Le liti sul lavoro domestico che arrivano davanti al sindacato sono in aumento nell’ultimo decennio, del 3-5% all’anno. Lo rivelano le analisi condotte da Domina e Fondazione Moressa. Alla base di queste liti tra le famiglie, da un lato, e colf, baby sitter e badanti ,dall’altro, c’è l’elevato tasso di irregolarità nel settore, che occupa in totale quasi due milioni di addetti , 864.526 regolari e oltre un milione sconosciuti a Inps, Inail e Fisco.

 

La stima Istat di sei domestici irregolari su dieci trova conferma nei controlli dell’Ispettorato nazionale del lavoro, che hanno scoperto prestazioni completamente “in nero” nelle famiglie nel 56,4% dei casi monitorati nel 2015, nel 60,8% nel 2016 e nel 47,3% nel 2017. Un comportamento che può costare caro ai datori, che possono vedersi arrivare richieste di pagamenti arretrati per svariate migliaia di euro.

 

È la “vicinanza” con i lavoratori domestici, che frequentano abitualmente la casa e si prendono cura dei bambini o degli anziani, a indurre le famiglie a non formalizzare il rapporto secondo le regole del contratto nazionale di lavoro, affidandosi ad accordi verbali - a volte poco chiari - e a stipendi versati in contanti. L’indagine «Vertenze nel lavoro domestico: il confine tra legalità e necessità» è realizzata dalla Fondazione Leone Moressa per Domina, l’Associazione nazionale delle famiglie di datori di lavoro domestico. Sarà presentata a Milano il 12 dicembre e fa luce sul tipo di irregolarità che sta alla base delle liti arrivate al sindacato (lo step successivo è il tribunale).

 

I controlli effettuati dall’Ispettorato nazionale del lavoro sui datori di lavoro domestico (1.718 nel 2015, 1.191 nel 2016 e 1.068 nel 2017) rivelano che oltre all’attività totalmente in nero, esiste anche un’area di lavoro grigio, cioè sottoinquadrato o con un orario dichiarato che non corrisponde a quello effettivo. Succede, ad esempio, che una badante assunta per prendersi cura di un anziano non autosufficiente sia inquadrata come una colf addetta alle pulizie, senza esperienza o competenze particolari. A questo inquadramento più basso corrisponde naturalmente una retribuzione oraria inferiore. Nel 2017 il sottoinquadramento dei lavoratori è stato scoperto nel 17,7% dei controlli degli ispettori sulle famiglie-datori di lavoro domestico, rispetto al 6,4% dei casi rilevati nel totale degli altri accertamenti.

 

Un’altra prassi diffusa tra le famiglie e altrettanto rischiosa in caso di controversia con il lavoratore, è quella di dichiarare all’Inps un orario diverso da quello effettivamente svolto, ad esempio la metà delle ore settimanali, versando una parte della retribuzione in nero: il datore risparmia sui contributi e il lavoratore dovrà versare meno imposte sul reddito. Questa prassi è stata riscontrata nel 4,2% delle famiglie ispezionate nel 2017, mentre nel resto degli accertamenti incideva per il 14,6 per cento. Ma nel 2016 erano state riscontrate irregolarità sull’orario di lavoro domestico nel 13,1% delle famiglie, in linea con il 13,8% rilevato nei controlli sugli altri settori. Dopo anni di lavoro con questa prassi, però, può accadere che una persona impiegata come badante chieda pagamenti arretrati riferiti a 54 ore settimanali, per un periodo anche molto lungo, mettendo la famiglia davanti a una richiesta di denaro che può tranquillamente arrivare a 35mila euro.

 

L’indagine di Domina-Fondazione Moressa mette sotto la lente anche il valore economico del lavoro domestico, considerando che l’8,3% delle famiglie italiane ha almeno un collaboratore e che il numero delle badanti - dato anche l’invecchiamento progressivo della popolazione - è cresciuto dell’8% dal 2012 al 2017. La spesa per pagare i servizi di colf, baby sitter e badanti è di 6,9 miliardi all’anno: 5,6 miliardi per le retribuzioni, 0,9 miliardi per contributi e 0,4 miliardi per il Tfr. Se si aggiunge a questa cifra la spesa per retribuire i lavoratori irregolari, secondo Domina si arriva a un totale di 18,96 miliardi.

 

«È evidente - spiega Lorenzo Gasparrini, segretario generale di Domina - quanto sia necessario sostenere le famiglie che assistono a casa le persone anziane e non autosufficienti, facendo risparmiare allo Stato 15 miliardi all’anno. È necessario estendere alle retribuzioni del personale domestico - aggiunge - la deducibilità fiscale oggi prevista solo per i contributi, almeno per le persone non autosufficienti. Una spesa che si ripagherebbe almeno in parte, per lo Stato, con i contributi e con le imposte dei lavoratori che emergerebbero dal nero».

 

FONTE: https://www.ilsole24ore.com/art/norme-e-tributi/2018-11-24/colf-e-badanti-sotto-tiro-su-due-lavora-nero-101903.shtml?uuid=AEsrcDmG&refresh_ce=1

Quali sanzioni rischia il datore di lavoro se la colf o la badante è irregolare, non denunciata all’Ispettorato del lavoro e pagata in contanti?

