"Le malattie croniche in evoluzione creano sempre l'esigenza dell'assistenza. Sono infatti patologie che non procedono quasi mai verso la guarigione e che accompagnano molti anziani fino alla fine. Qualcuno potrebbe pensare che sono perciò malattie che lasciano i pazienti senza speranza. Può accadere, ma è proprio ciò che dobbiamo evitare. La vita, anche in età avanzata, ha infatti sempre un futuro. E questo futuro bisogna capirlo, afferrarlo e volerlo".  Il presidente della Pontificia Accademia per la Vita, il vescovo Ignacio Carrasco de Paula, presenta la tematica dell'imminente Assemblea Plenaria dell'organismo vaticano, in programma dal 5 al 7 marzo nell'Aula Nuova del Sinodo e caratterizzata da un Workshop aperto al pubblico nella giornata di venerdì 6. La Plenaria avrà come tema "L'assistenza agli anziani e le cure palliative", con l'obbiettivo di avvicinare scienza e fede al servizio di tutti coloro che aiutano gli anziani o hanno bisogno di cure palliative.

 

Gli anziani come sapienti

"Quando si assistono persone anziane nella fase del fine vita - spiega mons. Carrasco de Paula - bisogna tenere conto soprattutto che sono persone che hanno una lunga vita dietro le spalle. Bisogna considerarli come dei sapienti, dei saggi, persone che hano vissuto tante esperienze e sono in grado, più di quanto uno possa sospettare, di interpretare in modo giusto anche questa nuova esperienza che si presenta in un momento particolarmente delicato". 

 

Aumentano i pazienti bisognosi di cure palliative

"Le cure palliative sono una realtà piuttosto recente. Sono nate in un'epoca in cui l'attenzione etica è stata, e continua a essere, molto forte. Quindi, in generale, non possiamo lamentarci di come sono gestite. Il vero problema è l'aumento continuo dei pazienti anziani bisognosi, non solo di un accompagnamento, ma proprio di cure specifiche per alleviare i sintomi che possono accompagnare l'invecchiamento. Con il prolungarsi dell'età media è sempre più probabile che un anziano contragga in età avanzata una malattia che lo accompagnerà fino alla fine dei suoi giorni. E in tutti questi casi è necessario assicurare a queste persone una qualità di vita che sia accettabile".  

 

Riconoscere nell'anziano malato una persona

Il Workshop in programma durante la Plenaria dell'Accademia per la Vita si occuperà anche delle relazioni interpersonali dell'anziano bisognoso di cure, in famiglia, nella società, in ospedale. "Ritengo che questo sia l'aspetto centrale di questa problematica", spiega il Presidente dell'Accademia Pontificia. "Tenendo conto però - precisa - che prima ancora di vedere nell'anziano una persona bisognosa di cure, bisogna vedere in lui una persona e basta". "L'anziano non deve essere considerato un optional nella società, ma fino alla fine è un soggetto. E ciò non solo riguardo alla sua dignità, ma anche rispetto alle sue reali possibilità di continuare a essere protagonista non solo della sua vita, ma  anche di quella che condivide con molte altre persone, nella famiglia, nella società, nel lavoro". 

 

Una pastorale programmata

"Non c'è dubbio che, specie negli ultimi dieci anni, si siano fatti passi in avanti enormi nel campo delle cure palliative", spiega Carrasco de Paula. "Soltanto dieci, quindici anni fa, questo tipo di cure erano molto più marginali di adesso". "Certo, bisogna fare sempre di più. Perché oggi gli anziani sono i primi candidati  - come dice Papa Francesco - a essere vittime della cultura dello scarto". "Dal punto di vista spirituale - aggiunge il vescovo - è importante stabilire una pastorale programmata rivolta agli anziani". "Se infatti, quando una persona è giovane, la malattia è un evento inatteso, nel caso degli anziani è possibile prevedere una pastorale specifica per accompagnarli nella fase del fine vita, in presenza di malattie croniche". "Come dice il Vangelo 'La messe è molta ma gli operai sono pochi'. Quindi ci sono dei limiti, ma sul problema oggi c'è una coscienza particolarmente viva nella Chiesa".

