Il morbo di Alzheimer è una malattia neurodegenerativa a decorso cronico e progressivo che, a causa di un’alterazione delle funzioni cerebrali, provoca il declino progressivo sia della memoria sia delle funzioni cognitive, fino alla perdita completa dell’autonomia. È la causa più comune di demenza nella popolazione anziana dei Paesi ricchi: attualmente si stima ne sia colpita circa il 5% della popolazione al di sopra dei 65 anni e circa il 20% degli ultra-85enni, anche se in rari casi può colpire precocemente intorno ai 50 anni di vita. Prima di manifestarsi in modo evidente, però , l’Alzheimer attraversa una fase che può durare diversi anni, durante la quale, nonostante i sintomi siano minimi, la malattia è al lavoro. Individuare i segnali della presenza dell’Alzheimer già in questa fase aumenta la potenzialità delle cure disponibili e di quelle future, in quanto esse agiscono su un sistema solo parzialmente compromesso e quindi più sensibile al trattamento.

 

Ebbene, da un recente studio, pubblicato su Frontiers in Aging Neuroscience ed effetuato da un team di ricercatori dell’Università di Bologna in collaborazione con professionisti dell’Unità di Neuropsicologia Clinica dell’Arcispedale Santa Maria Nuova di Reggio Emilia, è emerso che i primissimi sintomi dell’Alzheimer sono nascosti tra le pieghe del linguaggio: in alcuni piccoli errori.

 

Nello studio clinico sono stati presi in esame 96 partecipanti, metà dei quali con segni di deterioramento cognitivo lieve, una condizione che può precedere l’insorgere del morbo di Alzheimer. Durante l’esperimento è stato chiesto a ciascun paziente di descrivere a parole prima i dettagli di un’immagine mostratagli, poi una tipica giornata di lavoro e infine l’ultimo sogno che ricordava. Le risposte sono state analizzate utilizzando tecniche di elaborazione del linguaggio in grado di esaminare il ritmo e il suono delle parole, l’uso del lessico e della sintassi e altri dettagli. Confrontando le risposte dei soggetti affetti da deterioramento cognitivo lieve con quelle dei soggetti privi di disturbi, la sfida dei ricercatori era trovare segnali della presenza di deterioramento cognitivo che i test neuropsicologici convenzionali non sono in grado di identificare. Una sfida che, al termine dell’analisi, ha restituito i risultati sperati: gli studiosi sono riusciti a individuare specifiche alterazioni nell’uso della lingua parlata nei pazienti che presentano i primi segni di deterioramento cognitivo. Si tratta, dunque, di un metodo che potrebbe anticipare notevolmente il riconoscimento dell’insorgere della malattia e consentire di attivare così per tempo misure terapeutiche adeguate ad alleviare l’impatto nella vita quotidiana.

 

FONTE: http://salute.ilgiornale.it/news/27965/alzheimer--linguaggio-deterioramento-cognitivo/1.html

 

Tre anni di dieta mediterranea, soprattutto ricca di frutta, diminuiscono il rischio di ammalarsi di Alzheimer, questo è quanto sostengono i ricercatori della Edith Cowan University (ECU) che hanno analizzato gli effetti dell'alimentazione sul declino cognitivo, ed ecco cosa hanno scoperto.

La dieta Mediterranea vince sempre.

I ricercatori spiegano che seguire la dieta mediterranea potrebbe ritardare l'insorgenza del morbo di Alzheimer anche di molti anni. Nello specifico gli esperti spiegano che il cibo che fa parte di questo regime alimentare permette di ridurre il tasso di accumulo di beta-amiloide, il peptide costituente le placche amiloidi tipiche dell'Alzheimer.

Soprattutto frutta.

Studi passati hanno già dimostrato i benefici della dieta mediterranea, e quindi del consumo di frutta, verdura, cereali integrali, pesce e olio d'oliva sul declino cognitivo. La nuova ricerca però sottolinea che la frutta è l'alimento che più porta benefici e che è correlato con il ridotto accumulo di beta-amiloide. “Se in generale tutti gli alimenti della dieta mediterranea sembrano aiutare la riduzione del rischio di Alzheimer, il nostro studio ha dimostrato che il consumo di frutta è ciò che apporta i benefici maggiori”, fanno sapere gli scienziati.

Perché la frutta?

