Risulta irregolare il 30% delle strutture ricettive per anziani sul territorio nazionale. E' quanto emerge dai controlli dei Carabinieri dei Nas nel periodo gennaio-luglio 2016. Segnalate numerose violazioni, tra cui maltrattamenti, lesioni e sequestri di persona. I dati sono stati resi noti al ministero della Salute in occasione della presentazione del programma di interventi 'Estate sicura 2016'. "In varie situazioni - ha detto il ministro del Salute, Beatrice Lorenzin - viene meno qualsiasi tipo di umanità".

 

Sono state verificate situazioni in strutture per anziani "dove i comportamenti degli operatori si dimostrano del tutto disumani, ci sono anziani - ha detto Lorenzin - trattati come non lo sono neppure gli animali". Il ministro ha anche espresso preoccupazione per l'aumento delle strutture abusive in questo ambito, dove "l'intervento è più problematico". Secondo i dati presentati oggi dal comandante generale dell'Arma dei Carabinieri, Tullio Del Sette, e dal comandante dei Nas, Claudio Vincelli, le strutture ricettive per anziani 'non conformi' sono il 30% su 365. Nel 2016 sono stati effettuati 1.208 controlli su tali strutture, con 288 persone segnalate all'autorità giudiziaria, 7 arresti, 550 sanzioni penali e 37 strutture sequestrate o chiuse. I controlli nel 2016 hanno riguardato anche strutture sanitarie, socio-assistenziali e centri di riabilitazione neuro-psicomotoria: 472 le strutture irregolari (28%) per un totale di 1.647 controlli.

 

Quanto al tipo di violazioni penali commesse, emergono i maltrattamenti (114 casi), l'esercizio abusivo della professione da parte di medici e infermieri (109), l'abbandono di incapaci (68), lesioni personali (16), sequestro di persona (16), detenzione di farmaci scaduti (15), strutture sanitarie prive di autorizzazione ovvero abusive (21 casi su 365 strutture controllate), carenze igienico-strutturali (124).

 

FONTE: http://www.ansa.it/sito/notizie/flash/2016/08/03/-nas-irregolare-il-30-dei-centri-anziani-_79233ee3-154a-4db3-8ccd-828896edcc81.html

 

Queste patologie avrebbero un comune difetto: l'incapacità di alcuni neuroni di tornare alla posizione "zero"

Patologie tra loro diverse - sia come origine che caratteristiche - come malattia di Parkinson, distonia e malattia di Huntington, hanno degli elementi comuni, ovvero i movimenti incontrollati del corpo in chi ne è colpito. Ora una ricerca sembra aver compreso il funzionamento di questi movimenti involontari, che accomunerebbe queste patologie: i responsabili sarebbero alcuni neuroni, i quali, dopo essere stati stimolati per apprendere un movimento, non sarebbero più in grado di ritornare alla "posizione zero", ovvero a riposo.

Sono giunti a questa scoperta i ricercatori della Fondazione Santa Lucia Irccs e dell'Università di Perugia, coordinati dal Professore Paolo Calabresi, insieme al gruppo di ricerca del Professor Antonio Pisani, dell'Università di Tor Vergata, e ai colleghi inglesi e spagnoli dello University College di Londra e dell'Istituto Carlos III di Madrid. Lo studio Hyperkinetic disorders and loss of synaptic downscaling è stato pubblicato dalla rivista Nature Neuroscience.

 

NEURONI E APPRENDIMENTO DEL MOVIMENTO - I neuroni coinvolti, spiegano, sono quelli di una regione interna del nostro cervello, detta striato, deputata ad organizzare il movimento. Gli stimoli elettrici che sollecitano questi neuroni, producono effetti di due tipi, positivi e negativi, chiamati LTP (long term potentiation) e LTD (long term depression). Quando il neurone è a riposo, è come se fosse sullo zero. Questa alternanza di impulsi fa sì che noi impariamo da bambini, per progressivi aggiustamenti, a muovere mani e braccia, a camminare, ad andare in bicicletta. Poi, per tutta la vita, grazie ai medesimi impulsi, i neuroni del nostro cervello guidano i movimenti, li adattano all'ambiente, ne correggono quando necessario la traiettoria e in generale li tengono sotto controllo come movimenti volontari.

