Il morbo di Alzheimer è una malattia neurodegenerativa a decorso cronico e progressivo che, a causa di un’alterazione delle funzioni cerebrali, provoca il declino progressivo sia della memoria sia delle funzioni cognitive, fino alla perdita completa dell’autonomia. È la causa più comune di demenza nella popolazione anziana dei Paesi ricchi: attualmente si stima ne sia colpita circa il 5% della popolazione al di sopra dei 65 anni e circa il 20% degli ultra-85enni, anche se in rari casi può colpire precocemente intorno ai 50 anni di vita. Prima di manifestarsi in modo evidente, però , l’Alzheimer attraversa una fase che può durare diversi anni, durante la quale, nonostante i sintomi siano minimi, la malattia è al lavoro. Individuare i segnali della presenza dell’Alzheimer già in questa fase aumenta la potenzialità delle cure disponibili e di quelle future, in quanto esse agiscono su un sistema solo parzialmente compromesso e quindi più sensibile al trattamento.

 

Ebbene, da un recente studio, pubblicato su Frontiers in Aging Neuroscience ed effetuato da un team di ricercatori dell’Università di Bologna in collaborazione con professionisti dell’Unità di Neuropsicologia Clinica dell’Arcispedale Santa Maria Nuova di Reggio Emilia, è emerso che i primissimi sintomi dell’Alzheimer sono nascosti tra le pieghe del linguaggio: in alcuni piccoli errori.

 

Nello studio clinico sono stati presi in esame 96 partecipanti, metà dei quali con segni di deterioramento cognitivo lieve, una condizione che può precedere l’insorgere del morbo di Alzheimer. Durante l’esperimento è stato chiesto a ciascun paziente di descrivere a parole prima i dettagli di un’immagine mostratagli, poi una tipica giornata di lavoro e infine l’ultimo sogno che ricordava. Le risposte sono state analizzate utilizzando tecniche di elaborazione del linguaggio in grado di esaminare il ritmo e il suono delle parole, l’uso del lessico e della sintassi e altri dettagli. Confrontando le risposte dei soggetti affetti da deterioramento cognitivo lieve con quelle dei soggetti privi di disturbi, la sfida dei ricercatori era trovare segnali della presenza di deterioramento cognitivo che i test neuropsicologici convenzionali non sono in grado di identificare. Una sfida che, al termine dell’analisi, ha restituito i risultati sperati: gli studiosi sono riusciti a individuare specifiche alterazioni nell’uso della lingua parlata nei pazienti che presentano i primi segni di deterioramento cognitivo. Si tratta, dunque, di un metodo che potrebbe anticipare notevolmente il riconoscimento dell’insorgere della malattia e consentire di attivare così per tempo misure terapeutiche adeguate ad alleviare l’impatto nella vita quotidiana.

 

FONTE: http://salute.ilgiornale.it/news/27965/alzheimer--linguaggio-deterioramento-cognitivo/1.html

 

Le liti sul lavoro domestico che arrivano davanti al sindacato sono in aumento nell’ultimo decennio, del 3-5% all’anno. Lo rivelano le analisi condotte da Domina e Fondazione Moressa. Alla base di queste liti tra le famiglie, da un lato, e colf, baby sitter e badanti ,dall’altro, c’è l’elevato tasso di irregolarità nel settore, che occupa in totale quasi due milioni di addetti , 864.526 regolari e oltre un milione sconosciuti a Inps, Inail e Fisco.

 

La stima Istat di sei domestici irregolari su dieci trova conferma nei controlli dell’Ispettorato nazionale del lavoro, che hanno scoperto prestazioni completamente “in nero” nelle famiglie nel 56,4% dei casi monitorati nel 2015, nel 60,8% nel 2016 e nel 47,3% nel 2017. Un comportamento che può costare caro ai datori, che possono vedersi arrivare richieste di pagamenti arretrati per svariate migliaia di euro.

 

È la “vicinanza” con i lavoratori domestici, che frequentano abitualmente la casa e si prendono cura dei bambini o degli anziani, a indurre le famiglie a non formalizzare il rapporto secondo le regole del contratto nazionale di lavoro, affidandosi ad accordi verbali - a volte poco chiari - e a stipendi versati in contanti. L’indagine «Vertenze nel lavoro domestico: il confine tra legalità e necessità» è realizzata dalla Fondazione Leone Moressa per Domina, l’Associazione nazionale delle famiglie di datori di lavoro domestico. Sarà presentata a Milano il 12 dicembre e fa luce sul tipo di irregolarità che sta alla base delle liti arrivate al sindacato (lo step successivo è il tribunale).

