Chi assumerà i poveri che hanno diritto al reddito di cittadinanza? Le aziende si guardano bene dal dare garanzie. In compenso a fare un passo avanti sono le famiglie. Il 9 gennaio Assindatcolf, associazione che rappresenta due milioni di famiglie datrici di lavoro domestico, ha inviato una lettera al vicepremier Luigi Di Maio. «Riteniamo fondamentale avviare un confronto con il governo nell’immediato, per avere la certezza che anche le famiglie rientrino a pieno titolo nel provvedimento sul quale sta lavorando in queste ore l’esecutivo, denominato “Reddito di cittadinanza”», recita la missiva.

 

Per ora nessuna risposta. «Questa volta non ci sono vie di mezzo: — taglia corto Andrea Zini, vicepresidente di Assindatcolf —. Il reddito di cittadinanza può sancire il definitivo abbandono del settore al lavoro nero. Oppure l’occasione per lanciare una campagna di emersione. Tutto dipende da come sarà scritto il decreto. Dalle varie bozze non è chiaro se ad assumere con gli sgravi contributivi del reddito di cittadinanza possano essere anche le famiglie. Siamo convinti che potrebbe essere un’opportunità». Che ne pensa il sindacato, che da una parte assiste i lavoratori domestici ma spesso supporta anche le famiglie che vogliono mettere in regola i loro collaboratori? «Non c’è dubbio, potrebbe essere una strada da valutare. Ma tutto dipende da come sarà scritto il testo. E finora non abbiamo potuto confrontarci su nulla», va al sodo Gigi Petteni, presidente dell’Inas, l’Istituto nazionale di assistenza sociale della Cisl.

 

Oggi gli assistenti domestici in nero sono più di quelli in regola: 6 su 10. Il settore ha il record del lavoro irregolare. Quello che è vietato dalla legge è tollerato nei fatti. Perché spesso le famiglie hanno oggettive necessità di aiuto ma non si possono permettere di pagare anche i contributi. I controlli poi sono praticamente assenti. Per di più l’interesse della famiglia a non regolarizzare coincide spesso con quello delle lavoratrici, in gran parte donne e per l’80% straniere: molte contano di tornare prima o poi nel Paese d’origine e per questo non sono interessate alla pensione in Italia. «Oggi una famiglia con una badante a tempo pieno paga 700-750 euro a trimestre di contributi. Insomma, con i fondi corrispondenti a un anno di reddito di cittadinanza “pieno” si potrebbero azzerare i contributi per tre anni», ipotizza Zini, aggiungendo un tassello alla proposta: «Il nostro settore ha un ente bilaterale (Ebincolf, finanziato per 2 centesimi l’ora a carico della famiglia e 1 centesimo l’ora a carico lavoratore, ndr;) che potrebbe occuparsi della formazione dei lavoratori da assumere con il Rdc».

 

Le bozze del decreto circolate finora parlano genericamente di «datori di lavoro». Le famiglie non sono esplicitamente escluse. L’operazione potrebbe avere però un paio di limiti. Come si diceva, colf e badanti sono in gran parte immigrate. Di queste solo una minoranza può documentare la residenza regolare in Italia da 10 anni, condizione per accedere al reddito di cittadinanza. Poi c’è il fatto che gli sgravi contributivi a un certo punto finirebbero. E allora la convenienza a tenere il lavoratore in regole potrebbe non esserci più. «È chiaro — conclude Zini — che bisognerebbe pensare a un’operazione stabile nel tempo».

 

FONTE: https://www.corriere.it/economia/19_gennaio_16/reddito-cittadinanza-rebus-le-assunzioni-colf-badanti-f2aedecc-19d6-11e9-8af3-37b4f370f434.shtml?refresh_ce-cp

Badanti in nero e senza tutele, nei guai quattro agenzie per il lavoro

In seguito alle denunce di Nidil/Cgil all’Ispettorato territoriale del lavoro, sono emerse diverse irregolarità a carico di due società e due agenzie di lavoro che da diversi anni operavano sul territorio modenese, e non solo, fornendo assistenti familiari. Si tratta di Terza Età Servizio Badanti Coop e Garoxanasi Srl (società rumena), che tra il 2015 e il 2016 avrebbero gestito i contratti delle lavoratrici in modo irregolare. Successivamente, la stessa Terza Età, avendo compreso che era irregolare il rapporto con la Garoxanasi Srl, aveva interrotto il rapporto commerciale con quest’ultima a fine 2016 e avviato un nuovo rapporto commerciale con due presunte agenzie per il lavoro, una estera e una italiana, la J & I S.A. (Spolka Akcyjna) anch’essa di origine rumena e la Job Italy Spa. 

