Redditi non dichiarati al fisco per 250.000 euro, 34 posizioni contributive irregolari - di cui 29 'in nero' - con 17.500 euro di contributi non versati: è quanto il Gruppo Aosta della guardia di finanza contesta a una persona accusata di gestire come una "società commerciale" una Cooperativa sociale valdostana nel settore dell'assistenza domiciliare. La cooperativa coinvolta, la 'La Place' di Aosta, è attualmente in liquidazione.

 

Dalle indagini, avviate nel 2013, è emerso che le badanti, seppur formalmente costituite in cooperativa, erano gestite da "una persona che le dirottava, a seconda delle necessità, sull'intero territorio valdostano. Questo meccanismo non è compatibile con il fine mutualistico proprio delle cooperative bensì con un fine di lucro". La persona aveva patteggiato quattro mesi per truffa ai danni del sistema previdenziale pubblico: a seguito di una perquisizione domiciliare, erano stati trovati falsi bollettini postali Mav relativi ai versamenti dei contributi. Le sanzioni pecuniarie inflitte ammontano a oltre 166 mila euro. L'attività ha coinvolto anche Direzione Territoriale del Lavoro, Inps e Inail.

 

Secondo le fiamme gialle, il mancato versamento dei contributi "nelle casse dell'Inps e dei premi assicurativi all'Inail" ha portato anche alla "mancata maturazione dei requisiti necessari per accedere ai sistemi di sostegno del reddito nei periodi di disoccupazione da parte delle lavoratrici". L'indagine inoltre ha "fatto emergere sistemi di concorrenza sleale che danneggiano gli altri operatori del settore, che forniscono con professionalità servizi di assistenza domiciliare nei confronti di degenti, anziani ed ammalate".

 

Dapprima ci sono state le indagini penali della guardia di finanza - in collaborazione con l'Inps - che hanno portato alla scoperta dei bollettini Mav falsificati relativi ai versamenti dei contributi previdenziali, e quindi il patteggiamento a quattro mesi in tribunale. In seguito, con il via libera della procura, le fiamme gialle, con Direzione territoriale del lavoro, Inps e Inail hanno individuato le 34 posizioni contributive irregolari e i finanzieri hanno accertato le violazioni fiscali (250.000 euro non dichiarati).

 

FONTE: http://www.ansa.it/valledaosta/notizie/2016/09/15/falsa-coopevasione-e-29-badanti-in-nero_0b6756b1-b969-4b47-b984-95955b76afa9.html

 

SONO 47 milioni in tutto il mondo le persone affette da una forma di demenza e questo numero è destinato a triplicarsi entro il 2050. Ma il dato più allarmante è che attualmente solo meno della metà dei pazienti nei paesi ad alto reddito, e uno su dieci in quelli a basso e medio reddito, hanno ricevuto una diagnosi. E' questa l’ultima fotografia scattata dal rapporto mondiale sull’Alzheimer realizzato dal King’s College London in collaborazione con la London School of Economics and Political Science e presentato oggi a Londra in concomitanza con la celebrazione, domani 21 settembre, della XIII Giornata dell'Alzheimer, malattia che nel nostro Paese colpisce circa 700mila persone, ovvero circa 5 over 60 su dieci, e rappresenta un costo di 11 miliardi di euro per l'assistenza, di cui il 73% a carico delle famiglie. 

 

Il nuovo rapporto mondiale. Il ritardo con cui si arriva alla diagnosi rappresenta ancora il problema principale. Infatti, anche se oggi c'è maggiore consapevolezza che in passato, il tempo medio con cui si arriva a una diagnosi è ancora di quasi due anni, mentre spesso il trattamento precoce è la chiave per ritardare la progressione della malattia. Secondo i dati raccolti dal nuovo Rapporto mondiale, una delle principali barriere per una diagnosi precoce sta nel fatto che le cure sono affidate esclusivamente allo specialista. 

 

Coinvolgere i medici di base. Un maggior coinvolgimento dei medici di base e in generale delle varie figure deputate alle cure (dall’infermiere al fisioterapista), invece, potrebbe far aumentare i casi diagnosticati ed inoltre potrebbe far diminuire il costo delle cure per ogni singolo paziente di oltre il 40%. "Il nuovo Rapporto sottolinea la necessità di ridisegnare e razionalizzare l’assistenza sanitaria per le demenze in modo da essere pronti per le sfide del 21° secolo", spiega Martin Prince del King’s College London. "Abbiamo solo 10-15 anni per realizzare questo cambiamento creando una piattaforma che possa garantire a tutti una buona assistenza in anticipo rispetto a quando saranno disponibili nuove terapie efficaci". Naturalmente anche l’accesso ai nuovi farmaci è fondamentale per garantire equità di cura ai 2/3 dei pazienti che vivono nei paesi in via di sviluppo. “Il rapporto invita a modificare drasticamente la modalità di assistenza sanitaria coinvolgendo maggiormente tutti gli attori dell’assistenza sanitaria facendo emergere così la necessità di considerare il malato come persona e garantirgli quindi una qualità di vita accettabile” commenta Gabriella Salvini Porro, presidente della Federazione Alzheimer Italia.

 

FONTE: http://www.repubblica.it/salute/medicina/2016/09/20/news/alzheimer_ancora_troppo_lunghi_i_tempi_della_diagnosi-148166678/?refresh_ce

 

 

Reazione infiammatoria nei confronti di microrganismi o di prodotti microbici, che interessa il parenchima polmonare.