 

I controlli effettuati dall’Ispettorato nazionale del lavoro sui datori di lavoro domestico (1.718 nel 2015, 1.191 nel 2016 e 1.068 nel 2017) rivelano che oltre all’attività totalmente in nero, esiste anche un’area di lavoro grigio, cioè sottoinquadrato o con un orario dichiarato che non corrisponde a quello effettivo. Succede, ad esempio, che una badante assunta per prendersi cura di un anziano non autosufficiente sia inquadrata come una colf addetta alle pulizie, senza esperienza o competenze particolari. A questo inquadramento più basso corrisponde naturalmente una retribuzione oraria inferiore. Nel 2017 il sottoinquadramento dei lavoratori è stato scoperto nel 17,7% dei controlli degli ispettori sulle famiglie-datori di lavoro domestico, rispetto al 6,4% dei casi rilevati nel totale degli altri accertamenti.

 

Un’altra prassi diffusa tra le famiglie e altrettanto rischiosa in caso di controversia con il lavoratore, è quella di dichiarare all’Inps un orario diverso da quello effettivamente svolto, ad esempio la metà delle ore settimanali, versando una parte della retribuzione in nero: il datore risparmia sui contributi e il lavoratore dovrà versare meno imposte sul reddito. Questa prassi è stata riscontrata nel 4,2% delle famiglie ispezionate nel 2017, mentre nel resto degli accertamenti incideva per il 14,6 per cento. Ma nel 2016 erano state riscontrate irregolarità sull’orario di lavoro domestico nel 13,1% delle famiglie, in linea con il 13,8% rilevato nei controlli sugli altri settori. Dopo anni di lavoro con questa prassi, però, può accadere che una persona impiegata come badante chieda pagamenti arretrati riferiti a 54 ore settimanali, per un periodo anche molto lungo, mettendo la famiglia davanti a una richiesta di denaro che può tranquillamente arrivare a 35mila euro.

 

L’indagine di Domina-Fondazione Moressa mette sotto la lente anche il valore economico del lavoro domestico, considerando che l’8,3% delle famiglie italiane ha almeno un collaboratore e che il numero delle badanti - dato anche l’invecchiamento progressivo della popolazione - è cresciuto dell’8% dal 2012 al 2017. La spesa per pagare i servizi di colf, baby sitter e badanti è di 6,9 miliardi all’anno: 5,6 miliardi per le retribuzioni, 0,9 miliardi per contributi e 0,4 miliardi per il Tfr. Se si aggiunge a questa cifra la spesa per retribuire i lavoratori irregolari, secondo Domina si arriva a un totale di 18,96 miliardi.

 

«È evidente - spiega Lorenzo Gasparrini, segretario generale di Domina - quanto sia necessario sostenere le famiglie che assistono a casa le persone anziane e non autosufficienti, facendo risparmiare allo Stato 15 miliardi all’anno. È necessario estendere alle retribuzioni del personale domestico - aggiunge - la deducibilità fiscale oggi prevista solo per i contributi, almeno per le persone non autosufficienti. Una spesa che si ripagherebbe almeno in parte, per lo Stato, con i contributi e con le imposte dei lavoratori che emergerebbero dal nero».

 

FONTE: https://www.ilsole24ore.com/art/norme-e-tributi/2018-11-24/colf-e-badanti-sotto-tiro-su-due-lavora-nero-101903.shtml?uuid=AEsrcDmG&refresh_ce=1

Fiato corto, dolore al petto, febbre alta e tosse. Sono questi i sintomi della polmonite, malattia che ogni anno provoca la morte di circa 11.000 persone in Italia, soprattutto anziani ed è la prima causa di morte per malattie infettive nei Paesi occidentali. Il vaccino che permette di proteggersi dalla causa più frequente di questa malattia, ovvero il batterio Pneumococco, è gratuito dallo scorso anno in Italia per tutte le persone di 65 anni. Ma pochi ancora sono gli anziani che lo sanno e pochissimi quelli che lo fanno.


Circa un quarto dei ricoverati in ospedale con polmonite, secondo uno studio apparso su Lancet, sviluppa complicazioni cardiache e aumenta così del 60% la mortalità a breve termine. A questo si aggiunge il rischio di meningite e sepsi. "Inoltre, anche una volta superata la fase acuta della malattia, le conseguenze possono continuare con una tendenza a sviluppare dispnea, o respirazione difficoltosa", spiega Michele Conversano, presidente di HappyAgeing, Alleanza italiana per l'invecchiamento attivo, e già presidente della Società Italiana di Igiene. "Manca però negli italiani la consapevolezza del rischio e sopratutto la consapevolezza che questo rischio può essere evitato".


Tra le polmoniti, le più frequenti sono quelle di origine batterica che derivano dallo Streptococcus pneumoniae, meglio noto come pneumococco. E proprio contro queste esiste un vaccino che, a partire dallo scorso anno, è offerto gratuitamente a tutte le persone che compiono 65 anni. "Basta effettuarlo una volta per esser protetti tutta la vita - spiega l'esperto - e può essere fatto contestualmente o meno a quello antinfluenzale.
Un motivo in più per vaccinarsi è che proprio lo pneumococco è un batterio che ha sviluppato particolare resistenza agli antibiotici. Quindi la terapia può essere molto lunga e complessa".