Lo riferisce la stessa Cgil, che dopo le denunce ha seguito da vicino il lavoro dell'Ispettorato, che secondo quanto riferito avrebbe accertato per ognuna delle società "significative irregolarità nei contratti di lavoro, evasione contributiva e fiscale, ricorso al lavoro nero e all’utilizzo improprio nelle buste paghe di voci trasferta e assenze/permessi”.  Inoltre per la Garoxanasi Srl sarebbe stata accertata anche la non “autenticità” del distacco transnazionale posta in essere tra la medesima e la Terza Età Servizio Badanti Coop. La J & I S.A. (Spolka Akcyjna) e la Job Italia sono risultate non essere iscritte all’Albo italiano delle Agenzie per il lavoro temporaneo. 

"Inutile dire che tutto questo si è tradotto per diverse centinaia di lavoratrici in vero e proprio sfruttamento tanto basta che in conseguenza delle irregolarità riscontrate sono state contestate complessivamente circa 950.000 euro di sanzioni amministrative ed effettuati recuperi di contributi previdenziali e assicurativi per oltre 750.000 euro. I titolari delle ditte sono stati denunciati all’Autorità giudiziaria da parte dell’Ispettorato del Lavoro per intermediazione illecita, sfruttamento del lavoro e altre violazioni di carattere penale", sottolinea la Nidil/Cgil.

Per la denuncia del 2017, la Job Italy aveva anche  citato in giudizio per diffamazione i responsabili di Nidil/Cgil, ma il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Modena lo scorso 3 ottobre ha archiviato la denuncia perché il fatto non sussiste. Nidil, insieme alla Cgil di Modena, ha inoltre intenzione di costituirsi parte civile nei processi penali che verranno avviati verso le società coinvolte a difesa dei diritti delle lavoratrici che sono state vittime delle gravi violazioni dei loro diritti. 

FONTE: http://www.modenatoday.it/economia/denuncia-agenzie-lavoro.badanti-modena-cgil.html

 



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Il decreto Dignità ha reintrodotto il reato di somministrazione fraudolenta. Se la somministrazione di lavoro è posta in essere con la specifica finalità di eludere norme inderogabili di legge o di contratto collettivo, il somministratore e l'utilizzatore sono puniti con la pena dell'ammenda di 20 euro per ciascun lavoratore coinvolto e per ciascun giorno di somministrazione. Sul piano operativo, la norma appare di limitata applicazione perché il reato è configurabile solo in presenza di un dolo specifico. Come il decreto Dignità si inserisce nel quadro normativo vigente?

Tra le novità in materia di lavoro contenute nel decreto Dignità (decreto legge 12 luglio 2018, n. 87, convertito con modificazioni dalla legge 9 agosto 2018, n. 96) si annoverano importanti modifiche al contratto di somministrazione di lavoro.

I correttivi mirano a limitare il ricorso al contratto, ritenuto come strumento eccezionale di utilizzo di risorse umane nell’ambito dell’attività produttiva dell’utilizzatore. Per questo sono stati introdotti limiti nel caso di somministrazione a tempo determinato sulla falsariga di quanto già previsto per il contratto a termine.

 

Coerentemente, viene anche prevista l’applicabilità della disciplina in materia di contratto a tempo determinato, con esclusione delle disposizioni relative a:

 

- Rinnovi, limitatamente al caso di un nuovo contratto a tempo determinato entro 10 o 20 giorni dal precedente contratto di durata fino a sei mesi o superiore

- Numero complessivo di contratti a tempo determinato

- Diritti di precedenza.