La polmonite è uno dei problemi di salute più frequenti e significativi negli anziani. In questa fascia di età, è la 4a causa principale di morte e la causa di morte più importante per malattia infettiva. Essa costituisce spesso l’evento terminale dopo una malattia grave di lunga durata; è stata denominata “l’amica dell’anziano”.

L’incidenza annuale negli anziani varia da 20-40/1000 per la polmonite acquisita nella collettività a 100-250/1000 per la polmonite acquisita nelle strutture assistenziali di lungodegenza. In qualunque momento, si ritiene che il 2,1% degli anziani residenti in tali strutture abbia la polmonite. La polmonite nosocomiale è frequente tra i pazienti anziani ricoverati in ospedale che sono stati sottoposti a interventi chirurgici toracici o addominali, ventilazione meccanica o alimentazione per sondino.

Il fattore di rischio principale per lo sviluppo di una polmonite nell’anziano è la presenza di altre malattie gravi. Inoltre, la probabilità che la polmonite abbia un esito sfavorevole, compresa la morte, è legata in maniera diretta al numero delle patologie concomitanti; il tasso di mortalità aumenta da 9/100 000 in assenza di altre affezioni, a 217/100 000 in presenza di un’affezione ad alto rischio e a 979/100 000 in presenza di due o più affezioni ad alto rischio. Nei pazienti anziani è probabile che insorga un maggior numero di complicanze delle polmoniti, come la sepsi, l’empiema e la meningite. 

 

Eziologia

 

Si descrivono di seguito i microrganismi identificabili che causano più frequentemente la polmonite nell’anziano. Nel 30-50% dei casi, non viene isolato alcun agente patogeno specifico. La colonizzazione delle vie respiratorie da parte di batteri potenzialmente patogeni gram – e gram + si verifica più spesso negli anziani che nelle persone più giovani, il che è dovuto in parte a fattori come le terapie antibiotiche ripetute, l’intubazione endotracheale, il fumo, la malnutrizione, gli interventi chirurgici e le terapie che riducono l’acidità gastrica, aumentando così il pH.

Steptococcus pneumoniae: lo S. pneumoniae (che causa la polmonite pneumococcica) costituisce il più frequente agente eziologico batterico della polmonite dell’anziano acquisita nella collettività. È responsabile del 15-50% di tutte le polmoniti degli adulti diagnosticate mediante coltura. Si calcola che il tasso di attacco della polmonite pneumococcica sia di 46/1000 nelle persone di età > 65 anni. I pazienti > 65 anni hanno una probabilità da 3 a 5 volte superiore di morire per questo tipo di polmonite, rispetto ai loro equivalenti più giovani. 

 

Bacilli gram –: questi agenti patogeni sono più comuni negli ambienti ospedalieri, dove la Klebsiella, la Pseudomonas aeruginosa, l’Enterobacter sp, il Proteus sp, l’Escherichia coli e altri bacilli gram – sono responsabili del 40-60% di tutte le polmoniti diagnosticate mediante coltura. I bacilli gram – possono colonizzare il faringe posteriore nei pazienti debilitati e gravemente malati.

 

Batteri anaerobi: negli anziani, gli anaerobi causano il 20% dei casi di polmonite acquisita nella collettività e il 31% dei casi di polmonite nosocomiale. La polmonite da anaerobi, generalmente è conseguente all’aspirazione. I pazienti anziani tendono ad aspirare a causa di condizioni patologiche legate all’età che alterano lo stato di coscienza, come l’uso di sedativi e le patologie mediche (p. es., malattie neurologiche, astenia). Tra gli anaerobi frequentemente coinvolti vi sono il Fusobacterium nucleatum, gli anaerobi pigmentati di nero (denominati comunemente Bacteroides melaninogenicus), i peptostreptococchi, i peptococchi e, occasionalmente, il B. fragilis.

 

Haemophilus influenzae: i ceppi di H. influenzae sono responsabili dell’8-20% delle polmoniti nell’anziano. Questi microrganismi causano più frequentemente la polmonite nei pazienti affetti da bronchite cronica.

 

Legionella sp: la predisposizione alle infezioni da Legionella (5% di tutte le polmoniti diagnosticate mediante coltura) aumenta con l’età. La L. neumophila è responsabile dell’85% circa di tutte le polmoniti da Legionella negli anziani, mentre la L. micdadei lo è di circa il 15%. Sebbene la malattia dei legionari sia un’affezione sporadica, ne sono state descritte epidemie in alberghi e ospedali.

 

Virus: le cause virali di polmonite nei pazienti anziani comprendono i virus influenzali e parainfluenzali, il virus respiratorio sinciziale e, probabilmente, gli adenovirus. I virus parainfluenzali colpiscono raramente gli adulti sani; la loro comparsa relativamente frequente tra gli anziani può essere una conseguenza del calo delle difese immunitarie.

 

L’influenza è la causa principale di polmonite nell’anziano. Nelle persone di età ³70 anni, la sua incidenza è circa 4 volte superiore a quella osservata nei soggetti < 40 anni. Circa il 90% dei decessi dovuti all’influenza, negli USA, si verifica in persone di età ³65 anni. Il decorso dell’influenza può essere complicato da una polmonite batterica secondaria.

