private e di intervistare testimoni. Lo conferma l’Inps: «I luoghi in cui l’attività ispettiva può essere legittimamente svolta - spiega l’istituto - sono dettati dal Dpr 520/1955, ma il legislatore ha escluso dal testo normativo le abitazioni private, per le quali non si applicano le normali regole sull’accesso ai luoghi di lavoro». L’articolo 8, comma 2 del Dpr, infatti, dispone che gli ispettori del lavoro, nei limiti del servizio a cui sono destinati, sono ufficiali di polizia giudiziaria: possono visitare in ogni parte, a qualunque ora del giorno e della notte, i laboratori, gli opifici, i cantieri e i lavori, «in quanto siano sottoposti alla loro vigilanza», i dormitori e i refettori annessi agli stabilimenti. Ma non le case private.

Per effettuare un controllo su un rapporto di lavoro domestico la via più semplice da percorrere è quella amministrativa, «attraverso verifiche documentali ed eventualmente con il coinvolgimento del lavoratore e del datore di lavoro», chiosa l’Inps.

A complicare ulteriormente lo scenario sono i possibili accordi tra la famiglia che dà lavoro in nero (che risparmia i contributi) e la colf o badante che lo accetta (e così non versa le imposte): nel caso sopraggiunga un controllo, in questa situazione è facile negare che ci sia un rapporto di lavoro in corso. Si può sempre dire, insomma, che la persona trovata in compagnia del bambino o dell’anziano non è un lavoratore ma un amico o un vicino di casa.

Un rapporto mai comunicato all’Inps, insomma - spiega ancora la direzione generale vigilanza dell’Ispettorato nazionale del lavoro - è molto difficile da sottoporre a controlli. L’unica possibilità di avviare un accertamento è ricevere una segnalazione diretta dal lavoratore che ha subito il danno. Cosa che però, quasi sempre, avviene solo alla fine del rapporto.

 

I rischi per le famiglie

«Tenere un lavoratore domestico in nero è un rischio per le famiglie, che può comportare grosse spese in caso di contenzioso», spiega Andrea Zini, vicepresidente di Assindatcolf, associazione nazionale dei datori di lavoro domestico. «Ci si espone all’eventualità - continua - di dover versare somme rilevanti, fino a 20-30mila euro, per contributi o parti di retribuzioni non versate. La famiglia, infatti, non ha la responsabilità limitata al capitale investito, come le Srl, e può vedere aggrediti direttamente i suoi beni».

Un’altra condotta abbastanza diffusa presenta comunque dei rischi per le famiglie: dichiarare il rapporto di lavoro domestico (quindi senza tenere il lavoratore o la lavoratrice in nero) ma per un numero di ore inferiore a quelle effettivamente svolte. Questo consente alla famiglia di risparmiare sui contributi da versare, mentre il lavoratore può risparmiare sulle tasse: in caso di controversia con la baby sitter, con la badante o con la colf, però, può scattare la richiesta di regolarizzazione e di versamento di tutti i contributi dovuti.

Se i controlli nelle case private sono quasi impossibili da portare avanti, la spinta alla riduzione del lavoro domestico in nero potrebbe arrivare, più che dalle ispezioni, da nuove regole che rendano conveniente l’emersione.

 

Imprese e famiglie, il magro bilancio dei nuovi voucher

Libretto famiglia «extralarge»

Tra le nuove misure potrebbe esserci, per esempio, un innalzamento della soglia di utilizzo del “libretto famiglia” che, come prima i voucher, è stato creato proprio per fare affiorare i rapporti di lavoro per i quali risulta più problematico accertare le irregolarità. Il libretto oggi serve per pagare collaboratori domestici occasionali con un tetto complessivo pari a 5mila euro all’anno: praticamente, l’equivalente di un lavoro part time con una retribuzione di 416 euro al mese. Con il “libretto famiglia”, però, la prestazione resta nell’ambito della occasionalità, ovvero in una situazione distinta dal contratto di lavoro subordinato. Quest’ultima è la formula più indicata per i lavoratori che svolgono la loro prestazione nelle famiglie con continuità e per tante ore al giorno.

 

Innalzamento dell’indennità

Un’altra soluzione per favorire l’emersione potrebbe essere un minimo innalzamento dell’indennità di accompagnamento per chi dovesse accettare di far versare questo importo direttamente alla badante, evitando il doppio passaggio dall’amministrazione al beneficiario, e poi (come retribuzione) al collaboratore domestico. Lo Stato spenderebbe un po’ di più sul fronte dell’indennità, ma recupererebbe i contributi sulla prestazione del lavoratore. Si tratterebbe di introdurre in Italia un sistema simile a quello del «Cesu» francese, un buono spendibile sul mercato dei servizi di cura.

 

Deducibilità dei compensi

Infine, Assindatcolf propone di introdurre la deducibilità piena degli importi versati per retribuire i lavoratori domestici, a fronte dell’attuale possibilità di dedurre solo i contributi. Una misura che costerebbe alle casse dello Stato 675 milioni di euro, ma considerando gli effetti positivi diretti e indiretti (emersione di 340mila occupati irregolari, occupazione aggiuntiva, gettito Iva da nuovi consumi delle famiglie), avrebbe un costo finale stimato in 72 milioni di euro.

