Dieci punti fermi, dalle indicazioni su come lavarsi le mani o pulire le superfici, per scongiurare il contagio da coronavirus. A mettere a punto il manifesto, che ha raccolto l'adesione degli ordini professionali medici e delle principali società scientifiche e associazioni professionali, oltre che della Conferenza Stato Regioni, sono stati l'Istituto Superiore di Sanità e il Ministero della Salute, che lo mettono a disposizione sui propri siti a chiunque voglia diffonderlo via social ma anche 'fisicamente', sotto forma di poster o pieghevole.

 

Ecco i dieci messaggi del manifesto:

 

Lavati spesso le mani;

 

Evita il contatto ravvicinato con persone che soffrono di infezioni respiratorie acute;

 

 Non toccarti occhi, naso e bocca con le mani;

 

Copri bocca e naso se starnutisci o tossisci;

 

Non prendere farmaci antivirali né antibiotici, a meno che siano prescritti dal medico;

 

Pulisci le superfici con disinfettanti a base di cloro o alcol;

 

Usa la mascherina solo se sospetti di essere malato o assisti persone malate;

 

I prodotti Made in China e i pacchi ricevuti dalla Cina non sono pericolosi;

 

Contatta il Numero Verde 1500 se hai febbre o tosse e sei tornato dalla Cina da meno di 14 giorni;

 

Gli animali da compagnia non diffondono il nuovo coronavirus.

 

Consulta in merito il sito del Ministero della Salute I consigli dei dermatologi "La pelle può costituire un ricettacolo di germi potenzialmente pericolosi e a questi possono aggiungersi virus e batteri che circolano nell'aria o con cui veniamo in contatto toccando le più diverse superfici. Una adeguata igiene dell'epidermide mirerà a rimuovere la flora transitoria, mantenendo intatta la flora residente che ha importanti funzioni protettive e di barriera".

 La professoressa Gabriella Fabbrocini, direttore di Dermatologia e Venereologia presso l'Università degli Studi 'Federico II' di Napoli, spiega come e perché la nostra epidermide potrebbe essere a rischio Coronavirus soprattutto se si viaggia spesso in aereo.

 

Di seguito le 5 regole dell'esperta per prevenire il virus:

 

1) "Lavarsi spesso le mani quando ci troviamo in luoghi affollati come gli aeroporti rallenterebbe in modo significativo la corsa dei patogeni, nonostante la via di trasmissione principale siano le vie aeree. Lo studio pubblicato sulle pagine della rivista tedesca Risk Analysis il 23 dicembre 2019, avrebbe individuato una possibilità di resistenza per 9 giorni sugli oggetti che tocchiamo. I viaggiatori affrontano in modo superficiale il tema dell'igiene delle mani, pensiamo per esempio ai braccioli delle sedie, le maniglie dei bagni, i banchi dei check-in, che sono toccati ogni giorno da milioni di persone provenienti da ogni parte del mondo. Solo il 20% di chi transita negli scali ha mani pulite, ossia lavate con acqua e sapone per almeno 15 secondi nell'ultima ora. Il rimanente 80% è potenziale diffusore di patogeni nel tempo che intercorre tra un volo e l'altro".

 

2) "E' necessario lavarsi con acqua e sapone o con disinfettanti a base di alcol e asciugarsi con cura strofinando palmi, dorsi e l'interno delle dita. Secondo l'Oms la formula dei disinfettanti in gel ha meno efficacia rispetto a quelli che contengono alcol in una concentrazione tra il 60% e il 95%. In condizioni di vita normale non sarebbe indispensabile utilizzare tali prodotti e accortezze per la pulizia delle mani, ma in caso di viaggi frequenti si consiglia anche l'utilizzo di specifici saponi liquidi contenenti sostanze antibatteriche come per esempio il triclosan, sostanza che però ha sollevato dei dubbi sia sulla sicurezza, sia sulla sostenibilita' ambientale. Infatti, l'uso prolungato di questi prodotti sulle persone potrebbe favorire nei batteri lo sviluppo di resistenze nei confronti di queste sostanze aumentando il rischio di infezioni".

 

3) "Pulizia sì ma senza essere maniacali. I lavaggi compulsivi possono alterare la natura strutturale della pelle distruggendone i microrganismi buoni, con il rischio di essere ancora di più esposti a infezioni, ma anche dermatiti sia irritative che allergiche. I prodotti a base di alcol hanno lo svantaggio di seccare molto la pelle".

 

4) "Attenzione alla temperatura dell'acqua che non deve essere troppo alta per evitare di estrarre grassi dall'epidermide, danneggiando la struttura del film idrolipidico, un'altra barriera importante contro i microbi".

 

5) "Non mangiarsi le unghie e le pellicine affinché non si creino microferite. Infine, maggiore attenzione per chi soffre di dermatite atopica e ha una pelle infiammata e quindi a rischio di contrarre le comuni infezioni".

 

FONTE: http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Coronavirus-le-regole-e-i-consigli-utili-per-la-prevenzione-d742ed97-5267-4600-9841-0cc36b19efe2.html?refresh_ce

Com'era lecito attendersi, la mortalità fatta registrare da Covid-19, il nuovo coronavirus, sui pazienti anziani è molto più elevata della media. Lo conferma una ricerca cinese condotta su oltre 44mila persone infettate dal virus e pubblicata sul Chinese Journal of Epidemiology.


