L’artrite e l’artrosi sono delle malattie reumatiche che interessano le articolazioni, i sintomi che appaiono sono molto simili in quanto si ha una limitazione del movimento, forti dolori accompagnati a rigidità. Queste malattie posso rivelarsi e comparire a qualsiasi età, dall’infanzia all’adolescenza, dall’età adulta all’anzianità poiché si tratta di patologie croniche infiammatorie autoimmuni. Le differenze per queste due patologie sono tante ma non staremo qui a spiegarle, anche la prevenzione e le cure sono differenti. Importante è non prendere peso e mantenere uno stile di vita sano ed equilibrato favorendo anche un’attività fisica leggera.

 

Il Food and Nutrition Information Center ha diramato una serie di informazioni e raccomandazioni per i pazienti che soffrono di artrite e artrosi. Innanzitutto occorre mangiare alimenti con fibre, perché oltre a dare un maggior senso di sazietà, aiutano ad abbassare i livelli di colesterolo e a prevenire il diabete. Inoltre contengono vitamine e grassi salubri. Ottimi i legumi, le carote e la frutta secca. Anche l’omega 3 è importante, contenuto nel pesce e nell’olio, questi grassi aiutano a ridurre i danni provocati dall’infiammazione di artrosi e artrite perchè riduce i livelli di due proteine, proteina C-reattiva e l’interleuchina-6, Molto importante quindi mangiare salmone, tonno, sardine, trota, acciughe, aringhe, merluzzo e lo sgombro. Mangiare tra gli 80 e i 160 grammi almeno quattro volte a settimana riduce l’infiammazione e protegge anche il cuore.

 

La frutta e la verdura sono importanti perchè contengono antiossidanti che aiutano il sistema immunitario a lavorare meglio. Bisogna assumere almeno 5 porzioni al giorno. I frutti da preferire sono quelli rossi, l’avocado, l’anguria, l’uva, soprattutto quella nera. L’anguria in particolare riduce i livelli della proteina C-reattiva, colpevole dell’infiammazione e l’uva nera contiene resveratrolo, un potente antinfiammatorio.

 

Per combattere i radicali liberi mangia crucifere, broccoli e spinaci sono da preferire in quanto sono pieni di antiossidanti come vitamina A, C e K e contengono inoltre alti contenuti di calcio, essenziale per chi soffre di artrosi e artrite. Oltre a broccoli e spinaci, anche i cavoletti di Bruxelles e i cavolfiori contengono sulforafano che blocca il processo infiammatorio e i danni alla cartilagine. Altro alimento da preferire per coloro che soffrono di queste patologie sono i peperoni, grande fonte di vitamina C che pone attenzione alle ossa ed è fondamentale per proteggere la cartilagine. E’ importante che si prediliga la cottura a vapore sulle altre poiché quella a vapore preserva tutti i nutrienti delle verdure come vitamine e antiossidanti. L’olio d’oliva extravergine è un potente antinfiammatorio naturale poiché contiene oleocantale.

 

Come detto prima, fare un leggero esercizio fisico come passeggiate è la cosa migliore perché apporta benefici alle articolazioni, abbassa la pressione del sangue, rafforza il cuore e diminuisce il rischio di fratture. Mezz’ora di camminata al giorno sarà sufficiente per avere un miglioramento dei sintomi.

 

FONTE: http://www.meteoweb.eu/2016/06/artrite-e-artrosi-ecco-cosa-mangiare-per-sentirsi-meglio/704784/

È l’incubo di tutti noi quando ritiriamo le nostre analisi del sangue: avrò il colesterolo entro i limiti? E quello buono è sufficientemente alto da contrastare gli effetti di quello cattivo? Poi puntualmente se i valori risultano nella norma allora ci sentiamo tranquilli che il nostro cuore naviga in acque serene e che per il momento non dobbiamo preoccuparci. Le cose però in realtà non sono così semplici: il colesterolo non è infatti il principale parametro per la valutazione del rischio cardiovascolare, o per meglio dire, non possiamo pensare di avere una risposta sulla nostra situazione cardiovascolare considerando questo valore da solo.