 

UN MECCANISMO CHE SI INCEPPA - "Questo meccanismo - spiega la dottoressa Veronica Ghiglieri, ricercatrice presso il Laboratorio di Neurofisiologia della Fondazione Santa Lucia - funziona tuttavia solo finché i nostri neuroni conservano la capacità di tornare alla posizione "zero" dopo ogni LTP o di poter esprimere un comportamento del tipo LTD. Ed è proprio questa incapacità di "downscaling" che abbiamo dimostrato essere comune ai pazienti affetti da malattia di Parkinson, distonia e malattia di Huntington".

 

CAUSA COMUNE DELL'IPERCINESIA- L'aspetto più caratteristico dello studio è il fatto che una causa comune dell'ipercinesia sia stata riconosciuta in pazienti con patologie di origine tanto diversa, come appunto una malattia neurodegenerativa con cause multifattoriali, quale è la malattia di Parkinson, accanto a patologie di origine genetica come distonia e malattia di Huntington.

"In effetti, le nostre ricerche sono partite anni fa proprio dalla malattia di Parkinson studiando gli effetti collaterali della terapia più utilizzata per questo disturbo: la levodopa - spiega il Professor Paolo Calabresi - Il tratto comune a queste ipercinesie è che il meccanismo interessa i recettori dopaminergici. Questo studio tuttavia dimostra che all'origine dei movimenti incontrollati c'è una disfunzione che si presenta identica anche in pazienti con patologie che non sono causate dalla mancanza di dopamina".

 

COME INTERVENIRE - Essendo questa incapacità dei neuroni di tornare nella posizione "zero" dopo ogni stimolazione la causa dei movimenti incontrollati, è proprio nel trovare il modo di rifarli funzionare correttamente uno degli obiettivi futuri della ricerca.

"Senza questa capacità (di "downscaling", ndr) - osserva la dottoressa Barbara Picconi, ricercatrice del Laboratorio di Neurofisiologia della Fondazione Santa Lucia - è come se i neuroni, chiamati a compiere un nuovo movimento, portassero con sé gli stimoli ricevuti per movimenti precedenti, creando una confusione nel messaggio di controllo. Immaginiamoci in queste condizioni un rumore di sottofondo che si traduce in movimenti incontrollati e impedisce quelli corretti".

 

QUANTO ALLA CURA: "È possibile cercare soluzioni terapeutiche sviluppando farmaci, oppure adeguati metodi di neurostimolazione profonda o stimolazione magnetica transcranica che restituiscano una corretta plasticità ai neuroni. Va tuttavia anche considerato che la nostra conoscenza del cervello fisiologico è oggi ancora incompleta. Ogni nuova conoscenza di base è già per sé importante".

 

FONTE: http://www.disabili.com/medicina/articoli-qmedicinaq/scoperta-la-causa-dei-movimenti-incontrollati-in-parkinson-distonia-e-malattia-di-huntington

Una stimolazione elettrica del cervello capace di migliorare la qualità di vita dei pazienti con Parkinson. Si chiama Infinity ed è "l'ultima frontiera nel campo della stimolazione cerebrale profonda". Si tratta di un dispositivo impiantato «per la prima volta in Italia» grazie a una collaborazione tra il Centro Parkinson dell'Istituto Neurologico Mondino di Pavia e la Neurochirurgia Funzionale dell'IRCCS Istituto Ortopedico Galeazzi di Milano. 

 

Una malattia nota per aver colpito numerosi personaggi celebri, come Papa Giovanni Paolo II e Muhammad Ali (nella foto). Di Parkinson si ammalano in Italia da 8mila a 12mila nuove persone ogni anno, "tra cui anche molti giovani con meno di 50 anni", spiega Claudio Pacchetti, direttore del Centro Parkinson del Mondino. "I farmaci disponibili consentono di contrastare efficacemente e per lunghi periodi i sintomi, migliorando notevolmente la qualità della vita delle persone. Ma nelle fasi più severe della malattia, quando la terapia farmacologica non è più sufficiente, viene proposta la stimolazione cerebrale. Attraverso degli elettrodi è possibile erogare impulsi capaci di 'liberarè la corteccia cerebrale motoria, migliorando i sintomi della malattia, le abilità e la qualità di vita". 