 

Da alcuni anni lavora presso casa tua una colf che fa anche da badante al tuo unico genitore rimasto in vita. Tuttavia l’hai assunta in nero e pertanto è irregolare. Non avendola denunciata all’Ufficio del lavoro, sei anche costretto a pagarla in contanti. Da qualche mese però sono sorti tra voi alcuni contrasti particolarmente accesi e temi che possa sfruttare questa situazione di irregolarità per ricattarti. In particolare, il timore è che lei voglia denunciare il lavoro in nero all’Ispettorato del lavoro o all’Inps costringendoti così a pagarle, oltre agli arretrati non dimostrabili con un bonifico o una busta paga, anche i contributi. Così ti chiedi cosa rischi in caso di colf e badante pagata in nero? Ti daremo in questo articolo tutti i chiarimenti di cui hai bisogno.

 

Lavoro nero: conseguenze dell’irregolarità della colf con lo Stato

 

La badante e la colf, così come ogni altro lavoratore, deve essere assunto regolarmente e denunciato all’Inps; quest’obbligo ovviamente spetta al datore e non alla collaboratrice familiare. Se il datore non vi provvede è responsabile personalmente per il lavoro in nero. In tal caso scattano due tipi di conseguenze, la prima per la mancata comunicazione dell’assunzione; la seconda per l’omessa iscrizione all’Inps. Vediamo più nel dettaglio le relative sanzioni:

 

- la prima sanzione scatta per l’omessa o la ritardata comunicazione dell’assunzione all’Inps va da 200 a 500 euro per ogni lavoratore e che bisogna pagare al centro per l’impiego. Non è una sanzione di tipo penale ma amministrativo;

 

- la seconda sanzione scatta per il lavoro nero in sé ossia per la mancata iscrizione all’Inps; per tale comportamento, che è conseguente al primo, la Direzione Provinciale del Lavoro può applicare al datore di lavoro una sanzione che va da 1.500 euro a 12mila per ciascun lavoratore in nero, maggiorata di 150 euro per ciascuna giornata di lavoro effettivo, cumulabile con le altre sanzioni amministrative e civili persistenti contro il lavoro in nero.

 

Sempre nei confronti dello Stato, il datore di lavoro è altresì responsabile per l’omesso pagamento dei contributi previdenziali. Le sanzioni sono pari al tasso del 30% su base annua calcolate sull’importo dei contributi evasi con un massimo del 60% e un minimo di 3mila euro, indipendentemente dalla durata della prestazione lavorativa accertata. Anche per una sola giornata di lavoro in nero il datore di lavoro può essere punito con la sanzione minima applicabile di 3mila euro.

Questa sanzione ovviamente si cumula con quelle amministrative che abbiamo appena visto per la mancata comunicazione dell’assunzione e la mancata iscrizione all’Inps.

Se il pagamento dei contributi avviene con un ritardo di non oltre 12 mesi le sanzioni si riducono per un massimo del 40% sull’importo dovuto nel trimestre o sulla cifra residua da pagare.

 

Se la badante non ha il permesso di soggiorno

 

Vediamo ora cosa rischi se scopri che la badante in nero è anche irregolare, ossia è immigrata senza il permesso di soggiorno. In tal caso il datore di lavoro rischia l’arresto da tre mesi a un anno e l’ammenda di 5mila euro per ogni lavoratore impiegato.

 

La badante può chiedere gli arretrati?

 

I problemi non sono finiti. Anzi, il peggio deve ancora venire. Se hai pagato la badante in nero è verosimile che non hai conservato alcuna dimostrazione tracciabile del versamento dei soldi. Le avrai di sicuro dato i soldi per contanti di volta in volta. Ebbene, se non le hai fatto firmare nulla lei potrà citarti fino a cinque anni dopo la cessazione del rapporto di lavoro sostenendo che non le sono stati mai versati gli stipendi, la tredicesima, la quattordicesima, i permessi, le ferie e il Tfr. E se anche tu riuscissi a dimostrare il contrario, ossia che l’hai retribuita, è verosimile che l’importo sia stato inferiore rispetto a quello previsto dal contratto collettivo nazionale; il che significa che dovresti integrare le mensilità con quanto dovuto per legge. Oltre a ciò resti tenuto a versare i contributi previdenziali.

 

FONTE: https://www.laleggepertutti.it/197311_colf-e-badante-pagata-in-nero-cosa-rischio

Sono quasi tutte straniere, parlano un italiano stentato e hanno una grandissima necessità di trovare lavoro. E così si trovano a sgobbare 22 ore al giorno per 900 euro al mese, al soldo di cooperative che le sfruttano.

Il fenomeno, denunciato dalla Camera del lavoro di Bergamo è in rapida crescita e, per via di un buco normativo, perfettamente legale. Tant'è che i tentativi di denuncia e i procedimenti legali sono finiti male (per le lavoratrici), ma ora anche i sindacati dell'Emilia Romagna stanno ricorrendo alle vie legali per contrastare il fenomeno, riuscendo a ottenere le prime vittorie.