Si tratta di un parametro che va incrociato con altri valori altrettanto importanti, come lapressione arteriosa, l’età, il sesso, l’essere o meno fumatori, la presenza di diabete, di malattie renali e respiratorie. Insomma, preoccuparsi solamente di colesterolo alto è assai riduttivo, tanto che in alcuni casi, nonostante valori di colesterolo totale superiori al valore soglia indicato, non è appropriato nessun intervento terapeutico. Al contrario, in situazioni particolarmente compromesse, come nel caso di chi ha già avuto episodi di infarto o ictus, il valore soglia per il cosiddetto colesterolo cattivo (LDL) non è 115 mg/dL come per la popolazione generale, ma 70 mg/dL.

 

Bombardati da innumerevoli messaggi, specie da parte dei media, e da qualche tempo anche dalle campagne pubblicitarie di alimenti o integratori alimentari che si focalizzano sul problema dell’ipercolesterolemia più che su altri importanti fattori di rischio – tra i quali l’eccesso di peso, la sedentarietà e il fumo – dobbiamo quindi stare attenti a non pensare alla nostra salute cardiovascolare solamente in termini di colesterolo.

Che cosa si intende dunque per rischio cardiovascolare, e come valutarlo nella sua complessità? Ne abbiamo parlato con Roberto Tramarin, Direttore dell’Unità Operativa di Cardiologia Perioperatoria e Riabilitativa dell’Istituto Scientifico Policlinico San Donato di Milano.

Un modo per rendersi conto rapidamente del reale peso dell’ipercolesterolemia è osservare lecarte di rischio cardiovascolare, che sono realizzate dalle società scientifiche a livello mondiale e aggiornate periodicamente. Queste tabelle, come nel caso dello SCORE elaborato dalla Società Europea di Cardiologia, descrivono il rischio in percentuale di morte per un evento cardiovascolare nei successivi 10 anni, a seconda di età, sesso, essere fumatori oppure no, pressione arteriosa (asse verticale) e infine colesterolo (asse orizzontale).

 

“Balza subito all’occhio che l’ipercolesterolemia incide di meno rispetto all’ipertensione (ancora oggi non diagnosticata in un soggetto su tre) o all’essere o meno fumatori”, spiega Tramarin. “Prendiamo il caso di un uomo di 60 anni non fumatore con un valore di colesterolo totale di 190, e quindi apparentemente normale: il suo rischio aumenta dal 2% in assenza diipertensione (cioè con pressione arteriosa sistolica di circa 120-140 mmHg) al 4% se la pressione è intorno a 160 fino al 6% se la pressione tocca i 180: il suo rischio cardiovascolare risulta quindi triplicato.”

Per contro, se il suddetto sessantenne ha una pressione stabile a 120 mmHg, il suo rischio cardiovascolare passa dal 2%, se il colesterolo è inferiore o uguale a 200 mg/dL, al 3% se è intorno a 250 mg/dl e rimane tale anche se i suoi valori di colesterolo arrivassero a 300 mg/dL, valori che identificano una grave ipercolesterolemia. Insomma, se il paziente non soffre di ipertensione e non fuma, il colesterolo incide molto meno sul suo rischio cardiovascolare rispetto alla stessa ipercolesterolemia in un paziente iperteso e/o fumatore. Se oltre tutto il paziente è fumatore, all’aumentare di ipertensione e colesterolo il rischio è ancora maggiore. Altrimenti detto: il colesterolo alto da solo ci dice relativamente poco. “Nella definizione accurata del reale rischio cardiovascolare dobbiamo quindi valutare i vari fattori di rischio non individualmente, ma nella loro globalità – precisa Tramarin – anche per evitare pericolosi e fuorvianti fai-da-te.”

 

Colesterolo buono e cattivo: vanno valutati entrambi

 

Facciamo un passo indietro. Il colesterolo che va tenuto sotto controllo è in realtà quello “cattivo” cioè quello che nelle nostre analisi del sangue viene definito LDL, e che è molto pericoloso perché è quello che tende ad accumularsi nei nostri vasi sanguigni. “Non basta però l’indicazione di questo colesterolo cattivo per valutare il nostro reale rischio cardiovascolare” spiega Tramarin. “Le analisi del sangue devono contenere almeno cinque parametri, che permettono al nostro medico di valutare la nostra situazione, e sono, oltre alla glicemia che indica la presenza di diabete, il colesterolo totale (il cui valore, non “normale”, ma “desiderabile” è indicato come inferiore a 190 mg/dl), il colesterolo “buono” (HDL), considerato buono perché contribuisce a eliminare il colesterolo presente nelle arterie, quello cattivo cioè LDL, e i trigliceridi. È indispensabile quindi disporre di tutti questi cinque valori. Infatti una persona con valori di colesterolo totale e cattivo accettabilmente bassi potrebbe in realtà avere, in presenza di valori di colesterolo HDL (quello buono) particolarmente bassi, un elevato profilo di rischio cardiovascolare.