 

L'innovazione di Infinity sta proprio nei suoi elettrodi, che possono calibrare in modo molto fine la stimolazione elettrica e adattarla il più possibile alle esigenze di uno specifico paziente. "I nuovi elettrodi - conclude Domenico Servello, direttore della Neurochirurgia Funzionale al Galeazzi - rappresentano un ulteriore strumento per ottimizzare la stimolazione e quindi l'efficacia della procedura riducendo i rischi di effetti collaterali indesiderati".

 

FONTE: http://www.ilgiorno.it/milano/parkinson-istituto-neurologico-mondino-istituto-ortopedico-galeazzi-infinity-1.2362431

 

 

Le statine avrebbero un effetto protettivo nei confronti dell’insorgenza delle malattie croniche infiammatorie intestinali (IBD). E’ quanto emerge da uno studio, pubblicato sulla rivista American Journal of Gastroenterology, in cui gli autori precisano che questo effetto è maggiore nei pazienti con malattia di Crohn e soprattutto negli anziani.

I fattori ambientali hanno un ruolo predominante nella patogenesi delle IBD, più dei fattori genetici. Tra questi fattori emergono la dieta, la vitamina D, il fumo di sigaretta etc.

Precedenti studi suggeriscono che l’esposizione ad alcuni farmaci può essere associata con l’insorgenza di IBD (antibiotici nei bambini, pillola anticoncezionale ma anche l’aspirina rispetto alla malattia di Crohn e i FANS sulla colite ulcerosa).

 

Alcuni studi hanno suggerito che le statine possono diminuire l’uso di steroidi orali, migliorare gli indici di alcune attività cliniche e diminuire i marker infiammatori in pazienti con IBD.

Lo scopo di questo studio è stato quello di determinare l'effetto delle statine sul rischio di nuova insorgenza di IBD attingendo i dati da un grande database di salute negli Stati Uniti.

E’ stato condotto uno studio caso-controllo retrospettivo, in cui sono stati inclusi tutti i pazienti di età superiore a 18 anni con ICD-9 codice di esenzione 555.x per la malattia di Crohn (CD) o 556.x per la colite ulcerosa (UC) tra gennaio 2008 e dicembre 2012. 

 

I pazienti con IBD diagnosticati nel 2012 sono stati confrontati con i controlli per gruppi di età , sesso, razza, appaiati geograficamente. I controlli non avevano codici ICD-9 per le malattie CD, UC, o IBD e non avevano prescrizioni per i farmaci IBD-correlati.

I pazienti con IBD di nuova insorgenza sono stati definiti come aventi almeno tre codici separati ICD-9 per CD o UC. L’ esposizione alle statine è stata valutata mediante sistema uniforme “Uniform System of Classifi cation level 5 code”.

Per tenere conto del ritardo diagnostico, sono state escluse esposizioni entro 6 mesi dalla prima ICD. Esposizioni all'interno di 12 e 24 mesi sono state escluse in analisi di sensibilità.

La regressione logistica condizionale è stata utilizzata per stimare gli odds ratio (OR) e gli intervalli di confidenza al 95% (CI) per la nuova insorgenza di IBD, CD e UC.

 

Nell’analisi sono stati inclusi un totale di 9.617 casi e 46,665 controlli. Qualsiasi esposizione alle statine è risultata associata a un rischio significativamente diminuito di IBD (OR 0.68, 95% CI 0,64-0,72), CD (0,64, 95% CI 0,59-0,71), e UC (OR 0,70, 95% CI 0,65-0,76). Questo effetto era simile per le statine più specifiche (simvastatina, atorvastatina, rosuvastatina, pravastatina e lovastatina) con l’eccezione di lovastatina e rosuvastatina in UC.

L’effetto protettivo è risultato simile anche quando sono state utilizzate diverse dosi di statine, quindi era indipendente dall'intensità della terapia.