 

Il tranello sta tutto nell'incapacità delle donne coinvolte di capire quale tipo di contratto viene loro proposto, come spiega Orazio Amboni, segretario della Cgil di Bergamo: «Non avendo una buona padronanza dell'italiano e, andando in fiducia, firmano documenti senza sapere esattamente di cosa si tratti. Credono si tratti del contratto, invece stanno aprendo una partita iva, si stanno iscrivendo alle Camere di Commercio locali».

Le cooperative provvedono a tutto, trovano le famiglie bisognose di una badante e loro iniziano a lavorare presso di loro. Poi, una volta al mese, si recano alla cooperativa per incassate la busta paga e l'assegno: «In realtà quella è una fattura e i soldi intascati, che sono circa 800 al massimo 900 euro al mese, sono lordi, perché essendo lavoratrici indipendenti dovrebbero poi provvedere a pagare tasse e contributi». Insomma, queste immigrate, provenienti dall'Africa, dal Sud America e dall'Est sgobbano in media 22 ore al giorno, con solo un giorno di riposo la settimana per 800 euro lordi, cioè 400 euro netti al mese.

 

Nella sola Lombardia sarebbero migliaia le donne coinvolte in questo fenomeno. Le stesse ignorano di non essere in regola, finché all'indirizzo della loro residenza arrivano cartelle esattoriali salatissime perché, ovviamente, non sanno di non aver versato tasse e contributi. Il sindacalista di Bergamo parla di un vero e proprio allarme e il sistema si sta estendendo anche all'Emilia Romagna: «Il fenomeno ha ripercussioni pesanti a livello contrattuale, sia per le lavoratrici, sia per le famiglie degli anziani, costretti a firmare clausole che prevedono un’esclusiva dell’agenzia nei confronti della lavoratrice attraverso un sistema di pesanti penali», denuncia la Cgil di Modena, che continua: «Conti alla mano, le famiglie che si appoggiano a queste cooperative spendono molto di più di quello che spenderebbero facendo un contratto regolare di assunzione secondo il contratto nazionale del lavoro domestico; con il rischio di dover sborsare altri soldi in quanto, in caso di controversie, risponde la famiglia utilizzatrice e non la cooperativa. Purtroppo le normative attuali, a causa di un buco giuridico, non consentono di dichiarare l’illegittimità di questa prassi; ma è fuori dubbio che ci si stia approfittando di lavoratrici deboli contrattualmente e di clienti deboli emotivamente».

A Modena sarebbero oltre settanta le situazioni di questo tipo e decine le denunce all'ispettorato del lavoro che tuttavia fatica a districare la matassa, perché in alcuni casi le cooperative fanno capo ad aziende straniere e non regolarmente registrate in Italia.

«Ovviamente le famiglie sono ignare di questi trattamenti alle badanti - continua Amboni - e a loro volta, hanno un rapporto commerciale con l’agenzia a cui pagano il doppio di quanto percepito dalla lavoratrice. Inoltre, capita che nel sottoscrivere il contratto di fornitura con la coop, le famiglie si obbligano per almeno 3 anni dalla cessazione del rapporto con la badante, a non assumerla direttamente e in caso contrario incorrono in penali economiche di 250 euro al mese e sino ad un massimo di 9 mila euro».

 

Casi eccezionali? Non proprio. Per come sono strutturate le cooperative stanno diventando il sistema perfetto per aggirare le leggi sul lavoro, pagare poco i dipendenti e creare un sistema di dumping salariale legalizzato. Ne parliamo sul numero de l'Espresso in edicola domenica 5 agosto con un'inchiesta sul sistema delle cooperative italiane. Del resto proprio il ministero del Lavoro ha invitato tutti gli ispettori a concentrarsi nel corso del 2018 sulle finte cooperative, che sono il nervo sensibile e scoperto del mercato del lavoro. «Il tasso di irregolarità delle aziende controllate è del 65 per cento, significa che due aziende su tre sono risultate irregolari con una media di un lavoratore sfruttato ogni due imprese», c'è scritto nel resoconto annuale dell'Ispettorato, che continua dicendo: «In particolare bisogna continuare a porre particolare attenzione alle cooperative spurie. Addirittura nel 2017 una sola cooperativa ha ricevuto un verbale di oltre 25 milioni di euro, con debiti contributivi per 19,6 milioni e sanzioni civili per 6,4 milioni e migliaia di lavoratori coinvolti».

 

E il settore più drammaticamente scoperto è quello del welfare, come spiega Adele Vitagliano, capo della Funzione Pubblica della Cgil di Milano: «Il sistema è malato. Nel senso che i comuni, le asl e gli ospedali, così come le rsa ricorrono ai soci di cooperative per la maggior parte delle attività di cura e assistenza. Gli appalti sono economicamente miseri e solo le cooperative possono accettarli. Poi, fanno quadrare i conti pagando pochissimo i soci cooperatori, costringendoli a turni massacranti e giocando sulla loro ricattabilità». L'intera inchiesta sul numero in edicola domenica.