 

Eutanasia e uso proporzionato dei mezzi terapeutici

Alcuni articoli di giornale hanno denunciato il ricorso all'eutanasia in alcuni ospedali italiani, anche nei casi di anziani nella fase di fine vita. "In queste circostanze -  commenta mons. Carrasco de Paula - bisogna essere molto cauti. Ci sono infatti alcuni interventi medico-sanitari, nei casi di pazienti anziani o di malati terminali, che a un certo punto si rivelano inefficaci e si debbono interrompere, perché creano più disagio che aiuto. In questo caso non si può parlare di scelte eutanasiche". "Sul tema - spiega il presidente della Pontificia Accademia per la Vita - c'è un documento del 1980 molto efficace e preciso della Congregazione per la dottrina della fede, purtroppo poco conosciuto". "Nella seconda parte del documento si spiega bene in cosa consiste un uso proporzionato dei mezzi terapeutici. In alcuni casi si possono interrompere, quindi, determinate cure. Quello che non si può fare mai, dal punto di vista etico, è interrompere le cure di base: quelle di cui hanno bisogno tutti, sia i pazienti che i medici, come la nutrizione, l'idratazione, l'igiene, ecc.. Il guaio è che spesso non si è capaci di individuare quali sono queste cure di base, che pure il documento descrive bene. Nel caso di un anziano che non può provvedere a sé stesso, queste cure gli vanno senz'altro offerte fino alla fine". "Pertanto - conclude il vescovo - dobbiamo fare molta attenzione  a non interpretare l'interruzione di certe cure come abbandono del malato o dell'anziano. Il pericolo dell'abbandono c'è sempre in campo medico, specie nei casi di pazienti per così dire ostici. Ma possiamo dire che in paesi mediterranei come l'Italia e la Spagna oggi non abbiamo molti poblemi di vera eutanasia".

 

FONTE: http://it.radiovaticana.va/news/2015/03/03/accademia_per_la_vita_gli_anziani_persone_fino_alla_fine/1126776

La notizia dei sorprendenti risultati di uno studio inglese che ha curato pazienti affetti da sclerosi multipla con un trapianto di cellule staminali del sangue, non ha sopreso per niente Giovanni Mancardi, dell'Università degli Studi di Genova, presidente del prossimo Congresso della Società italiana di Neurologia, autore, insieme a Riccardo Saccardi dell’Azienda Universitaria-Ospedaliera Careggi di Firenze, di uno studio appena pubblicato sulla rivista Neurology. "Sono 15-20 anni che si lavora con questa tecnica di trapianto autologo nelle malattie autoimmuni", dice. "Si distrugge il sistema immune che non funziona con la chemioterapia e lo si ricostituisce trapiantando cellule staminali ematopoietiche prelevate dal paziente stesso".

 

"Trattandosi di un trapianto autologo", spiega Mancardi "ci sono meno rischi da un lato, ma dall'altro è probabile che la malattia non sia eradicata totalmente". Ma avete riscontranto anche voi i miglioramenti che i colleghi inglesi hanno definito "miracolosi"? "Il nostro studio ha risultati attendibili in maniera certa, perché è uno studio randomizzato nel quale metà dei pazienti selezionati in modo casuale seguivano le terapie classiche e l'altra metà quella con il trapianto di staminali. Ma il nostro lavoro non era focalizzato sulla clinica bensì sulla risonanza magnetica, cioè su quello che con questo esame si può rilevare circa la progressione della malattia".

 

"Non posiamo dire che gente che è in carrozzella da 10 anni può tornare a camminare", avverte Mancardi. "Quello con le staminali resta comunque un approccio molto efficace, e questo lo si sa già da molto tempo, nelle forme più gravi e che evolvono rapidamente. Può darsi che un paziente che è in sedia a rotelle da sei mesi se risponde bene alla terapia possa recuperare rapidamente fino a camminare".

 

Gli scienziati inglesi avvertivano che questa terapia, dovendo annientare il sistema immunitario prima di ricostruirlo, non è adatta a tutti, ma soltanto a persone con una forma fisica che li metta in grado di reggere lo shock. Spiega Mancardi: "Parliamo di una terapia per persone con una forma molto grave della malattia. La terapia ha un rischio di mortalità pari al 3-5%, quindi non la si può fare a tutti. Solo a quelli con queste forme rapidamente evolutive che non rispondono ai farmaci tradizionali". Di quanti malati stiamo parlando? "Circa il 5-10% della popolazione. In Italia i malati sono 60.000 quindi tra le 3.000 e le 6.000 persone".

 

I risultati migliori che si sono ottenuti in 15 anni di sperimentazione sui 9 pazienti che nell'ambito dello studio sono stati sottoposti alla terapia? "Dalla risonanza magnetica nella maggior parte dei casi non risultano più aree di infiammazione: dopo 2-4 anni non c'è attività di malattia". In pratica la terapia ha ridotto l'attività della malattia in maniera molto più significativa di quanto non abbia fatto il trattamento con mitoxantrone, somministrato agli altri 12 partecipanti. Chi ha ricevuto il trapianto di cellule staminali presentava l'80% in meno di nuove lesioni cerebrali, chiamate lesioni T2, rispetto ai pazienti che hanno ricevuto mitoxantrone.