L'effetto protettivo nei confronti di una nuova insorgenza di CD era più forte tra i pazienti più anziani. L’associazione tra statine e un minor rischio di IBD è risultata simile dopo aggiustamento per l’utilizzo di antibiotici, terapia ormonale sostitutiva, contraccettivi orali, comorbilità e farmaci cardiovascolari.

 

In conclusione, le statine possono avere un effetto protettivo contro la nuova insorgenza di IBD, CD e UC. Questa diminuzione del rischio è risultata simile con l’uso della maggior parte delle statine e sembra essere più forte tra i pazienti più anziani, in particolare quelli con CD.

 

FONTE: http://www.pharmastar.it/?cat=30&id=21931

 

Non è tanto il colesterolo alto nel sangue a 'rallentare la mente', quanto le troppe variazioni nel tempo nei livelli plasmatici di colesterolo cattivo. Lo rivela una ricerca pubblicata sulla rivista Circulation secondo cui fluttuazioni elevate nel tempo della concentrazione plasmatica del colesterolo cattivo possono danneggiare le funzioni cognitive nell'anziano, con significativo rallentamento della velocità di ragionamento. 

 

Condotta presso l'Università di Leida in Olanda, la ricerca ha coinvolto 4.428 anziani di 70-82 anni, partecipanti allo studio 'PROspective Study of Pravastatin in the Elderly at Risk' (PROSPER). 

 

Gli esperti hanno preso varie volte la misura del colesterolo cattivo nel sangue dei partecipanti e calcolato le variazioni temporali di questo valore. Poi hanno sottoposto i 'nonnini' a test cognitivi semplici per scovare eventuali deficit cognitivi. 

 

È emerso ad esempio che un anziano con elevate fluttuazioni temporali della concentrazione di colesterolo cattivo nel sangue impiega quasi tre secondi in più a svolgere un esercizio semplice, come il 'test dei colori' che consiste nel leggere su un foglio i nomi di colori scritti con penne di colore di verso, ad esempio leggere la parola ''rosso'' scritta in blu. 

 

Il 'saliscendi' del colesterolo cattivo è risultato associato anche a ridotto flusso di sangue al cervello, un parametro ''pericoloso'' per le funzioni cognitive dell'anziano.

 

FONTE: http://www.ansa.it/saluteebenessere/notizie/rubriche/salute_65plus/medicina/2016/07/19/colesterolo-cattivosaliscendi-valori-rallenta-mente-anziani_369d0641-c161-4d3f-930d-d30d2ad2a3da.html

 

 

 

La tecnologia, oggi, in medicina e nell'innovazione scientifica, può viaggiare a una velocità superiore all'immaginazione umana. Robotica per le fasi operatorie e la riabilitazione, assistenti avatar per i disabili, occhiali «intelligenti» per sentire meglio, ambienti di realtà virtuale per contrastare l'Alzheimer e spartiti musicali stampati in 3D secondo le necessità e le indicazioni dei non vedenti.

 

La rivoluzione tecnologica nell'ambito medicale passa anche dalla stampa 3D, tramite le nuove tecnologie che rendono possibile la progettazione di prodotti realizzati con e per utenti colpiti da differenti disabilità: cover personalizzate di microinfusori per diabetici, dispositivi e bracci robotici con scocche sempre personalizzate, che consentono a persone con difficoltà agli arti superiori di mangiare da sole, prevedendo anche lo «spalma-nutella» per rivestire pane e fette biscottate senza sporcarsi. «Grazie alla stampa 3D consumer e al coinvolgimento di una nuova generazione di designer e di maker - spiega Marinella Levi, docente del Politecnico di Milano, che segue il progetto di ricerca +ABILITY, mirato a studiare le relazioni tra la stampa 3D, i processi di coprogettazione e la condivisione di questi con differenti abilità - i pazienti possono lavorare dal concepimento del prodotto, fino alla sua realizzazione, personalizzandolo nella sua estetica, nelle funzionalità e nelle prestazioni terapeutiche, a costi contenuti e con la necessaria precisione. Un recupero dell'accesso al fare e all'autoproduzione, a supporto e miglioramento della qualità della vita di ciascuno e di tutti».