 

FONTE: http://www.ansa.it/canale_saluteebenessere/notizie/salute_65plus/medicina/2018/12/06/la-polmonite-causa-11.000-morti-lanno-prevenirla-e-possibile_5b6395c6-4a55-48c3-a7c8-00aec5ce540a.html

 

Tre anni di dieta mediterranea, soprattutto ricca di frutta, diminuiscono il rischio di ammalarsi di Alzheimer, questo è quanto sostengono i ricercatori della Edith Cowan University (ECU) che hanno analizzato gli effetti dell'alimentazione sul declino cognitivo, ed ecco cosa hanno scoperto.

La dieta Mediterranea vince sempre.

I ricercatori spiegano che seguire la dieta mediterranea potrebbe ritardare l'insorgenza del morbo di Alzheimer anche di molti anni. Nello specifico gli esperti spiegano che il cibo che fa parte di questo regime alimentare permette di ridurre il tasso di accumulo di beta-amiloide, il peptide costituente le placche amiloidi tipiche dell'Alzheimer.

Soprattutto frutta.

Studi passati hanno già dimostrato i benefici della dieta mediterranea, e quindi del consumo di frutta, verdura, cereali integrali, pesce e olio d'oliva sul declino cognitivo. La nuova ricerca però sottolinea che la frutta è l'alimento che più porta benefici e che è correlato con il ridotto accumulo di beta-amiloide. “Se in generale tutti gli alimenti della dieta mediterranea sembrano aiutare la riduzione del rischio di Alzheimer, il nostro studio ha dimostrato che il consumo di frutta è ciò che apporta i benefici maggiori”, fanno sapere gli scienziati.

Perché la frutta?

Non c'è una risposta definitiva, ma sembrerebbe che il motivo sia legato alla presenza di vitamina C nella frutta, in particolare agrume e fragole. Secondo studi passati, la vitamina C riduce l'accumulo di beta-amiloide negli animali studiati in laboratorio.

Bastano 3 anni

L'altra buona notizia è che non è necessario aver seguito o seguire la dieta mediterranea tutta la vita, bastano infatti 3 anni per ridurre del 60% l'accumulo di beta-amiloide e quindi il rischio di ammalarsi di Alzheimer.

FONTE:

https://scienze.fanpage.it/alzheimer-la-frutta-riduce-il-rischio-di-ammalarsi-bastano-3-anni-di-dieta-mediterranea/
http://scienze.fanpage.it/

Badanti in nero e senza tutele, nei guai quattro agenzie per il lavoro

In seguito alle denunce di Nidil/Cgil all’Ispettorato territoriale del lavoro, sono emerse diverse irregolarità a carico di due società e due agenzie di lavoro che da diversi anni operavano sul territorio modenese, e non solo, fornendo assistenti familiari. Si tratta di Terza Età Servizio Badanti Coop e Garoxanasi Srl (società rumena), che tra il 2015 e il 2016 avrebbero gestito i contratti delle lavoratrici in modo irregolare. Successivamente, la stessa Terza Età, avendo compreso che era irregolare il rapporto con la Garoxanasi Srl, aveva interrotto il rapporto commerciale con quest’ultima a fine 2016 e avviato un nuovo rapporto commerciale con due presunte agenzie per il lavoro, una estera e una italiana, la J & I S.A. (Spolka Akcyjna) anch’essa di origine rumena e la Job Italy Spa. 

Lo riferisce la stessa Cgil, che dopo le denunce ha seguito da vicino il lavoro dell'Ispettorato, che secondo quanto riferito avrebbe accertato per ognuna delle società "significative irregolarità nei contratti di lavoro, evasione contributiva e fiscale, ricorso al lavoro nero e all’utilizzo improprio nelle buste paghe di voci trasferta e assenze/permessi”.  Inoltre per la Garoxanasi Srl sarebbe stata accertata anche la non “autenticità” del distacco transnazionale posta in essere tra la medesima e la Terza Età Servizio Badanti Coop. La J & I S.A. (Spolka Akcyjna) e la Job Italia sono risultate non essere iscritte all’Albo italiano delle Agenzie per il lavoro temporaneo. 

"Inutile dire che tutto questo si è tradotto per diverse centinaia di lavoratrici in vero e proprio sfruttamento tanto basta che in conseguenza delle irregolarità riscontrate sono state contestate complessivamente circa 950.000 euro di sanzioni amministrative ed effettuati recuperi di contributi previdenziali e assicurativi per oltre 750.000 euro. I titolari delle ditte sono stati denunciati all’Autorità giudiziaria da parte dell’Ispettorato del Lavoro per intermediazione illecita, sfruttamento del lavoro e altre violazioni di carattere penale", sottolinea la Nidil/Cgil.