 

Visto che lo studio italiano è di fase 2, che cosa prevede la fase 3? "La fase successiva dovrà per forza coinvolgere anche l'Europa e gli Stati Uniti, occorrono una popolazione più ampia e un end point clinico: la mancata progressione di malattia. Questo comporta difficoltà organizzative non banali". Intanto però a Genova e Firenze sono un centinaio i pazienti già curati con la terapia con le staminali ematopoietiche, i cui uso è stato approvato dal comitato etico interno ai rispettivi ospedali universitari.

 

FONTE: http://www.panorama.it/scienza/salute/sclerosi-multipla-staminali-italia-gia-avanti/

La proteina β-amiloide inizia ad accumularsi in alcune aree nel cervello ben prima di quanto si pensasse, già a partire dai vent’anni. A rilevare la precoce presenza di accumuli della molecola, che diventa tossica quando si aggrega in oligomeri che sono considerati una delle principali cause del danno neurale nella malattia di Alzheimer, sono stati ricercatori della Northwestern University negli Stati Uniti.

 

Nello studio, i cui risultati sono appena stati pubblicati sulla rivista Brain, gli scienziati hanno osservato per la prima volta la proteina nei neuronicolinergici del complesso del prosencefalo basale, cellule che sono i primi bersagli della malattia di Alzheimer, anche nei cervelli giovani. Attraverso l’uso di tecniche di immuno istochimica, i ricercatori hanno analizzato i cervelli di 13 adulti (22-66 anni) cognitivamente intatti, 16 anziani (70-99) non dementi e 21 con Alzheimer (età 60-95). Soltanto nelle cellule colinergiche del proencefalo basale, e non in altre regioni osservate, i ricercatori hanno notato un accumulo di amiloide con placche e aggregati di dimensione crescente all’aumentare dell’età del soggetto, indipendentemente dal decadimento cognitivo.

 

È noto  che nell’Alzheimer l’iperproduzione della proteina β-Amiloide ne causa l’accumulo in aggregati che vanno poi aformare le celebri placche; queste, insieme agli ammassi neurofibrillari determinati dall’iperfosforilazione della proteina Tau, attivano la neuro infiammazione alla base della degenerazione neurale e inducono nell’uomo la morte neuronale e il decadimento cognitivo. Insomma, il danno neurale è determinato da più vie parallele che agiscono contemporaneamente.


«Aver osservato per la prima volta la presenza del peptide in quei neuroni, quelli colinergici, che sono i primi ad esser attaccati dall’Alzheimer, è un passo avanti nella conoscenza del ruolo di queste cellule nel progredire della malattia», ha spiegato Carlo Ferrarese, direttore della clinica neurologica del San Gerardo di Monza e direttore del Centro di Neuroscienze di Milano (NeuroMi) dell’Università Milano Bicocca, non coinvolto nello studio. «Vale la pena ricordare che le terapie già approvate per il rallentamento della malattia e del decadimento cognitivo intendono aumentare sintesi e rilascio dell’acetilcolina, neurotrasmettitore prodotto proprio dai neuroni colinergici, o bloccarne la degenerazione».

 

Nel frattempo, i ricercatori sono al lavoro per identificare dei marcatori precoci della malattia che oggi viene diagnosticata attraverso la somministrazione di test neuropsicologici per la valutazione dei disturbi cognitivi. La fase preclinica precede di 10-20 anni l’esordio della malattia e riuscire ad individuare l’inizio del percorso patologico che porterà all’Alzheimer permetterebbe di intervenire per ritardarne la comparsa. Si stima che posticipare l'insorgenza della demenza di soli 5 anni porterebbe ad una diminuzione del 50% nella prevalenza della demenza.
Con 36 milioni di pazienti nel mondo, destinati a triplicare entro il 2050, e 500mila in Italia, l’Alzheimer costituisce per un esercito di ricercatori una sfida dal tremendo fardello socioeconomico. La prevenzione gioca dunque un ruolo fondamentale. E l'edizione di quest'anno della Brain Awareness Week (La Settimana del Cervello), che si svolgerà dal 16 al 22 marzo 2015 in tutto il mondo, nel nostro paese sarà organizzata dalla SIN Società Italiana di Neurologia, di cui il professor Ferrarese è segretario, e sarà dedicata alla prevenzione delle demenze attraverso l'alimentazione, come recita il titolo: «Nutrire il cervello. Dieta e malattie neurologiche».