 

Alimentazione sana e attività fisica e il rischio diminuisce

 

“Il concetto chiave di cui dobbiamo convincerci è che le malattie cardiovascolari si possono prevenire attraverso una dieta sana e uno stile di vita che comprenda un po’ di attività fisicaeseguita con costanza”, conclude Tramarin. “Secondo le più recenti evidenze scientifiche la mortalità per malattie cardiovascolari potrebbe essere dimezzata solo attraverso modeste riduzione dei rischi connessi all’alimentazione e alla sedentarietà. Sembra il solito mantra trito e ritrito, ma non è così: un’alimentazione sana, basata sulla dieta mediterranea ricca di carboidrati, frutta e verdura e povera di grassi di origine animale, il non fumare, e camminare a passo sostenuto 30 minuti al giorno possono salvarci la vita, non solo attraverso il loro contributo alla riduzione del colesterolo, ma anche attraverso la loro azione benefica sulla riduzione della l’ipertensione, sul miglior controllo di un eventuale diabete, e sul mantenimento di un buon peso forma. Questo significa fare davvero prevenzione delle malattie cardiovascolari”.

 

FONTE: http://www.agoravox.it/Rischio-cardiovascolare-e.html

 

 

La malnutrizione non riguarda solo i Paesi meno sviluppati; in Europa sono a rischio oltre 33 milioni di persone che non si nutrono a sufficienza, soprattutto anziani che vivono da soli o che soffrono di malattie croniche; circa 1 anziano su 2 risulta malnutrito al momento del ricovero in ospedale.

 

Recupero difficile per loro 

 

Lo sottolineano gli esperti di Sinuc, la Società italiana di nutrizione clinica e metabolismo, durante il congresso nazionale in corso a Roma. «Spesso la malnutrizione non viene diagnosticata e, anche quando lo è, non sempre viene curata in modo adeguato perché si sottovaluta il problema, in particolare l’importanza che la massa muscolare e la forza fisica hanno per il recupero dopo un ricovero e la malattia stessa – afferma il presidente di Sinuc, Maurizio Muscaritoli, docente di medicina interna e nutrizione clinica all’università La Sapienza di Roma – . Ma non si tratta di un “problema estetico”: la malnutrizione non è meno pericolosa dell’obesità e può avere serie ripercussioni sulla salute e anche sul sistema sanitario».

 

Rischio infezioni tre volte superiore 

 

Secondo alcuni studi, i pazienti malnutriti sono soggetti a un maggior numero di complicazioni rispetto a quelli nutriti correttamente; per esempio, in ospedale corrono un rischio di contrarre infezioni tre volte superiore agli altri. Inoltre, hanno maggiori probabilità di nuovi ricoveri e anche di minore sopravvivenza. Insomma, una malattia nella malattia. «Ancora oggi quando un paziente viene ricoverato in ospedale non sempre si registra in cartella clinica il suo peso ponderale e l’altezza, che servono a calcolare l’indice di massa corporea – fa notare Francesco Landi, del Centro di medicina dell’invecchiamento dell’Università Cattolica di Roma – . Per aiutare gli anziani che già soffrono o sono a rischio di malnutrizione, la nutrizione clinica deve diventare parte integrante delle cure». 

 

Campanelli d’allarme 

 

Ma quali sono i segnali di una carenza nutritiva? «Un indicatore importante è la recente perdita di peso avvenuta in modo involontario – spiega Muscaritoli – . In particolare, comincia a essere un campanello d’allarme un calo del 5-10% negli ultimi tre-sei mesi. I motivi possono essere diversi, per esempio, problemi di masticazione e deglutizione, l’intestino che funziona male, perdita dell’appetito, assunzione insufficiente di alimenti, anziani che consumano pochissima carne anche per motivi economici; ma l’apporto delle proteine e degli altri nutrienti è importante soprattutto dopo i 65 anni». Che un intervento nutrizionale possa avere effetti sulla salute dei pazienti lo conferma un recente studio, pubblicato su Clinical Nutrition, condotto negli Stati Uniti tra il 2012 e il 2014 su un campione di oltre 600 anziani malnutriti ricoverati presso 78 diversi ospedali. Nel gruppo che assumeva, oltre alla terapia, anche un supplemento nutrizionale orale - a base di proteine, vitamina D e HMB, derivato dell’aminoacido leucina che si trova naturalmente nelle cellule muscolari -, i ricercatori hanno riscontrato miglioramenti di peso corporeo, stato nutrizionale e livelli di vitamina D, oltre a un tasso di mortalità significativamente più basso.a malnutrizione non riguarda solo i Paesi meno sviluppati; in Europa sono a rischio oltre 33 milioni di persone che non si nutrono a sufficienza, soprattutto anziani che vivono da soli o che soffrono di malattie croniche; circa 1 anziano su 2 risulta malnutrito al momento del ricovero in ospedale. 