Secondo i dati del Centro cinese per il controllo e la prevenzione delle malattie, oltre l'80% delle infezioni finora si è rivelato di lieve entità.
Il tasso di mortalità generale è del 2,3%, dato medio che risulta dal 2,8% dell'incidenza fra gli uomini e l'1,7% fra le donne. L'incidenza più elevata è fra le persone con oltre 80 anni. Tra i fattori di rischio principali vi sono malattie cardiovascolari, diabete, malattie respiratorie croniche e ipertensione. La nota positiva è il tasso zero fra i più piccoli. Alcuni studiosi hanno ipotizzato che i vaccini cui di norma sono sottoposti i bambini possano fornire una sorta di protezione anche nei confronti di questo virus.


A rischiare molto sono invece gli operatori sanitari, oltre 3000 dei quali già colpiti dall'infezione. La riduzione recente dei nuovi casi di infezione potrebbe significare, sostiene lo studio, che “isolamento di intere città, trasmissione di informazioni cruciali (lavaggio delle mani, mascherine) attraverso più canali e mobilitazione di squadre multisettoriali di risposta rapida stanno contribuendo a contenere l'epidemia".
I coronavirus (CoV) sono un'ampia famiglia di virus: alcuni possono causare malattia nell'uomo e altri negli animali (come cammelli, gatti e pipistrelli). Raramente i coronavirus degli animali possono causare infezione nell'uomo e successivamente essere trasmessi da uomo a uomo. La sintomatologia varia da un semplice raffreddore o sindrome-simil-influenzale a malattie più gravi come la sindrome respiratoria mediorientale (MERS-CoV) e la sindrome respiratoria acuta grave (SARS-CoV).


Il 31 dicembre 2019, l'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha ricevuto segnalazione, dalle Autorità sanitarie cinesi, circa la presenza di casi di polmonite da causa sconosciuta rilevati nella città di Wuhan, nella provincia cinese di Hubei. Successivamente, il 7 gennaio 2020, le Autorità sanitarie cinesi hanno identificato un nuovo coronavirus (2019-nCoV), mai isolato prima, come virus responsabile dei casi.
In una fase iniziale le indagini epidemiologiche hanno evidenziato che tutti i casi di polmonite, causata dal 2019-nCoV, avevano in comune l'aver visitato un mercato cittadino di pesce e altre specie animali a Wuhan, suggerendo la trasmissione da animale all'uomo. Successivamente, sono emersi casi in soggetti che non avevano mai visitato il mercato e in operatori sanitari che avevano prestato le prime cure ai soggetti malati, ed è stata quindi confermata la trasmissione persona-persona del 2019-nCoV. Sia MERS-CoV che SARS-CoV sono noti per causare forme severe di malattia. I sintomi della malattia da (2019-nCoV) si presentano con caratteristiche cliniche comuni a diverse malattie respiratorie di natura virale come febbre, tosse, mal di gola e nei casi più severi dispnea, polmonite bilaterale, malattia respiratoria acuta severa.
La diagnosi della malattia viene effettuata attraverso test molecolari (Real Time Reverse Transcriptase-Polymerase Chain Reaction, RT-PCR) effettuati su campioni clinici di pazienti in cui ci sia il sospetto di malattia sulla base dei sintomi e segni clinici e della loro storia di viaggi nelle aree dove il virus sta circolando.


Non esiste una cura per il 2019-nCoV, come del resto per i coronavirus in generale. L'unica possibilità è il trattamento dei sintomi con farmaci per ridurre la febbre (facendo molta attenzione a non somministrare acido acetil salicilico nei bambini). In ogni caso, se si sospetta la malattia è preferibile consultare un medico.


Non esiste un vaccino per il 2019-nCoV. Per chi dovesse recarsi in aree a rischio è importante seguire alcune regole di base:

- Lavare spesso le mani con acqua e sapone per almeno 20 secondi;
- Evitare di toccare gli occhi, il naso o la bocca con le mani non lavate;
- Evitare contatti ravvicinati con persone che sono malate;
- Evitare contatti ravvicinati con animali.

Nel caso si rientri da un'area a rischio e si manifestino i sintomi per evitare di contagiare i propri contatti e familiari è molto importante:

- Stare a casa se si hanno sintomi;
- Chiamare il proprio medico;
- Evitare il contatto ravvicinato con familiari e conviventi;
- Coprire la bocca e il naso con un fazzoletto quando si tossisce o starnutisce, quindi gettare il fazzoletto nella spazzatura e lavarsi le mani oppure starnutire nel gomito;
- Pulire e disinfettare oggetti e superfici.

 

FONTE: http://www.italiasalute.it/14317/Coronavirus-anziani-i-pi%C3%B9-a-rischio.html

La Guardia di Finanza di Suzzara ha scoperto e fermato una considerevole frode fiscale messa in atto da un consorzio operante nella bassa mantovana e e dal alcune cooperative ad esso collegate con sede a Rimini. Al centro dell'indagine l'illecita somministrazione di lavoro.

Complessivamente al termine dell'indagine investigativa le Fiamme Gialle hanno rilevato 407 posizioni lavorative irregolari contestate alle cooperative e al consorzio.

 

La complessa attività d'indagine ha consentito alle Autorità giuiziarie di Mantova e Rimini di denunciare 6 persone per reati tributari, in particolare emissione e utilizzo di fatture per operazioni inesistenti per oltre 5 milioni di euro, presentazione di dichiarazioni fiscali infedeli, false comunicazioni sociali.

Inoltre la Guardia di Finanza è stata in grado di quantificare una frode all'Iva di oltre 1 milione di euro. A seguito di specifica richiesta degli inquirenti, il G.I.P. di Rimini ha emesso un decreto di sequestro preventivo finalizzato alla confisca "per equivalente" del profitto del reato, a seguito del quale sono stati sequestrati immobili e saldi attivi di conti correnti intestati agli indagati per circa 200.000,00 euro.