Non c'è una risposta definitiva, ma sembrerebbe che il motivo sia legato alla presenza di vitamina C nella frutta, in particolare agrume e fragole. Secondo studi passati, la vitamina C riduce l'accumulo di beta-amiloide negli animali studiati in laboratorio.

Bastano 3 anni

L'altra buona notizia è che non è necessario aver seguito o seguire la dieta mediterranea tutta la vita, bastano infatti 3 anni per ridurre del 60% l'accumulo di beta-amiloide e quindi il rischio di ammalarsi di Alzheimer.

FONTE:

https://scienze.fanpage.it/alzheimer-la-frutta-riduce-il-rischio-di-ammalarsi-bastano-3-anni-di-dieta-mediterranea/
http://scienze.fanpage.it/

RESPIRARE più ossigeno migliora le funzioni dei vasi sanguini nel cervello delle persone con problemi respiratori. Questo secondo una recente ricerca canadese pubblicata in Experimental Physiology. Lo studio potrebbe avere delle importanti ripercussioni per le future ricerche che vogliono indagare su come prevenire lo sviluppo di patologie degenerative come la demenza. 

È stato evidenziato che i soggetti affetti da broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO), ovvero il termine collettivo per identificare un gruppo di complicazioni polmonari che causano problemi respiratori, hanno un rischio maggiore di contrarre demenza senile. La teoria proposta dai ricercatori è che questo accade perché il cervello riceve livelli inferiori di ossigeno.

LA RICERCA


L'obbiettivo della ricerca è stato quello di stabilire quale fosse l'effetto di fornire più ossigeno al flusso sanguigno verso il cervello in pazienti affetti da BPCO. L'ossigeno è stato fornito per via nasale per 20-30 minuti. Usando un sistema a ultrasuoni hanno poi misurato il flusso sanguigno nel cervello in questi pazienti quando erano a riposo, prima e durante la trasmissione. I partecipanti hanno iniziato questo test a occhi chiusi, che hanno poi aperto per leggere un testo standardizzato. L'elaborazione dei dati ha permesso ai ricercatori di stimare quanto ossigeno è stato erogato al cervello durante il test.

I RISULTATI


È stato osservato che il flusso sanguigno e l'ossigeno trasportato al cervello erano significativamente aumentati durante la lettura. Ciò è dovuto al fatto che i vasi sanguigni nel cervello si dilatavano in risposta alla maggiore richiesta di ossigeno quando il cervello era attivo. I ricercatori hanno quindi concluso che quando i pazienti affetti da BPCO ricevono più ossigeno la funzione dei vasi sanguigni nel loro cervello migliora.

Tuttavia, i soggetti con BPCO, tipicamente, praticano l'ossigenoterapia giornalmente e per lunghi periodi di tempo. Anche per anni. Nonostante questi potenziali limiti, il lavoro ha posto le basi per lo studio dei sistemi biologici che controllano il rilascio di ossigeno al cervello.

"Sono abituato a lavorare con individui giovani e sani, e quindi questo studio in pazienti con malattie polmonari è stata un'esperienza che mi ha aperto gli occhi. Ho capito dove voglio portare i miei studi futuri e come voglio progettare la mia ricerca per migliorare i trattamenti per le persone con difficoltà respiratorie" spiega Ryan Hoiland, autore principale della ricerca.

 

FONTE: http://www.repubblica.it/salute/medicina-e-ricerca/2018/07/10/news/ossigenoterapia_potrebbe_combattere_la_demenza_in_pazienti_affetti_da_malattie_polmonari-201054148/?refresh_ce

 

La perdita di memoria che sconvolge la vita quotidiana non rappresenta una caratteristica normale dell’invecchiamento, bensì può essere un sintomo del morbo di Alzheimer oppure di un altro tipo di demenza. Il morbo di Alzheimer è una fatale malattia del cervello che provoca un lento declino delle capacità di memoria, del pensare e di ragionamento. Se Lei o una persona cara state vivendo difficoltà di memoria o riscontrate altri cambiamenti nelle capacità di pensare, non ignoratele. È necessario consultare un medico per determinarne la causa.

Molte persone hanno problemi di perdita di memoria - ciò non significa che esse soffrano del morbo di Alzheimer o di un'altra forma di demenza

 

1  La perdita di memoria che sconvolge la vita quotidiana

Qual è un tipico cambiamento legato all'età? A volte, il dimenticare i nomi o gli appuntamenti, ma ricordarli più tardi.