Per la denuncia del 2017, la Job Italy aveva anche  citato in giudizio per diffamazione i responsabili di Nidil/Cgil, ma il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Modena lo scorso 3 ottobre ha archiviato la denuncia perché il fatto non sussiste. Nidil, insieme alla Cgil di Modena, ha inoltre intenzione di costituirsi parte civile nei processi penali che verranno avviati verso le società coinvolte a difesa dei diritti delle lavoratrici che sono state vittime delle gravi violazioni dei loro diritti. 

FONTE: http://www.modenatoday.it/economia/denuncia-agenzie-lavoro.badanti-modena-cgil.html

 



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L‘INPS ha effettuato tutta una serie di controlli ed ha anche inviato tutta una serie di avvisi ai contribuenti. Ma di cosa si tratta? L’INPS avrebbe avviato tutta una nuova serie di accertamenti che saranno effettuate nelle prossime settimane e nel contempo ha anche inviato tutta una serie di lettere per gli accertamenti già effettuati. Ma chi sarà oggetto di questi accertamenti e quali sono i motivi. Ad essere nel mirino del nuovo controllo dell’INPS sono tutti coloro che non hanno pagato i contributi per baby sitter, colf e badanti.

Sono queste le ultime notizie che arrivano e che confermano l’intenzione da parte dell’INPS di inviare avvisi dapprima bonari ai datori di lavoro domestico.

Effettivamente in cosa consistono questi nuovi controlli dell’INPS?

 

Controlli Inps in arrivo, ma per chi?

Come abbiamo visto, a finire nel mirino dei controlli da parte dell’INPS sono i datori di lavoro domestico e si tratta di controlli che hanno soltanto l’obiettivo di monitorare i correnti versamenti contributivi a favore di baby sitter, colf e badanti. Il versamento di questi contributi permette di poter regolarizzare il rapporto di lavoro e così come avviene per qualsiasi tipo di lavoratore, permette a quest’ultimi di poter raggiungere la possibilità di calcolo della pensione, ma anche tutta un’altra serie di benefici tra i quali il diritto alla disoccupazione, il congedo di maternità e l’assicurazione contro gli infortuni. Il calcolo dei contributi va effettuato con una cadenza trimestrale quanto il datore di lavoro deve effettivamente versare dipende dal tipo di contratto che si stipula e dalle ore di lavoro. Ovviamente sarà diverso il calcolo dei contributi nel caso in cui si tratti di una colf o badante, in quanto se le ore di lavoro superano le 24 ore a settimana, il contributo sarà fisso.

Nel mirino comunque finiranno i controlli riguardanti gli anni a partire dal 2014 in poi e tutti quei casi in cui allo stesso INPS, dovesse risultare il mancato versamento di almeno un trimestre dei contributi dovuti per i lavoratori domestici. Al fine di difendersi da sanzioni, una volta che si riceve l’avviso bonario si consiglia ai datori di lavoro di versare i contributi a baby-sitter colf e badanti entro 30 giorni dalla data di recapito dell’avviso che precede l’emissione della cartella esattoriale.  Nel caso in cui invece il datore di lavoro domestico, volesse la pretesa del parte dell’INPS, dovrà semplicemente rispondere all’avviso nelle modalità che sono descritte proprio all’interno della comunicazione e lo potrà fare entro 30 giorni.

 

In arrivo controlli anche dell’Agenzia delle Entrate

Non si tratta soltanto di controlli da parte dell’INPS,  anche da parte dell’Agenzia delle Entrate ed alcuni di questi sono stati già effettuati In alcune zone d’Italia.

Si richiama l’attenzione delle sedi sulla necessità di effettuare i controlli propedeutici al corretto aggiornamento delle posizioni, prima di procedere alla conferma del credito delle inadempienze in parola.

 

A titolo esemplificativo vengono di seguito indicate le tipologie di attività da realizzare:

• Sistemazione dei bollettini anomali e/o “fuori lista”;

• Verifica se esistono domande di Sospensione contributiva per i Trimestri compresi nella regolarizzazione; in tal caso i Trimestri non sono dovuti e vanno eliminati dalla regolarizzazione;

• Verifica presenza di una istanza di regolarizzazione relativamente allo stesso periodo dell’avviso di accertamento non ancora inserita in procedura: questa andrà inserita dalla Sede ed avrà la precedenza rispetto all’inadempienza come “Silente”.

• Verifica presenza in procedura di una Regolarizzazione per lo stesso Rapporto di Lavoro con periodi in tutto od in parte sovrapposti a quella come Silente. In tal caso, la regolarizzazione preesistente, che è stata inserita dalla Sede a seguito di precedente istruttoria, ha la precedenza, anche se fosse ancora nello stato “Acquisita”. Ne consegue che la Sede dovrà cancellare l’Inadempienza come Silente quando i periodi sono tutti sovrapposti oppure eliminare da quella Silente i periodi sovrapposti, lasciando solo quelli dovuti e non presenti in altre regolarizzazioni.