 

FONTE: http://espresso.repubblica.it/attualita/2018/08/03/news/badanti-1.325639

L'Italia è un Paese destinato ad invecchiare sempre di più, con una richiesta di servizi inarrestabile e spesso non al passo di quanto investe la pubblica amministrazione. Ma non solo. Solo una famiglia su cinque che ha in casa una persona con limitazioni funzionali usufruisce di servizi pubblici a domicilio. Oltre il 70% non fa affidamento ad alcun aiuto, né pubblico né privato. È allarmante, a tal proposito, il dato dei lavoratori fantasma, con un milione di badanti a nero. È il quadro che emerge dall'analisi dei dati diffusi da Confcooperative Federsolidarietà durante l'assemblea di oggi a Roma. «Siamo pronti al dialogo con il nuovo governo», spiega il neopresidente dell'associazione, Stefano Granata.

La spesa dei Comuni per il welfare è aumentata del 20,7% in 10 anni «ma non basta», spiega Confcooperative. Nel 2015 la spesa dei Comuni per il welfare è stata di circa 7 miliardi di euro, lo 0,42% del Pil nazionale. Dal 2013 al 2015 la spesa media annuale nazionale procapite è rimasta invariata a 114 euro.

 

Occupati in crescita del 480% in 20 anni

 

Gli occupati nelle imprese aderenti a Confcooperative Federsolidarietà sono 229mila, il 56% del totale dei lavoratori nelle cooperative sociali italiane: 7 su 10 sono donne. In 20 anni l’incremento è stato del 480%. Nelle cooperative sociali di tipo B (finalizzate all’inserimento lavorativo di persone svantaggiate) i lavoratori che rientrano in una delle categorie svantaggiate sono 18mila. Tra gli occupati 8 su 100 provengono da un Paese extra Ue.

 

7 occupati su 10 sono donne

 

È rosa il motore della cooperazione sociale. Nel 60% delle cooperative sociali aderenti la maggioranza assoluta dei soci è al femminile. Le cooperative sociali rosa realizzano il 73% del fatturato complessivo generando il 76% degli occupati. Più la cooperative sociale è grande e più è rosa, nelle aderenti di grandi dimensioni 9 occupati su 10 lavorano in imprese a maggioranza femminile.

Il fatturato aggregato delle aderenti nel 2017 è stato di 7,2 mld, più della metà, il 51% di tutta la cooperazione sociale italiana.

 

Giro di affari maggiore nelle cooperative medie

 

Le micro e piccole cooperative sono di più, ma a fare i numeri maggiori sono quelle medie. Tra le aderenti a Federsolidarietà il 44% sono micro, il 38% piccole, solo il 2,4% è di grandi dimensioni. Nelle medie rientra il 16%, ma è da queste che viene il 40% del fatturato e il 42% occupati.

 

Primato al Nord, ma a crescere di più è il Sud

 

Con 1.160 imprese aderenti la Lombardia consolida il suo primato tra le regioni. Seguono la Sicilia (769), l'Emilia Romagna (502), il Veneto (480) e la Puglia (462). Oltre la metà delle cooperative sociali aderenti è attiva nelle regioni settentrionali, in particolare il 30% nel Nord Ovest e il 22% nel Nord Est. Se lo stock è a Nord l'analisi dei flussi mostra invece, nel periodo 2007-2017, una maggiore vitalità nelle regioni meridionali. Nel decennio in Sicilia sono cresciute del 73%, in Puglia del 54%. Le regioni con il segno meno sono tutte al centro: Lazio -19%, Abruzzo -12%, Toscana -11 e Marche -8%.

 

FONTE: http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2018-06-05/lavoro-allarme-badanti-nero-sono-milione-111513.shtml?uuid=AEXyTe0E

“Vuoi risparmiare fino al 40% sul costo del lavoro? Rivolgiti a noi”. Di fronte a un annuncio del genere, qualsiasi imprenditore cadrebbe in tentazione. Il problema è che spesso offerte come questa suggeriscono un semplice trucco: esternalizzare in maniera irregolare la manodopera. Creare una sorta di appalto fittizio, incaricando una ditta che, attraverso sotterfugi, paga meno i suoi dipendenti. È una pratica che, dopo aver vissuto una rapida crescita, è esplosa nell’ultimo anno.

Dall’inizio del 2016, quando il Parlamento ha depenalizzato la somministrazione abusiva, oltre ai distacchi e agli appalti illeciti, l’aumento di questo genere di violazioni è stato del 39%. Un’escalation che è testimoniata dalla relazione annuale dell’Ispettorato del Lavoro. Questi numeri, inoltre, hanno fatto scattare già da tempo l’allarme al Consiglio nazionale dei consulenti del lavoro, che sta concentrando i suoi sforzi per denunciare e combattere questi illeciti. L’ordine professionale chiede che tornino a costituire reati, con pene più severe di quelle previste fino a fine 2015, troppo blande, le quali non erano riuscite ad arginare il fenomeno.