 

Patogenesi

 

Due dei fattori principali che predispongono gli anziani alla polmonite sono la colonizzazione orofaringea e l’aspirazione inavvertita. La colonizzazione dell’orofaringe da parte di diversi bacilli gram – è particolarmente frequente nei pazienti ricoverati in condizioni critiche. I fattori predisponenti comprendono la scarsa igiene orale, le anomalie della deglutizione, l’aumento dell’adesività dei bacilli gram – alle cellule mucose, la debilitazione dovuta a malattie cardiache, respiratorie o neoplastiche, la riduzione della deambulazione e l’assunzione di antibiotici ad ampio spettro. L’aspirazione inavvertita delle secrezioni orofaringee è legata spesso all’alcolismo, all’uso di sedativi o narcotici, alle malattie cerebrovascolari, ai disturbi esofagei e all’intubazione nasogastrica.

 

I microrganismi raggiungono l’albero tracheobronchiale attraverso quattro vie: inalazione, aspirazione, inoculazione diretta da sedi contigue, diffusione ematogena. Tra quelli elencati, i meccanismi più frequenti sono l’inalazione e l’aspirazione.

 

Polmonite da inalazione: gli agenti patogeni contenuti nelle goccioline di aerosol, che vengono inalati fino alle vie respiratorie inferiori sotto forma di microparticelle, comprendono il Mycobacterium tuberculosis, la Legionella sp e il virus dell’influenza. Il M. tuberculosis e il virus influenzale vengono trasmessi attraverso le secrezioni aerosolizzate prodotte con la tosse. Sebbene nella maggior parte dei casi la polmonite pneumococcica venga acquisita per aspirazione, in rari casi, specialmente in corso di epidemia, il microrganismo viene inalato. L’infezione da Legionella non si trasmette per contagio interumano, ma piuttosto viene acquisita inalando particelle di aerosol infette provenienti da fonti a contatto con l’acqua (p. es., condizionatori d’aria o diffusori delle docce). I microrganismi veicolati dalle particelle di aerosol possono essere introdotti nelle vie aeree inferiori dalla strumentazione chirurgica oppure esservi depositati dalle microparticelle aerosoliche provenienti da un nebulizzatore con serbatoio contaminato usato con l’equipaggiamento per la ventilazione. 

 

Polmonite da aspirazione: nella polmonite da aspirazione acquisita nella collettività, gli agenti patogeni abituali sono i batteri anaerobi che risiedono normalmente nei solchi gengivali (p. es., peptostreptococchi, fusobatteri, anaerobi melaninogenici). Nella polmonite da aspirazione nosocomiale, i patogeni abituali sono i bacilli gram –, talvolta in associazione con gli anaerobi. La maggior parte dei casi di polmonite pneumococcica e da bacilli gram – consegue probabilmente alla microaspirazione, in cui un inoculo di batteri abbastanza piccolo si propaga dal faringe posteriore ai polmoni. L’aspirazione di volumi maggiori porta alla diffusione di un inoculo relativamente grande di batteri orofaringei nelle vie aeree inferiori e si verifica in presenza di condizioni che compromettono lo stato di coscienza o che causano disfagia. 

 

Sintomi, segni e diagnosi 

 

Le caratteristiche cliniche tipiche della polmonite (febbre, tosse e produzione di escreato) spesso sono sfumate e non completamente manifeste nei pazienti anziani. Solo nel 33-60% dei pazienti anziani la malattia esordisce con febbre elevata. Invece, negli anziani la polmonite esordisce comunemente con confusione o delirio acuti e con deterioramento della funzione basale. Possibili segni di esordio sono la tachipnea e la tachicardia.

 

La radiografia del torace, di solito, permette di fare la diagnosi, ma non dà indicazioni sull’eziologia. Nei pazienti anziani è più frequente osservare la progressione della malattia e il coinvolgimento di più lobi, mentre la leucocitosi con presenza di globuli bianchi immaturi compare più raramente. È necessaria l’esecuzione routinaria delle emocolture.

Per porre la diagnosi non bisogna basarsi sull’espettorato, perché esso non consente la distinzione tra una contaminazione esterna e una vera infezione polmonare. Tuttavia, l’espettorato è utile per la coltura del M. tuberculosis, dei funghi patogeni (Histoplasma, Blastomyces e Coccidioides) e della Legionella sp. La colorazione di Gram dei campioni dell’espettorato può essere utile, se si osserva la predominanza di un solo microrganismo accanto a un grande numero di neutrofili. L’aspirazione transtracheale (ottenimento di un campione di escreato mediante una cannula fatta procedere fino alle vie aeree inferiori con una puntura percutanea a livello della membrana cricotiroidea), l’aspirazione transtoracica e la broncoscopia a fibre ottiche con una spazzola schermata possono fornire risultati attendibili, ma vengono utilizzate di rado negli anziani per l’esame diagnostico di routine. Ottenere un campione per le colture in anaerobiosi e la relativa identificazione eziologica spesso è problematico, a causa della contaminazione dell’espettorato da parte della flora saprofitica normale delle vie aeree superiori.

 

Prevenzione

 

Si possono prevenire due tipi di polmonite: quella influenzale e quella pneumococcica. I vaccini annuali contro l’influenza (Vedi: "VACCINO ANTINFLUENZALE" .) sono altamente protettivi. Anche quando il vaccino non riesce a prevenire l’infezione, la gravità della malattia e la frequenza delle complicanze sono ridotte. Il vaccino pneumococcico è raccomandato per tutte le persone di età ³ 65 anni. Negli adulti immunocompetenti, il tasso di protezione è del 60%. Negli anziani sani, si suppone che la protezione duri per tutta la vita; quindi, non è necessario procedere a richiami vaccinali. Tuttavia, negli anziani ad alto rischio, compresi quelli con insufficienza renale cronica, diabete mellito, scompenso cardiaco, pneumopatia cronica ostruttiva (Chronic Obstructive Pulmonary Disease, COPD) o affetti da una neoplasia sottostante, è raccomandata la reimmunizzazione con vaccino pneumococcico ogni 6-10 anni.