 

I soggetti coinvolti nelle attività investigative condotte dalle Fiamme Gialle di Suzzara, operanti nella provincia di Mantova e Rimini, avevano realizzato una struttura piramidale tra consorzio e cooperative consociate, con base operativa in provincia di Mantova, dove il consorzio fungeva da agenzia di lavoro interinale, esercitando una vera e propria attività economica.

Il Consorzio, infatti, ricercava e collocava il personale presso aziende committenti che avevano bisogno di manodopera per l'esecuzione di lavori all'interno del loro ciclo produttivo. Avvalendosi di contratti di affidamento lavori (appalti illeciti), senza alcun rischio di impresa e senza organizzazione di mezzi, il consorzio incaricava le proprie cooperative consorziate a fornire il personale, facendo ricadere sulle medesime tutti gli oneri fiscali, contributivi e assicurativi, che non venivano onorati.

 

Lo scopo delle false cooperative – nelle quali la fondamentale componente mutualistica era, di fatto, assente, e lo spirito consortile era asservito a meri interessi personali dei vertici del sodalizio – era rappresentato da diversi obiettivi illeciti, spesso ricorrenti tra loro, quali: l'evasione fiscale e contributiva, l'illecita somministrazione di manodopera in mancanza di organizzazione tecnica e di mezzi, l'annotazione in contabilità di costi fittizi ovvero l'indicazione di elementi passivi fittizi in sede di dichiarazione al fine di abbattere l'elevata esposizione debitoria I.V.A..

L'attività di servizio è stata avviata per contrastare lo sfruttamento del lavoro da parte di cooperative cosiddette "spurie" - e dei consorzi che le riuniscono - utilizzate da grosse imprese, operanti soprattutto nel settore della logistica per conto terzi. Tali imprese, nella loro ricerca di maggiori margini operativi, tendono a comprimere il costo del lavoro nonché l'onere legato alla sua gestione, mediante il ricorso alla manodopera fornita da soggetti esterni, come le cooperative di lavoro.

 

FONTE: www.altramantova.it/it/cronacaam/provincia-am/22345-basso-mantovano-consorzio-utilizzava-false-cooperative-per-illecita-somministrazione-di-lavoro-6-denunce-frode-all-iva-per-oltre-un-milione-di-euro-false-fatture-per-oltre-5-milioni.html?jjj=1579627600324&fbclid=IwAR2nvkwiM9Ks0vEtKJZ-UJS6sivafXiqXSGYBbHiRHgB50sj2rhmsDnKCts

 

Buone notizie sul fronte Alzheimer: negli Stati Uniti si va verso la commercializzazione di un farmaco sperimentale che sarebbe in grado di rallentare il declino cognitivo dei malati. Si tratta di “Aducanumab”, un anticorpo specifico che agisce a contrasto della proteina 'beta-amiloide", alla base della demenza tipica dell’Alzheimer.
Attualmente non esiste in commercio un farmaco in grado di curare l’Alzheimer, e se 'Aducanumab' si rivelasse efficace, come sembra, si tratterebbe di una rivoluzione in grado di aiutare milioni di persone.

 

L’ azienda Biogen, che sta sperimentando 'aducanumab', sta per chiedere l’autorizzazione all’organo regolatorio Usa sui farmaci (la FDA) per poterlo commercializzare, dopo che la stessa azienda aveva quasi rinunciato a continuare la ricerca, poiché i dati dei primi trial clinici non sembravano soddisfacenti. Ripresi gli studi, si era invece giunti a buoni risultati aumentando il dosaggio dell’anticorpo, giungendo a risultati che fanno ritenere che il farmaco possa effettivamente essere efficace per rallentare il declino mentale che colpisce le persone con Alzheimer.

 

Nella nota della Biogen si spiegano i miglioramenti registrati nei malati che hanno utilizzato  ‘aducanumab’ per testarne l’efficacia: memoria, orientamento e linguaggio sembrano migliorati. Inoltre azioni quotidiane come i lavori domestici e gli spostamenti fuori casa in autonomia sono risultati più eseguibili in autonomia dai partecipanti al trial. Questi risultati, inoltre, dimostrerebbero quindi che agire proprio sui beta amiloidi sia la strada da seguire per contrastare la decadenza cognitiva, aprendo così anche allo sviluppo di altri composti per rallentare non solo Alzheimer ma anche altre patologie neurodegenerative. 

 

Quanto alle tempistiche, ora la palla passerà alla Food and Drug Administration che dovrà valutare efficacia e sicurezza del farmaco, con la possibilità di procedere per il  mercato USA, si spera per il 2020, in un primo momento per i malati partecipanti al trial. L’azienda, inoltre, dichiara di programmare un dialogo con le autorità regolatrici anche nei mercati internazionali, inclusa Europa e Giappone.

 

FONTE: https://www.disabili.com/medicina/articoli-qmedicinaq/alzheimer-nel-2020-potrebbe-arrivare-il-primo-farmaco-che-rallenta-il-declino-cognitivo

 

Oltre 8 miliardi di imponibile Irpef e un tax gap di circa 1 miliardo di euro, ossia la differenza tra quanto potenzialmente dovuto allo Stato e quanto realmente versato dai lavoratori domestici. Per tradurla in due parole: colf e badanti ogni anno evadono non meno di 960 milioni cui si devono aggiungere relative addizionali regionali e comunali Irpef che fanno salire il conto oltre il miliardo di euro. Si tratta di numeri che hanno spinto il Governo ad inserire nel piano di contrasto all’evasione che dovrà essere adottato con la manovra di bilancio e il decreto fiscale collegato anche i lavoratori domestici.