 

Reato di somministrazione fraudolenta

 

In sede di conversione del D. L. n. 87/2018 è poi stato introdotto un nuovo articolo al decreto legislativo n. 81 del 2015. Si tratta dell’articolo 38-bis che ha il chiaro scopo di prevenire situazioni di grave irregolarità, come indica la norma, in rubrica “Somministrazione fraudolenta”.

Tale introduzione non rappresenta una disposizione di assoluta novità nell’ambito dell’apparato sanzionatorio relativo alla somministrazione di lavoro. Viene infatti riproposto testualmente quanto già recitava l’art. 28 del D. Lgs. n. 276/2003, abrogato, a decorrere dal 25 giugno 2015, dall’art. 55, comma 1, lett. d), D.Lgs. 15 giugno 2015, n. 81.

L’art. 38-bis rafforza le sanzioni già previste dall’art. 18 del D. Lgs. n. 276/2003, prevedendo che quando la somministrazione di lavoro è posta in essere con la specifica finalità di eludere norme inderogabili di legge o di contratto collettivo applicate al lavoratore, al somministratore e l'utilizzatore viene altresì comminata la pena dell'ammenda di 20 euro per ciascun lavoratore coinvolto e per ciascun giorno di somministrazione.

 

Difficoltà per i professionisti e le aziende

 

Prima di entrare nella disamina della novità, è significativo evidenziare le difficoltà di chi è chiamato ad applicare le norme per due ragioni:

- La continua modifica della legislazione

- L’applicazione delle norme in combinato disposto.

In materia di sanzioni, nel caso in esame, abbiamo ricordato come il legislatore è intervenuto nel 2015 col decreto legislativo n. 81/2015, ma poi anche col decreto legislativo n 8/2016 ed ora con la legge n. 96/2018. Inoltre, le norme richiedono una lettura in combinato disposto peraltro talvolta senza un esplicito rinvio.

Ma andiamo con ordine.

 

Quadro normativo

 

Come abbiamo visto la disciplina introdotta dall’articolo 38-bis si aggiunge a quella dell’articolo 18 del D. Lgs. n. 276/2003. Quest’ultima norma si occupa dell’apparato sanzionatorio relativo sia ai soggetti che esercitano attività di somministrazione, intermediazione, ricerca e selezione di personale e supporto alla ricollocazione professionale, nonché ai casi relativi all’utilizzo delle diverse modalità di esternalizzazione del lavoro (distacco, appalto, somministrazione di lavoro).

Nello specifico, l’articolo prevede anche sanzioni in capo al somministratore ed all’utilizzatore. Nel caso di esercizio non autorizzato delle attività di somministrazione di lavoro è prevista la pena dell'ammenda di euro 50 per ogni lavoratore occupato e per ogni giornata di lavoro. Qualora si accerti che risulti sfruttamento dei minori, la pena è quella dell'arresto fino a diciotto mesi e l'ammenda è aumentata fino al sestuplo.

Per l’utilizzatore che ricorre alla somministrazione da soggetti non autorizzati, o comunque al di fuori dei limiti ivi previsti, si applica la pena dell'ammenda di euro 50 per ogni lavoratore occupato e per ogni giornata di occupazione. Anche in questo caso, in presenza di sfruttamento dei minori, la pena è quella dell'arresto fino a 18 mesi e l'ammenda è aumentata fino al sestuplo.

Nell’applicazione di tale dettato normativo, occorre tuttavia considerare che il 6 febbraio 2016 è entrato in vigore il decreto legislativo 15 gennaio 2016, n. 8 che ha introdotto disposizioni in materia di depenalizzazione, a norma dell'articolo 2, comma 2, della legge 28 aprile 2014, n. 67, applicabile anche alla disciplina sanzionatoria relativa alla somministrazione di lavoro. Il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali è intervenuto sugli effetti relativi all’apparato sanzionatorio in materia di lavoro con la circolare 5 febbraio 2016, n. 6.