Uno dei segnali più comuni del morbo di Alzheimer è la perdita di memoria, soprattutto il dimenticare informazioni apprese di recente. Altri segnali sono il dimenticare date o eventi importanti, chiedere le stesse informazioni più volte, un sempre maggiore bisogno di contare su strumenti di ausilio alla memoria (ad esempio, note di promemoria o dispositivi elettronici) o su membri della famiglia per cose che si era soliti gestire in proprio.

 

2 Sfide nella programmazione o nella soluzione dei problemi

 

Qual è un tipico cambiamento legato all'età? Fare errori occasionali quando si cerca di far quadrare un libretto di assegni

Alcune persone possono sperimentare cambiamenti nella loro capacità di sviluppare e seguire un programma o lavorare con i numeri. Possono avere problemi a ricordare una ricetta che era loro familiare o a tenere traccia delle bollette mensili. Esse possono avere difficoltà a concentrarsi, e impiegano molto più tempo di prima per fare le cose.

 

3 Difficoltà nel completare gli impegni famigliari a casa, al lavoro o nel tempo libero

 

Qual è un tipico cambiamento legato all'età? Occasionalmente avere bisogno di aiuto per utilizzare le impostazioni di un forno a microonde o per registrare un programma televisivo.

Le persone che soffrono del morbo di Alzheimer hanno spesso difficoltà a completare le attività quotidiane. A volte, possono avere problemi per guidare l’auto verso un luogo familiare, per gestire un budget al lavoro o ricordare le regole di un gioco preferito.

 

4 Confusione con tempi o luoghi

 

Qual è un tipico cambiamento legato all'età? Confondersi circa il giorno della settimana, ma comprenderlo in seguito.

 

Le persone che soffrono del morbo di Alzheimer possono perdere il senso delle date, delle stagioni e del passare del tempo. Possono avere difficoltà a capire qualcosa se non avviene immediatamente. A volte, possono dimenticarsi dove si trovano o come sono arrivati lì.

 

5 Difficoltà a capire le immagini visive e i rapporti spaziali

 

Qual è un tipico cambiamento legato all'età? Disturbi visivi legati alle cataratte.

Per alcuni, avere problemi visivi è un segnale del morbo di Alzheimer. Tali individui possono avere difficoltà a leggere, a giudicare la distanza e a stabilire il colore o il contrasto. In termini di percezione, essi possono passare davanti a uno specchio, e pensare che qualcun altro sia nella stanza. Potrebbero non capire di essere loro la persona nello specchio.

 

6 Nuovi problemi con le parole nel parlare o nello scrivere

 

Qual è un tipico cambiamento legato all'età? A volte, avere problemi a trovare la parola giusta.

Chi soffre del morbo di Alzheimer può avere difficoltà a seguire o a partecipare a una conversazione. Questi individui possono fermarsi nel bel mezzo di una conversazione e non avere alcuna idea di come continuare, oppure può accadere che si ripetano. Potrebbero lottare con il vocabolario, avere problemi a trovare la parola giusta o chiamare le cose con il nome sbagliato (ad esempio, chiamare “orologio a mano” un “orologio da polso”).

 

7 Non trovare le cose e perdere la capacità di ripercorrere i propri passi

 

Qual è un tipico cambiamento legato all'età? Perdere le cose di tanto in tanto e ripercorrere i propri passi per trovarle.

Le persone che soffrono del morbo di Alzheimer possono lasciare gli oggetti in luoghi insoliti. Possono perdere le cose e non essere in grado di tornare sui propri passi per trovarle di nuovo. A volte, esse possono accusare gli altri di averli rubati. Con il passare del tempo, ciò può verificarsi più frequentemente.

 

8 Ridotta o scarsa capacità di giudizio

 

Qual è un tipico cambiamento legato all'età? Prendere una decisione sbagliata di tanto in tanto.

Chi soffre del morbo di Alzheimer può sperimentare cambiamenti nel giudizio o nel processo decisionale. Ad esempio, queste persone possono dare prova di scarsa capacità di giudizio nel maneggiare il denaro, dando forti somme di denaro agli addetti al telemarketing. Possono prestare meno attenzione alla cura della propria persona o a tenersi puliti.