Questa frammentazione nel mondo del lavoro è una diretta conseguenza della crisi economica: le aziende hanno iniziato a portare sempre più verso l’esterno i processi produttivi, a volte senza rispettare le leggi e con l’unico obiettivo di farsi la “cresta” sui contratti di operai e impiegati. Un metodo ben collaudato è quello delle cooperative multiservizi che, inquadrando i dipendenti come “soci lavoratori”, arrivano a pagare stipendi di soli 6 euro all’ora. Cifre distanti dai minimi previsti dalla contrattazione collettiva di settore. Per molti datori, alle prese con spese di personale che possono raggiungere il 70% di quelle totali, è un buon motivo per mettere da parte l’etica, soprattutto in tempi di magra. I radar dei consulenti del lavoro hanno permesso di segnalare circa 200 casi. “Ma è solo la punta dell’iceberg – avverte Rosario De Luca, presidente della Fondazione Studi di categoria – Non è facile intercettarli tutti. I nostri iscritti stanno facendo di tutto, perché siamo per la regolarità, e questi comportamenti, oltre a essere vietati, sono reati sociali, compiuti a danno di chi vive in stato di bisogno”.

Qualche volta si rischia di sconfinare nel vero e proprio caporalato, con severe punizioni previste dalla riforma approvata a novembre 2016. Quando però i metodi utilizzati sono più subdoli, rispetto all’intermediazione illecita, non c’è più la possibilità di perseguirli penalmente. Un esempio è la somministrazione di lavoro: la manodopera “in affitto” che la legge Biagi ha introdotto, nel 2003, assieme a norme che servivano appunto a evitarne l’uso distorto. Una società (somministratore) fornisce personale a un’altra impresa, che utilizza questi lavoratori. Per svolgere questo ruolo di tramite, bisogna essere autorizzati; altrimenti, si compie una somministrazione abusiva. Fraudolenta quando c’è il chiaro obiettivo di aggirare norme e contratti. Come detto, era un reato fino a febbraio 2016, senza pene detentive ma con ammenda di 50 euro – maggiorata in caso di dolo – per ogni lavoratore e per ogni giornata di utilizzazione. Poi, la politica ha rimosso la conseguenza penale, che resta solo quando vengono pure sfruttati dei minorenni, portando da 5mila a 50mila la sanzione pecuniaria.

Lo stesso discorso è stato fatto per i casi illeciti di appalto, subappalto e distacco. Parliamo di quest’ultimo caso quando un datore di lavoro mette i suoi dipendenti a disposizione di un altro soggetto per un determinato periodo. Chi pone in essere queste forme di esternalizzazione al di fuori dei parametri fissati dalla legge rischia il verbale minimo di 5mila euro ma non subisce un processo penale perché anche questa violazione è stata trasformata in illecito amministrativo. L’obiettivo era quello di puntare esclusivamente su alte sanzioni economiche per disincentivare queste pratiche: per il momento, i risultati dicono che non sono affatto diminuite, anzi sono aumentate e di parecchio.

È stato lo stesso capo dell’Ispettorato Paolo Pennesi a ipotizzare che le depenalizzazioni possano aver “attenuato la deterrenza”. Perché mentre tra il 2014 e il 2015 le violazioni a seguito dei controlli sono passate da 8.320 a 9.620 (+16%), nel 2016 sono arrivate a 13.416 (+39%). Il settore più colpito è quello del trasporto e magazzinaggio: qui le ipotesi di violazione riscontrate sono 3.327, più che raddoppiate rispetto al 2015. Subito dopo c’è quello di noleggio, agenzie di viaggio e supporto alle imprese con 2.228 casi, seguito dal manifatturiero con 1.546. Significativo anche il contributo dei servizi di informazione e comunicazione (1.341) e delle costruzioni (1.213). I territori maggiormente interessati da questi fenomeni sono in ordine Lombardia, Lazio, Veneto, Abruzzo ed Emilia Romagna. Per completezza, a questo incremento ha contribuito anche “l’affinamento delle tecniche di accertamento dei comportamenti elusivi”, si legge nella relazione. Ciò che preoccupa maggiormente, però, è appunto la “professionalità” che mette in mostra chi compie questi illeciti. “Gli annunci si trovano con siti web – ha detto Pennesi a Labitalia – che propongono veri e propri raggiri delle norme. Rispetto al passato, sono più brutali”.

 

FONTE: https://www.ilfattoquotidiano.it/premium/articoli/lavori-dati-in-appalto-con-la-depenalizzazione-il-boom-delle-violazioni/

Fondi pubblici indebitamente percepiti da una finta cooperativa sociale, fittizi rapporti di lavoro dipendente per “prelevare” indebitamente risorse pubbliche, riunioni “fantasma” dell’organo direttivo per simulare la finalità non lucrativa.

Questi sono solo alcuni degli ingegnosi stratagemmi adottati da un imprenditore di Partanna e da un suo prestanome, rispettivamente amministratore di fatto e amministratore di diritto di una società cooperativa Onlus operante nel redditizio settore dei servizi di assistenza ai richiedenti asilo e ai rifugiati, in qualità di Ente gestore di un centro di accoglienza realizzato nell’ambito di un progetto SPRAR.

 

Le cooperative sociali ONLUS, proprio per la fondamentale funzione che ricoprono, sono destinatarie di consistenti agevolazioni fiscali che, a vario titolo, ne incentivano la diffusione, ma non di rado si verifica un uso distorto di tale normativa di favore.