 

La stretta allo studio

Nulla è stato ancora deciso ma l’idea, per il vero già avanzata dalla Lega nella primavera scorsa, sarebbe quella di introdurre una ritenuta d’imposta (del 10 o del 20% al massimo) sulle somme pagate ai lavoratori domestici. Per non complicare la vita alle famiglie trasformandole in sostituti d’imposta l’idea allo studio potrebbe prevedere l’applicazione della ritenuta in coincidenza con il versamento trimestrale dei contributi previdenziali. In quell’occasione il lavoratore si vedrà trattenere dallo stipendio mensile le ritenute che saranno versate dal datore di lavoro o direttamente con il bollettino Inps o con un altro meccanismo semplificato di versamento. L’obiettivo è quello di recuperare nelle casse dello Stato quel miliardo di euro che oggi manca all’appello.

 

Tra dipendenti e autonomi
Saranno anche un pilastro del welfare italiano, si pensi al ruolo di assistenza che svolgono il più delle volte per carenza del servizio pubblico, ma per il Fisco italiano sono a tutti gli effetti lavoratori dipendenti con qualche anomalia nel corretto rispetto degli obblighi e degli adempimenti fiscali. Dall’analisi di questo mondo, infatti, i lavoratori domestici adottano comportamenti economici tipici dei lavoratori autonomi con una propensione ad adattare la propria tassazione. Il che vuol dire che in non pochi casi tendono a restare ai margini dei quella fatidica soglia degli 8mila euro con cui oggi è delimitata la no tax area. Almeno stando a quanto emerge dalla relazione sull’evasione e l’economia non osservata allegata alla Nota di aggiornamento al Def ora in discussione al Senato.

 

La fotografia del Fisco
Il rapporto indica in quasi un milione la platea di colf e badanti, pari all’8% circa dei lavoratori dipendenti italiani. Come si legge dal rapporto sono una categoria di lavoratori poveri, con un reddito medio imponibile annuo di circa 5.100 euro, «ad alto rischio di pratiche elusive e in gran parte immigrati». Rispetto ai dipendenti il datore di lavoro dei collaboratori domestici è la famiglia che però non agisce come sostituto di imposta. Il che vuol dire che ai fini fiscali non effettua alcuna ritenuta a titolo di acconto e non rilascia la certificazione unica (Cu), limitandosi a versare solamente i contributi previdenziali. Per altro, come spesso accade nella stragrande maggioranza dei casi colf e badanti non lavorano per una sola famiglia venendo il più delle volte pagati solo per le ore effettivamente lavorate. È dunque il lavoratore che percepisce lo stipendio netto a dove pagare le imposte presentando la dichiarazione dei redditi l’anno successivo se il loro reddito complessivo è superiore a 8.150 euro.

 

La fuga dall’Irpef
Secondo il rapporto però, questo incentiva i domestici a lavorare un numero di ore tale da percepire un reddito complessivo immediatamente al di sotto della soglia degli 8.000 euro per non essere così chiamati a versare le imposte. Dall’analisi statistica sarebbero circa 230mila i lavoratori domestici che presentano comportamenti “anomali” al limite dell’evasione. In sostanza secondo lo studio allegato alla Nadef gli individui che guadagnano tra 8.000 e 15.700 euro hanno un incentivo a spostare i loro redditi sotto la soglia di 8.000 euro per rientrare nella no tax area.

 

Sì agli 80 euro ma senza dichiararsi al Fisco
Un comportamento che non cambia anche per tutti i lavoratori domestici che percepiscono il bonus degli 80 euro. Questi soggetti, infatti, ricevono dallo Stato l’erogazione dei 960 euro a fine anno dopo aver presentato la dichiarazione dei redditi. Ma questo avviene per i lavoratori che hanno un reddito complessivo superiore a 8.000 euro ma fino a 11.600 euro circa (ammontare per cui l’Irpef dovuto è equivalente al bonus di cui si beneficia) hanno l’ incentivo a presentare dichiarazione dei redditi, in quanto, con la presentazione della dichiarazione, restano esenti dal pagamento Irpef, ma ricevono il trasferimento di denaro dallo Stato sotto la voce “bonus Renzi”.

 

FONTE: https://www.ilsole24ore.com/art/colf-e-badanti-mirino-miliardo-evasione-irpef-ACkezAp?refresh_ce=1

 

Con l'invecchiamento della popolazione il problema dell'assistenza agli anziani è sempre più sentito. Nella gran parte dei casi lasciare la casa dove si è vissuti per una vita è un trauma, ed ecco che molte famiglie si affidano a badanti, persone che vivano con i propri genitori o nonni, offrendo loro assistenza giorno e notte.

Ma il mestiere in questione è sensibile e presuppone un forte legame fiduciario, si tratta infatti di far entrare in casa persone estranee che vivranno 24 ore al giorno con i propri cari. Per questo affidarsi a professionisti è consigliato. Tra i massimi esperti del settore in Italia, c'è Vitassistance, un agenzia di somministrazione di lavoro specialista autorizzata dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali.

 

La Vitassistance lavora nel settore dell'assistenza agli anziani e ai disabili dal 1994 e assume direttamente le colf e le badanti, applicando loro il contratto nazionale del lavoro domestico in base alla specifica posizione.

In questo modo il cliente non ha rapporti contrattuali diretti con le badanti, ma solo con Vitassistance, che si assume ogni responsabilità della gestione del servizio e che si fa carico degli oneri previdenziali e fiscali.