 

Terapia

 

Il trattamento comprende la terapia farmacologica antimicrobica, la terapia respiratoria di supporto, l’adozione di altre misure di sostegno e il drenaggio degli empiemi e dei versamenti pleurici di grandi dimensioni.

Le raccomandazioni per la somministrazione dei farmaci antimicrobici dipendono dall’agente eziologico specifico (v.  TABELLA 76-1). Esse sono simili tra le diverse fasce di età, anche se gli anziani richiedono un monitoraggio terapeutico più stretto. I farmaci potenzialmente nefrotossici, soprattutto gli aminoglicosidi, necessitano di un monitoraggio sierico assiduo e di valutazioni frequenti della funzionalità renale; devono essere evitati, a meno che non sia impossibile l’impiego di un farmaco non nefrotossico. Dal momento che le persone anziane hanno una riserva cardiaca ridotta, i liquidi e gli elettroliti EV e le altre forme di carico osmotico devono essere somministrati con cautela. Con l’età, il rischio di diarrea o di colite da antibiotici aumenta, se si utilizzano l’ampicillina, le cefalosporine o la clindamicina. Gli antimicrobici possono interagire con altri farmaci (p. es., warfarin) usati comunemente per il trattamento degli anziani. È necessario evitare i sedativi che inibiscono l’inspirazione profonda e la tosse.

La percussione del torace e le misure di igiene polmonare spesso sono utili negli anziani debilitati con diminuzione del riflesso della tosse. Tali misure facilitano l’eliminazione delle secrezioni più dense, riducendo così il rischio di formazione dei tappi mucosi, che provocano spesso il collasso del polmone.

 

Aspetti relativi al paziente e alla sua assistenza

 

I pazienti anziani affetti da polmonite, se sono in condizioni cliniche stabili e se non hanno patologie concomitanti, spesso possono essere trattati ambulatorialmente. Il ruolo di chi presta loro assistenza è quello di assicurarsi che le prescrizioni vengano seguite e che lo schema terapeutico venga completato. I pazienti anziani debilitati e costretti a letto, per i quali si prende in considerazione la terapia a domicilio, possono avere bisogno di un servizio di assistenza sanitaria domiciliare. Nelle persone anziane, spesso è aumentato il rischio di un delirio dovuto all’infezione, di una scarsa osservanza delle prescrizioni e di un ricorso alla polifarmacia, che può provocare interazioni farmacologiche. Bisogna sottolineare l’importanza di una comunicazione regolare tra il medico, da una parte, e il paziente e la persona che lo assiste, dall’altra.

 

Aspetti relativi ai pazienti terminali

 

Nell’anziano, la polmonite è spesso l’evento terminale di diverse patologie concomitanti, come il diabete mellito, la COPD, lo scompenso cardiaco, le neoplasie maligne e la demenza. I pazienti anziani affetti da altre malattie hanno maggiori probabilità di andare incontro a complicanze, p. es., la sindrome da distress respiratorio dell’adulto, l’empiema e lo shock settico. In alcuni casi, le misure di sostegno possono essere più appropriate degli antibiotici. In questi casi gravi, spesso la comunicazione anticipata, da parte del paziente, della propria volontà riguardo alle eventuali terapie future può aiutare il medico a prendere decisioni adeguate riguardo alle misure rianimatorie. Quando l’obiettivo della terapia è rappresentato dalle cure palliative, spesso gli oppioidi sono di giovamento per i pazienti dispnoici.

 

FONTE: http://www.msd-italia.it/altre/geriatria/sez_10/sez10_76b.html

 

Gli omega 3 ormai famosi perché fanno bene al cuore riducono anche il rischio di demenza, una delle forme di malattie neurologiche degenerative che colpiscono soprattutto il cervello degli anziani. Grazie alla loro azione anti infiammatoria, gli omega 3 aiutano a ridurre il rischio di demenza, in particolare perché si ritiene che incrementando il dosaggio di omega 3 sia possibile ridurre il rapporto omega6/omega3 e prevenire così i meccanismi infiammatori a carico del cervello e quindi anche la demenza – spiega il professor Alberto Albanese, Responsabile dell’Unità Operativa di Neurologia di Humanitas. 

 

Gli omega 3 sono acidi grassi poli-insaturi che raggiungono il cervello attraverso la barriera emato-encefalica, una speciale struttura con funzione di filtro che permette il passaggio selettivo di alcune sostanze al cervello mentre blocca altre. Gli omega 3 sono distinti dagli omega 6, un altro tipo di acidi grassi essenziali che, se in eccesso e, come suggeriscono alcuni studi, in un rapporto elevato omega6/omega3 possono causare infiammazione e facilitare le malattie neurologiche degenerative, tra cui la demenza.

 

Questo però non suggerisce di eliminare gli acidi grassi omega 6, presenti in oli di semi, frutta secca e legumi, perché sono costituenti necessari per il cervello e la loro assunzione non può essere ridotta. Invece, aumentare l’assunzione di omega 3, in particolare dal pesce di mari freddi come il salmone, dall’olio e dai semi di lino e di chia, aiuta a riequilibrare il rapporto omega6/omega 3correttamente bilanciato verso gli omega 3 e quindi a favore della prevenzione della demenza.

