La guardia di Finanza nelle corsie degli ospedali del Savonese. Nel mirino l’assistenza non sanitaria ai malati svolta da assistenti esterni che vengono pagati in nero. Quasi duecento sono stati i casi irregolari scoperti dalle fiamme gialle negli ospedali San Paolo, Santa Corona di Pietra Ligure, San Giuseppe di Cairo e di Albenga. Badanti «assunti» per accudire soprattutto di notte i malati oppure aiutarli a mangiare. Assistenti ben visibili in ospedale con i loro gilet gialli, ma invisibili per il Fisco. Fantasmi. Che è anche così che la guardia di Finanza ha chiamata l’operazione.

«Operazione- si legge in una nota della Finanza - che ha fatto luce su uno strutturato sistema congegnato da due società, una ditta individuale ed una cooperativa sociale che hanno fornito con lavoratori “in nero” prestazioni “non sanitarie aggiuntive” (assistenza non specialistica fornita ai ricoverati da persone assunte dal paziente e/o da suoi familiari per mera compagnia, aiuto durante l’alimentazione, etc.) all’interno dei reparti dei quattro maggiori ospedali della provincia di Savona ricompresi nella circoscrizione dell’A.S.L.2 (S. Corona di Pietra Ligure, S.M. della Misericordia di Albenga, S. Paolo di Savona e S. Giuseppe di Cairo Montenotte).

«I lavoratori irregolari svolgevano la loro attività - prosegue la nota - per lo più durante la notte e nonostante indossassero un vistoso gilet giallo sono rimasti, per oltre due anni, del tutto “invisibili” agli enti previdenziali, lavorativi e fiscali, proprio come dei fantasmi. Sono state 188 le posizioni irregolari rilevate. I quattro datori di lavoro non avevano posto in essere, infatti, nessuno degli adempimenti previsti dalla vigente normativa in materia di lavoro subordinato, previdenziale e fiscale».

 

Per i militari è risultata decisiva l’acquisizione dei registri di accesso notturno alle corsie ospedaliere dal 2016 ad oggi. Ciò ha permesso di vagliare oltre 5000 pazienti e di far luce su un vasto business illecito. In questi casi le sanzioni per le quattro imprese responsabili potranno aggirarsi complessivamente su oltre 2 milioni di euro.

« La vigente normativa prevede, infatti, - spiegano ancora alla guardia di Finanza - che le stesse avessero l’onere di versare le ritenute previdenziali e contributive non dichiarate per tutte le posizioni lavorative accertate durante i controlli. Il rilevante importo contestato deriva dall’applicazione della c.d. “Maxi sanzione” sancita dall’art. 3, comma 3 del Decreto Legge n. 12/2002, nel tempo modificato ed integrato: in caso di impiego di lavoratori subordinati senza preventiva comunicazione di instaurazione del rapporto di lavoro a cura del datore di lavoro, si applica una sanzione amministrativa pecuniaria per ogni lavoratore parametrata alla durata della violazione commessa».

Una delle imprese è stata, inoltre, sanzionata per ulteriori 20.000 euro per aver retribuito i lavoratori esclusivamente in contanti (art. 1, comma 913, della Legge 205/2017). Lo sviluppo delle attività ha consentito altresì di far emergere che due delle società controllate hanno emesso fatture nei confronti dei clienti in completa esenzione I.V.A., applicando illecitamente la normativa (più conveniente) prevista per le classiche prestazioni sociosanitarie. Si è proceduto, quindi, ad un corretto ricalcolo dell’imposta evasa ed al recupero di I.V.A. attivando i competenti uffici dell’Agenzia dell’Entrate».

 

FONTE: https://www.lastampa.it/2019/01/15/savona/assistenza-in-nero-dei-pazienti-blitz-della-guardia-di-finanza-sAh3Vkb268E9HYNTxZxhEM/pagina.html

False cooperative, agenzie di somministrazione che operano senza autorizzazione, partite Iva aperte all’insaputa delle stesse lavoratrici, fino a stranieri che si improvvisano “ufficio di collocamento” per i connazionali, al di fuori di ogni regola. Le forme dello sfruttamento e del lavoro irregolare nel settore domestico si stanno diversificando ed evolvendo rispetto alla classica “attività in nero” che pure resiste. E vedono sempre più spesso le famiglie non più tanto o solo come le prime beneficiarie dei “vantaggi” illeciti del sommerso, ma vittime esse stesse di nuove modalità di caporalato e insieme della scarsa lungimiranza della classe politica incapace di dare una risposta sul piano fiscale a uno dei nodi più intricati del welfare moderno: l’invecchiamento progressivo.