In questo modo la durata del contratto per la famiglia è assai flessibile, il cliente lo può sospendere in qualsiasi momento a seconda delle necessità che sorgono.

 

Ma uno dei vantaggi più grandi offerti da Vitassistance è di eliminare la ricerca fai da te e così facendo la famiglia che cerca aiuto, risparmia tempo e vede aumentare la sicurezza della professionalità della persona che si farà entrare in casa. Si evitano poi tutta un'altra serie di incombenze, come inquadrare la persona prescelta con regolare denuncia all'Inps, all'Inail, alla prefettura, all'ispettorato e all'ufficio di collocamento.

Ci pensa l'agenzia in tutto e per tutto.

Non di rado, poi, succede che dopo i primi giorni il comportamento della badante non sia più accondiscendente come durante il colloquio iniziale; si possono evidenziare richieste ulteriori di denaro o di privilegi, con conseguenti minacce di abbandono; facendo precipitare il malcapitato nella spirale della paura di ricominciare da capo.

Si inizia così un balletto di varie persone che si avvicendano sull'anziano, con gravi squilibri psicologici per quest'ultimo. Il pensiero di fondo dell'azienda è semplice: affidarsi a professionisti per garantire la migliore assistenza agli anziani e ai disabili.

 

Il vantaggio più forte è per l'anziano o il disabile in questione che eviterà di vedere sfilare in casa propria una lunga serie di persone, nel peggiore dei casi incompetenti e truffaldine.

Dall'altra parte i famigliari avranno meno problemi e incombenze da affrontare e delle garanzie in più, il tutto grazie al lavoro ormai quasi ventennale di Vitassistance.

 

Tra i lati più apprezzati dalle famiglie c'è proprio la scomparsa delle mille pratiche burocratiche e delle lunghe giornate passate a fare le trottole da un ufficio all'altro con la paura di non aver fatto le cose come andavano fatte e il rischio di andare incontro a sanzioni, anche pesanti.

In Italia sei lavoratori domestici su dieci sono in nero, per un totale di 1,2 milioni di persone «senza contratto e senza tutele, comprese quelle assicurative dagli infortuni». Sono i numeri elaborati dall'ufficio studi di Assindatcolf e presentati dalla delegazione dell'associazione dei datori di lavoro domestico in un'audizione alla commissione Lavoro della Camera, nell'ambito dell'esame delle proposte di modifica al testo unico sulla salute e sicurezza sul lavoro.

«È urgente e non più rinviabile introdurre la totale deducibilità del costo del lavoro domestico per fare emergere il sommerso e garantire a tutti i lavoratori una giusta copertura assicurativa», dichiara Paola Mandarini di Assindatcolf, convinta che «solo con questa precondizione si potrà parlare di ulteriori benefici contributivi o assicurativi». Mandarini afferma che una badante convivente può arrivare a pesare per 17mila euro l'anno sul bilancio familiare così «per molte famiglie l'unica possibilità di far fronte a una spesa irrinunciabile è ricorrere al lavoro nero o grigio segnalando meno ore di quelle svolte».

FONTE: https://www.avvenire.it/economia/pagine/assindatcolf-in-nero-1-2-milioni-di-badanti

 

La rete dell’assistenza a lungo termine agli anziani, per funzionare bene, deve disporre di servizi di assistenza domiciliare (ADI) e residenzialità assistita (RSA) adeguati e diffusi sul territorio. Essi rappresentano uno dei pilastri su cui si fondano sostegno e cure offerte agli anziani, eppure risultano ancora carenti rispetto ai 14 milioni di anziani residenti in Italia.

Lo dicono i dati del Ministero della Salute che ha ricalcolato al ribasso il numero dei cittadini che nel 2018 hanno beneficiato di questi servizi: solo il 2% degli over-65 è stato accolto in RSA e solo 2,7 anziani su 100 hanno ricevuto cure a domicilio, con incredibili divari regionali: in Molise e in Sicilia più del 4% degli anziani può contare sull’ADI, mentre in Calabria e Valle d’Aosta si stenta ad arrivare all’1%.

“L’ADI, che in Italia cresce troppo lentamente, più lentamente di quanto crescano i cittadini che ne avrebbero bisogno, è il vero cortocircuito di una buona continuità assistenziale. È evidente il ritardo dell’Italia in questo campo, anche rispetto agli altri Paesi europei: per ogni ora di assistenza a domicilio erogata nel nostro Paese, all’estero si arriva anche a 8-10 ore”, spiega Roberto Bernabei, Presidente di Italia Longeva, la Rete Nazionale di Ricerca sull’invecchiamento e la longevità attiva.

 

Quasi 1 italiano su 4 ha più di 65 anni, con una rilevante fetta di popolazione – oltre 2 milioni di persone – che supera gli 85 anni: siamo un popolo longevo, ma in molti casi i nostri anziani sono soggetti fragili, affetti da multimorbilità, cioè la concomitanza di più patologie, con ridotta autosufficienza e costretti all’assunzione contemporanea di più farmaci.

Chi si prende cura di questi pazienti, quando i problemi da gestire sono così tanti, e tutti insieme? Quando i reparti degli ospedali sono sovraffollati o c’è una piccola emergenza e correre al Pronto Soccorso sarebbe eccessivo? C’è una “terra di mezzo” in grado di rispondere a bisogni tanto complessi e diffusi, che si sostanzia in un concetto organizzativo: la continuità assistenziale. Continuità perché mette in comunicazione ospedale, comunità e domicilio, per prendersi cura dei pazienti anziani fragili, indicandogli un percorso e non lasciandoli mai da soli.