 

9 Ritiro dal lavoro o dalle attività sociali

 

Qual è un tipico cambiamento legato all'età? A volte sentirsi stanco degli obblighi di lavoro, familiari e sociali.

Le persone che soffrono del morbo di Alzheimer possono iniziare a rinunciare a hobby, attività sociali, progetti di lavoro o attività sportive. Possono avere problemi nell’aggiornarsi sulla squadra sportiva preferita o nel ricordare come completare un hobby favorito. Esse possono anche evitare di socializzare a causa dei cambiamenti che hanno vissuto.

 

10 Cambiamenti di umore e di personalità

 

Qual è un tipico cambiamento legato all'età? Sviluppare modi molto specifici di fare le cose ed irritarsi quando una routine viene interrotta.

L'umore e la personalità delle persone che soffrono del morbo di Alzheimer possono cambiare. Essi possono diventare confusi, sospettosi, depressi, spaventati o ansiosi. Possono essere facilmente suscettibili a casa, al lavoro, con gli amici o nei luoghi nei quali sono al di fuori della loro zona di comfort.

 

FONTE: https://www.alz.org/it/10-sintomi-segno-alzheimer-demenza.asp

NON esistono terapie in grado di guarire dalla malattia. E non esistono neanche ancora sistemi validati che permettano di riconoscere la patologia prima che si presenti con i suoi effetti devastanti: vuoti di memoria, sbalzi di umore, difficoltà a parlare, a mettere insieme posti e luoghi nella propria mente. Assenze, e bisogni, che fanno della ricerca sull'Alzheimer uno dei campi più vivi del panorama medico, che avanza anche ai passi compiuti in ambito preclinico. Proprio in questo campo, nei giorni scorsi, è arrivata la notizia che un gruppo di ricercatori d'Oltralpe ha messo a punto un nuovo modello animale di malattia, capace di mimare l'andamento dell'Alzheimer in modo simile a quanto osservato negli esseri umani. La scoperta, che apre la strada a nuovi possibili sistemi diagnostici della malattia così come nuove possibilità di test per i farmaci, è stata presentata sulle pagine di Cerebral Cortex.

 

UN NUOVO MODELLO. Molti dei modelli usati nella ricerca biomedica sono su animali transgenici. Si tratta di animali nel cui genoma è stato inserito del Dna per modellare lo sviluppo di una condizione che replichi o si avvicini a quelle umane. "Il nostro modello, battezzato AgenT, ha qualcosa di diverso – racconta Nicola S. Orefice, ricercatore italiano all'Institut national de la santé et de la recherche medicale (Inserm) in Francia – qualcosa che permette di replicare gradualmente la malattia, mostrandone la fase silente, ovvero prima che avvenga la deposizione delle placche amiloidi, considerato un punto di non ritorno". Le placche amiloidi sono una delle caratteristiche distintive della patologia di Alzheimer: si tratta di depositi in cui si accumula la beta-amiloide, una molecola prodotta in eccesso nella malattia e tossica per la sopravvivenza dei neuroni. Un'altra caratteristica distintiva della malattia è la formazione di ammassi della proteina Tau (nella forma fosforilata).

 

TUTTE LE FASI DELLA MALATTIA. Nel nuovo lavoro, i ricercatori del Cea, dell'Inserm, della Paris-Sud, della Paris-Descartes e del CNRS, sotto la supervisione di Jérôme Braudeau, hanno messo a punto un nuovo modello animale della malattia, capace di mostrare contemporaneamente entrambe queste caratteristiche della malattia, ma non solo. “Quello che abbiamo fatto è stato creare un modello animale, nel ratto, in cui è possibile provocare gli stati precoci della malattia, come quella in cui avviene la produzione della beta amiloide ma non si aggrega a formare le placche”, riprende Orefice. Per farlo gli scienziati hanno utilizzato un approccio alternativo agli animali transgenici, utilizzando un vettore virale, contenente le istruzioni per la produzione della beta amiloide e versioni del gene della presenilina-1 associate a forme famigliari della malattia (il gene in questione codifica per enzimi coinvolti nella formazione della beta amiloide stessa). "A questo punto abbiamo inserito il vettore virale all'interno dell'ippocampo, la regione più colpita, nelle fasi iniziali, nella malattia, e abbiamo osservato cosa accadeva nel tempo", continua Orefice, "In questo modo abbiamo visto che nelle fasi iniziali osserviamo una fase infraclinica, detta anche fase silente, ritenuta ancora reversibile, e abbiamo potuto studiare anche come la fase di aumento della concentrazione della beta amiloide causa l'iperfosforilazione della proteina tau". Una teoria su cui i ricercatori continuano a discutere. Nel corso dello studio i ricercatori sono riusciti a riprodurre tutte le fasi della malattia, spiegano, da lieve a grave, mimando nel modello animale quanto osservato nella clinica, in modo graduale, sia nel tempo che nei sintomi.