 

FONTE: http://www.lastampa.it/2015/03/02/scienza/benessere/alzheimer-pu-attaccare-anche-il-cervello-di-un-ventenne-j7FgirXzsvbtEoPyUdFlrI/pagina.html

 

«Contrastare e combattere le false cooperative, quelle che prostituiscono il proprio nome di cooperativa, cioé di una realtà assai buona, per ingannare la gente con scopi di lucro contrari a quelli della vera e autentica cooperazione». Papa Francesco lo ha chiesto ai 7mila soci della Confcooperative, presenti oggi in Vaticano, nell'Aula Nervi. Il Papa ha invitato le cooperatiove bianche ad opporsi ai disonesti, «perché assumere una facciata onorata e perseguire invece finalità disonorevoli e immorali, spesso rivolte allo sfruttamento del lavoro, oppure alle manipolazioni del mercato, e persino a scandalosi traffici di corruzione, è una vergognosa e gravissima menzogna che non si può assolutamente accettare».

 

Il denaro è lo sterco del diavolo

Il Pontefice, come sosteneva Basilio di Cesarea, ha sottolineato che «il denaro è lo sterco del diavolo». Quando «diventa un idolo, comanda le scelte dell'uomo». Alla Confcooperative il Pontefice ha detto che «il denaro al servizio della vita può essere gestito nel modo giusto dalla cooperativa, se autentica, dove non comanda il capitale sugli uomini, ma gli uomini sul capitale». Il Papa ha suggerito più collaborazione tra cooperative bancarie e imprese, di pagare «più giusti salari» e operare per «far vivere con dignità le famiglie».

 

Le cooperative abbiano finalità trasparenti

Secondo il Pontefice l'economia cooperativa deve perseguire «finalità trasparenti e limpide»: «Il socio della cooperativa non deve essere solo un fornitore, un lavoratore, un utente ben trattato, dev'essere sempre il protagonista, deve crescere, attraverso la cooperativa, come persona, socialmente e professionalmente, nella responsabilità, nel concretizzare la speranza, nel fare insieme». «Non dico - ha poi chiarito il Papa - che non si debba crescere nel reddito, ma ciò non basta: occorre che l'impresa gestita dalla cooperativa cresca davvero in modo cooperativo, cioé coinvolgendo tutti». Per il Papa bisogna avere «il coraggio e la fantasia di costruire la strada giusta per integrare, nel mondo, lo sviluppo, la giustizia e la pace».

 

Tendere la mano alle periferie e alle persone sole e svantaggiate

Tra Chiesa e mondo della cooperazione, ha spiegato Francesco, «le forme della collaborazione devono essere diverse, rispetto a quelle delle origini, ma il cammino deve essere sempre lo stesso». Ha chiesto di tendere una mano soprattutto dove ci sono le vecchie e nuove periferie, dove ci sono persone svantaggiate, dove ci sono persone sole e scartate, dove ci sono persone non rispettate.

 

Le tre testimonianze portate in Vaticano da Confcooperative

Dopo il saluto al Papa del presidente di Confcooperative Maurizio Gardini, sono state presentate tre testimonianze. I fondatori padre Antonio Loffredo e Susy Sansone hanno parlato della cooperativa sociale La Paranza, costituita nel 2006 da giovani del Rione Sanità di Napoli. La cooperativa, hanno spiegato, nasce dalla convinzione che attraverso la promozione del Rione Sanità, della sua storia, arte, cultura, cucina e della sua fede, si può avviare un processo di recupero e di autosviluppo di uno dei quartieri più degradati della città partenopea. La presidente Paola Bernardi ha poi parlato del lavoro della cooperativa Cassiopea, cooperativa sociale piemontese che si occupa di inserimento al lavoro di persone svantaggiate in particolare nell'ambito dell'agricoltura sociale. Poi la parola è passata alla cooperativa di giovani worker buy out : a Forlì–Cesena gli operai sono diventati imprenditori di se stessi. Il presidente Roberto Morgagni ha raccontato la storia di Lincoop, cooperativa risorta dalle ceneri di un'azienda in crisi. Un gruppo di dipendenti rimasti disoccupati ha rilevato l'attività della loro ex azienda, salvando il proprio lavoro e la fetta di mercato esistente. Per farlo hanno scelto il modello cooperativo e oggi gli ex dipendenti sono soci, imprenditori di se stessi, con prospettive di lavoro e crescita. Oggi sono oltre 20 lavoratori che si occupanodi segnaletica stradale a Bertinoro (in provincia di Forlì-Cesena).

 

Al Papa donato il vino della Pace

Al Papa Confcooperative ha donato il vino della Pace: un vino che viene regalato ai capi di Stato nel momento della loro elezione come segno di pace e di amicizia tra i popoli. Il vino della pace viene prodotto dalla Cantina cooperativa di Cormons, in una vigna creata con le barbatelle (le piante della vite) provenienti da tutte le parti del mondo e viene vendemmiata in una unica giornata dai ragazzi del collegio del mondo unito.