È questo il tema al centro della prima Indagine sulla continuità assistenziale in Italia, curata per Italia Longeva da Davide Vetrano, geriatra dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma e ricercatore al Karolinska Institutet di Stoccolma, in collaborazione con la Direzione Generale della Programmazione sanitaria del Ministero della salute, e presentata nel corso della quarta edizione degli “Stati Generali dell’assistenza a lungo termine”, la due giorni di approfondimento e confronto sulle soluzioni sociosanitarie a supporto della Long-Term Care in corso a Roma al Ministero della Salute.

 

Buone pratiche di continuità assistenziale in Italia

 

La ricerca si sofferma su 17 tra le esperienze più virtuose messe in campo dalle Aziende sanitarie locali e ospedaliere in otto regioni (Basilicata, Emilia Romagna, Lazio, Liguria, Lombardia, Marche, Toscana e Umbria). Si tratta di 8 best practice di gestione delle cosiddette dimissioni difficili e 9 modelli efficienti di organizzazione delle reti territoriali.

Esperienze regionali, perché la continuità assistenziale è in primis presenza sul territorio, attraverso l’organizzazione di una rete di servizi sociosanitari capillare, flessibile e facilmente accessibile, in grado di offrire un’assistenza personalizzata e multidisciplinare.

Italia Longeva, nella sua indagine, oltre a descrivere il funzionamento di reti di servizi territoriali a copertura regionale, si sofferma ad analizzare 4 dei percorsi terapeutico-assistenziali più complessi, che riguardano pazienti con demenza, malattia di Parkinson e piaghe da decubito, dai quali emerge l’importanza di disporre di una fitta e ben concertata multidisciplinarietà a livello delle singole Aziende sanitarie.

 

Nelle buone pratiche di continuità assistenziale analizzate, uno dei protagonisti della rete è il medico di medicina generale, che però non agisce più come singolo, ma opera in sinergia con altri colleghi (ad esempio nelle Case della salute) e indossa il camice del medico di reparto (come nel caso degli Ospedali di comunità).

La collaborazione tra i diversi professionisti facilita il ‘viaggio’ del paziente durante i suoi molteplici contatti con la rete territoriale, sgravandolo dalle incombenze legate a prescrizioni, prenotazioni e liste d’attesa. “La continuità assistenziale è una forma di efficientamento del sistema: un servizio concreto per i cittadini, che tende a una migliore assistenza e alla semplificazione dei processi”, commenta ancora il prof. Bernabei.

E l’ospedale? Si occupa delle emergenze e delle patologie acute, ma nelle buone pratiche prese in esame dialoga pure con il territorio per la gestione del rientro in comunità (dimissioni protette). Nei 7 modelli di dimissione protetta analizzati, la sinergia massima tra ospedale e territorio si realizza quando sono le stesse Centrali di continuità territoriali ad entrare in ospedale per prendere in carico il paziente prossimo alla dimissione, o addirittura, quando è l’ospedale stesso che accompagna il paziente durante il processo di dimissione dall’ospedale verso il proprio domicilio continuando a prendersene carico anche dopo.

 

“Una buona continuità assistenziale si delinea già al tempo zero, dall’arrivo in Pronto Soccorso – continua il prof. Bernabei – Quando il paziente esce dall’ospedale non è abbandonato a se stesso, con tutti i relativi oneri burocratici, ma c’è qualcuno che gli semplifica la vita nel rientro in comunità. È il sistema che agisce in una logica proattiva, predisponendo, ad esempio, il trasferimento presso strutture riabilitative e RSA, attivando l’assistenza domiciliare senza che sia il paziente a dover rincorrere uffici comunali e consorzi, o ancora dando all’anziano la possibilità di ricevere farmaci e ausili a domicilio, e prenotare visite di controllo da remoto”.

Un paracadute insomma, che si dispiega sul territorio, ma presuppone l’esistenza di strutture di riferimento per i casi critici, nonché di un’adeguata infrastruttura informatica, senza la quale gli attori della rete non riescono a dialogare: ed è quest’ultima un’altra area di notevole miglioramento, tanto quanto l’utilizzo delle tecnologie (monitoraggio a distanza del paziente, impiego di presidi tecnologici, ecc.), essenziali per realizzare una presa in carico efficace, continuativa e sostenibile.

 

“L’Italia, si sa, viaggia a diverse velocità – conclude il prof. Bernabei – ci sono esempi d’avanguardia, ma pure aree che stentano a decollare. Alcuni snodi della continuità assistenziale risultano ancora insufficienti, giacché la loro efficacia si dovrebbe fondare su una buona organizzazione. Da ciò trae ispirazione il nostro impegno: vogliamo far emergere le esperienze migliori, e mutuarle in zone del Paese sempre più vaste”.

 

FONTE: https://www.insalutenews.it/in-salute/anziani-continuita-assistenziale-e-cure-domiciliari-litalia-viaggia-a-diverse-velocita/

 

 

La guardia di Finanza nelle corsie degli ospedali del Savonese. Nel mirino l’assistenza non sanitaria ai malati svolta da assistenti esterni che vengono pagati in nero. Quasi duecento sono stati i casi irregolari scoperti dalle fiamme gialle negli ospedali San Paolo, Santa Corona di Pietra Ligure, San Giuseppe di Cairo e di Albenga. Badanti «assunti» per accudire soprattutto di notte i malati oppure aiutarli a mangiare. Assistenti ben visibili in ospedale con i loro gilet gialli, ma invisibili per il Fisco. Fantasmi. Che è anche così che la guardia di Finanza ha chiamata l’operazione.