• Ricerca nell’applicazione “Incasso Contributi DE.U.” di un eventuale F24 pagato dallo stesso datore di lavoro per una inadempienza Lavoratori Domestici non contabilizzata, riferita allo stesso rapporto di lavoro e agli stessi trimestri oggetto dell’avviso di accertamento predisposto per la spedizione.

 

Per gli avvisi di accertamento relativi a rapporti di lavoro iscritti a seguito di domande di emersione (L. 102/2009 e D.Lgs. 109/2012) si ricorda che i datori di lavoro erano esentati dal pagamento delle sanzioni soltanto fino alla stipula del contratto di soggiorno; ne consegue che i trimestri risultati ad oggi scoperti da contribuzione sono assoggettati, secondo quanto disposto dall’art. 116, commi 8 e ss., della legge n. 388/2000.

Si ricorda che è possibile, con le consuete modalità, visualizzare e modificare i dati delle inadempienze nello stato di acquisita, anche rimuovendo alcuni trimestri.

 

FONTE: https://www.controcopertina.com/2018/inps-e-agenzia-entrate-accertamenti-ora-e-spedite-tante-lettere-tutti-i-dettagli-5119

Sono sei su dieci i lavoratori irregolari tra le mura domestiche: colf, badanti, baby sitter che, spesso a fronte di un mutuo accordo tra le parti, vengono pagati in nero, senza contributi né assicurazione sugli infortuni. La stima arriva da diverse fonti (da ultimo, il rapporto Censis-Assindatcolf «Sostenere il welfare familiare», aggiornato al 2017), e appare costante negli ultimi anni. Numeri alla mano, a fronte degli 864.526 lavoratori regolari nel settore domestico registrati dall’Inps nel 2017, gli occupati effettivi nelle case degli italiani sono circa 2 milioni, di cui oltre 1,1 milioni irregolari.

 

I controlli dell’Ispettorato

C’è chi, come la Guardia di Finanza e l’Ispettorato nazionale del lavoro (Inl), si occupa di vigilare sul fenomeno, ma i numeri dei controlli sono ben lontani dalle cifre dei lavoratori irregolari.

 

Colf, braccianti, muratori: ecco i lavori che sparirebbero senza gli immigrati

Nel 2017, per esempio, i controlli effettuati dall’Inl in questo settore sono stati 1.148, meno del 10% delle 122.240 verifiche portate a termine dall’Ispettorato nell’anno (comprese quelle nelle aziende). In 54 casi su 100 il controllo ha “smascherato” un’irregolarità. Gli accertamenti effettuati sui datori, come spiegano dalla direzione centrale vigilanza, affari legali e contenzioso dell’Ispettorato, sono circa 300 all’anno. Un numero limitato - come spiega la stessa direzione- perché, nella maggior parte dei casi, quando scatta una lite tra famiglia e lavoratore domestico, ad esempio sul trattamento economico, si applica la conciliazione monocratica regolata dal Dlgs 124/2004, che ha successo nel 75% dei casi. In pratica, si quantifica una somma da versare al lavoratore che mette d’accordo le parti, prima che scatti l’accertamento degli importi dovuti. In ogni caso, la quasi totalità dei controlli avviene su segnalazione diretta della irregolarità da parte del lavoratore domestico.

 

Le difficoltà di verifica

Di fatto, le prestazioni che non si svolgono in ambienti aperti al pubblico, ma tra le mura di casa - come quelle di colf, badanti, baby sitter, insegnanti che danno ripetizioni o maestri privati di musica - sono particolarmente difficili da monitorare, per la difficoltà degli ispettori di accedere alle abitazioni private e di intervistare testimoni. Lo conferma l’Inps: «I luoghi in cui l’attività ispettiva può essere legittimamente svolta - spiega l’istituto - sono dettati dal Dpr 520/1955, ma il legislatore ha escluso dal testo normativo le abitazioni private, per le quali non si applicano le normali regole sull’accesso ai luoghi di lavoro». L’articolo 8, comma 2 del Dpr, infatti, dispone che gli ispettori del lavoro, nei limiti del servizio a cui sono destinati, sono ufficiali di polizia giudiziaria: possono visitare in ogni parte, a qualunque ora del giorno e della notte, i laboratori, gli opifici, i cantieri e i lavori, «in quanto siano sottoposti alla loro vigilanza», i dormitori e i refettori annessi agli stabilimenti. Ma non le case private.

Per effettuare un controllo su un rapporto di lavoro domestico la via più semplice da percorrere è quella amministrativa, «attraverso verifiche documentali ed eventualmente con il coinvolgimento del lavoratore e del datore di lavoro», chiosa l’Inps.

A complicare ulteriormente lo scenario sono i possibili accordi tra la famiglia che dà lavoro in nero (che risparmia i contributi) e la colf o badante che lo accetta (e così non versa le imposte): nel caso sopraggiunga un controllo, in questa situazione è facile negare che ci sia un rapporto di lavoro in corso. Si può sempre dire, insomma, che la persona trovata in compagnia del bambino o dell’anziano non è un lavoratore ma un amico o un vicino di casa.