 

BIOMARCATORI E TEST PER NUOVI FARMACI. L'idea è che, grazie al modello e alle analisi biochimiche su possibili biomarcatori della malattia, si possa arrivare un giorno a sviluppare un test del sangue per la diagnosi di Alzheimer, "magari già intorno ai 50 anni", va avanti il ricercatore. Ma la speranza è che il modello aiuti anche la sviluppo di nuovi farmaci: "Potremmo testare nuove molecole nella fase precoce di malattia e osservare cosa succede, nella speranza di arrestare la malattia conclude Orefice – dietro i diversi fallimenti di alcune sperimentazioni cliniche c'è il fatto che alcune sono state fatte troppo tardi, quando il danno era irrecuperabile. Agire prima significherebbe fare in modo che nessuno debba perdere il diritto ai propri ricordi".

 

FONTE: http://www.repubblica.it/salute/ricerca/2017/11/15/news/un_nuovo_modello_per_studiare_l_alzheimer-181150876/

 

 

Mentre continuano gli sforzi dei ricercatori di tutto il mondo per cercare trattamento in grado perlomeno di bloccare l’avanzamento della malattia di Alzheimer, una buona notizia arriva dall’Imperial College di Londra. In uno studio pilota, pubblicato sulla rivista PNAS, i ricercatori dell’ateneo britannico sono riusciti a prevenire la comparsa dell’Alzheimer nei topi usando un virus come vettore per trasportare uno specifico gene nel cervello.  Il gene, chiamato PGC1-alfa, era già noto per essere in grado di prevenire la formazione della proteina neurotossica beta amiloide, il cui accumulo da origine alle celebri placche, coinvolte nella morte neurale. Questo gene è anche coinvolto nei processi metabolici dell’organismo, inclusa la regolazione di grassi e zuccheri. La sua attività, spiegano gli autori della ricerca, può essere potenziata dall’esercizio fisico e dall’assunzione di resveratrolo, celebre molecola antiossidante. 

 

NESSUN ACCUMULO DI PLACCHE, NESSUN DECADIMENTO COGNITIVO

 

La strategia è quella di sfruttare la capacità dei virus di penetrare nelle cellule e di inserirsi nel DNA dell’ospite. Il genere di virus utilizzato nello studio, lentivirus, viene già impiegato per la terapia genica in altre patologie. I ricercatori hanno iniettando il virus nell’ippocampo (area deputata alla memoria a lungo termine e all’orientamento) e nella corteccia (area coinvolta nel ragionamento e nella memoria a breve termine) degli animali ai primi stadi della malattia, prima ancora dello sviluppo delle placche di amiloide. Ebbene, a quattro mesi di distanza, questi animali non presentavano alcun accumulo, a differenza dei topi non trattati. Sottoposti inoltre a valutazione di tipo cognitivo, i topi trattati hanno avuto buone prestazioni nei test di memoria, del tutto simili a quelle degli animali sani. Infine, nessuna perdita neuronale è stata osservata nell’ippocampo degli animali, ma una riduzione delle cellule della microglia, cellule immunitarie che pattugliano il cervello alla ricerca di oggetti da rimuovere e che nell’Alzheimer possono contribuire al danno neurale tramite l’infiammazione. 

 

STUDIO PILOTA, CHE INDICA LA STRADA 

 

«I nostri risultati, per quanto siano da considerarsi preliminari, suggeriscono che questa terapia genica può avere un potenziale uso terapeutico per i pazienti», ha spiegato la responsabile dello studio, Magdalena Sastre del dipartimento di medicina dell’Imperial College. Tra gli ostacoli da superare vi è il trasporto del gene, che al momento avviene tramite iniezione direttamente nel cervello. «Tuttavia – ha aggiunto la ricercatrice - questo studio è la “proof of concept”, dimostra cioè la fattibilità di questo approccio e la necessità di ulteriori indagini». 