«Operazione- si legge in una nota della Finanza - che ha fatto luce su uno strutturato sistema congegnato da due società, una ditta individuale ed una cooperativa sociale che hanno fornito con lavoratori “in nero” prestazioni “non sanitarie aggiuntive” (assistenza non specialistica fornita ai ricoverati da persone assunte dal paziente e/o da suoi familiari per mera compagnia, aiuto durante l’alimentazione, etc.) all’interno dei reparti dei quattro maggiori ospedali della provincia di Savona ricompresi nella circoscrizione dell’A.S.L.2 (S. Corona di Pietra Ligure, S.M. della Misericordia di Albenga, S. Paolo di Savona e S. Giuseppe di Cairo Montenotte).

«I lavoratori irregolari svolgevano la loro attività - prosegue la nota - per lo più durante la notte e nonostante indossassero un vistoso gilet giallo sono rimasti, per oltre due anni, del tutto “invisibili” agli enti previdenziali, lavorativi e fiscali, proprio come dei fantasmi. Sono state 188 le posizioni irregolari rilevate. I quattro datori di lavoro non avevano posto in essere, infatti, nessuno degli adempimenti previsti dalla vigente normativa in materia di lavoro subordinato, previdenziale e fiscale».

 

Per i militari è risultata decisiva l’acquisizione dei registri di accesso notturno alle corsie ospedaliere dal 2016 ad oggi. Ciò ha permesso di vagliare oltre 5000 pazienti e di far luce su un vasto business illecito. In questi casi le sanzioni per le quattro imprese responsabili potranno aggirarsi complessivamente su oltre 2 milioni di euro.

« La vigente normativa prevede, infatti, - spiegano ancora alla guardia di Finanza - che le stesse avessero l’onere di versare le ritenute previdenziali e contributive non dichiarate per tutte le posizioni lavorative accertate durante i controlli. Il rilevante importo contestato deriva dall’applicazione della c.d. “Maxi sanzione” sancita dall’art. 3, comma 3 del Decreto Legge n. 12/2002, nel tempo modificato ed integrato: in caso di impiego di lavoratori subordinati senza preventiva comunicazione di instaurazione del rapporto di lavoro a cura del datore di lavoro, si applica una sanzione amministrativa pecuniaria per ogni lavoratore parametrata alla durata della violazione commessa».

Una delle imprese è stata, inoltre, sanzionata per ulteriori 20.000 euro per aver retribuito i lavoratori esclusivamente in contanti (art. 1, comma 913, della Legge 205/2017). Lo sviluppo delle attività ha consentito altresì di far emergere che due delle società controllate hanno emesso fatture nei confronti dei clienti in completa esenzione I.V.A., applicando illecitamente la normativa (più conveniente) prevista per le classiche prestazioni sociosanitarie. Si è proceduto, quindi, ad un corretto ricalcolo dell’imposta evasa ed al recupero di I.V.A. attivando i competenti uffici dell’Agenzia dell’Entrate».

 

FONTE: https://www.lastampa.it/2019/01/15/savona/assistenza-in-nero-dei-pazienti-blitz-della-guardia-di-finanza-sAh3Vkb268E9HYNTxZxhEM/pagina.html

False cooperative, agenzie di somministrazione che operano senza autorizzazione, partite Iva aperte all’insaputa delle stesse lavoratrici, fino a stranieri che si improvvisano “ufficio di collocamento” per i connazionali, al di fuori di ogni regola. Le forme dello sfruttamento e del lavoro irregolare nel settore domestico si stanno diversificando ed evolvendo rispetto alla classica “attività in nero” che pure resiste. E vedono sempre più spesso le famiglie non più tanto o solo come le prime beneficiarie dei “vantaggi” illeciti del sommerso, ma vittime esse stesse di nuove modalità di caporalato e insieme della scarsa lungimiranza della classe politica incapace di dare una risposta sul piano fiscale a uno dei nodi più intricati del welfare moderno: l’invecchiamento progressivo.

 

L’ultimo caso di cronaca è dell’altro ieri con l’arresto di due donne, originarie dell’Est Europa, e misure restrittive per altri sette collaboratori di una falsa onlus che reclutava badanti straniere, sequestrando loro il passaporto e facendole lavorare, in maniera irregolare, presso alcune famiglie a Milano, Varese e Torino. Ma non è un episodio isolato. La scorsa estate, ad esempio, la Cgil di Bergamo aveva denunciato il caso di una (falsa) cooperativa che piazzava personale straniero presso le famiglie, inducendo le lavoratrici ad aprire una partita Iva per essere retribuite. Il risultato era che alla cooperativa le ignare famiglie versavano ogni mese dai 1.200 ai 1.500 euro, mentre alle badanti venivano “girati” solo 900 euro mensili sui quali loro dovevano poi togliere anche le imposte. A Modena, invece, agiva un’agenzia polacca, non autorizzata ad operare in Italia secondo quanto accertato dalla Nidil-Cgil, che tramite un giro di cooperative create appositamente collocava persone straniere presso le famiglie con anziani non autosufficienti: alle lavoratrici arrivavano 800 euro netti, i datori di lavoro pagavano quasi il doppio.