 

Somministrazione illecita: impatti di un regime sanzionatorio non penale

 

Nello specifico, relativamente alla somministrazione di lavoro illecita/abusiva, l’ammenda fissata dall’art. 18, commi 1 e 2, D.Lgs. n. 276/2003 si applica tenendo conto dell'art. 1, comma 6, del citato D. Lgs. n. 8/2016. Tale norma dispone che "la somma dovuta è pari all’ammontare della multa o dell’ammenda ma non può, in ogni caso, essere inferiore a euro 5.000 né superiore a euro 50.000”. Nel caso di somministrazione illecita/abusiva ed utilizzazione illecita/abusiva, l’illecito non è diffidabile e l’ammenda per l’originario reato era pari ad euro 50 per ogni lavoratore occupato e per ogni giornata di lavoro.

 

Esempio di calcolo (circolare n. 6/2016):

 

Caso di un solo lavoratore impiegato per 10 giornate: 50x10 = 500 euro

Ad oggi, la sanzione da irrogare in concreto è pari all'importo minimo di riferimento, dunque a 5.000 euro che, ridotto ex art. 16 legge n. 689/1981, è di 1.666,67 euro.

Laddove, invece, la sanzione risultante dal calcolo fosse superiore a 5.000 euro, si procederà direttamente alla riduzione ex art. 16 dell'importo. Per esempio, nel caso in cui siano interessati 10 lavoratori per quindici giornate: 50 x 10 x 15 = 7.500 euro che, ridotto ex art. 16, è di 2.500 euro.

 

Cosa prevede il decreto Dignità

 

Tornando invece all’art. 38-bis, sul piano operativo, la norma non appare di facile applicazione, salvo plateali casi di accertato grave abuso dell’istituto. Infatti, per la comminazione della sanzione non è necessaria solo la sussistenza della condotta prevista, ma anche l’esistenza di un dolo specifico.

Dunque non è sufficiente eludere norme inderogabili di legge o di contratto collettivo applicate al lavoratore, ma è necessario altresì che la condotta sia posta in essere con la specifica finalità elusiva.

L’elusione potrebbe emergere probabilmente allorquando ad esempio il ricorso illecito all’utilizzo dell’istituto sia avvenuto per superare il divieto all’utilizzo di altre forme contrattuali, ma l’onere probatorio rimane in capo all’organo di vigilanza.

Venendo poi all’entrata in vigore della nuova disciplina, occorre prestare attenzione alla decorrenza in quanto alcune norme hanno avuto efficacia dal 14 luglio 2018 all’11 agosto 2018, periodo in cui risultava vigente il D. L. n. 87/2018; successivamente, invece, è entrata in vigore la legge di conversione n. 96/2018 che ha apportato modifiche alla disciplina contenuta nel decreto legge nonché introdotto il citato art. 38-bis.

Va precisato a tal proposito che non è previsto alcun periodo transitorio, a differenza delle modifiche relative ai contratti di lavoro a tempo determinato per i quali, proprio in sede di conversione del decreto legge, è stato previsto che le disposizioni si applicano ai contratti di lavoro a tempo determinato stipulati successivamente alla data di entrata in vigore del presente decreto, nonché ai rinnovi e alle contrattuali successivi al 31 ottobre 2018.

 

FONTE: http://www.ipsoa.it/documents/lavoro-e-previdenza/amministrazione-del-personale/quotidiano/2018/09/05/somministrazione-fraudolenta-quadro-normativo-complesso-aziende-professionisti

Lotta al lavoro irregolare e al caporalato, l’ispettorato di Modena ha denunciato i titolari di una cooperativa spuria e di due società con sede nell’Unione Europea che, abusando dell’esterovestizione, sfruttavano i lavoratori con paghe e contratti fuori norma.

Si tratta di imprese attive, illecitamente, nella fornitura di servizi socio-assistenziali alle famiglie, come colf e badanti. Nella sola provincia di Modena gli ispettori hanno accertato ben 321 lavoratori irregolari di cui 179 totalmente “in nero”.

Le aziende controllate non risultano nemmeno iscritte all’apposito albo di autorizzazione del Ministero e sono state sanzionate complessivamente per 950mila euro. Avviato anche il recupero di 750mila euro di mancati versamenti contributivi, pratiche di elusione ed evasione fiscale attraverso cui le società effettuavano una concorrenza sleale e il cosiddetto “dumping” sociale.

P.S. Solo una regolare Agenzia per il Lavoro Interinale Autorizzata dal Ministero del Lavoro può fornire badanti e personale domestico.