 

È questo il caso della cooperativa in parola, costituita ad hoc per conseguire indebiti risparmi d’imposta. L’attività ispettiva, condotta dalla Guardia di Finanza di Castelvetrano, trae origine da una complessa indagine di polizia giudiziaria, a esito della quale il citato imprenditore e il suo prestanome sono stati segnalati all’Autorità Giudiziaria per appropriazione indebita, relativamente a parte delle risorse pubbliche destinate alla finta cooperativa sociale.

È emerso in particolare che il prestanome, amministratore di diritto della cooperativa, aveva indebitamente conseguito, per due annualità, una doppia contestuale remunerazione: quella relativa ai compensi ricevuti in qualità di amministratore e quella, indebita, relativa ai salari percepiti in qualità di lavoratore dipendente. Le indagini, inoltre, hanno fatto emergere chiaramente come i soci della cooperativa non fossero altro che semplici lavoratori posti sotto la direzione effettiva dell’amministratore di fatto, vero dominus dell’attività d’impresa.

Nessuna reale operatività emergeva, invece, in capo all’Assemblea e al Consiglio di Amministrazione, istituiti solo cartolarmente. Falsi anche i verbali redatti per documentare fantomatiche “riunioni” dell’organo decisionale ove venivano indicati, come presenti, soci-lavoratori del tutto ignari di essere anche consiglieri.

 

In un’ottica di trasversalità dell’azione ispettiva è stata trasmessa alla Procura Regionale della Corte dei Conti una notizia di danno erariale, emerso alla luce delle numerose irregolarità formali e
sostanziali riscontrate nel corso degli articolati accertamenti. Attesi i numerosi spunti investigativi, i finanzieri hanno chiesto alla Autorità Giudiziaria l’utilizzo ai fini fiscali dei dati acquisiti e, oltre a constatare l’indeducibilità dei costi derivanti dalla commissione del suddetto reato di appropriazione indebita, hanno potuto ricostruire utili sottratti all’imposta sui redditi pari a oltre 600.000 euro, con una base imponibile IRAP evasa di circa 1 milione di euro.

 

L’attività di servizio in parola costituisce una concreta espressione della funzione di polizia economico-finanziaria svolta dalla Guardia di Finanza, tesa – da un lato – a garantire la corretta applicazione delle norme fiscali e – dall’altro – a monitorare costantemente il corretto impiego dei fondi pubblici a salvaguardia del bene comune ed a tutela delle imprese e dei cittadini rispettosi delle regole.

 

FONTE: https://newsicilia.it/evidenza/finta-onlus-per-assistenza-agli-anziani-riunioni-fantasma-e-danno-di-oltre-1-milione/324760

 

 

Uno sportello di consulenza sindacale utilizzato per attivare falsi contratti di lavoro, necessari all’ottenimento di permessi di soggiorno e assegni di disoccupazione. Sono queste le conclusioni dell’indagine «Badante fantasma» dei carabinieri della stazione di Vado e della Compagnia di Vergato, che nella mattinata di ieri hanno arrestato un geometra campano e denunciato 234 persone, quasi tutti stranieri, che figuravano fittiziamente come badanti e collaboratori domestici. Secondo gli investigatori, la truffa avrebbe causato un danno erariale all’Inps di 500 mila euro.

 

IL GEOMETRA

 

Il principale indagato, raggiunto da un’ordinanza di custodia cautelare in carcere perché ritenuto responsabile di uso di atto falso e documenti contraffatti, è un geometra: Paolo Vitiello, 50 anni, piccoli precedenti alle spalle. Nell’inverno del 2015 aveva aperto uno studio per la consulenza fiscale e pensionistica a Vado, in Appennino, che lui stesso aveva chiamato «Sindacati e dintorni». Stando alla ricostruzione fatta dai carabinieri, coordinati dal pm Roberto Ceroni, attraverso la sua attività il geometra è entrato facilmente in possesso delle credenziali Inps dei suoi clienti, per lo più anziani, ai quali avrebbe intestato falsi contratti di lavoro. Gli ignari datori di lavoro assumevano così soggetti che in virtù di quel contratto potevano ottenere il permesso di soggiorno o il rinnovo. Ma anche, al termine del fittizio rapporto di lavoro a tempo determinato, richiedere un’ingiusta indennità di disoccupazione, o mostrare i requisiti per l’accesso ai finanziamenti presso le banche. Per ogni contratto, Vitiello avrebbe intascato fino a 1.000 euro.

 

234 DENUNCIATI

 

I 234 denunciati sono sia italiani che stranieri provenienti soprattutto dal nord Africa e da Paesi dell’Est. Tra loro ci solo anche una quindicina di persone che si sono prestate consapevolmente a figurare come datori di lavoro e che in cambio ricevevano qualche centinaio di euro. Nel meccanismo anche il geometra e la moglie. A loro, i carabinieri hanno contestato i reati di falso ideologico, indebita percezione di erogazioni a danno dello Stato, utilizzo di documenti contraffatti e favoreggiamento alla permanenza di clandestini. L’attivazione dei contratti di lavoro ha indotto in errore alcuni uffici della Questura, che hanno rilasciato dei permessi sulla base di requisiti fittizi e l’Inps, che sulla base di quei documenti ha erogato impropriamente indennità di disoccupazione a svariati soggetti. Gli investigatori hanno stimato che in meno di due anni, tra fine 2015 e fine 2017, il danno erariale sia stato di 500.000 euro.