 

FONTE: http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2015-02-28/papa-francesco-lottare-contro-false-cooperative-che-ingannano-gente--121627.shtml?uuid=ABJkMB2C

Segnaliamo con interesse l’articolo di Antonella Mattioli, apparso su “Alto Adige” online il 3 febbraio 2015, dal titolo “Il futuro degli anziani è a casa: «Costa meno e si vive meglio»,  dove Luca Critelli, direttore della Ripartizione Politiche Sociali della Provincia di Bolzano, spiega con cifre alla mano, perché si cercherà di favorire al massimo il desiderio degli anziani di rimanere il più a lungo possibile a casa propria. «Lo chiedono loro – ricorda il dirigente – lo consigliano i medici per evitare un rapido peggioramento delle condizioni psicofisiche,ma è anche una questione di sostenibilità economica, visto che la Provincia già oggi paga 195 milioni (di cui 30 messi a disposizione dalla Regione) all’anno in assegni di cura.

 

A beneficiarne sono complessivamente 14.800 persone». Di questi 4.200 vivono in casa di riposo, gli altri, ovvero oltre 10 mila ( più del doppio!!), a casa propria. L’assegno di cura, misura non prevista in tutte le Regioni italiane, si è dimostrata una misura efficace per il contrasto del ricorso ai ricoveri in RSA, molto costosi per le finanze pubbliche.«Nel 2007-2008 hanno richiesto l’assegno di cura 13.500 nuclei familiari, oggi 14.800.- dichiara sempre Critelli – L’aumento c’è stato,ma non abbiamo avuto, come si temeva, un’esplosione delle domande.

 

E comunque questa cifra non comprende solo anziani: calcoliamo che 3-4 mila di questi siano in realtà non autosufficienti adulti o addirittura giovani». «In Alto Adige – spiega Critelli – abbiamo circa 4.200 posti nelle case di riposo e prevediamo un aumento annuo complessivo di 50 letti, non di più. Le liste d’attesa sono ormai ridotte al minimo». Insomma la casa di riposo sarà sempre più l’ultima spiaggia, ovvero il luogo dove si approda quando proprio non ci sono alternative.

 

FONTE: http://www.vivaglianziani.it/2015/02/09/1618/

Aumentano i casi di truffe e violenze agli anziani, presi di mira dai malintenzionati che approfittano di loro. L’età, la solitudine, un reddito medio-basso, rappresentano elementi che rendono le persone anziane più vulnerabili ai raggiri. Ecco alcuni consigli per vivere con maggior sicurezza in casa e fuori.

 

-          Dietro un facile guadagno, la truffa. Innanzitutto diffidare da persone che propongono facili guadagni attraverso investimenti o altro. Non firmare nulla prima di aver consultato il parere di amici o parenti oppure aver sottoposto il contratto ad un avvocato di fiducia. Molto spesso i truffatori si presentano con un aspetto ben curato, sono educati e gentili, ma questo non deve far cadere in errore. Non fornire informazioni personali, anche per telefono; non prendere appuntamenti con chi propone di illustrare prodotti da acquistare, specialmente se si è soli in casa. Se si nutrono dubbi non esitare a chiedere l’intervento della polizia, telefonando al 112 o al 113.

 

-          Quando bussano alla porta. Prima di aprire la porta verificare l’identità della persona, controllando dallo spioncino ed utilizzando sempre la catena di sicurezza. Anche se la persona si presenta indossando una divisa, richiederne le generalità e contattare telefonicamente l’ente al quale dice di appartenere per verificane l’attendibilità. Se possibile, durante la visita farsi assistere dal portiere o da un vicino. Diffidare da chi dice di venire in nome di una persona di vostra conoscenza. Ricordare che nessun Ente richiede la riscossione di una tassa o si una bolletta inviando personale a casa degli utenti.

 

-          Scippi e borseggi in strada. Evitare strade isolate e poco illuminate e di portare borse e pacchi pesanti che impediscono di muoversi con facilità. Prestare attenzione alle persone che si incrociano, evitando di apparire sbadati e distratti. Se si ha l’impressione di essere seguiti, entrare in un negozio o chiedere aiuto ai passanti o ad un poliziotto. Camminando sul marciapiede preferire il senso opposto alla marcia dei veicoli e tenersi dalla parte più vicina al muro. Evitare di fare sfoggio di orecchini e altri gioielli vistosi e di portare con se molto denaro; se è inevitabile, cercare di non tenere tutto il denaro solo nel portafogli, ma distribuirlo tra borsa, tasche, altro. uscendo dalla posta o dalla banca controllare che non ci siano nessuno in attesa e non soffermarsi con chi chiede informazioni. In autobus utilizzare solo borse che si chiudono bene e tenerle strette a sé, così come quando si è in fila o in posti molto affollati.