 

L’ultimo caso di cronaca è dell’altro ieri con l’arresto di due donne, originarie dell’Est Europa, e misure restrittive per altri sette collaboratori di una falsa onlus che reclutava badanti straniere, sequestrando loro il passaporto e facendole lavorare, in maniera irregolare, presso alcune famiglie a Milano, Varese e Torino. Ma non è un episodio isolato. La scorsa estate, ad esempio, la Cgil di Bergamo aveva denunciato il caso di una (falsa) cooperativa che piazzava personale straniero presso le famiglie, inducendo le lavoratrici ad aprire una partita Iva per essere retribuite. Il risultato era che alla cooperativa le ignare famiglie versavano ogni mese dai 1.200 ai 1.500 euro, mentre alle badanti venivano “girati” solo 900 euro mensili sui quali loro dovevano poi togliere anche le imposte. A Modena, invece, agiva un’agenzia polacca, non autorizzata ad operare in Italia secondo quanto accertato dalla Nidil-Cgil, che tramite un giro di cooperative create appositamente collocava persone straniere presso le famiglie con anziani non autosufficienti: alle lavoratrici arrivavano 800 euro netti, i datori di lavoro pagavano quasi il doppio.

 

«Il lavoro nero è molto diffuso e a volte – spiega Giamaica Puntillo, segretaria nazionale di Acli Colf – sono le stesse badanti a riunirsi in cooperative improvvisate per garantire lavoro alle connazionali che arrivano in Italia e finiscono per non ottemperare correttamente a tutte le norme e soprattutto a non rispettare i minimi previsti dal contratto nazionale per le retribuzioni». Al di là delle vere e proprie truffe, infatti, occorre fare i conti in ogni caso con le scarse disponibilità finanziarie e le difficoltà della stragrande maggioranza delle famiglie. «Dopo aver seguito un corso di formazione – racconta Roberta, romana rimasta da tempo senza lavoro e desiderosa di trovare un’occupazione regolare – ho risposto a moltissime inserzioni che chiedevano una badante nella capitale. Oltre a dover scansare Agenzie mascherate e finte cooperative, le offerte di privati che mi sono state fatte erano tutte 'in nero' o 'in grigio' con paghe che variavano da 500 a 700 euro al mese per un servizio praticamente di 24 ore, senza rispetto delle norme sui riposi giornalieri né tanto meno per le 36 ore previste come fermo lavorativo nella settimana. E questo per assistere persone che spesso hanno problemi di Demenza senile, Parkinson o Alzheimer».

 

Il settore, assieme a quello del lavoro domestico e della cura dei bambini, è caratterizzato infatti da un ampio ricorso al nero. Secondo la ricerca “Viaggio nel lavoro di cura”, promossa nel 2017 dalle Acli Colf, tra le badanti coinvolte in mansioni di piccola assistenza medica e para infermieristica (cosa che tra l’altro sarebbe vietata e presenta non pochi rischi), il 33,9% lavora “in nero” e le retribuzioni medie oscillano tra i 1.000 euro mensili di Bologna e i 550 di Benevento. I dati ufficiali dell’Inps contano 886.125 rapporti regolari. Fra questi il 76% riguarda lavoratori di origine straniera, la metà proveniente dall’Est. Le italiane (e gli italiani) sono invece circa 213mila, con un aumento significativo negli ultimi anni. Secondo Assindatcolf, l’associazione che riunisce i datori di lavoro domestico, in realtà nel settore operano circa 2 milioni di persone, di cui appunto 1,2 milioni (il 60%) totalmente sconosciuti a previdenza e fisco. Tanto da creare, calcola l’associazione, un “buco” di 3,1 miliardi di euro nelle casse dello Stato tra mancati e parziali versamenti di Irpef e di contributi. Il comparto, dunque, resta il regno dell’attività 'in nero' o quantomeno 'in grigio', con la denuncia di meno ore di quelle effettivamente prestate dai lavoratori. Un’evasione parziale favorita dal convergente interesse delle due parti: le famiglie per risparmiare sui contributi e i lavoratori sulle tasse. Spesso la scelta di un “male minore”, una sorta di “evasione di necessità” dovuta ai costi tutt’altro che indifferenti che gravano sui figli per la cura dei genitori anziani.