 

Le grandi novità del settore sono state presentate al «Technology Hub», l'evento professionale delle tecnologie innovative, promossa da Senaf, a Milano, tenutosi a Fieramilanocity, per mostrare al mondo imprenditoriale le potenzialità delle nuove applicazioni e dei materiali del futuro. Presenti in fiera 150 aziende, 9 aree dimostrative, 11 iniziative speciali e 89 tra workshop e convegni. Sei i settori dedicati all'innovazione, dalla stampa 3D all'additive manufacturing, passando per l'elettronica e l'Internet delle cose, i materiali innovativi, i droni e la robotica collaborativa e di servizio.

 

Tra i progetti presentati, di ampio respiro quello di ITIA-CNR (Istituto di Tecnologie Industriali e Automazione, Consiglio Nazionale delle Ricerche) specializzato in progetti di robotica per il mondo produttivo, ma anche per la salute, l'assistenza ai malati e la riabilitazione. L'applicazione software REAPP, collegata a un dispositivo robotico multisensioriale quale il «LINarm» e a un display, serve a supportare il malato, a incoraggiarlo e gratificarlo durante la sua attività riabilitativa in casa, intervenendo anche tramite un avatar e un assistente virtuale per controllare in tempo reale la postura e la correttezza dei suoi movimenti. Protagoniste anche le ultime frontiere della realtà virtuale, sviluppate con lo scopo di ritardare, per quanto possibile, la comparsa dei sintomi della malattia. In questo contesto si colloca Goji, un ambiente virtuale per contrastare l'Alzheimer.

 

FONTE: http://www.ilgiornale.it/news/salute/i-miracoli-robotica-contro-lalzheimer-e-favore-dei-disabili-1277606.html

 

È l’incubo di tutti noi quando ritiriamo le nostre analisi del sangue: avrò il colesterolo entro i limiti? E quello buono è sufficientemente alto da contrastare gli effetti di quello cattivo? Poi puntualmente se i valori risultano nella norma allora ci sentiamo tranquilli che il nostro cuore naviga in acque serene e che per il momento non dobbiamo preoccuparci. Le cose però in realtà non sono così semplici: il colesterolo non è infatti il principale parametro per la valutazione del rischio cardiovascolare, o per meglio dire, non possiamo pensare di avere una risposta sulla nostra situazione cardiovascolare considerando questo valore da solo.

Si tratta di un parametro che va incrociato con altri valori altrettanto importanti, come lapressione arteriosa, l’età, il sesso, l’essere o meno fumatori, la presenza di diabete, di malattie renali e respiratorie. Insomma, preoccuparsi solamente di colesterolo alto è assai riduttivo, tanto che in alcuni casi, nonostante valori di colesterolo totale superiori al valore soglia indicato, non è appropriato nessun intervento terapeutico. Al contrario, in situazioni particolarmente compromesse, come nel caso di chi ha già avuto episodi di infarto o ictus, il valore soglia per il cosiddetto colesterolo cattivo (LDL) non è 115 mg/dL come per la popolazione generale, ma 70 mg/dL.

 

Bombardati da innumerevoli messaggi, specie da parte dei media, e da qualche tempo anche dalle campagne pubblicitarie di alimenti o integratori alimentari che si focalizzano sul problema dell’ipercolesterolemia più che su altri importanti fattori di rischio – tra i quali l’eccesso di peso, la sedentarietà e il fumo – dobbiamo quindi stare attenti a non pensare alla nostra salute cardiovascolare solamente in termini di colesterolo.

Che cosa si intende dunque per rischio cardiovascolare, e come valutarlo nella sua complessità? Ne abbiamo parlato con Roberto Tramarin, Direttore dell’Unità Operativa di Cardiologia Perioperatoria e Riabilitativa dell’Istituto Scientifico Policlinico San Donato di Milano.

Un modo per rendersi conto rapidamente del reale peso dell’ipercolesterolemia è osservare lecarte di rischio cardiovascolare, che sono realizzate dalle società scientifiche a livello mondiale e aggiornate periodicamente. Queste tabelle, come nel caso dello SCORE elaborato dalla Società Europea di Cardiologia, descrivono il rischio in percentuale di morte per un evento cardiovascolare nei successivi 10 anni, a seconda di età, sesso, essere fumatori oppure no, pressione arteriosa (asse verticale) e infine colesterolo (asse orizzontale).