 

LA FRONTIERA DELLA TERAPIA DI ALZHEIMER

 

Secondo l’OMS, nel mondo le demenze sono 44 milioni e il loro numero è destinato a triplicare nei prossimi anni, per arrivare entro il 2050 a 135 milioni. Nel nostro paese, i casi di demenza sono 1 milione, di cui 600.000 sono Alzheimer. Ancora non esiste una cura in grado di curare la malattia o di arrestarne la progressione. Ma la speranza è ora verso i nuovi studi clinici, di cui si attendono a breve i risultati. Infatti, le strade terapeutiche che si stanno aprendo mirano a combattere la deposizione della proteina neurotossica e riguardano nuovi farmaci in grado di bloccarne la produzione – inibitori della beta secretasi - oppure anticorpi monoclonali in grado di rimuoverla.

 

FONTE: http://www.lastampa.it/2016/10/11/scienza/benessere/dovete-sapere/alzheimer-la-terapia-genica-ferma-la-malattia-nei-topi-qVjQruBq0L7COc73uF11bO/pagina.html

 

 

SONO 47 milioni in tutto il mondo le persone affette da una forma di demenza e questo numero è destinato a triplicarsi entro il 2050. Ma il dato più allarmante è che attualmente solo meno della metà dei pazienti nei paesi ad alto reddito, e uno su dieci in quelli a basso e medio reddito, hanno ricevuto una diagnosi. E' questa l’ultima fotografia scattata dal rapporto mondiale sull’Alzheimer realizzato dal King’s College London in collaborazione con la London School of Economics and Political Science e presentato oggi a Londra in concomitanza con la celebrazione, domani 21 settembre, della XIII Giornata dell'Alzheimer, malattia che nel nostro Paese colpisce circa 700mila persone, ovvero circa 5 over 60 su dieci, e rappresenta un costo di 11 miliardi di euro per l'assistenza, di cui il 73% a carico delle famiglie. 

 

Il nuovo rapporto mondiale. Il ritardo con cui si arriva alla diagnosi rappresenta ancora il problema principale. Infatti, anche se oggi c'è maggiore consapevolezza che in passato, il tempo medio con cui si arriva a una diagnosi è ancora di quasi due anni, mentre spesso il trattamento precoce è la chiave per ritardare la progressione della malattia. Secondo i dati raccolti dal nuovo Rapporto mondiale, una delle principali barriere per una diagnosi precoce sta nel fatto che le cure sono affidate esclusivamente allo specialista. 

 

Coinvolgere i medici di base. Un maggior coinvolgimento dei medici di base e in generale delle varie figure deputate alle cure (dall’infermiere al fisioterapista), invece, potrebbe far aumentare i casi diagnosticati ed inoltre potrebbe far diminuire il costo delle cure per ogni singolo paziente di oltre il 40%. "Il nuovo Rapporto sottolinea la necessità di ridisegnare e razionalizzare l’assistenza sanitaria per le demenze in modo da essere pronti per le sfide del 21° secolo", spiega Martin Prince del King’s College London. "Abbiamo solo 10-15 anni per realizzare questo cambiamento creando una piattaforma che possa garantire a tutti una buona assistenza in anticipo rispetto a quando saranno disponibili nuove terapie efficaci". Naturalmente anche l’accesso ai nuovi farmaci è fondamentale per garantire equità di cura ai 2/3 dei pazienti che vivono nei paesi in via di sviluppo. “Il rapporto invita a modificare drasticamente la modalità di assistenza sanitaria coinvolgendo maggiormente tutti gli attori dell’assistenza sanitaria facendo emergere così la necessità di considerare il malato come persona e garantirgli quindi una qualità di vita accettabile” commenta Gabriella Salvini Porro, presidente della Federazione Alzheimer Italia.

 

FONTE: http://www.repubblica.it/salute/medicina/2016/09/20/news/alzheimer_ancora_troppo_lunghi_i_tempi_della_diagnosi-148166678/?refresh_ce

 

 

Gli omega 3 ormai famosi perché fanno bene al cuore riducono anche il rischio di demenza, una delle forme di malattie neurologiche degenerative che colpiscono soprattutto il cervello degli anziani. Grazie alla loro azione anti infiammatoria, gli omega 3 aiutano a ridurre il rischio di demenza, in particolare perché si ritiene che incrementando il dosaggio di omega 3 sia possibile ridurre il rapporto omega6/omega3 e prevenire così i meccanismi infiammatori a carico del cervello e quindi anche la demenza – spiega il professor Alberto Albanese, Responsabile dell’Unità Operativa di Neurologia di Humanitas. 