 

In realtà, per far emergere almeno una parte del sommerso una via ci sarebbe: permettere alle famiglie di dedurre dalle dichiarazioni dei redditi l’intero costo che sopportano per stipendi e contributi delle badanti. Le famiglie, infatti, provvedendo in proprio alla cura degli anziani fanno risparmiare il sistema sanitario e dovrebbero riceverne in cambio un riconoscimento. Oggi, invece, questo è decisamente limitato sul piano fiscale: per coloro che assumono una badante, infatti, è prevista la deducibilità dei contributi e una detraibilità degli stipendi decrescente in base al reddito e che si annulla a quota 40mila euro con un massimo di 399 euro. In totale, si resta ben al di sotto dei 1.000 euro l’anno. Decisamente poco, se si considera che i costi totali per una badante con regolare contratto superano i 15mila euro l’anno. Finora, però, la richiesta di aumentare la deducibilità dei costi per l’assistenza è sempre stata respinta, nonostante i benefici per le casse dello Stato, derivanti dall’emersione dal nero, sarebbero certamente superiori alle perdite di gettito dalle famiglie.

 

Anche l’attuale governo ha insistito nell’errore. Persino quando si tratta di contrastare la povertà e favorire l’occupazione. Nella conversione in legge del decreto sul Reddito di cittadinanza, infatti, è stato respinto un emendamento (a firma M5s) che avrebbe incluso le famiglie tra i datori di lavoro che beneficeranno di un bonus se assumono un disoccupato, titolare di sussidio. Alle imprese che lo faranno spetterà, come sgravio contributivo, la differenza tra le 18 mensilità di Rdc previste e quelle già incassate dal disoccupato, fino a un massimo di 780 euro mensili. L’Assindatcolf aveva chiesto ufficialmente in un’audizione in Senato l’applicazione anche alle famiglie di quanto previsto dall’articolo 8 del decreto sul Rdc. E aveva calcolato che il beneficio sarebbe stato di «180 euro al mese nel caso di domestici assunti a tempo pieno, ovvero per 40 ore a settimana, mentre nel caso di una badante convivente, per 54 ore settimanali, si sarebbe arrivati a circa 250 euro». Molto di meno, dunque, del tetto massimo fissato per le imprese. «Lo Stato quindi – fa notare il vicepresidente di Assindatcolf Andrea Zini – avrebbe risparmiato almeno 500 euro al mese per ogni disoccupato che fosse stato assunto dalle famiglie, uscendo così dal programma del Reddito di cittadinanza». E invece, non solo la proposta è stata respinta per una presunta e ingiustificata mancanza di coperture non venendo incontro ai bisogni delle famiglie. Ma, al tempo stesso, non si è favorita l’assunzione di disoccupati in un comparto, quello dei lavoratori domestici, dove non manca l’offerta.

 

Con il paradosso che, in tal modo, legislatori e governo finiscono per lanciare messaggi decisamente negativi: meglio disoccupati con il sussidio che badanti, meglio il 'nero' di un’emersione incentivata.

 

FONTE: https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/badanti-sfruttate-o-in-nero-lemersione-non-viene-favorita

 

Duecento infermieri a chiamata gestiti da studi professionali in modo irregolare nei principali ospedali pubblici e privati, con piattaforme online simili a quelle dei fattorini del cibo a domicilio. E 165 badanti fornite alle famiglie da una falsa cooperativa.

Così, due maxi-operazioni dell’Ispettorato del lavoro di Bologna hanno rivelato due distinte degenerazioni del lavoro nella sanità cittadina. Sfruttando necessità reali delle famiglie e buchi di organico delle strutture, le società gestiscono il personale in un modo che gli ispettori hanno contestato come irregolare chiedendo assunzioni dirette, erogando multe salate e contestando contributi non versati per oltre due milioni di euro.

 

Il primo caso, quello degli infermieri, replica una figura che già esiste negli ospedali: l’infermiere a chiamata. Solo che in questo caso alcuni studi professionali con sede in città, con un bacino di oltre 200 lavoratori, si sostituiscono alle agenzie del lavoro associando come liberi professionisti gli infermieri, che poi sono gestiti con piattaforme online e gruppi Whatsapp che rispondono in diretta alle richieste delle strutture sanitarie. Diversamente dalle agenzie però gli studi non hanno i requisiti per operare sul mercato in questo modo, non assumono gli infermieri e non pagano festivi, straordinari o ferie.