 

FONTE: https://www.ilsole24ore.com/art/norme-e-tributi/2018-10-13/l-italia-colf-nero-pochi-controlli-e-tanti-rischi-145541.shtml?uuid=AEVaSeKG&refresh_ce=1

Quali sanzioni rischia il datore di lavoro se la colf o la badante è irregolare, non denunciata all’Ispettorato del lavoro e pagata in contanti?

 

Da alcuni anni lavora presso casa tua una colf che fa anche da badante al tuo unico genitore rimasto in vita. Tuttavia l’hai assunta in nero e pertanto è irregolare. Non avendola denunciata all’Ufficio del lavoro, sei anche costretto a pagarla in contanti. Da qualche mese però sono sorti tra voi alcuni contrasti particolarmente accesi e temi che possa sfruttare questa situazione di irregolarità per ricattarti. In particolare, il timore è che lei voglia denunciare il lavoro in nero all’Ispettorato del lavoro o all’Inps costringendoti così a pagarle, oltre agli arretrati non dimostrabili con un bonifico o una busta paga, anche i contributi. Così ti chiedi cosa rischi in caso di colf e badante pagata in nero? Ti daremo in questo articolo tutti i chiarimenti di cui hai bisogno.

 

Lavoro nero: conseguenze dell’irregolarità della colf con lo Stato

 

La badante e la colf, così come ogni altro lavoratore, deve essere assunto regolarmente e denunciato all’Inps; quest’obbligo ovviamente spetta al datore e non alla collaboratrice familiare. Se il datore non vi provvede è responsabile personalmente per il lavoro in nero. In tal caso scattano due tipi di conseguenze, la prima per la mancata comunicazione dell’assunzione; la seconda per l’omessa iscrizione all’Inps. Vediamo più nel dettaglio le relative sanzioni:

 

- la prima sanzione scatta per l’omessa o la ritardata comunicazione dell’assunzione all’Inps va da 200 a 500 euro per ogni lavoratore e che bisogna pagare al centro per l’impiego. Non è una sanzione di tipo penale ma amministrativo;

 

- la seconda sanzione scatta per il lavoro nero in sé ossia per la mancata iscrizione all’Inps; per tale comportamento, che è conseguente al primo, la Direzione Provinciale del Lavoro può applicare al datore di lavoro una sanzione che va da 1.500 euro a 12mila per ciascun lavoratore in nero, maggiorata di 150 euro per ciascuna giornata di lavoro effettivo, cumulabile con le altre sanzioni amministrative e civili persistenti contro il lavoro in nero.

 

Sempre nei confronti dello Stato, il datore di lavoro è altresì responsabile per l’omesso pagamento dei contributi previdenziali. Le sanzioni sono pari al tasso del 30% su base annua calcolate sull’importo dei contributi evasi con un massimo del 60% e un minimo di 3mila euro, indipendentemente dalla durata della prestazione lavorativa accertata. Anche per una sola giornata di lavoro in nero il datore di lavoro può essere punito con la sanzione minima applicabile di 3mila euro.

Questa sanzione ovviamente si cumula con quelle amministrative che abbiamo appena visto per la mancata comunicazione dell’assunzione e la mancata iscrizione all’Inps.

Se il pagamento dei contributi avviene con un ritardo di non oltre 12 mesi le sanzioni si riducono per un massimo del 40% sull’importo dovuto nel trimestre o sulla cifra residua da pagare.

 

Se la badante non ha il permesso di soggiorno

 

Vediamo ora cosa rischi se scopri che la badante in nero è anche irregolare, ossia è immigrata senza il permesso di soggiorno. In tal caso il datore di lavoro rischia l’arresto da tre mesi a un anno e l’ammenda di 5mila euro per ogni lavoratore impiegato.

 

La badante può chiedere gli arretrati?

 

I problemi non sono finiti. Anzi, il peggio deve ancora venire. Se hai pagato la badante in nero è verosimile che non hai conservato alcuna dimostrazione tracciabile del versamento dei soldi. Le avrai di sicuro dato i soldi per contanti di volta in volta. Ebbene, se non le hai fatto firmare nulla lei potrà citarti fino a cinque anni dopo la cessazione del rapporto di lavoro sostenendo che non le sono stati mai versati gli stipendi, la tredicesima, la quattordicesima, i permessi, le ferie e il Tfr. E se anche tu riuscissi a dimostrare il contrario, ossia che l’hai retribuita, è verosimile che l’importo sia stato inferiore rispetto a quello previsto dal contratto collettivo nazionale; il che significa che dovresti integrare le mensilità con quanto dovuto per legge. Oltre a ciò resti tenuto a versare i contributi previdenziali.

 

FONTE: https://www.laleggepertutti.it/197311_colf-e-badante-pagata-in-nero-cosa-rischio

Cerco badante

Richiedi un preventivo

E' gratis

Senza impegno ti invieremo un preventivo su misura per le tue esigenze.

Compila i dati

Contatti