 

Gli omega 3 sono acidi grassi poli-insaturi che raggiungono il cervello attraverso la barriera emato-encefalica, una speciale struttura con funzione di filtro che permette il passaggio selettivo di alcune sostanze al cervello mentre blocca altre. Gli omega 3 sono distinti dagli omega 6, un altro tipo di acidi grassi essenziali che, se in eccesso e, come suggeriscono alcuni studi, in un rapporto elevato omega6/omega3 possono causare infiammazione e facilitare le malattie neurologiche degenerative, tra cui la demenza.

 

Questo però non suggerisce di eliminare gli acidi grassi omega 6, presenti in oli di semi, frutta secca e legumi, perché sono costituenti necessari per il cervello e la loro assunzione non può essere ridotta. Invece, aumentare l’assunzione di omega 3, in particolare dal pesce di mari freddi come il salmone, dall’olio e dai semi di lino e di chia, aiuta a riequilibrare il rapporto omega6/omega 3correttamente bilanciato verso gli omega 3 e quindi a favore della prevenzione della demenza.

 

FONTE: http://www.humanitasalute.it/lo-sai-che/49389-lo-sai-gli-omega3-riducono-rischio-demenza/

 

 

L'allenamento mentale permette al cervello di restare giovane. Aiuta, infatti, a prevenire la perdita della memoria e a ridurre il rischio di declino cognitivo e demenza. Lo spiegano i ricercatori dell’Irccs Inrca - Istituto di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico per Anziani di Ancona, che hanno elaborato un “training cognitivo multidimensionale” per la terza età. Si tratta di una serie di esercizi volti ad aiutare gli anziani a conservare la memoria senza ricorrere all'uso dei farmaci. 

“Con l’aumentare dei casi di demenza, la ricerca impone di individuare cure non farmacologiche per prevenire le malattie neurodegenerative - spiega Fabrizia Lattanzio, Direttore scientifico dell'Inrca e autrice dello studio -. È prioritario educare, fin dall’età adulta, ad uno stile di vita fisicamente e mentalmente attivo, anche nello svolgimento delle semplici attività quotidiane”. 

L'efficacia del metodo elaborato dagli scienziati italiani è stata testata durante uno studio finanziato dal Ministero della Salute e dalla Regione Marche, i cui risultati sono pubblicati sulla rivista Rejuvenation Researc. Gli autori hanno invitato 321 persone di età superiore a 65 anni a seguire, per tre anni, un programma di allenamento mentale. I partecipanti sono stati suddivisi in tre diversi gruppi, a seconda del loro stato cognitivo: soggetti sani interessati a scoprire come prevenire la perdita della memoria, individui con lievi disturbi e malati di Alzheimer. 

Il training cognitivo comprende diversi esercizi. Per esempio, prevede tecniche mnemoniche, metodi di concentrazione e di orientamento, strategie per ricordare eventi e appuntamenti, impiego della scrittura per favorire la memorizzare, uso di liste, calendari e agende. Contempla anche la creazione di brevi racconti, che aiutano a fissare i ricordi e migliorano la padronanza del linguaggio. Infine, include passatempi comuni come le parole crociate, il gioco a carte e il sudoku. 

“Il training cognitivo rappresenta un’innovazione nel campo delle terapie contro le demenze - spiega Cinzia Giuli, psicologa dell’Unità operativa di geriatria Inrca di Fermo e responsabile del progetto -, poiché non ha effetti collaterali o controindicazioni, ed è altamente personalizzabile, con esercizi mirati per il singolo caso”.

Al termine della sperimentazione, è emerso che il 70% dei soggetti affetti da Alzheimer ha mostrato un significativo miglioramento delle performance cerebrali e dello stato psicologico. Questa evidenza è stata confermata anche dalla batteria Adas (Alzheimer’s disease assessment scale), che valuta la gravità della malattia attraverso indicatori quali memoria, linguaggio e orientamento. 