 

Gli infermieri, comunque formati correttamente, finiscono nei principali ospedali pubblici e nelle strutture private (della provincia e fino in Romagna) e in qualche caso gestiscono interi reparti, oppure tutto il turno notturno. L’ispettorato ha quindi chiesto l’assunzione diretta dei 200 lavoratori, contestato il mancato versamento di due milioni di euro di contributi e fatto multe agli studi da 40mila euro ciascuno, che possono raddoppiare nel corso del contenzioso. Ma gli studi hanno contestato le osservazioni e continuato l’attività. "Il problema non è lo stipendio, che è abbastanza alto – spiega il direttore dell’Ispettorato di Bologna, Alessandro Millo – ma il precariato estremo, con professionisti che sono in balìa di chi li chiama e si portano dietro irregolarità nei contributi". I verbali stanno arrivando in questi giorni.

 

Il secondo caso riguarda invece una finta cooperativa con sede in città che gestisce tuttora 165 badanti, impiegate dalle famiglie per seguire anziani e malati in casa o in ospedale. Le badanti, come succede spesso per i facchini nei magazzini della logistica, sono socie sulla carta ma dipendenti nella realtà, tanto che anche in questo caso l’Ispettorato contesta il loro inquadramento scorretto per abbassare i costi, con tredicesime, Tfr e contributi non versati.

"Si fa leva su bisogni concreti delle famiglie, che magari non sanno che assumendo direttamente le lavoratrici potrebbero persino risparmiare", conclude Millo. Le false coop sono uno degli ambiti di attività principali per l’Ispettorato: nel primo trimestre 2019 sono state ispezionate 15 aziende, tra cui quella delle badanti, e 12 sono risultate fuori legge.

 

Purtroppo la cosa non ci lascia sorpresi”, commenta Gaetano Alessi, responsabile della sanità per la Fp Cgil. “Da mesi continuiamo a chiedere alle aziende assunzioni e dignità per lavoratori e lavoratrici – continua – Invece di perseguire la strada della valorizzazione del personale, che passa anche dalla dignità contrattuale, si cerca sempre la via più comoda. Addirittura adesso quella delle App. Anche perché l'infermiere a "chiamata" è più ricattabile, e non può dire mai di no”. Per questo il sindacato torna a chiedere alle aziende sanitarie “un piano di assunzioni straordinario che elimini il precariato dalle corsie degli ospedali”, anche perché considerando le uscite concesse da "Quota 100" ora “sono a rischio anche le ferie estive per i lavoratori e in ricaduta anche i servizi per i cittadini”

 

FONTE: https://bologna.repubblica.it/cronaca/2019/04/03/news/bologna_infermieri_e_badanti_come_riders_arrivano_con_un_app_ma_l_ispettorato_del_lavoro_interviene-223152576/?refresh_ce&fbclid=IwAR3XRN3vrm-4AjCeDsuXRWVziPDWziFjgqCNstC7lyXTWSR-M18954GU2To

 

Vicenza, 100 famiglie nei guai per le badanti

Saranno segnalate in procura le 100 famiglie che si rivolsero ad una cooperativo per trovare badanti professionali per anziani e disabili. 

Dopo una lunga ispezione durata tutto il 2014, la Direzione territoriale del lavoro (Dtl) ha contestato alle onlus-coop, con sede legale a Bari e quella amministrativa a Vicenza in via Maganza 91, di essere, alla prova dei fatti, delle agenzie di lavoro abusive, violando sotto il profilo penale la legge Biagi. Nei guai giudiziari, però, finiscono anche le famiglie che si affidarono proprio alla cooperativa, considerate come datrici di lavoro che utilizzavano manodopera illegale. 

 

Il meccanismo che ha spinto i privati a rivolgersi alla cooperativa era sulla carta semplice. Ogni famiglia, stipulava un contratto con la cooperativa, pagando una quota fissa in cambio delle temporanee, normalmente 6 mesi, prestazioni di una badante, la cifra avrebbe dovuto anche comprendere i contributi, ma così non è stato. Anzi, i metodi di assunzione e la parte burocratica destinati alla cooperativa non erano corretti. 

Come riportato da il Giornale di Vicenza, ora le famiglie rischiano di dover pagare, in qualità di datrici di lavoro, 70 euro al giorno (riducibili a 17,50 se si decidesse di ricorrere al metodo dell'oblazione) per la quantità tempo in cui si rivolsero allacooperativa. 