 

FONTE: http://www.humanitasalute.it/lo-sai-che/49389-lo-sai-gli-omega3-riducono-rischio-demenza/

 

 

L’artrite e l’artrosi sono delle malattie reumatiche che interessano le articolazioni, i sintomi che appaiono sono molto simili in quanto si ha una limitazione del movimento, forti dolori accompagnati a rigidità. Queste malattie posso rivelarsi e comparire a qualsiasi età, dall’infanzia all’adolescenza, dall’età adulta all’anzianità poiché si tratta di patologie croniche infiammatorie autoimmuni. Le differenze per queste due patologie sono tante ma non staremo qui a spiegarle, anche la prevenzione e le cure sono differenti. Importante è non prendere peso e mantenere uno stile di vita sano ed equilibrato favorendo anche un’attività fisica leggera.

 

Il Food and Nutrition Information Center ha diramato una serie di informazioni e raccomandazioni per i pazienti che soffrono di artrite e artrosi. Innanzitutto occorre mangiare alimenti con fibre, perché oltre a dare un maggior senso di sazietà, aiutano ad abbassare i livelli di colesterolo e a prevenire il diabete. Inoltre contengono vitamine e grassi salubri. Ottimi i legumi, le carote e la frutta secca. Anche l’omega 3 è importante, contenuto nel pesce e nell’olio, questi grassi aiutano a ridurre i danni provocati dall’infiammazione di artrosi e artrite perchè riduce i livelli di due proteine, proteina C-reattiva e l’interleuchina-6, Molto importante quindi mangiare salmone, tonno, sardine, trota, acciughe, aringhe, merluzzo e lo sgombro. Mangiare tra gli 80 e i 160 grammi almeno quattro volte a settimana riduce l’infiammazione e protegge anche il cuore.

 

La frutta e la verdura sono importanti perchè contengono antiossidanti che aiutano il sistema immunitario a lavorare meglio. Bisogna assumere almeno 5 porzioni al giorno. I frutti da preferire sono quelli rossi, l’avocado, l’anguria, l’uva, soprattutto quella nera. L’anguria in particolare riduce i livelli della proteina C-reattiva, colpevole dell’infiammazione e l’uva nera contiene resveratrolo, un potente antinfiammatorio.

 

Per combattere i radicali liberi mangia crucifere, broccoli e spinaci sono da preferire in quanto sono pieni di antiossidanti come vitamina A, C e K e contengono inoltre alti contenuti di calcio, essenziale per chi soffre di artrosi e artrite. Oltre a broccoli e spinaci, anche i cavoletti di Bruxelles e i cavolfiori contengono sulforafano che blocca il processo infiammatorio e i danni alla cartilagine. Altro alimento da preferire per coloro che soffrono di queste patologie sono i peperoni, grande fonte di vitamina C che pone attenzione alle ossa ed è fondamentale per proteggere la cartilagine. E’ importante che si prediliga la cottura a vapore sulle altre poiché quella a vapore preserva tutti i nutrienti delle verdure come vitamine e antiossidanti. L’olio d’oliva extravergine è un potente antinfiammatorio naturale poiché contiene oleocantale.

 

Come detto prima, fare un leggero esercizio fisico come passeggiate è la cosa migliore perché apporta benefici alle articolazioni, abbassa la pressione del sangue, rafforza il cuore e diminuisce il rischio di fratture. Mezz’ora di camminata al giorno sarà sufficiente per avere un miglioramento dei sintomi.

 

FONTE: http://www.meteoweb.eu/2016/06/artrite-e-artrosi-ecco-cosa-mangiare-per-sentirsi-meglio/704784/

L'allenamento mentale permette al cervello di restare giovane. Aiuta, infatti, a prevenire la perdita della memoria e a ridurre il rischio di declino cognitivo e demenza. Lo spiegano i ricercatori dell’Irccs Inrca - Istituto di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico per Anziani di Ancona, che hanno elaborato un “training cognitivo multidimensionale” per la terza età. Si tratta di una serie di esercizi volti ad aiutare gli anziani a conservare la memoria senza ricorrere all'uso dei farmaci. 

“Con l’aumentare dei casi di demenza, la ricerca impone di individuare cure non farmacologiche per prevenire le malattie neurodegenerative - spiega Fabrizia Lattanzio, Direttore scientifico dell'Inrca e autrice dello studio -. È prioritario educare, fin dall’età adulta, ad uno stile di vita fisicamente e mentalmente attivo, anche nello svolgimento delle semplici attività quotidiane”. 

L'efficacia del metodo elaborato dagli scienziati italiani è stata testata durante uno studio finanziato dal Ministero della Salute e dalla Regione Marche, i cui risultati sono pubblicati sulla rivista Rejuvenation Researc. Gli autori hanno invitato 321 persone di età superiore a 65 anni a seguire, per tre anni, un programma di allenamento mentale. I partecipanti sono stati suddivisi in tre diversi gruppi, a seconda del loro stato cognitivo: soggetti sani interessati a scoprire come prevenire la perdita della memoria, individui con lievi disturbi e malati di Alzheimer. 