Un rapporto mai comunicato all’Inps, insomma - spiega ancora la direzione generale vigilanza dell’Ispettorato nazionale del lavoro - è molto difficile da sottoporre a controlli. L’unica possibilità di avviare un accertamento è ricevere una segnalazione diretta dal lavoratore che ha subito il danno. Cosa che però, quasi sempre, avviene solo alla fine del rapporto.

 

I rischi per le famiglie

«Tenere un lavoratore domestico in nero è un rischio per le famiglie, che può comportare grosse spese in caso di contenzioso», spiega Andrea Zini, vicepresidente di Assindatcolf, associazione nazionale dei datori di lavoro domestico. «Ci si espone all’eventualità - continua - di dover versare somme rilevanti, fino a 20-30mila euro, per contributi o parti di retribuzioni non versate. La famiglia, infatti, non ha la responsabilità limitata al capitale investito, come le Srl, e può vedere aggrediti direttamente i suoi beni».

Un’altra condotta abbastanza diffusa presenta comunque dei rischi per le famiglie: dichiarare il rapporto di lavoro domestico (quindi senza tenere il lavoratore o la lavoratrice in nero) ma per un numero di ore inferiore a quelle effettivamente svolte. Questo consente alla famiglia di risparmiare sui contributi da versare, mentre il lavoratore può risparmiare sulle tasse: in caso di controversia con la baby sitter, con la badante o con la colf, però, può scattare la richiesta di regolarizzazione e di versamento di tutti i contributi dovuti.

Se i controlli nelle case private sono quasi impossibili da portare avanti, la spinta alla riduzione del lavoro domestico in nero potrebbe arrivare, più che dalle ispezioni, da nuove regole che rendano conveniente l’emersione.

 

Imprese e famiglie, il magro bilancio dei nuovi voucher

Libretto famiglia «extralarge»

Tra le nuove misure potrebbe esserci, per esempio, un innalzamento della soglia di utilizzo del “libretto famiglia” che, come prima i voucher, è stato creato proprio per fare affiorare i rapporti di lavoro per i quali risulta più problematico accertare le irregolarità. Il libretto oggi serve per pagare collaboratori domestici occasionali con un tetto complessivo pari a 5mila euro all’anno: praticamente, l’equivalente di un lavoro part time con una retribuzione di 416 euro al mese. Con il “libretto famiglia”, però, la prestazione resta nell’ambito della occasionalità, ovvero in una situazione distinta dal contratto di lavoro subordinato. Quest’ultima è la formula più indicata per i lavoratori che svolgono la loro prestazione nelle famiglie con continuità e per tante ore al giorno.

 

Innalzamento dell’indennità

Un’altra soluzione per favorire l’emersione potrebbe essere un minimo innalzamento dell’indennità di accompagnamento per chi dovesse accettare di far versare questo importo direttamente alla badante, evitando il doppio passaggio dall’amministrazione al beneficiario, e poi (come retribuzione) al collaboratore domestico. Lo Stato spenderebbe un po’ di più sul fronte dell’indennità, ma recupererebbe i contributi sulla prestazione del lavoratore. Si tratterebbe di introdurre in Italia un sistema simile a quello del «Cesu» francese, un buono spendibile sul mercato dei servizi di cura.

 

Deducibilità dei compensi

Infine, Assindatcolf propone di introdurre la deducibilità piena degli importi versati per retribuire i lavoratori domestici, a fronte dell’attuale possibilità di dedurre solo i contributi. Una misura che costerebbe alle casse dello Stato 675 milioni di euro, ma considerando gli effetti positivi diretti e indiretti (emersione di 340mila occupati irregolari, occupazione aggiuntiva, gettito Iva da nuovi consumi delle famiglie), avrebbe un costo finale stimato in 72 milioni di euro.

 

FONTE: https://www.ilsole24ore.com/art/norme-e-tributi/2018-10-13/l-italia-colf-nero-pochi-controlli-e-tanti-rischi-145541.shtml?uuid=AEVaSeKG&refresh_ce=1

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Il decreto Dignità ha reintrodotto il reato di somministrazione fraudolenta. Se la somministrazione di lavoro è posta in essere con la specifica finalità di eludere norme inderogabili di legge o di contratto collettivo, il somministratore e l'utilizzatore sono puniti con la pena dell'ammenda di 20 euro per ciascun lavoratore coinvolto e per ciascun giorno di somministrazione. Sul piano operativo, la norma appare di limitata applicazione perché il reato è configurabile solo in presenza di un dolo specifico. Come il decreto Dignità si inserisce nel quadro normativo vigente?