 

Dal canto loro la Onlus e la cooperativa che hanno sedi in diverse città d'Italia, tramite i loro legali, contestano la ricostruzione della Dtl che però parla di un sistema illegale capace di eludere le leggi sul lavoro. In tutto questo le famiglie restano la parte più debole, con il rischio di dover pagare migliaia di euro, pur avendo adempiuto sempre al contratto proposto dalla cooperativa. 

«Il dato certo - spiegano le avvocate Marta Zocche e Alessandra De Pretto, che seguono diverse famiglie al Giornale di Vicenza - è che i privati sono in totale buona fede e non avevano la percezione di non essere in regola, del resto ognuno di loro versava somme che pensava fossero adeguate»

 

FONTE: http://www.vicenzatoday.it/cronaca/vicenza-100-famiglie-nei-guai-per-le-badanti.html

Nel corso del 2018 si sono concluse le verifiche, iniziate tra il 2016 e il 2017, nei confronti di cooperative che forniscono il servizio di assistenza domiciliare, previo reclutamento di badanti da fornire a famiglie.

 

I controlli disposti unitamente alla Guardia di Finanza e all'INPS, per i quali è stato preso in esame il periodo dal 2014 al 2018, hanno permesso di verificare complessivamente la posizione di 667 lavoratori inquadrati, da 2 cooperative, come collaboratori occasionali o a progetto, per i quali è stata disposta la riqualificazione nel rapporto nella forma tipica del lavoro subordinato.

 

Sono state irrogate sanzioni in materia di tempi di lavoro e tempi di riposo e per la mancata concessione del periodo minimo di ferie annuali. Inoltre è stata contestata l'abusiva somministrazione di manodopera per entrambe le cooperative ispezionate, che ha comportato l'adozione di sanzioni, in entrambi i casi, pari a 50mila euro nel massimo edittale. Infine, il controllo nei confronti di una delle cooperative verificate ha fatto rilevare violazioni in materia di distacco transnazionale, con la relativa adozione di provvedimenti sanzionatori per 169 lavoratori coinvolti e l'adozione di sanzioni per 50mila euro nel massimo edittale. Complessivamente sono state accertate omissioni contributive pari a 3.017.567 euro.

 

FONTE: https://www.ispettorato.gov.it/it-it/notizie/Pagine/ITL-Udine-Pordenone-vigilanza-nelle-cooperative-di-assistenza-alla-persona-09112018.aspx

 

Cerchi un posto da badante? Se sei clandestina e devi lavorare in nero hai trovato le persone giuste. Nove ordinanze di custodia cautelare eseguite ieri, quattro persone in carcere e cinque ai domiciliari. Accuse pesanti: caporalato e favoreggiamento dell’immigrazione illegale. L’indagine, condotta dalla Guardia di finanza e coordinata dalla procura di Varese, ha smantellato un’organizzazione che reclutava personale per una delle funzioni più richieste dalle famiglie italiane. Al vertice dell’agenzia abusiva c’erano due donne: una russa e un’ucraina che dopo essere arrivate in Italia e aver praticato la professione “sul campo” si erano messe in proprio. Gestivano direttamente il lavoro di un folto gruppo di connazionali costrette, letteralmente, a pagare per lavorare. Sino a 700 euro per “iscriversi” all’associazione fantasma. Le persone ingaggiate dovevano anche pagare l’affitto per vivere in alloggi in stato di assoluto degrado.

 

La prima a bucare il muro del silenzio, alla fine dello scorso anno, una delle schiave dell’associazione, con problemi di salute, che aveva denunciato le vessazioni ai finanzieri. Come lei, c’erano altre donne, attirate in Italia con la promessa di un lavoro sicuro attraverso siti Internet, e poi inserite in un giro di badanti in nero, messe a lavorare senza alcuna garanzia al servizio di anziani residenti in Lombardia, tra Varese, Milano e Como, e in Piemonte, in particolare in provincia di Torino. Il tutto in violazione di ogni normativa sul lavoro: zero contributi, niente sicurezza, igiene, nessun orario e stipendi assolutamente inadeguati. L’organizzazione aveva il suo fulcro nel sito Internet, riconducibile alle due principali indagate. L’avevano chiamato “Bada Bene”.