 

Recupero difficile per loro 

 

Lo sottolineano gli esperti di Sinuc, la Società italiana di nutrizione clinica e metabolismo, durante il congresso nazionale in corso a Roma. «Spesso la malnutrizione non viene diagnosticata e, anche quando lo è, non sempre viene curata in modo adeguato perché si sottovaluta il problema, in particolare l’importanza che la massa muscolare e la forza fisica hanno per il recupero dopo un ricovero e la malattia stessa – afferma il presidente di Sinuc, Maurizio Muscaritoli, docente di medicina interna e nutrizione clinica all’università La Sapienza di Roma – . Ma non si tratta di un “problema estetico”: la malnutrizione non è meno pericolosa dell’obesità e può avere serie ripercussioni sulla salute e anche sul sistema sanitario». 

 

Rischio infezioni tre volte superiore 

 

Secondo alcuni studi, i pazienti malnutriti sono soggetti a un maggior numero di complicazioni rispetto a quelli nutriti correttamente; per esempio, in ospedale corrono un rischio di contrarre infezioni tre volte superiore agli altri. Inoltre, hanno maggiori probabilità di nuovi ricoveri e anche di minore sopravvivenza. Insomma, una malattia nella malattia. «Ancora oggi quando un paziente viene ricoverato in ospedale non sempre si registra in cartella clinica il suo peso ponderale e l’altezza, che servono a calcolare l’indice di massa corporea – fa notare Francesco Landi, del Centro di medicina dell’invecchiamento dell’Università Cattolica di Roma – . Per aiutare gli anziani che già soffrono o sono a rischio di malnutrizione, la nutrizione clinica deve diventare parte integrante delle cure».

 

Campanelli d’allarme 

 

Ma quali sono i segnali di una carenza nutritiva? «Un indicatore importante è la recente perdita di peso avvenuta in modo involontario – spiega Muscaritoli – . In particolare, comincia a essere un campanello d’allarme un calo del 5-10% negli ultimi tre-sei mesi. I motivi possono essere diversi, per esempio, problemi di masticazione e deglutizione, l’intestino che funziona male, perdita dell’appetito, assunzione insufficiente di alimenti, anziani che consumano pochissima carne anche per motivi economici; ma l’apporto delle proteine e degli altri nutrienti è importante soprattutto dopo i 65 anni». Che un intervento nutrizionale possa avere effetti sulla salute dei pazienti lo conferma un recente studio, pubblicato su Clinical Nutrition, condotto negli Stati Uniti tra il 2012 e il 2014 su un campione di oltre 600 anziani malnutriti ricoverati presso 78 diversi ospedali. Nel gruppo che assumeva, oltre alla terapia, anche un supplemento nutrizionale orale - a base di proteine, vitamina D e HMB, derivato dell’aminoacido leucina che si trova naturalmente nelle cellule muscolari -, i ricercatori hanno riscontrato miglioramenti di peso corporeo, stato nutrizionale e livelli di vitamina D, oltre a un tasso di mortalità significativamente più basso. 

 

FONTE: http://www.corriere.it/salute/nutrizione/16_giugno_08/italia-1-anziano-2-malnutrito-quando-entra-ospedale-7a30295e-2d9a-11e6-9ed7-029647940570.shtml

 

Il pancreas è una ghiandola lunga circa 15 cm, che si trova sotto lo stomaco, ma in posizione un po' più arretrata, la quale svolge due importanti funzioni:

 

- produrre i succhi pancreatici, che servono a decomporre il cibo che ingeriamo;

- produrre degli ormoni, tra cui l'insulina, per regolare i processi di assorbimento e utilizzo del cibo.