 

LE INDAGINI

 

Le indagini, come spiega il comandante della Compagnia di Vergato, maggiore Sabato Simonetti, è partita per il via vai sospetto di persone già conosciute dai carabinieri intorno all’ufficio del geometra. Ma la sua attività era così nota che in molti arrivavano da fuori. A fine 2017 l’ufficio era stato chiuso nell’ambito di un’altra indagine della Finanza, ma Vitiello avrebbe continuato i suoi affari appoggiandosi a internet point e dispositivi portatili. Alcuni degli ignari datori di lavoro, informati della vicenda, l’hanno querelato.

 

FONTE: https://corrieredibologna.corriere.it/bologna/cronaca/18_maggio_10/bologna-finti-contratti-badante-avere-permesso-soggiorno-234-denunciati-63d96064-5442-11e8-9ef4-9f00a5ed6bf5.shtml?refresh_ce-cp

 

 

 

Il sindacato Nidil/Cgil di Modena ha segnalato un nuovo caso di false agenzie di lavoro di assistenti familiari, le cosiddette badanti. Un caso, sottolinea il sindacato, in cui non solo sarebbero state sfruttate le lavoranti, ma raggirate le stesse famiglie. Secondo Nidil-Cgil si tratta di una società di Modena, che sarebbe registrata in Polonia, ma non in Italia, non avendo alcuna autorizzazione ministeriale e non essendo registrata alla Camera di Commercio di Modena.

"Siamo a conoscenza - spiegano da Nidil/Cgil - di almeno due casi di badanti somministrate a famiglie dall'agenzia attraverso una società di servizio, entrambe però senza autorizzazione". Dalle verifiche sindacali risulterebbero 'forti irregolarità nelle buste paga, senza maturazione di istituti retributivi, contributivi, previdenziali e assicurativi'. Le famiglie non solo sarebbero ignare di questo aspetto, ma pagherebbero all'agenzia, con la quale hanno il rapporto commerciale, il doppio di quanto poi dato alla lavoratrice.

 

FONTE: http://www.ansa.it/emiliaromagna/notizie/2017/05/19/false-agenzietruffa-famiglie-e-badanti_1c5cf2ec-ad0e-43d9-99d3-252c3156245a.html

 

Da alcuni anni lavora presso casa tua una colf che fa anche da badante al tuo unico genitore rimasto in vita. Tuttavia l’hai assunta in nero e pertanto è irregolare. Non avendola denunciata all’Ufficio del lavoro, sei anche costretto a pagarla in contanti. Da qualche mese però sono sorti tra voi alcuni contrasti particolarmente accesi e temi che possa sfruttare questa situazione di irregolarità per ricattarti. In particolare, il timore è che lei voglia denunciare il lavoro in nero all’Ispettorato del lavoro o all’Inps costringendoti così a pagarle, oltre agli arretrati non dimostrabili con un bonifico o una busta paga, anche i contributi. Così ti chiedi cosa rischi in caso di colf e badante pagata in nero? Ti daremo in questo articolo tutti i chiarimenti di cui hai bisogno. 

 

Lavoro nero: conseguenze dell’irregolarità della colf con lo Stato

 

La badante e la colf, così come ogni altro lavoratore, deve essere assunto regolarmente e denunciato all’Inps; quest’obbligo ovviamente spetta al datore e non alla collaboratrice familiare. Se il datore non vi provvede è responsabile personalmente per il lavoro in nero. In tal caso scattano due tipi di conseguenze, la prima per la mancata comunicazione dell’assunzione; la seconda per l’omessa iscrizione all’Inps. Vediamo più nel dettaglio le relative sanzioni:

-  la prima sanzione scatta per l’omessa o la ritardata comunicazione dell’assunzione all’Inps va da 200 a 500 euro per ogni lavoratore e che bisogna pagare al centro per l’impiego. Non è una sanzione di tipo penale ma amministrativo

-  la seconda sanzione scatta per il lavoro nero in sé ossia per la mancata iscrizione all’Inps; per tale comportamento, che è conseguente al primo, la Direzione Provinciale del Lavoro può applicare al datore di lavoro una sanzione che va da 1.500 euro a 12mila per ciascun lavoratore in nero, maggiorata di 150 euro per ciascuna giornata di lavoro effettivo, cumulabile con le altre sanzioni amministrative e civili persistenti contro il lavoro in nero.

Sempre nei confronti dello Stato, il datore di lavoro è altresì responsabile per l’omesso pagamento dei contributi previdenziali. Le sanzioni sono pari al tasso del 30% su base annua calcolate sull’importo dei contributi evasi con un massimo del 60% e un minimo di 3mila euro, indipendentemente dalla durata della prestazione lavorativa accertata. Anche per una sola giornata di lavoro in nero il datore di lavoro può essere punito con la sanzione minima applicabile di 3mila euro.

Questa sanzione ovviamente si cumula con quelle amministrative che abbiamo appena visto per la mancata comunicazione dell’assunzione e la mancata iscrizione all’Inps.

Se il pagamento dei contributi avviene con un ritardo di non oltre 12 mesi le sanzioni si riducono per un massimo del 40% sull’importo dovuto nel trimestre o sulla cifra residua da pagare.