 

-          Furti in automobile. Non lasciare le chiavi inserite per acquistare "al volo" il giornale o le sigarette. Parcheggiare in aree custodite, ben illuminate, evitando zone isolate. Utilizzare antifurti o sistemi di bloccaggio che possono rendere la vita più difficile al ladro. Evitare di lasciare in auto, bene in vista, monete, telefonini, occhiali e qualsiasi altro oggetto che può destare interesse. Mentre si è in viaggio, evitare di lasciare borse in vista, ma nasconderle sotto il sedile o in qualsiasi luogo che possa rendere difficile il furto. Fare attenzione ai piccoli tamponamenti: spesso sono provocati volontariamente portando il conducente a scendere dalla macchina per impossessarsene. In questo caso invitare con i gesti a proseguire fino a raggiungere un luogo frequentato.

 

-          Truffe da finti maghi e sedicenti santoni. L'attività di chiromanti, veggenti ed esperti di astrologia a volte può nascondere delle vere e prorie truffe, basti ricordare i famosi fatti di cronaca recente Per ovviare a inganni e furti è sufficiente seguire poche ma precise regole anti inganno come ad esempio, non dare mai i propri dati personali, non firmare nulla e cercare di non farsi abbindolare da immagini e "stregonerie" fasulle.

 

Questi utili suggerimenti sono a cura di Fnp-Cisl, Siulp e Adiconsum della Lombardia. Anche la Polizia di Stato sul proprio sito ha predisposto una serie di consigli per tutelare la sicurezza degli anziani, con suggerimenti mirati non solo a loro, ma anche ai figli e ai nipoti, ai vicini di casa, agli impiegati di banca o di uffici postali.

 

FONTE: http://www.intrage.it/Consumatori/anziani_difendersi_da_truffe_e_malintenzionati

Durante la terza età la solitudine danneggia la salute ancora più delle ristrettezze economiche o dell'obesità. A portare l'attenzione sull'argomento è lo psicologo John Cacioppo, che durante il congresso annuale dell'American Asociation for the Advancement of Science ha presentato i risultati delle ricerche condotte con i suoi colleghi all'Università di Chicago, spiegando che il senso di isolamento aumenta del 14% il rischio di morire prematuramente, un impatto circa doppio rispetto a quello dell'obesità e non molto diverso da quello delle difficoltà finanziare, che aumentano tale rischio del 19%.

 

Cacioppo e colleghi hanno analizzato il fenomeno concentrandosi sull'effetto di relazioni interpersonali soddisfacenti sullo sviluppo della resilienza, ossia della capacità di superare le difficoltà e di uscirne in qualche modo fortificati. Dalle analisi condotte è apparso chiaro il legame tra la solitudine e l'aumento di problemi del sonno, della pressione sanguigna, dei livelli del cortisolo – l'ormone dello stress - al risveglio e dei sintomi della depressione. Non solo, i ricercatori hanno scoperto che la solitudine altera l'espressione dei geni nelle cellule del sistema immunitario e compromette il benessere generale degli anziani.

 

Il problema è accentuato in presenza di alcuni disturbi tipicamente associati all'invecchiamento, come la perdita della vista o dell'udito. L'effetto, invece, non dipende dal fatto di vivere o meno da soli. Infatti quando gli anziani che vivono soli mantengono relazioni sociali e si godono la compagnia di familiari e amici il senso di solitudine può venire facilmente meno. Per questo è fondamentale continuare a mantenere vive le relazioni interpersonali anche durante la terza età: rimanere in contatto con i propri ex colleghi anche dopo il pensionamento, continuare a partecipare alle tradizioni di famiglia e condividere parte del proprio tempo con familiari ed amici sono buone strategie per evitare quel senso di solitudine che potrebbe rivelarsi fatale.

 

FONTE: http://www.salute24.ilsole24ore.com/articles/16412-terza-eta-la-solitudine-danneggia-gravemente-la-salute?refresh_ce

L'infarto del miocardio è causato da un restringimento improvviso o dall'occlusione completa dei vasi coronarici che portano sangue ossigenato e ricco di nutrienti alle cellule cardiache. L'interruzione improvvisa del flusso sanguigno porta in pochi minuti alla sofferenza cellulare e seguentemente alla morte del tessuto vascolarizzato da tali arterie. La zona infartuata può avere dimensioni variabili e a seconda della sua estensione la funzionalità cardiaca residua sarà migliore o peggiore.