Inoltre, il programma sembra in grado di prevenire il declino cognitivo e l'insorgere della demenza: “Nei soggetti affetti da lievi disturbi di memoria e concentrazione, una forma pre-clinica di Alzheimer nota come Mild Cognitive Impairment - ha evidenziato la dottoressa Giuli -, ha aumentato in circa il 50% dei casi la percezione positiva sulle proprie capacità di memoria, che influisce sulla probabilità di ammalarsi a distanza di qualche anno”. Nei soggetti sani questo fenomeno è apparso ancor più evidente: ha, infatti, interessato l’81% del campione. 

Il training, concludono gli esperti, ha determinato effetti positivi anche sull’umore, sul livello di stress e sul benessere percepito dei partecipanti. Tanto che molti anziani hanno manifestato il desiderio di proseguire il programma anche dopo la fine della sperimentazione.

 

FONTE: http://salute24.ilsole24ore.com/articles/18808-meditazione-aiuta-il-cervello-a-restare-giovane?refresh_ce

 

La tecnologia, oggi, in medicina e nell'innovazione scientifica, può viaggiare a una velocità superiore all'immaginazione umana. Robotica per le fasi operatorie e la riabilitazione, assistenti avatar per i disabili, occhiali «intelligenti» per sentire meglio, ambienti di realtà virtuale per contrastare l'Alzheimer e spartiti musicali stampati in 3D secondo le necessità e le indicazioni dei non vedenti.

 

La rivoluzione tecnologica nell'ambito medicale passa anche dalla stampa 3D, tramite le nuove tecnologie che rendono possibile la progettazione di prodotti realizzati con e per utenti colpiti da differenti disabilità: cover personalizzate di microinfusori per diabetici, dispositivi e bracci robotici con scocche sempre personalizzate, che consentono a persone con difficoltà agli arti superiori di mangiare da sole, prevedendo anche lo «spalma-nutella» per rivestire pane e fette biscottate senza sporcarsi. «Grazie alla stampa 3D consumer e al coinvolgimento di una nuova generazione di designer e di maker - spiega Marinella Levi, docente del Politecnico di Milano, che segue il progetto di ricerca +ABILITY, mirato a studiare le relazioni tra la stampa 3D, i processi di coprogettazione e la condivisione di questi con differenti abilità - i pazienti possono lavorare dal concepimento del prodotto, fino alla sua realizzazione, personalizzandolo nella sua estetica, nelle funzionalità e nelle prestazioni terapeutiche, a costi contenuti e con la necessaria precisione. Un recupero dell'accesso al fare e all'autoproduzione, a supporto e miglioramento della qualità della vita di ciascuno e di tutti».

 

Le grandi novità del settore sono state presentate al «Technology Hub», l'evento professionale delle tecnologie innovative, promossa da Senaf, a Milano, tenutosi a Fieramilanocity, per mostrare al mondo imprenditoriale le potenzialità delle nuove applicazioni e dei materiali del futuro. Presenti in fiera 150 aziende, 9 aree dimostrative, 11 iniziative speciali e 89 tra workshop e convegni. Sei i settori dedicati all'innovazione, dalla stampa 3D all'additive manufacturing, passando per l'elettronica e l'Internet delle cose, i materiali innovativi, i droni e la robotica collaborativa e di servizio.

 

Tra i progetti presentati, di ampio respiro quello di ITIA-CNR (Istituto di Tecnologie Industriali e Automazione, Consiglio Nazionale delle Ricerche) specializzato in progetti di robotica per il mondo produttivo, ma anche per la salute, l'assistenza ai malati e la riabilitazione. L'applicazione software REAPP, collegata a un dispositivo robotico multisensioriale quale il «LINarm» e a un display, serve a supportare il malato, a incoraggiarlo e gratificarlo durante la sua attività riabilitativa in casa, intervenendo anche tramite un avatar e un assistente virtuale per controllare in tempo reale la postura e la correttezza dei suoi movimenti. Protagoniste anche le ultime frontiere della realtà virtuale, sviluppate con lo scopo di ritardare, per quanto possibile, la comparsa dei sintomi della malattia. In questo contesto si colloca Goji, un ambiente virtuale per contrastare l'Alzheimer.

 

FONTE: http://www.ilgiornale.it/news/salute/i-miracoli-robotica-contro-lalzheimer-e-favore-dei-disabili-1277606.html

 

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