Tra le novità in materia di lavoro contenute nel decreto Dignità (decreto legge 12 luglio 2018, n. 87, convertito con modificazioni dalla legge 9 agosto 2018, n. 96) si annoverano importanti modifiche al contratto di somministrazione di lavoro.

I correttivi mirano a limitare il ricorso al contratto, ritenuto come strumento eccezionale di utilizzo di risorse umane nell’ambito dell’attività produttiva dell’utilizzatore. Per questo sono stati introdotti limiti nel caso di somministrazione a tempo determinato sulla falsariga di quanto già previsto per il contratto a termine.

 

Coerentemente, viene anche prevista l’applicabilità della disciplina in materia di contratto a tempo determinato, con esclusione delle disposizioni relative a:

 

- Rinnovi, limitatamente al caso di un nuovo contratto a tempo determinato entro 10 o 20 giorni dal precedente contratto di durata fino a sei mesi o superiore

- Numero complessivo di contratti a tempo determinato

- Diritti di precedenza.

 

Reato di somministrazione fraudolenta

 

In sede di conversione del D. L. n. 87/2018 è poi stato introdotto un nuovo articolo al decreto legislativo n. 81 del 2015. Si tratta dell’articolo 38-bis che ha il chiaro scopo di prevenire situazioni di grave irregolarità, come indica la norma, in rubrica “Somministrazione fraudolenta”.

Tale introduzione non rappresenta una disposizione di assoluta novità nell’ambito dell’apparato sanzionatorio relativo alla somministrazione di lavoro. Viene infatti riproposto testualmente quanto già recitava l’art. 28 del D. Lgs. n. 276/2003, abrogato, a decorrere dal 25 giugno 2015, dall’art. 55, comma 1, lett. d), D.Lgs. 15 giugno 2015, n. 81.

L’art. 38-bis rafforza le sanzioni già previste dall’art. 18 del D. Lgs. n. 276/2003, prevedendo che quando la somministrazione di lavoro è posta in essere con la specifica finalità di eludere norme inderogabili di legge o di contratto collettivo applicate al lavoratore, al somministratore e l'utilizzatore viene altresì comminata la pena dell'ammenda di 20 euro per ciascun lavoratore coinvolto e per ciascun giorno di somministrazione.

 

Difficoltà per i professionisti e le aziende

 

Prima di entrare nella disamina della novità, è significativo evidenziare le difficoltà di chi è chiamato ad applicare le norme per due ragioni:

- La continua modifica della legislazione

- L’applicazione delle norme in combinato disposto.

In materia di sanzioni, nel caso in esame, abbiamo ricordato come il legislatore è intervenuto nel 2015 col decreto legislativo n. 81/2015, ma poi anche col decreto legislativo n 8/2016 ed ora con la legge n. 96/2018. Inoltre, le norme richiedono una lettura in combinato disposto peraltro talvolta senza un esplicito rinvio.

Ma andiamo con ordine.

 

Quadro normativo

 

Come abbiamo visto la disciplina introdotta dall’articolo 38-bis si aggiunge a quella dell’articolo 18 del D. Lgs. n. 276/2003. Quest’ultima norma si occupa dell’apparato sanzionatorio relativo sia ai soggetti che esercitano attività di somministrazione, intermediazione, ricerca e selezione di personale e supporto alla ricollocazione professionale, nonché ai casi relativi all’utilizzo delle diverse modalità di esternalizzazione del lavoro (distacco, appalto, somministrazione di lavoro).

Nello specifico, l’articolo prevede anche sanzioni in capo al somministratore ed all’utilizzatore. Nel caso di esercizio non autorizzato delle attività di somministrazione di lavoro è prevista la pena dell'ammenda di euro 50 per ogni lavoratore occupato e per ogni giornata di lavoro. Qualora si accerti che risulti sfruttamento dei minori, la pena è quella dell'arresto fino a diciotto mesi e l'ammenda è aumentata fino al sestuplo.

Per l’utilizzatore che ricorre alla somministrazione da soggetti non autorizzati, o comunque al di fuori dei limiti ivi previsti, si applica la pena dell'ammenda di euro 50 per ogni lavoratore occupato e per ogni giornata di occupazione. Anche in questo caso, in presenza di sfruttamento dei minori, la pena è quella dell'arresto fino a 18 mesi e l'ammenda è aumentata fino al sestuplo.

Nell’applicazione di tale dettato normativo, occorre tuttavia considerare che il 6 febbraio 2016 è entrato in vigore il decreto legislativo 15 gennaio 2016, n. 8 che ha introdotto disposizioni in materia di depenalizzazione, a norma dell'articolo 2, comma 2, della legge 28 aprile 2014, n. 67, applicabile anche alla disciplina sanzionatoria relativa alla somministrazione di lavoro. Il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali è intervenuto sugli effetti relativi all’apparato sanzionatorio in materia di lavoro con la circolare 5 febbraio 2016, n. 6.