 

Può essere suddiviso in tre porzioni: la testa (quella più frequentemente colpita dalla malattia), il corpo e la coda.Il tumore al pancreas è una malattia piuttosto frequente, che in Italia colpisce più di 8.500 persone ogni anno. Il rischio di ammalarsi aumenta con l'età: tra i 70 e gli 80 anni il rischio è 40 volte superiore rispetto al periodo tra i 30 e i 40 anni. I maschi sono leggermente più colpiti delle femmine.I tumori del pancreas possono essere benigni o maligni. Quelli benigni sono rari e rappresentano circa il 6-10 per cento dei casi; quelli maligni, numericamente in maggioranza, sono malattie a decorso molto aggressivo e rappresentano una delle più frequenti cause di morte per tumore nel mondo occidentale.

 

I SINTOMI 

 

Il tumore del pancreas non provoca sintomi nella fase iniziale della malattia, che quindi può insorgere senza che il medico o il paziente se ne accorgano. Ci sono però alcune condizioni che sono riscontrabili in più del 50 per cento dei casi di tumore del pancreas, in presenza delle quali è consigliabile recarsi da un medico:

 

- ittero, una patologia del fegato che si manifesta con un ingiallimento della cute;

- dolore addominale;

- disturbi nella digestione;

- perdita di peso e delle forze.

 

I FATTORI DI RISCHIO

 

Diversi studi hanno permesso di individuare alcuni fattori che aumentano il rischio di ammalarsi di tumore del pancreas:

 

- fumo di tabacco, considerato il principale fattore di rischio, al quale viene attribuito il 30 per cento dei casi;

- dieta, sovrappeso e scarsa attività fisica;

- fattori occupazionali, che espongono a maggior rischio determinate categorie di lavoratori (ad es. lavoratori chimici);

- altre malattie, come il diabete e la pancreatite;

- aver subito una gastrectomia o una colecistectomia;

- fattori genetici ereditari (meno del 10 per cento dei casi).

- La diagnosi

 

Di fronte a sintomi sospetti, il medico può arrivare a formulare una diagnosi precisa ricorrendo ai seguenti esami diagnostici: Tc (Tomografia Computerizzata); Rm (Risonanza Magnetica); Ercp (Colangiopancreatografia Retrograda Endoscopica); Pet (Tomografia a Emissione di Positroni); ultrasonografia endoscopica (ecoendoscopia); biopsia pancreatica.

 

LA CURA

 

A seconda dello stadio del tumore, cioè in quale parte del pancreas si trova, che dimensione ha e se si è diffuso in altri organi o nei linfonodi, vengono impiegate:

 

- la chirurgia, adottata come primo intervento, mediante asportazione parziale o totale del pancreas; può essere usata anche come cura palliativa per diminuire il dolore;

 

- la chemioterapia, che può essere applicata prima dell'intervento chirurgico, per ridurre le dimensioni del tumore, o dopo, con funzione esclusivamente palliativa;

 

- la radioterapia, con modalità e scopi uguali alla chemioterapia, ma con un ruolo positivo sulla sopravvivenza nelle forme localmente avanzate, quando il tumore non è operabile.

 

FONTE: http://www.intrage.it/SaluteEPrevenzione/tumore_al_pancreas

 

Un nuovo, recente studio condotto da un team di scienziati cinesi riferisce che le persone che consumano birra con regolarità possono prevenire la progressione delle malattie neurologiche. La ricerca, condotta dall’Università di Lanzhou, mette in risalto le proprietà benefiche della birra per la nostra salute, in quanto aiuta a proteggere le cellule celebrali dalle gravi malattie neurodegenerative come il morbo di Alzhemier e il morbo di Parkinson. “Il luppolo è stato usato per secoli come trattamento a una vasta gamma di disturbi”, riferiscono gli autori, e un suo alto consumo conserva le cellule celebrali dall’ossidazione legata alla demenza. 

 

Questa bevanda alcolica contiene, infatti, un’elevata concentrazione di un composto chiamato “Xanthohumol” che, insieme con le cellule neuronali, “pulisce” le molecole attive che causano danni celebrali, nonchè fornisce un supporto per alcuni geni altamente protettivi. Lo studio conclude che l’abitudine di bere birra è benefico per la salute, proprio a causa di questo “Xanthohumol” che funge come una sorta di antiossidante, che aiuta altresì a proteggere il cuore contro i problemi relativi all’obesità e al cancro, tra cui le molteplici funzioni farmacologiche associate.