 

Sul sito, gli annunci di chi cercava un lavoro, filmati, a disposizione dei clienti che potevano scegliere, come su un catalogo. Un’operazione di marketing che funzionava. Le badanti sfruttate arrivavano per lo più da Ucraina, Russia e Bielorussia. Soltanto nel periodo fra ottobre e dicembre 2018 sono state impiegate circa cinquanta persone. Tutto era perfettamente organizzato, a partire dalla gestione delle iscrizioni a pagamento all’associazione, con una quota in contanti di 600 euro. Chi voleva, poteva pagare a rate. Ma si trattava in questo caso di sborsare 700 euro in due tranche da 350. Alle badanti, però, veniva requisito in garanzia il passaporto, che non veniva restituito fino al saldo. L’organizzazione si occupava anche di ricevere le telefonate dei clienti, dando istruzioni sulle condizioni da porre alle lavoratrici. Fissava anche incontri con le famiglie, accompagnando le aspiranti assistenti anziani al colloquio. Anche alla casa pensava l’agenzia illegale. Alloggi di fortuna, da pagare fra i 5 e gli 8 euro al giorno, in attesa di trasferirsi a casa dei clienti.

 

FONTE: https://www.ilgiorno.it/varese/cronaca/badanti-in-nero-caporali-1.4525877?fbclid=IwAR2kp4EFYrckJKmudKhA2ZihPzv-MRo4HN8a2reR0UElXGo8KOrtwJdqXO4

 

Il declino cognitivo è uno tra gli aspetti più temuti della vecchiaia. Spaventa l’idea di non riuscire più a compiere le azioni di ogni giorno, l’impossibilità di ricordare date e fatti, l’incapacità di vivere in modo autonomo e indipendente.

Tuttavia, esistono piccoli accorgimenti che possono aiutare a prevenire tale declino. Comportamenti, anche “banali”, da mettere in atto per migliorare la propria memoria. A dirlo è uno studio pubblicato su “Neurology”, la rivista dell’American Academy of Neurology, e condotto dalla Rush University Medical Center di Chicago. Il risultato? Chi si muove di più, anche tra le mura di casa, stimolerebbe meccanismi dall’effetto protettivo, capaci di contrastare l’invecchiamento del cervello e di prevenire così la demenza senile.

 

Lo studio ha coinvolto 454 anziani, di cui 191 affetti da demenza senile; ogni anno, per vent’anni, sono state testate le loro condizioni fisiche e le abilità di memoria e di ragionamento. E, negli ultimi due anni della loro vita (i pazienti sono deceduti ad un’età media di 91 anni, e hanno donato alla ricerca i tessuti cerebrali), con un accelerometo capace di individuare ogni movimento corporeo compiuto nel corso della giornata, è stata monitorata la loro attività fisica.

Ciò che è emerso è che gli anziani che si muovono di più durante il giorno hanno una migliore capacità di ragionamento e una maggiore memoria. Così come gli uomini e le donne con abilità motorie (coordinazione, equilibrio) significative. Ecco dunque che, fare regolare attività fisica, riesce per davvero a proteggere il cervello, aiutando la memoria e le capacità cognitive; e non si tratta di correre, o di andare in palestra, ma di compiere semplici movimenti tra le mura di casa come svolgere le mansioni domestiche o fare brevi “passeggiate” tra le stanze. Gli anziani che compiono tali azioni migliorano dell’8% i punteggi di memoria e ragionamento logico, quando sottoposti a test.

 

Analizzando poi i tessuti cerebrali, i ricercatori hanno fatto un’ulteriore scoperta: anche in presenza di biomarcatori di Alzheimer e demenza, l’equazione maggiore movimento uguale più memoria rimane valida. Muoversi è quindi importantissimo, non solo per restare in forma (e abbassare così il rischio di diabete e malattie cardiovascolari) ma anche per il proprio cervello. Su quali attività puntare? In caso non si possa fare esercizio fisico vero e proprio, come spesso da anziani succede, sono perfette le attività quotidiane: apparecchiare la tavola, fare giardinaggio, camminare, fare la spesa, cucinare. Se invece si potesse andare in piscina o in palestra, le attività da privilegiare sono il nuoto, lo stretching e gli esercizi per aumentare la coordinazione ed esercitare l’equilibrio.

 

FONTE: https://dilei.it/salute/declino-cognitivo-attivita-in-casa-migliorano-la-memoria/582663/

L’astaxantina è un carotenoide che si trova in alcune alghe e che conferisce il colore rosso ai crostacei come i gamberi e a pesci come il salmone.

Ha un grande potere antiossidante e ha la capacità di proteggere le cellule del corpo dai danni causati dall’ossidazione, inoltre rafforza le difese immunitarie. Numerosi studi sull’astaxantina hanno inoltre dimostrato che questa sostanza è utile per prevenire alcune forme di cancro, in particolare quello della pelle, come pure le malattie degenerative, in particolare l’Alzheimer e il Parkinson.