 

Somministrazione illecita: impatti di un regime sanzionatorio non penale

 

Nello specifico, relativamente alla somministrazione di lavoro illecita/abusiva, l’ammenda fissata dall’art. 18, commi 1 e 2, D.Lgs. n. 276/2003 si applica tenendo conto dell'art. 1, comma 6, del citato D. Lgs. n. 8/2016. Tale norma dispone che "la somma dovuta è pari all’ammontare della multa o dell’ammenda ma non può, in ogni caso, essere inferiore a euro 5.000 né superiore a euro 50.000”. Nel caso di somministrazione illecita/abusiva ed utilizzazione illecita/abusiva, l’illecito non è diffidabile e l’ammenda per l’originario reato era pari ad euro 50 per ogni lavoratore occupato e per ogni giornata di lavoro.

 

Esempio di calcolo (circolare n. 6/2016):

 

Caso di un solo lavoratore impiegato per 10 giornate: 50x10 = 500 euro

Ad oggi, la sanzione da irrogare in concreto è pari all'importo minimo di riferimento, dunque a 5.000 euro che, ridotto ex art. 16 legge n. 689/1981, è di 1.666,67 euro.

Laddove, invece, la sanzione risultante dal calcolo fosse superiore a 5.000 euro, si procederà direttamente alla riduzione ex art. 16 dell'importo. Per esempio, nel caso in cui siano interessati 10 lavoratori per quindici giornate: 50 x 10 x 15 = 7.500 euro che, ridotto ex art. 16, è di 2.500 euro.

 

Cosa prevede il decreto Dignità

 

Tornando invece all’art. 38-bis, sul piano operativo, la norma non appare di facile applicazione, salvo plateali casi di accertato grave abuso dell’istituto. Infatti, per la comminazione della sanzione non è necessaria solo la sussistenza della condotta prevista, ma anche l’esistenza di un dolo specifico.

Dunque non è sufficiente eludere norme inderogabili di legge o di contratto collettivo applicate al lavoratore, ma è necessario altresì che la condotta sia posta in essere con la specifica finalità elusiva.

L’elusione potrebbe emergere probabilmente allorquando ad esempio il ricorso illecito all’utilizzo dell’istituto sia avvenuto per superare il divieto all’utilizzo di altre forme contrattuali, ma l’onere probatorio rimane in capo all’organo di vigilanza.

Venendo poi all’entrata in vigore della nuova disciplina, occorre prestare attenzione alla decorrenza in quanto alcune norme hanno avuto efficacia dal 14 luglio 2018 all’11 agosto 2018, periodo in cui risultava vigente il D. L. n. 87/2018; successivamente, invece, è entrata in vigore la legge di conversione n. 96/2018 che ha apportato modifiche alla disciplina contenuta nel decreto legge nonché introdotto il citato art. 38-bis.

Va precisato a tal proposito che non è previsto alcun periodo transitorio, a differenza delle modifiche relative ai contratti di lavoro a tempo determinato per i quali, proprio in sede di conversione del decreto legge, è stato previsto che le disposizioni si applicano ai contratti di lavoro a tempo determinato stipulati successivamente alla data di entrata in vigore del presente decreto, nonché ai rinnovi e alle contrattuali successivi al 31 ottobre 2018.

 

FONTE: http://www.ipsoa.it/documents/lavoro-e-previdenza/amministrazione-del-personale/quotidiano/2018/09/05/somministrazione-fraudolenta-quadro-normativo-complesso-aziende-professionisti

Una badante assunta regolarmente è assicurata contro gli infortuni che, durante le mansioni, potrebbero capitarle. Ma se la badante, per imperizia e incapacità, provoca un danno fisico all’assistito, questi non ha tutela. Non resta che adire le vie legali senza la certezza di recuperare i danni. Possibile che la legge non tuteli l’assistito? Il patronato, Inps e Inail confermano.

Marino Zucchelli, Bologna

 

Risponde il condirettore de ‘il Resto del Carlino’, Beppe Boni

 

Come spiega anche il lettore ospitato qui a fianco nell’Opinionista la nostra società non può più fare a meno di una figura che assiste le persone malate, anziane o in condizioni di debolezza. Certo, un infortunio sul lavoro è coperto come in ogni altro settore dato che le badanti assunte sono tutelate attraverso gli istituti previdenziali. Ma le assistenti familiari, come ogni lavoratore, hanno doveri contrattuali da rispettare e se causano danni devono risponderne. Il codice del lavoro prevede per le badanti diritti e doveri. Fra questi ultimi c’è l’obbligo di prendersi cura della persona assistita. Per «cura» si intende non solo l’assistenza sanitaria (medicine, controllo della pressione, pulizia personale) ma anche l’aspetto umano: fare compagnia all’assistito. Chi sgarra e causa disagio ne risponde dinanzi alla legge: dal licenziamento, alla denuncia, al risarcimento danni.

 

FONTE: https://www.ilrestodelcarlino.it/bologna/commento/badante-1.4226056

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