Il training cognitivo comprende diversi esercizi. Per esempio, prevede tecniche mnemoniche, metodi di concentrazione e di orientamento, strategie per ricordare eventi e appuntamenti, impiego della scrittura per favorire la memorizzare, uso di liste, calendari e agende. Contempla anche la creazione di brevi racconti, che aiutano a fissare i ricordi e migliorano la padronanza del linguaggio. Infine, include passatempi comuni come le parole crociate, il gioco a carte e il sudoku. 

“Il training cognitivo rappresenta un’innovazione nel campo delle terapie contro le demenze - spiega Cinzia Giuli, psicologa dell’Unità operativa di geriatria Inrca di Fermo e responsabile del progetto -, poiché non ha effetti collaterali o controindicazioni, ed è altamente personalizzabile, con esercizi mirati per il singolo caso”.

Al termine della sperimentazione, è emerso che il 70% dei soggetti affetti da Alzheimer ha mostrato un significativo miglioramento delle performance cerebrali e dello stato psicologico. Questa evidenza è stata confermata anche dalla batteria Adas (Alzheimer’s disease assessment scale), che valuta la gravità della malattia attraverso indicatori quali memoria, linguaggio e orientamento. 

Inoltre, il programma sembra in grado di prevenire il declino cognitivo e l'insorgere della demenza: “Nei soggetti affetti da lievi disturbi di memoria e concentrazione, una forma pre-clinica di Alzheimer nota come Mild Cognitive Impairment - ha evidenziato la dottoressa Giuli -, ha aumentato in circa il 50% dei casi la percezione positiva sulle proprie capacità di memoria, che influisce sulla probabilità di ammalarsi a distanza di qualche anno”. Nei soggetti sani questo fenomeno è apparso ancor più evidente: ha, infatti, interessato l’81% del campione. 

Il training, concludono gli esperti, ha determinato effetti positivi anche sull’umore, sul livello di stress e sul benessere percepito dei partecipanti. Tanto che molti anziani hanno manifestato il desiderio di proseguire il programma anche dopo la fine della sperimentazione.

 

FONTE: http://salute24.ilsole24ore.com/articles/18808-meditazione-aiuta-il-cervello-a-restare-giovane?refresh_ce

 

Il diabete non va in vacanza. Anzi, in estate, complice le temperature più elevate, i cambiamenti negli abitudinari stili di vita, la mancata aderenza alla terapia (vissuta come un peso da ricordare anche nei luoghi di villeggiatura) e la sottovalutazione di alcune possibili condizioni climatiche o ambientali sono tutti fattori che possono scompensare la malattia. E oltrepassare le soglie di guardia significa incorrere in pericoli invece evitabili.

 

UN AIUTO DAI FARMACI DI ULTIMA GENERAZIONE 

 

 

Grazie ai microinfusori e ai farmaci di ultima generazione che permettono di fare a meno dell’insulina, è possibile passare un’ottima vacanza anche con il diabete. Oggi seguire la terapia è più facile rispetto al passato, così pure godersi il tempo libero in relax e sicurezza è divenuto meno proibitivo. Fatte le eccezioni legate ai singoli casi, un paziente diabetico (il numero dei malati è raddoppiato rispetto agli Anni 80: può mangiare con gusto e fare attività fisica, senza comunque eccedere nel dispendio energetico o nella scelta di sport estremi. «Il diabete non è una controindicazione o un limite per una buona vacanza - dichiara Francesco Giorgino, direttore dell’unità operativa di endocrinologia e malattie metaboliche dell’azienda ospedaliero-universitaria Policlinico di Bari -. Ma occorre ricordare che la malattia non può essere dimenticata: va monitorata e curata con l’adeguata terapia per tutto il periodo della villeggiatura».

 

 

L’ALIMENTAZIONE EQUILIBRATA RIMANE UN CAPOSALDO 

 

 

Un atteggiamento responsabile consente di concedersi un soggiorno senza rischi beneficiando di tutti i vantaggi che la vacanza apporta all’organismo e anche alla malattia stessa. Basta rispettare cinque facili regole per tenere sotto controllo il diabete e la glicemia. 

 

La prima cosa da fare è evitare la disidratazione, più probabile soprattutto negli anziani (soprattutto tra coloro che assumono diuretici per tenere sotto controllo la pressione sanguigna) con l’aumento delle temperature e, di conseguenza, della sudorazione. «Fondamentale è monitorare con maggiore frequenza la pressione arteriosa che, in estate, tende ad essere più bassa del solito - prosegue Giorgino -. Bisogna fare attenzione ai primi campanelli di allarme che possono segnalare una possibile disidratazione: la bocca asciutta, la pelle secca, il prurito, la sensazione di mancamento e testa vuota, la stanchezza».

 

È quasi superfluo ribadire che il rimedio più efficace è rappresentato dall’acqua, da bere in quantità superiore a due litri al giorno. Quanto al cibo, invece, meglio ridurre al minimo le trasgressioni e mantenersi fedeli al proprio regime alimentare. Se si mangiano cibi insoliti, la raccomandazione è effettuare un autocontrollo più frequente della glicemia. Occorre anche fare attenzione agli orari dei pasti, perché variazioni importanti nella tabella di assunzione degli alimenti potrebbero avere implicazioni sulla terapia farmacologica. 