 

Svolge un ruolo protettivo, riducendo il colesterolo alto e l’ictus, inoltre protegge dalle ustioni solari. Non a caso gli studiosi hanno definito l’astaxantina come l’antiossidante più potente di sempre, poiché compie un’azione protettiva contro i radicali liberi quasi 600 molte più efficace rispetto al tocoferolo. Infine alcune ricerche hanno evidenziato che questa sostanza aiuta anche a riattivare il metabolismo, garantendo un dimagrimento costante nel tempo.

Alcuni scienziati hanno ipotizzato che questa sostanza sia in grado di proteggere gli occhi, contrastando la maculopatia senile e altre malattie degenerative che compromettono la vista. Infine offre dei benefici anche agli uomini che vogliono aumentare la propria fertilità, migliorando l’attività degli spermatozoi.

 

Come si assume l’astaxantina? Questo antiossidante si può acquistare sotto forma di compresse, ma anche assumere attraverso la dieta. Si trova infatti in numerosi alimenti, come il salmone, la trota salmonata, i gamberi, le mazzancolle e i granchi.

Il segreto per fare il pieno di astaxantina? Quando preparate i gamberi non buttate l’olio di colore rossastro che rimane nella pentola. Non è solamente saporito, ma è anche ricco di astaxantina per via della liposolubilità di questa sostanza che si diffonde nel grasso derivato dalla cottura.

 

Prima di assumere questo integratore però è importante rivolgersi ad un esperto perché può presentare alcune controindicazioni. Prima di tutto è sconsigliato per chi ha ipersensibilità a cibi come i crostacei e il pesce. Può presentare effetti indesiderato come una colorazione lieve della pelle e potrebbe interagire con alcuni farmaci.

 

FONTE: https://dilei.it/benessere/astaxantina-previene-alzheimer-cancro-fa-dimagrire/584347/

Chi assumerà i poveri che hanno diritto al reddito di cittadinanza? Le aziende si guardano bene dal dare garanzie. In compenso a fare un passo avanti sono le famiglie. Il 9 gennaio Assindatcolf, associazione che rappresenta due milioni di famiglie datrici di lavoro domestico, ha inviato una lettera al vicepremier Luigi Di Maio. «Riteniamo fondamentale avviare un confronto con il governo nell’immediato, per avere la certezza che anche le famiglie rientrino a pieno titolo nel provvedimento sul quale sta lavorando in queste ore l’esecutivo, denominato “Reddito di cittadinanza”», recita la missiva.

 

Per ora nessuna risposta. «Questa volta non ci sono vie di mezzo: — taglia corto Andrea Zini, vicepresidente di Assindatcolf —. Il reddito di cittadinanza può sancire il definitivo abbandono del settore al lavoro nero. Oppure l’occasione per lanciare una campagna di emersione. Tutto dipende da come sarà scritto il decreto. Dalle varie bozze non è chiaro se ad assumere con gli sgravi contributivi del reddito di cittadinanza possano essere anche le famiglie. Siamo convinti che potrebbe essere un’opportunità». Che ne pensa il sindacato, che da una parte assiste i lavoratori domestici ma spesso supporta anche le famiglie che vogliono mettere in regola i loro collaboratori? «Non c’è dubbio, potrebbe essere una strada da valutare. Ma tutto dipende da come sarà scritto il testo. E finora non abbiamo potuto confrontarci su nulla», va al sodo Gigi Petteni, presidente dell’Inas, l’Istituto nazionale di assistenza sociale della Cisl.

 

Oggi gli assistenti domestici in nero sono più di quelli in regola: 6 su 10. Il settore ha il record del lavoro irregolare. Quello che è vietato dalla legge è tollerato nei fatti. Perché spesso le famiglie hanno oggettive necessità di aiuto ma non si possono permettere di pagare anche i contributi. I controlli poi sono praticamente assenti. Per di più l’interesse della famiglia a non regolarizzare coincide spesso con quello delle lavoratrici, in gran parte donne e per l’80% straniere: molte contano di tornare prima o poi nel Paese d’origine e per questo non sono interessate alla pensione in Italia. «Oggi una famiglia con una badante a tempo pieno paga 700-750 euro a trimestre di contributi. Insomma, con i fondi corrispondenti a un anno di reddito di cittadinanza “pieno” si potrebbero azzerare i contributi per tre anni», ipotizza Zini, aggiungendo un tassello alla proposta: «Il nostro settore ha un ente bilaterale (Ebincolf, finanziato per 2 centesimi l’ora a carico della famiglia e 1 centesimo l’ora a carico lavoratore, ndr;) che potrebbe occuparsi della formazione dei lavoratori da assumere con il Rdc».