 

«Il lavoro nero è molto diffuso e a volte – spiega Giamaica Puntillo, segretaria nazionale di Acli Colf – sono le stesse badanti a riunirsi in cooperative improvvisate per garantire lavoro alle connazionali che arrivano in Italia e finiscono per non ottemperare correttamente a tutte le norme e soprattutto a non rispettare i minimi previsti dal contratto nazionale per le retribuzioni». Al di là delle vere e proprie truffe, infatti, occorre fare i conti in ogni caso con le scarse disponibilità finanziarie e le difficoltà della stragrande maggioranza delle famiglie. «Dopo aver seguito un corso di formazione – racconta Roberta, romana rimasta da tempo senza lavoro e desiderosa di trovare un’occupazione regolare – ho risposto a moltissime inserzioni che chiedevano una badante nella capitale. Oltre a dover scansare Agenzie mascherate e finte cooperative, le offerte di privati che mi sono state fatte erano tutte 'in nero' o 'in grigio' con paghe che variavano da 500 a 700 euro al mese per un servizio praticamente di 24 ore, senza rispetto delle norme sui riposi giornalieri né tanto meno per le 36 ore previste come fermo lavorativo nella settimana. E questo per assistere persone che spesso hanno problemi di Demenza senile, Parkinson o Alzheimer».

 

Il settore, assieme a quello del lavoro domestico e della cura dei bambini, è caratterizzato infatti da un ampio ricorso al nero. Secondo la ricerca “Viaggio nel lavoro di cura”, promossa nel 2017 dalle Acli Colf, tra le badanti coinvolte in mansioni di piccola assistenza medica e para infermieristica (cosa che tra l’altro sarebbe vietata e presenta non pochi rischi), il 33,9% lavora “in nero” e le retribuzioni medie oscillano tra i 1.000 euro mensili di Bologna e i 550 di Benevento. I dati ufficiali dell’Inps contano 886.125 rapporti regolari. Fra questi il 76% riguarda lavoratori di origine straniera, la metà proveniente dall’Est. Le italiane (e gli italiani) sono invece circa 213mila, con un aumento significativo negli ultimi anni. Secondo Assindatcolf, l’associazione che riunisce i datori di lavoro domestico, in realtà nel settore operano circa 2 milioni di persone, di cui appunto 1,2 milioni (il 60%) totalmente sconosciuti a previdenza e fisco. Tanto da creare, calcola l’associazione, un “buco” di 3,1 miliardi di euro nelle casse dello Stato tra mancati e parziali versamenti di Irpef e di contributi. Il comparto, dunque, resta il regno dell’attività 'in nero' o quantomeno 'in grigio', con la denuncia di meno ore di quelle effettivamente prestate dai lavoratori. Un’evasione parziale favorita dal convergente interesse delle due parti: le famiglie per risparmiare sui contributi e i lavoratori sulle tasse. Spesso la scelta di un “male minore”, una sorta di “evasione di necessità” dovuta ai costi tutt’altro che indifferenti che gravano sui figli per la cura dei genitori anziani.

 

In realtà, per far emergere almeno una parte del sommerso una via ci sarebbe: permettere alle famiglie di dedurre dalle dichiarazioni dei redditi l’intero costo che sopportano per stipendi e contributi delle badanti. Le famiglie, infatti, provvedendo in proprio alla cura degli anziani fanno risparmiare il sistema sanitario e dovrebbero riceverne in cambio un riconoscimento. Oggi, invece, questo è decisamente limitato sul piano fiscale: per coloro che assumono una badante, infatti, è prevista la deducibilità dei contributi e una detraibilità degli stipendi decrescente in base al reddito e che si annulla a quota 40mila euro con un massimo di 399 euro. In totale, si resta ben al di sotto dei 1.000 euro l’anno. Decisamente poco, se si considera che i costi totali per una badante con regolare contratto superano i 15mila euro l’anno. Finora, però, la richiesta di aumentare la deducibilità dei costi per l’assistenza è sempre stata respinta, nonostante i benefici per le casse dello Stato, derivanti dall’emersione dal nero, sarebbero certamente superiori alle perdite di gettito dalle famiglie.

 

Anche l’attuale governo ha insistito nell’errore. Persino quando si tratta di contrastare la povertà e favorire l’occupazione. Nella conversione in legge del decreto sul Reddito di cittadinanza, infatti, è stato respinto un emendamento (a firma M5s) che avrebbe incluso le famiglie tra i datori di lavoro che beneficeranno di un bonus se assumono un disoccupato, titolare di sussidio. Alle imprese che lo faranno spetterà, come sgravio contributivo, la differenza tra le 18 mensilità di Rdc previste e quelle già incassate dal disoccupato, fino a un massimo di 780 euro mensili. L’Assindatcolf aveva chiesto ufficialmente in un’audizione in Senato l’applicazione anche alle famiglie di quanto previsto dall’articolo 8 del decreto sul Rdc. E aveva calcolato che il beneficio sarebbe stato di «180 euro al mese nel caso di domestici assunti a tempo pieno, ovvero per 40 ore a settimana, mentre nel caso di una badante convivente, per 54 ore settimanali, si sarebbe arrivati a circa 250 euro». Molto di meno, dunque, del tetto massimo fissato per le imprese. «Lo Stato quindi – fa notare il vicepresidente di Assindatcolf Andrea Zini – avrebbe risparmiato almeno 500 euro al mese per ogni disoccupato che fosse stato assunto dalle famiglie, uscendo così dal programma del Reddito di cittadinanza». E invece, non solo la proposta è stata respinta per una presunta e ingiustificata mancanza di coperture non venendo incontro ai bisogni delle famiglie. Ma, al tempo stesso, non si è favorita l’assunzione di disoccupati in un comparto, quello dei lavoratori domestici, dove non manca l’offerta.

 

Con il paradosso che, in tal modo, legislatori e governo finiscono per lanciare messaggi decisamente negativi: meglio disoccupati con il sussidio che badanti, meglio il 'nero' di un’emersione incentivata.

 

FONTE: https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/badanti-sfruttate-o-in-nero-lemersione-non-viene-favorita

 

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