Per informazioni: www.vitassistance.it

FONTE ARTICOLO: http://www.trc.tv/news/economia/2018/09/27/societa-forniva-badanti-in-nero/

 

La risposta è assolutamente NO ! La partita Iva non va bene per un lavoro continuativo come quello della badante !

Parliamo di un fenomeno in costante crescita numerose cooperative mandano delle Badanti a lavorare assumendole come "libere professioniste". La CGIL di Modena è già intervenuta su questo caso con l'aiuto della Guardia di Finanza, è una procedura non convenzionale che non tutela ne le famiglie ne le badanti.

Spesso le famiglie si trovano a pagare cifre superiori ai minimi retributivi ma non solo in caso di vertenza sindacale le famiglie vengono ad essere parte in causa, quindi subiscono anche loro la vertenza.

I lavoratori , le badanti, devono sapere che essere assunte a partita IVA vuol dire non avere nessun diritto:

- NO ferie pagate

- NO malattia

- NO disoccupazione

- NO permessi

In più le badanti devono ricordare che si devono pagare da sole i contributi.

Ricordiamo alle badanti che prima di firmare un contratto con un'agenzia è fondamentale farlo leggere ad un CAF sindacato o a un CONSULENTE DEL LAVORO.

I lavoratori non devono firmare contratti senza sapere i loro diritti!

FONTE: http://www.ilcercabadanti.it/ro/le-famiglie/consigli-fiscali-ed-informazioni-utili-alle-famiglie/badanti-partita-iva-si-pu%C3%B2-oppure-%C3%A8

Pensa a tutto Vitassistance ! La Vostra badante sarà assunta direttamente da noi con il Contratto Nazionale del Lavoro domestico CCNL DOMESTICO quindi diventerà nostra dipendente e tutta l'amministrazione e l'organizzazione sarà a carico nostro senza più nessun rischio e responsabilità.
VitAssistance offre servizi in convivenza e a ore intervenendo in caso di bisogno 24 ore su 24.
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Una particolare combinazione di geni HLA e il fumo di sigaretta aumentano in maniera variabile il rischio di sviluppare sclerosi multipla (SM). Ma è quando si rimane esposti anche a solventi organici che il rischio sale. Lo hanno scoperto i ricercatori del Karolinska Institutet di Stoccolma e dell’Università di Londra, diretti da Anna Karin Hedstròm, che hanno appena pubblicato i risultati dei loro studi sulla rivista Neurology.

Chi rischia

Chi per esempio non fuma e possiede una certa conformazione genica (HLA-DRB1-15 negativo e HLA-A-02 positivo) ha un rischio basso, a patto che non venga a contatto con solventi organici. In tal caso, infatti, il rischio raddoppia. C’è poi chi nasce sfortunato perché, anche senza incontrare questi solventi, ha un rischio che risulta di base aumentato di quasi 5 volte: sono i soggetti con una conformazione genica opposta (HLA-DRB1-15 di tipo positivo e HLA-A-02 di tipo negativo). Ma questo aumento di rischio impallidisce di fronte a quello che si riscontra ad esempio in un imbianchino che presenta proprio quel tipo di corredo genico, ma in più fuma e maneggia aquaragia per via del suo lavoro. E lo stesso accade ai lavoratori delle tintorie e a tanti altri che sono a contatto con solventi organici e fumano, ignari di essere portatori della micidiale conformazione genica individuata dai ricercatori anglo-svedesi.

Esaminate cinquemila persone

I risultati dello studio condotto su quasi 5mila soggetti (2.042 pazienti e 2.947 controlli) pubblicato su Neurology mette un punto fermo alla disputa scientifica sul ruolo di cause tossiche o virali piuttosto che genetiche nell’aumento dei casi di sclerosi multipla che negli ultimi trent’anni è più che quadruplicata in tutto il mondo. Il crescente inquinamento è sempre più stato chiamato in causa e sono cresciute le segnalazioni di nuovi loci genici come possibili imputati, ma i ricercatori sono sempre stati dubbiosi se schierarsi a favore dell’una o dell’altra ipotesi perché questa malattia è classicamente plurifattoriale e non si può fare una scelta tipo solo bianco o solo nero. Occorre invece verificare come le due componenti interagiscono fra loro, come infatti hanno fatto con complessissimi calcoli statitici (metodo TotAP) i ricercatori del Karolinska.