 

FONTE: http://scienzenotizie.it/2016/01/24/bere-birra-aiuta-a-prevenire-lalzheimer-e-il-parkinson-4511669#

 

L’esercizio fisico e la dieta fanno bene a qualsiasi età: fin qui nulla di nuovo. Ciò che emerge come aspetto ultimo, invece, è l’effetto che il movimento e la restrizione calorica possono assicurare in una determinata categoria della popolazionequella degli over 60, che in Italia corrispondono al 22% della cittadinanza. Un po’ di attività sportiva e qualche rinuncia a tavola possono migliorare la funzionalità del cuore, anche sotto sforzo. Il dato emerge da una ricerca pubblicata sul Journal of the American Medical Association e condotta da otto ricercatori dell’Università del North Carolina. 

 

INTRAPRENDERE L’ATTIVITA’ FISICA ANCHE SE SI È AVANTI CON GLI ANNI

 

L’attività fisicaconsiderata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità alla stregua di una terapia farmacologica, può «allungare» la vita anche se intrapresa soltanto nell’ultima parte di essa. Merito del miglioramento di una serie di parametri osservati negli anziani trattati con una dieta controllata: dallafunzione diastolica all’attività del v entricolo sinistro, dal controllo della pressione sanguigna alla riduzione della massa grassa

 

Senza escludere la riduzione dei livelli di zuccheri e grassi circolanti nel sangue e la riduzione di alcuni marcatori della risposta infiammatoria, presenti in maggiore quantità nelle persone in sovrappeso. Lo studio che ha portato a queste evidenze ha visto coinvolti 92 over 60 con un indice di massa corporea superiore a trenta (obesi) e affetti da insufficienza cardiaca con frazione di eiezione ventricolare preservata. Si tratta della forma più diffusa della malattia, caratterizzata da una ridotta funzionalità del ventricolo sinistro. Le persone che ne soffrono, quasi sempre in sovrappeso o obese, segnalano come prima conseguenza l’impossibilità di effettuare sforzi e dunque di svolgere un’attività fisica.  

 

DIETA E ATTIVITÀ FISICA PROMUOVONO LA SALUTE CARDIOVASCOLARE

 

Partendo da questo presupposto, i ricercatori hanno suddiviso i pazienti in quattro gruppi: uno soltanto sottoposto a una dieta ipocalorica (con un taglio di quattrocento chilocalorie giornaliere), l’altro chiamato a ridurre i consumi a tavola e a svolgere attività fisica (con un programma individualizzato da svolgere tre volte alla settimana), il terzo fatto lavorare soltanto in palestra e un gruppo di controllo (né a dieta né sottoposto ad attività sportiva).

 

Osservandoli per cinque mesi, gli studiosi statunitensi hanno notato che sia la dieta sia l’attività fisica miglioravano il consumo massimo di ossigeno, un parametro in parte indicativo della funzionalità cardiaca. A sviluppare questo progresso in primis la riduzione del peso corporeo e l’aumento della massa magra, osservato in tutti e tre i gruppi di studio: con tagli ai chili in eccesso compresi tra il tre e il dieci per cento rispetto al punto di partenza.

 

Una prova sufficiente secondo Nanette Wenger, docente di cardiologia all’Università di Atlanta e autore di un editoriale apparso sulla medesima rivista, per affermare che «il combinato disposto tra dieta e attività fisica si dimostra efficace anche negli anziani. Adesso è necessario avviare studi con campioni più ampi e osservazioni più durature nel tempo. Ma sembrano esserci pochi dubbi circa l’utilità che una correzione dello stile di vita risulti utile anche nei pazienti obesi e già vittime di un’insufficienza cardiaca». 

 

FONTE: http://www.lastampa.it/2016/01/25/scienza/benessere/negli-anziani-il-movimento-migliora-funzionalit-del-cuore-17o6fHteNg163u9TBhGUYM/pagina.html

 

A dicembre dello scorso anno la quarta edizione del Codice Europeo contro il Cancro riportava alcune regole di prevenzione, tra cui le seguenti:"basare la propria alimentazione prevalentemente su cibi di provenienza vegetale, con cereali non industrialmente raffinati e legumi in ogni pasto e un'ampia varietà di verdure non amidacee e di frutta. Limitare il consumo di carni rosse ed evitare il consumo di carni conservate". 