Il riconoscimento tempestivo della sintomatologia e il trattamento precoce riducono i danni a carico del miocardio e la mortalità.

 

Cause e fattori di rischio

 

La causa più frequente di occlusione è la trombosi, solo raramente essa è dovuta ad uno spasmo delle coronarie.

La trombosi è una conseguenza naturale dell'aterosclerosi (formazione di placche ateromatose sulla superficie interna dei vasi), processo di lunga durata favorito da comportamenti ed abitudini di vita scorrette, che si sommano a familiarità e a patologie più o meno note.

 

Elenchiamo a questo punto i principali fattori di rischio:

 

- Fumo di sigaretta

- Dislipidemie (ipercolesterolemia, ipertrigliceridemia)

- Ipertensione arteriosa

- Diabete Mellito

- Sovrappeso ed obesità

- Sindrome metabolica

- Stile di vita sedentario

- Sesso maschile

- Età (uomo > 50 anni, donna > 60)

 

Cosa fare di fronte al sospetto di infarto?

 

La persona che crede di trovarsi di fronte ad un soggetto colpito da infarto deve chiamare immediatamente il 118 e, tenendosi in contatto con questo, eseguire le manovre necessarie nell'attesa dell'arrivo dei soccorsi. Nell'eventualità che all'infarto segua l'arresto cardiocircolatorio è infatti indispensabile iniziare subito il massaggio cardiaco.

Il fattore tempo in questa situazione diventa infatti l'elemento più importante e la probabilità di successo della defibrillazione diminuisce rapidamente al passare di ogni minuto.

Nel caso in cui la sintomatologia sia più lieve il fattore tempo è comunque importante. La persona deve arrivare velocemente al pronto soccorso dove il medico, diagnosticato l'infarto, procederà alla disostruzione della coronaria occlusa.

In sostanza, più precocemente si interviene più alte sono le percentuali di successo, in quanto la quantità di tessuto cardiaco salvato è proporzionale alla precocità della riperfusione.

 

FONTE: http://www.my-personaltrainer.it/cardiopatia-ischemica/infarto-riconoscerlo.html

Google e Biogen Idec hanno unito le forze per la ricerca di fattori ambientali e genetici che possono causare la sclerosi multipla.

Secondo Andrew Conrad, a capo del team di Google X al lavoro sul progetto, la partnership tra le due società è finalizzata a capire come intervenire il prima possibile sul paziente, evitandogli l’obbligo di ricorrere a cure costose e spesso debilitanti quando la patologia ha già causato danni al sistema nervoso centrale in modo irreversibile. «La nostra idea è quella di cambiare la cura della salute da reattiva a proattiva. Stiamo cercando di comprendere la malattia nei suoi primi stadi, così da capire come intervenire il prima possibile.» ha detto Conrad.

Rick Rudick, vice presidente di Biogen, ha dichiarato che il progetto permetterà ai ricercatori di "raccogliere e vagliare i dati di pazienti con sclerosi multipla utilizzando sensori, software, oltre a strumenti di analisi dei dati, al fine di comprendere i diversi meccanismi di avanzamento della malattia con diversi pazienti ".
Alcuni pazienti con SM possono vivere stili di vita attivi anni dopo la diagnosi, mentre altri possono finire in case di cura, ha detto Rudick.

L'obiettivo è quello di spiegare il motivo per cui la sclerosi multipla progredisce in modo diverso da paziente a paziente, ha affermato Rick Rudick, vice presidente di Biogen delle scienze di sviluppo. «Siamo abituati a seguire i pazienti fin dalle prime fasi in cui si manifesta la malattia. Due donne potrebbero presentarsi con una neurite ottica che impedisce loro di vedere da un occhio e noteremmo alcuni punti dalla risonanza magnetica. Però, dopo dieci anni, una potrebbe diventare una campionessa di tennis e l’altra essere ricoverata in un centro specializzato. Non abbiamo mai capito il motivo di questa diversità.»

Le aziende sono alla ricerca di modi per raccogliere i dati dei pazienti "round-the-clock", cioè per tutto il giorno e la  notte, attraverso diverse innovazioni tecnologiche, come le bande da indossare o  le app sul cellulare e il tablet.

Biogen è uno dei principali produttori al mondo di farmaci per la SM, e nel suo listino ha farmaci di ampio utilizzo come interferone beta 1a e natalizumab. Nel 2013 il governo degli Stati Uniti ha approvato dimetilfumarato, farmaco orale per la SM, di prossimo arrivo anche in Italia.