 

 

 

SAGGEZZA NELLA PRATICA SPORTIVA 

 

 

 

L’estate e l’aria aperta inducono a svolgere maggiore esercizio fisico, ad esempio camminate e attività sportiva. Attenzione a non lasciarsi tentare da sport estremi o da un impegno fisico troppo intenso che possono favorire l’aumento eccessivo della glicemia. Con il diabete è bene privilegiare attività moderate, di tipo aerobico, che contribuiscono a ridurre la glicemia. In estate è consigliato prepararsi all’attività sportiva monitorando sempre la glicemia per prevenire picchi o cali, alimentandosi prima della pratica con degli snack e bevendo più frequentemente (per esempio ogni 20-30 minuti), anche durante l’allenamento, per compensare la maggiore sudorazione e la perdita di liquidi e sali minerali.

 

 

 

FARMACI DA CONSERVARE AL FRESCO

 

Le più alte temperature, tipiche dell’estate, possono alterare le caratteristiche dei farmaci, riducendone l’efficacia. I farmaci quali l’insulina, ma anche terapie orali come capsule e compresse o iniettive come gli analoghi del GLP-1, devono essere conservati in frigorifero e non esposti al sole. Stessa raccomandazione vale anche per i device, sia i glucometri ma soprattutto le strisce reattive che contengono l’enzima per determinare il valore della glicemia.

 

MAI A PIEDI SCALZI

 

Il diabete, specie in persone che ne sono affette da molti anni, può comportare problemi di neuropatia, con perdita della sensibilità tattile, dolorifica e termica. Camminare a piedi nudi non è una buona pratica perché può esporre il diabetico a traumi, microferite, contusioni, ustioni, per esempio passeggiando sulla sabbia bollente o su pietre surriscaldate o poggiando il piede su oggetti taglienti senza avvertire dolore: Lesioni che, a lungo andare, possono innescare una serie di complicanze, fino al piede diabetico. La raccomandazione è quindi di indossare ciabatte o altre calzature comode per proteggere il piede dal contatto diretto con il suolo.

 

FONTE: http://www.lastampa.it/2016/08/18/scienza/benessere/sei-diabetico-ecco-le-regole-per-una-vacanza-sicura-u0BM8pUgOT0ZIb4m6JNiaO/pagina.html

 

 

 

“Nel 2015 l’Osservatorio INPS ha registrato un calo dei lavoratori domestici impiegati nelle famiglie italiane”. Lo denuncia Lorenzo Gasparrini, Segretario Generale di DOMINA, Associazione Nazionale Famiglie Datori di Lavoro Domestico. “Ad oggi in Italia – rileva – si contano 886.125 lavoratori domestici, la concentrazione maggiore si registra a Nord-ovest con il 29,8%.  Il numero complessivo di colf e badanti è diminuito di 20.518 unità rispetto all’ultima rilevazione INPS del 2014. Si tratta di un calo del 2,4 %. Può sembrare poco ma non lo è; soprattutto perché la richiesta di assistenti familiari presso gli sportelli territoriali, le parrocchie e i centri immigrazione è molto alta”.

 

“La paura – prosegue Gasparrini – è che per risparmiare sui contributi i datori interrompano i rapporti di lavoro domestico solo formalmente per poi continuare ad usufruire dei servizi di colf e badanti senza un regolare contratto. Pratica molto pericolosa poiché, se inizialmente la spesa è minore, la conclusione è quasi sempre una vertenza. Inoltre, le lavoratrici, indispettite dal licenziamento, oltre alla vertenza per il periodo lavorato senza regolare contratto, spesso decidono di richiedere al datore differenze retributive legate al livello di inquadramento e all’orario per il periodo di lavoro svolto regolarmente”.

 

“I datori di lavoro domestico – conclude la nota – devono comprendere che il contratto non è un nemico bensì uno strumento di tutela, sia per il datore sia per il lavoratore domestico, e che non è possibile risparmiare sulla sicurezza e il benessere della famiglia”.

 

FONTE: http://www.farodiroma.it/2016/08/06/badanti-aumenta-il-nero/

 

Risulta irregolare il 30% delle strutture ricettive per anziani sul territorio nazionale. E' quanto emerge dai controlli dei Carabinieri dei Nas nel periodo gennaio-luglio 2016. Segnalate numerose violazioni, tra cui maltrattamenti, lesioni e sequestri di persona. I dati sono stati resi noti al ministero della Salute in occasione della presentazione del programma di interventi 'Estate sicura 2016'. "In varie situazioni - ha detto il ministro del Salute, Beatrice Lorenzin - viene meno qualsiasi tipo di umanità".

 

Sono state verificate situazioni in strutture per anziani "dove i comportamenti degli operatori si dimostrano del tutto disumani, ci sono anziani - ha detto Lorenzin - trattati come non lo sono neppure gli animali". Il ministro ha anche espresso preoccupazione per l'aumento delle strutture abusive in questo ambito, dove "l'intervento è più problematico". Secondo i dati presentati oggi dal comandante generale dell'Arma dei Carabinieri, Tullio Del Sette, e dal comandante dei Nas, Claudio Vincelli, le strutture ricettive per anziani 'non conformi' sono il 30% su 365. Nel 2016 sono stati effettuati 1.208 controlli su tali strutture, con 288 persone segnalate all'autorità giudiziaria, 7 arresti, 550 sanzioni penali e 37 strutture sequestrate o chiuse. I controlli nel 2016 hanno riguardato anche strutture sanitarie, socio-assistenziali e centri di riabilitazione neuro-psicomotoria: 472 le strutture irregolari (28%) per un totale di 1.647 controlli.