 

Se la badante non ha il permesso di soggiorno 

 

Vediamo ora cosa rischi se scopri che la badante in nero è anche irregolare, ossia è immigrata senza il permesso di soggiorno. In tal caso il datore di lavoro rischia l’arresto da tre mesi a un anno e l’ammenda di 5mila euro per ogni lavoratore impiegato. 

 

La badante può chiedere gli arretrati? 

 

I problemi non sono finiti. Anzi, il peggio deve ancora venire. Se hai pagato la badante in nero è verosimile che non hai conservato alcuna dimostrazione tracciabile del versamento dei soldi. Le avrai di sicuro dato i soldi per contanti di volta in volta. Ebbene, se non le hai fatto firmare nulla lei potrà citarti fino a cinque anni dopo la cessazione del rapporto di lavoro sostenendo che non le sono stati mai versati gli stipendi, la tredicesima, la quattordicesima, i permessi, le ferie e il Tfr. E se anche tu riuscissi a dimostrare il contrario, ossia che l’hai retribuita, è verosimile che l’importo sia stato inferiore rispetto a quello previsto dal contratto collettivo nazionale; il che significa che dovresti integrare le mensilità con quanto dovuto per legge. Oltre a ciò resti tenuto a versare i contributi previdenziali.

 

FONTE: https://www.laleggepertutti.it/197311_colf-e-badante-pagata-in-nero-cosa-rischio

 

 

L'assessore all'Istruzione, Mobilità e Decoro urbano del Comune di Aosta, Andrea Paron, e il presidente e un funzionario della cooperativa sociale Leone Rosso, rispettivamente Cesare Marques e Michel Luboz, (quest'ultimo è anche presidente di Società servizi spa), sono imputati per turbativa d'asta e tentata turbativa d'asta dalla Procura della Repubblica.

Un'ipotesi di reato per l'assegnazione negli anni passati alla coop Leone Rosso, da parte del Comune, di servizi socio-assistenziali; la seconda ipotesi è relativa ad un bando per i servizi agli anziani, assegnato nel 2017 ad una seconda cooperativa sociale, la Kcs.

A carico dei due cooperatori (Marques e Luboz), per i quali è stato chiesto il rinvio a giudizio come per il politico, vengono però ipotizzati anche reati fiscali, gli stessi contestati dagli inquirenti al presidente e al direttore generale (Giancarlo Anghinolfi e Antonio Costantino) di una terza cooperativa, l'emiliana Pro.Ges di Parma.

La cooperativa emiliana era arrivata in Valle d'Aosta per gestire alcuni servizi.

L’indagine era stata avviata dal pm Pasquale Longarini su un presunto giro di false fatturazioni e fatture per operazioni inesistenti tra le società. Nel 2011 Leone Rosso aveva acquisito dalla coop Pro.Ges, rimasta come si legge sul sito della coop Leone Rosso “partner privilegiato”, la gestione di una serie di servizi della città di Aosta, dal mondo dell’infanzia a quello della disabilità. Le indagini sono attualmente coordinate dal pm Carlo Introvigne.

E' da qualche anno che il quadro idilliaco da statuto speciale si è un pochino incrinato. Pochi sanno che la Valle d'Aosta ha 14.101 funzionari pubblici, cioè uno ogni nove valdostano, in tutto 128.298 abitanti. Come nei Paesi del vecchio socialismo reale. 2.821 sono dipendenti dell'ente regionale. E poi una pletora di società partecipate o controllate dal pubblico in cui si aggiungono altre migliaia di persone dipendenti. La Regione Lombardia a confronto, che di dipendenti ne ha circa 3000 e di abitanti 10 milioni, è una specie di deserto dei tartari per i dipendenti regionali.

Ma tutto procede sereno tra uno scandalo e l'altro, dai vitalizi milionari dei consiglieri regionali a quello che ha coinvolto la società controllata Cva, per l'acquisto milionario di turbine cinesi, o lo storico Casinò di San Vincent sempre sull'orlo del baratro.

La bella terra alpina fatta di paesaggi bellissimi e suggestivi non è neanche immune dagli insediamenti mafiosi. La presenza della ’ndrangheta “risulta da alcune intercettazioni”, ha riferito la commissione nazionale antimafia. In Valle d'Aosta era residente l'esponente Giuseppe Nirta, originario di San Luca in Aspromonte poi ucciso in Spagna.

Giuseppe Nirta è personaggio ben noto alla giustizia italiana. Con precedenti per traffico di droga e un coinvolgimento nell'operazione Minotauro, l'inchiesta condotta dai carabinieri sulle infiltrazioni di 'ndrangheta in Piemonte che portò a oltre 140 arresti. In affari con un imprenditore campano a capo di un caseificio valdostano è stato coinvolto in un'altra inchiesta che portò all'arresto dell'allora procuratore capo di Aosta Pasquale Longarini, colpevole secondo gli inquirenti milanesi di aver avvisato gli indagati.

FONTE: http://www.affaritaliani.it/coop-pigliatutto-in-valle-aosta-procura-chiede-processo-per-politico-coop-534699.html

 

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