 

Le bozze del decreto circolate finora parlano genericamente di «datori di lavoro». Le famiglie non sono esplicitamente escluse. L’operazione potrebbe avere però un paio di limiti. Come si diceva, colf e badanti sono in gran parte immigrate. Di queste solo una minoranza può documentare la residenza regolare in Italia da 10 anni, condizione per accedere al reddito di cittadinanza. Poi c’è il fatto che gli sgravi contributivi a un certo punto finirebbero. E allora la convenienza a tenere il lavoratore in regole potrebbe non esserci più. «È chiaro — conclude Zini — che bisognerebbe pensare a un’operazione stabile nel tempo».

 

FONTE: https://www.corriere.it/economia/19_gennaio_16/reddito-cittadinanza-rebus-le-assunzioni-colf-badanti-f2aedecc-19d6-11e9-8af3-37b4f370f434.shtml?refresh_ce-cp

“I malati affetti da patologie neuro-degenerative non possono essere lasciati soli né possono essere un pensiero esclusivo delle famiglie. Anche la politica deve essere presente e prendere in carico i problemi che quotidianamente affrontano malati e famiglie”: è con questo spirito che è stata inoltrata la proposta di modifica alla legge regionale n. 22 del dicembre 2017 (quella per il sostegno alla non autosufficienza) a firma del consigliere regionale dei Popolari per l’Italia Andrea Di Lucente.

 

La modifica prevede un contributo dedicato a tutti i malati affetti da patologie neurodegenerative progressive. Si tratta di malattie altamente invalidanti per chi ne è colpito e fortemente impattanti anche sull’intera famiglia. Parliamo, ad esempio, di malattie come la Sla, il Parkinson, l’Alzheimer.

 

“In questi mesi ho potuto toccare con mano cosa significa la quotidianità di queste famiglie e come si possono sentire abbandonate dalle istituzioni. Era necessario compiere almeno il primo passo per andare incontro alle esigenze dei malati – ha commentato Andrea Di Lucente -. Emblematico è il caso di Irnerio Musilli, malato di Sla e ormai costretto su una sedia a rotelle, che mi è stato sottoposto il giorno dopo l’insediamento del nuovo consiglio regionale. La sua malattia, sempre più difficile da sostenere, è resa ancora più pesante dalla percezione che non ci sia nessuno a cui potersi rivolgere, nessun interlocutore istituzionale, nessuno che si occupi del suo caso. Abbiamo voluto lanciare un segnale, ovvero che non mi tiro indietro, così come spero che non lo faccia tutto il consiglio regionale, davanti ai problemi di chi, suo malgrado, non può più occuparsi di se stesso. Non è una responsabilità solamente delle famiglie, ma è l’intera società che deve intervenire e farsi carico delle esigenze dei malati, soprattutto in casi così particolari come quello di Irnerio Musilli”.

 

La richiesta di modifica alla norma è solo il primo passo verso una proposta più organica che vada incontro alle esigenze dei malati e delle famiglie. “Penso alla figura del caregiver, ovvero colui che si occupa volontariamente del malato non autosufficiente, e dell’enorme peso che grava sulle spalle di queste persone. Quello che possiamo fare è cercare di snellire le procedure, fornire assistenza, permettere loro di accedere al sostegno psicologico e alla possibilità di vedere riconosciuto il grande lavoro che portano avanti. Una legge nazionale in tal senso dovrebbe esserci, ma è bloccata al Senato da tempo immemore. Nell’attesa di trovare una convergenza politica, però, i malati e le famiglie affrontano continuamente sacrifici, ostacoli. Nell’indifferenza di tutti. Non dovrà più essere così, almeno non in Molise”.

 

Di Lucente rivolge un ringraziamento particolare alla struttura regionale: “C’è stato un grande lavoro d’équipe tra i settori coinvolti negli ultimi mesi. La struttura ha compreso la delicatezza del problema e ha dimostrato una sensibilità ancora più spiccata del solito”.

 

FONTE: https://www.termolionline.it/news/attualita/782728/sla-parkinson-e-alzheimer-malati-mai-piu-lasciati-soli

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