 

Quanto al tipo di violazioni penali commesse, emergono i maltrattamenti (114 casi), l'esercizio abusivo della professione da parte di medici e infermieri (109), l'abbandono di incapaci (68), lesioni personali (16), sequestro di persona (16), detenzione di farmaci scaduti (15), strutture sanitarie prive di autorizzazione ovvero abusive (21 casi su 365 strutture controllate), carenze igienico-strutturali (124).

 

FONTE: http://www.ansa.it/sito/notizie/flash/2016/08/03/-nas-irregolare-il-30-dei-centri-anziani-_79233ee3-154a-4db3-8ccd-828896edcc81.html

 

Queste patologie avrebbero un comune difetto: l'incapacità di alcuni neuroni di tornare alla posizione "zero"

Patologie tra loro diverse - sia come origine che caratteristiche - come malattia di Parkinson, distonia e malattia di Huntington, hanno degli elementi comuni, ovvero i movimenti incontrollati del corpo in chi ne è colpito. Ora una ricerca sembra aver compreso il funzionamento di questi movimenti involontari, che accomunerebbe queste patologie: i responsabili sarebbero alcuni neuroni, i quali, dopo essere stati stimolati per apprendere un movimento, non sarebbero più in grado di ritornare alla "posizione zero", ovvero a riposo.

Sono giunti a questa scoperta i ricercatori della Fondazione Santa Lucia Irccs e dell'Università di Perugia, coordinati dal Professore Paolo Calabresi, insieme al gruppo di ricerca del Professor Antonio Pisani, dell'Università di Tor Vergata, e ai colleghi inglesi e spagnoli dello University College di Londra e dell'Istituto Carlos III di Madrid. Lo studio Hyperkinetic disorders and loss of synaptic downscaling è stato pubblicato dalla rivista Nature Neuroscience.

 

NEURONI E APPRENDIMENTO DEL MOVIMENTO - I neuroni coinvolti, spiegano, sono quelli di una regione interna del nostro cervello, detta striato, deputata ad organizzare il movimento. Gli stimoli elettrici che sollecitano questi neuroni, producono effetti di due tipi, positivi e negativi, chiamati LTP (long term potentiation) e LTD (long term depression). Quando il neurone è a riposo, è come se fosse sullo zero. Questa alternanza di impulsi fa sì che noi impariamo da bambini, per progressivi aggiustamenti, a muovere mani e braccia, a camminare, ad andare in bicicletta. Poi, per tutta la vita, grazie ai medesimi impulsi, i neuroni del nostro cervello guidano i movimenti, li adattano all'ambiente, ne correggono quando necessario la traiettoria e in generale li tengono sotto controllo come movimenti volontari.

 

UN MECCANISMO CHE SI INCEPPA - "Questo meccanismo - spiega la dottoressa Veronica Ghiglieri, ricercatrice presso il Laboratorio di Neurofisiologia della Fondazione Santa Lucia - funziona tuttavia solo finché i nostri neuroni conservano la capacità di tornare alla posizione "zero" dopo ogni LTP o di poter esprimere un comportamento del tipo LTD. Ed è proprio questa incapacità di "downscaling" che abbiamo dimostrato essere comune ai pazienti affetti da malattia di Parkinson, distonia e malattia di Huntington".

 

CAUSA COMUNE DELL'IPERCINESIA- L'aspetto più caratteristico dello studio è il fatto che una causa comune dell'ipercinesia sia stata riconosciuta in pazienti con patologie di origine tanto diversa, come appunto una malattia neurodegenerativa con cause multifattoriali, quale è la malattia di Parkinson, accanto a patologie di origine genetica come distonia e malattia di Huntington.

"In effetti, le nostre ricerche sono partite anni fa proprio dalla malattia di Parkinson studiando gli effetti collaterali della terapia più utilizzata per questo disturbo: la levodopa - spiega il Professor Paolo Calabresi - Il tratto comune a queste ipercinesie è che il meccanismo interessa i recettori dopaminergici. Questo studio tuttavia dimostra che all'origine dei movimenti incontrollati c'è una disfunzione che si presenta identica anche in pazienti con patologie che non sono causate dalla mancanza di dopamina".

 

COME INTERVENIRE - Essendo questa incapacità dei neuroni di tornare nella posizione "zero" dopo ogni stimolazione la causa dei movimenti incontrollati, è proprio nel trovare il modo di rifarli funzionare correttamente uno degli obiettivi futuri della ricerca.

"Senza questa capacità (di "downscaling", ndr) - osserva la dottoressa Barbara Picconi, ricercatrice del Laboratorio di Neurofisiologia della Fondazione Santa Lucia - è come se i neuroni, chiamati a compiere un nuovo movimento, portassero con sé gli stimoli ricevuti per movimenti precedenti, creando una confusione nel messaggio di controllo. Immaginiamoci in queste condizioni un rumore di sottofondo che si traduce in movimenti incontrollati e impedisce quelli corretti".

 

QUANTO ALLA CURA: "È possibile cercare soluzioni terapeutiche sviluppando farmaci, oppure adeguati metodi di neurostimolazione profonda o stimolazione magnetica transcranica che restituiscano una corretta plasticità ai neuroni. Va tuttavia anche considerato che la nostra conoscenza del cervello fisiologico è oggi ancora incompleta. Ogni nuova conoscenza di base è già per sé importante".

 

FONTE: http://www.disabili.com/medicina/articoli-qmedicinaq/scoperta-la-causa-dei-movimenti-incontrollati-in-parkinson-distonia-e-malattia-di-huntington

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