 

Sulla scia di Campbell e del suo best seller "The China Study" le carni vengono ripetutamente messe sul banco degli imputati quando si parla di rischio cancerogeno. Lo IARC (l'Agenzia Internazionale per la Ricerca sul cancro) ora punta il dito contro le carni rosse e i salumi che hanno subito processi di lavorazione mirati ad aumentarne la conservabilità. Questi ultimi addirittura sono posti nella lista dei cancerogeni del gruppo 1, ossia tra quelle sostanze per le quali esistono prove sufficienti per stabilire un nesso causale tra l'esposizione dell'uomo e lo sviluppo dei tumori. Per tali carni trasformate è stata infatti documenta un'associazione con il cancro del colon-retto. 

 

Ma cosa si intende per sostanza cancerogena? Cancerogeni sono tutti quei fattori che possono portare alla formazione di tumori maligni. Attenzione però che tali fattori sono tantissimi, ad esempio anche la luce solare. Non possiamo però metterli tutti sullo stesso piano. Certo è che una sostanza cancerogena aumenta il rischio di malattia nel corso della vita ma è impossibile a dirsi quando e se ciò accadrà. Si parla di probabilità non di certezza e questa probabilità varia a seconda dell'agente cancerogeno. Il fumo di sigaretta ad esempio non può essere messo allo stesso livello di rischio delle carni rosse o trasformate. 

 

Inoltre basilare è lo stile di vita, che ognuno conduce, nel suo complesso. Infatti il consumo dello stesso quantitativo di carne ha un effetto ben diverso su un normopeso con uno stile alimentare e di vita sano e su un individuo in sovrappeso e sedentario. Una dieta sbagliata non sarà l'unica causa di un tumore del colon, anche se potrà contribuire con un'azione sinergica negativa al manifestarsi di patologie. L'analisi in definitiva deve essere olistica, ampia e considerare più fattori e le loro correlazioni. È necessario riflettere sulle tecniche di allevamento, sui metodi di trasformazione e di conservazione e sulla preparazione. La carne rossa non è tutta uguale come non lo sono gli allevamenti e i piatti preparati. Una carne ben protetta dai batteri tramite nitriti e nitrati, che nel nostro organismo si trasformano in nitrosammine, certamente avrà probabilità di rischio più alta. Braciole e salsicce ai ferri con patatine fritte hanno un effetto ben diverso di una fettina di vitello cotta al forno e accompagnata da un contorno di verdure. Queste ultime tra l'altro apportano sostanze antiossidanti che riducono la formazione dei radicali liberi e contrastano l'azione delle molecole ad azione cancerogena eventualmente presenti nella carne.

 

Quindi non vanno demonizzate le carni rosse, ma consumate con criterio evitando gli eccessi.

 

FONTE: http://tecnici24.ilsole24ore.com/art/sicurezza/2015-11-17/le-carni-rosse-e-cancro-090731.php?refresh_ce=1

 

La carne rossa? «Al di là delle polemiche una volta alla settimana va mangiata, anche dagli anziani». Lo spiega Mariangela Rondanelli, responsabile del servizio endocrino nutrizionale dell’Istituto Santa Margherita che ieri ha cominciato le lezioni per la due giorni residenziale di medici, biologi e nutrizionisti interessati all’alimentazione dell’anziano. Sperimentazioni pratiche delle strumentazioni atte a verificare le necessità nutrizionali degli anziani, lezioni e discussione di casi clinici sulla base dei nuovi livelli di assunzione raccomandata di alimenti per la fascia di età sopra i 75 anni.

Prima leggenda da sfatare, niente carne per gli anziani? «Le proteine servono eccome – spiega Rondanelli – carne, pesce, uova, latte e legumi sono fondamentali. Una volta a settimana la carne rossa e tre o quattro volte la bianca, come il pesce. A ogni pasto servono proteine, la carne è fondamentale per il contenuto di vitamine del gruppo B e le proteine nobili».

In discussione anche che tipo di acqua faccia meglio agli anziani: «Alla base della piramide alimentare degli anziani c’è l’acqua – spiega ancora Rondanelli –. L’acqua non serve solo a idratare ma a passare nutrienti acque ricche in calcio per soggetti con osteoporosi per esempio, o ricca di bicarbonati per aiutare la digestione. Ancora: per combattere la stipsi l’acqua ricca di magnesio aiuta. E ancora: gli anziani dovrebbero preferire gli alimenti integrali, così come il resto della popolazione: «Sono fonti di fibre che aiutano l’intestino pigro – spiega ancora Rondanelli –. Dopo l’acqua, salendo sulla piramide alimentare troviamo i carboidrati e le proteine e sulla cima della piramide c’è una bandierina: il soggetto anziano deve anche assumere integratori perché l’assorbimento delle vitamine D e B12 non è ottimale.