Le cause della SM sono ancora  sconosciute, tuttavia, le teorie più comuni sono che la MS si verifica in pazienti geneticamente suscettibili e può essere attivata da alcuni fattori ambientali.
In tutto il mondo ci sono circa 2,5 milioni di casi di SM, 400.000 negli Stati Uniti, con circa 10.000 nuovi casi diagnosticati ogni anno. Tuttavia, la malattia è stata diagnosticata in tutto il mondo, con il più alto numero di casi in Nord America, Europa e Australia.

Questa non è la prima incursione di Google nel settore sanitario. L'azienda ha creato Google Genomics, un sistema che permette a ospedali, centri di ricerca e università di memorizzare e condividere dati genomici. Inoltre, Google ha collaborato con la Duke University per lavorare su un progetto per misurare e riclassificare le malattie in due contee del Nord Carolina.

 

FONTE: http://www.pharmastar.it/index.html?cat=6&id=17272

Sono molto interessanti i risultati della ricerca “L’eccellenza sostenibile nel nuovo welfare. Modelli di risposta top standard ai bisogni delle persone non autosufficienti”, realizzata dal Censis in collaborazione con la fondazione Generali.

E’ stato anche rilevato che 120.000 anziani non autosufficienti hanno dovuto rinunciare alla badante per motivi economici.

I risultati dalla ricerca sono stati analizzati in un articolo pubblicato su redattoresociale.it, nel quale si è fatto riferimento ad un comunicato emesso dall’agenzia Dire.

 

Secondo l’articolo citato i risultati principali della ricerca sono i seguenti: “Il 65% dei giovani non teme l’invecchiamento: perché lo considera un fatto naturale (53%) o perché pensa che invecchiando si migliora (12%). A far paura è la perdita di autonomia. Pensando alla propria vecchiaia, il 43% degli italiani giovani e adulti teme l’insorgere di malattie, il 41% la non autosufficienza. E il 54% degli anziani fa coincidere la soglia di accesso alla vecchiaia proprio con la perdita dell’autosufficienza, il 29% con la morte del coniuge e il 24% con il pensionamento”.

 

Il modello di assistenza agli anziani non autosufficienti prevalente è contraddistinto dall’essere ancora nella propria casa, accuditi dai familiari o da una badante. Le badanti sono più di 700.000 (di cui 361.500 regolarmente registrate presso l’Inps con almeno un contributo versato nell’anno) e costano 9 miliardi di euro all’anno alle famiglie.

 

Finora il modello ha funzionato, per il futuro però potrebbe non essere più un servizio “low cost”.
Del resto sono 120.000 le persone non autosufficienti che hanno dovuto rinunciare alla badante per motivi economici.
Infatti per molti l’impegno economico diventa insostenibile: 333.000 famiglie hanno utilizzato tutti i risparmi per pagare l’assistenza a un anziano non autosufficiente, 190.000 famiglie hanno dovuto vendere l’abitazione (spesso la nuda proprietà) per trovare le risorse necessarie, 152.000 famiglie si sono indebitate per pagare l’assistenza. E sono oltre 909.000 le reti familiari che si “autotassano” per pagare l’assistenza del familiare non autosufficiente.

E anche quando si ricorre alla badante, l’85% degli italiani sottolinea che è comunque necessario un massiccio impegno dei familiari per coprire giorni di riposo, festivi, ferie.


Per quanto riguarda le residenze per anziani (case di riposo e simili), non piacciono agli italiani.
Sono ospiti di strutture residenziali 200.000 anziani non autosufficienti, mentre 2,5 milioni vivono in famiglia, in casa propria o di parenti.

Le residenze per anziani non piacciono perché sono solo parcheggi per vecchi che provocano malinconia.

Ma 4,7 milioni di anziani sarebbero favorevoli ad andare in residenze se la loro qualità migliorasse.

Comunque al di là della scelta di assistere gli anziani nella propria casa o nelle cosiddette case di risposo, io credo che vi sia la necessità di lasciare meno sole le famiglie nel rapporto con gli anziani. Dovrebbe essere sviluppata notevolmente l’assistenza domiciliare e dovrebbero essere maggiori anche i contributi economici per l’assistenza agli anziani.

Sono consapevole che sarebbero necessarie risorse finanziarie consistenti e crescenti, in considerazione del costante aumento dell’invecchiamento della popolazione. Ma occorre trovare il modo per reperire tali risorse perché effettivamente il peso economico per gli anziani e per le loro famiglie è davvero notevole, ed anche quando si uscirà dalla crisi, sarà difficilmente sostenibile in molti casi.

 

FONTE: http://www.agoravox.it/120-000-anziani-costretti-a.html

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