Petrolio

Andrebbe indagato meglio, ad esempio, cosa sta succedendo in Arabia Saudita dove, secondo quando riportato qualche hanno fa da Ait Ahan dell’Università di Riad, l’incidenza di SM è aumentata del 160%, con un incremento fin troppo elevato per il semplice aumento dei soggetti maschi impiegati nel settore petrolifero. I solventi organici sono derivati petroliferi ed è probabile che chi lavora nelle raffinerie sia dedito al fumo, ignaro di far aumentare fra l’altro anche il suo rischio di sclerosi multipla. Il dato arabo è in controtendenza perché popolazioni come quella canadese e svedese, che sono «sotto sorveglianza» da anni per seguire nel tempo l’andamento della SM, indicano che oggi ad ammalarsi di più sono le donne con un’inversione di tendenza nel rapporto maschio/femmina, prima a favore dell’uomo. Può darsi che la micidiale combinazione geni-idrocarburi-fumo giochi un ruolo pericoloso nei lavoratori del deserto e, alla luce del nuovo studio, anche l’aumento del fumo nel gentil sesso può avere un qualche effetto.

Genetica e ambiente

«Come la maggior parte delle malattie dell’uomo, la SM è una malattia complessa, con una predisposizione genetica e fattori ambientali che ne possono favorire lo sviluppo — commenta il Presidente della SIN Gianluigi Mancardi del’Università di Genova— Lo studio appena pubblicato su Neurology punta a comprendere meglio il rischio ambientale, anche perché è soprattutto su tali fattori che possiamo incidere. Noti fattori di rischio sono le infezioni, in particolare da virus herpes e virus Epstein-Barr, oppure il fumo e l’obesità. Ma il lavoro dei colleghi svedesi ne evidenzia un altro, l’esposizione ai solventi organici, a cui possono seguire problematiche infiammatorie croniche polmonari, che faciliterebbero fenomeni di autoimmunità che poi portano alla malattia. Tre anni fa in Italia abbiamo fatto il cammino inverso con lo studio PROGRESS che puntava a comprendere meglio il rischio genetico e abbiamo considerato il rischio di malattia legato ai tipi di geni HLA allora noti confrontando la prevalenza di SM fra Sardegna e resto d’Italia. La popolazione sarda, con flussi migratori finora irrilevanti, ha infatti caratteristiche genetiche peculiari che la rendono sostanzialmente isolata e stabile consentendo di studiare livelli di malattia con più facilità rispetto a qualsiasi altra popolazione italiana. Lo studio è stato pubblicato sul Multiple Sclerosis Journal e fu uno dei più ampi studi italiani con il coinvolgimento di pressocché tutti i principali ricercatori del nostro Paese. Ne era risultato che occorreva ampliare la popolazione da sottoporre a studi genetici e che bisognava affinare questo tipo di indagini allora ancora troppo approssimative. Quelle conclusioni sembrano essere essere state oggi recepite dai ricercatori del Karolinska e dell’Unversità di Londra che in quasi 5mila soggetti hanno evidenziato e catalogato una diversa suscettibilità genetica che funge da terreno predisponente all’insulto polmonare di fumo e solventi, innescando una reazione irritativa autoimmunitaria polmonare che in ultima analisi porta allo sviluppo della malattia. Una spinta in più al piatto genetico della bilancia che tiene conto anche di quello tossico, mettendoli forse finalmente in equilibrio»

Il consiglio

Un consiglio non solo per gli imbianchini, i restauratori, le lavandaie o chiunque viva a contatto con solventi, può essere che è meglio non fumare. Ogni fattore di rischio che chiunque può ridurre, sia esso il peso o il fumo, è sempre un po’ di salute in più. E non solo nella sclerosi multipla.

 

FONTE: https://www.corriere.it/salute/neuroscienze/18_luglio_03/geni-fumo-solventi-petrolio-rischio-sclerosi-multipla-eff7ab1e-7ed6-11e8-9a5a-8ee160d32254.shtml?refresh_ce-cp

 

 

 

 

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