Quindi il medico deve sapere quali integratori consigliare». La vitamina D aiuta a preservare ossa e muscoli, la B12 in generale a livello cognitivo. «Le vitamine – chiude Rondanelli – servono anche a trasformare i nutrienti in energia».

FONTE: http://laprovinciapavese.gelocal.it/pavia/cronaca/2015/11/08/news/sorpresa-la-carne-fa-bene-agli-anziani-1.12412120

 

Chi beve birra campa cent'anni, diceva una nota pubblicità. Ora questa bevanda si rivela un'alleata del cuore delle donne. Secondo uno studio sembra, infatti, che bere birra una o due volte a settimana protegge le donne dal rischio infarto. Infatti chi la consuma in modo moderato, ha un rischio infarto più basso del 30% sia rispetto alle forti bevitrici, sia a quante non hanno mai assaggiato una pinta. E' quanto emerge da uno studio svedese, che ha coinvolto 1.500 donne seguite per 50 anni.

 

Il team della Sahlgrenska Academy, Università di Göteborg, ha analizzato i dati raccolti dal 1968 fino al 2000, quando le donne coinvolte avevano tra 70 e 92 anni. Con l'aiuto delle informazioni emerse da un questionario sul consumo di una serie di alcolici, gli studiosi hanno cercato di capire in che modo le quantità di bevande ingerite influiscono su una serie di patologie: infarto, icturs, diabete e cancro.

Nei 32 anni del primo 'step' considerato, 185 donne hanno avuto un infarto, 162 un ictus, 160 si sono ammalate di diabete e 345 di cancro.

 

Lo studio ha mostrato una connessione statisticamente significativa tra un elevato consumo di alcolici (ovvero più frequente di una volta o due volte al mese) e un rischio di quasi il 50% più alto di morire di cancro, rispetto a chi beve meno spesso. Ma, secondo la ricerca, le donne che bevono birra in modo moderato, sono più protette dal rischio infarto rispetto alle altre.

 

Insomma, un consumo moderato di birra potrebbe avere un effetto protettivo sul cuore delle donne. "Precedenti ricerche suggerivano che l'alcol in quantità moderata può avere un effetto protettivo - spiega Dominique Hange, fra gli autori del lavoro pubblicato sullo 'Scandinavian Jounral of Primary Health Care' - I nostri risultati tengono conto di altri fattori di rischio cardiovascolare, ma allo stesso tempo non possiamo confermare che il consumo moderato di vino abbia lo stesso effetto. Insomma, i nostri risultati devono essere confermati da studi di follow up".

 

FONTE: http://www.panorama.it/scienza/salute/salute-birra-amica-del-cuore-delle-donne-lo-protegge-da-infarto/

 

Una dieta liquida potrebbe invertire il diabete di tipo 2 o comunque ridurre il bisogno di insulina. È l’ipotesi messa in campo da un team di ricercatori dell’Imperial College di Londra.


Gli scienziati intendono verificare gli effetti della dieta a basso contenuto calorico su 90 pazienti affetti da diabete di tipo 2 da lungo tempo che assumono regolarmente insulina. La sperimentazione avrà una durata di 3 mesi.


La metà del campione seguirà una dieta liquida a base di minestroni e frullati, con progressiva reintroduzione del cibo solido. La dieta avrà un quantitativo calorico molto basso, circa 800 calorie. L’altra metà del campione invece seguirà un altro tipo di regime alimentare, con l’introduzione di circa 1700 calorie giornaliere e regolare esercizio fisico.


Per un anno tutti i pazienti verranno monitorati e il loro indice di massa corporea misurato ogni mese.

Altri studi in passato hanno evidenziato la capacità di diete ipocaloriche di invertire il diabete di tipo 2 nel caso in cui fosse diagnosticato da pochi anni.
Adrian Brown, il coordinatore della sperimentazione, spiega: “le diete a basso contenuto calorico potrebbero trasformare il trattamento del diabete e fornire un trattamento senza farmaci che può addirittura invertire la condizione.

Speriamo che questo studio, il più grande nel suo genere fino ad oggi, ci fornirà un'ulteriore prova dell'efficacia di questo nuovo approccio".

 

FONTE: http://www.italiasalute.it/5651/La-dieta-liquida-contro-diabete-di-tipo-2.html

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