 

“Balza subito all’occhio che l’ipercolesterolemia incide di meno rispetto all’ipertensione (ancora oggi non diagnosticata in un soggetto su tre) o all’essere o meno fumatori”, spiega Tramarin. “Prendiamo il caso di un uomo di 60 anni non fumatore con un valore di colesterolo totale di 190, e quindi apparentemente normale: il suo rischio aumenta dal 2% in assenza diipertensione (cioè con pressione arteriosa sistolica di circa 120-140 mmHg) al 4% se la pressione è intorno a 160 fino al 6% se la pressione tocca i 180: il suo rischio cardiovascolare risulta quindi triplicato.”

Per contro, se il suddetto sessantenne ha una pressione stabile a 120 mmHg, il suo rischio cardiovascolare passa dal 2%, se il colesterolo è inferiore o uguale a 200 mg/dL, al 3% se è intorno a 250 mg/dl e rimane tale anche se i suoi valori di colesterolo arrivassero a 300 mg/dL, valori che identificano una grave ipercolesterolemia. Insomma, se il paziente non soffre di ipertensione e non fuma, il colesterolo incide molto meno sul suo rischio cardiovascolare rispetto alla stessa ipercolesterolemia in un paziente iperteso e/o fumatore. Se oltre tutto il paziente è fumatore, all’aumentare di ipertensione e colesterolo il rischio è ancora maggiore. Altrimenti detto: il colesterolo alto da solo ci dice relativamente poco. “Nella definizione accurata del reale rischio cardiovascolare dobbiamo quindi valutare i vari fattori di rischio non individualmente, ma nella loro globalità – precisa Tramarin – anche per evitare pericolosi e fuorvianti fai-da-te.”

 

Colesterolo buono e cattivo: vanno valutati entrambi

 

Facciamo un passo indietro. Il colesterolo che va tenuto sotto controllo è in realtà quello “cattivo” cioè quello che nelle nostre analisi del sangue viene definito LDL, e che è molto pericoloso perché è quello che tende ad accumularsi nei nostri vasi sanguigni. “Non basta però l’indicazione di questo colesterolo cattivo per valutare il nostro reale rischio cardiovascolare” spiega Tramarin. “Le analisi del sangue devono contenere almeno cinque parametri, che permettono al nostro medico di valutare la nostra situazione, e sono, oltre alla glicemia che indica la presenza di diabete, il colesterolo totale (il cui valore, non “normale”, ma “desiderabile” è indicato come inferiore a 190 mg/dl), il colesterolo “buono” (HDL), considerato buono perché contribuisce a eliminare il colesterolo presente nelle arterie, quello cattivo cioè LDL, e i trigliceridi. È indispensabile quindi disporre di tutti questi cinque valori. Infatti una persona con valori di colesterolo totale e cattivo accettabilmente bassi potrebbe in realtà avere, in presenza di valori di colesterolo HDL (quello buono) particolarmente bassi, un elevato profilo di rischio cardiovascolare.

 

Alimentazione sana e attività fisica e il rischio diminuisce

 

“Il concetto chiave di cui dobbiamo convincerci è che le malattie cardiovascolari si possono prevenire attraverso una dieta sana e uno stile di vita che comprenda un po’ di attività fisicaeseguita con costanza”, conclude Tramarin. “Secondo le più recenti evidenze scientifiche la mortalità per malattie cardiovascolari potrebbe essere dimezzata solo attraverso modeste riduzione dei rischi connessi all’alimentazione e alla sedentarietà. Sembra il solito mantra trito e ritrito, ma non è così: un’alimentazione sana, basata sulla dieta mediterranea ricca di carboidrati, frutta e verdura e povera di grassi di origine animale, il non fumare, e camminare a passo sostenuto 30 minuti al giorno possono salvarci la vita, non solo attraverso il loro contributo alla riduzione del colesterolo, ma anche attraverso la loro azione benefica sulla riduzione della l’ipertensione, sul miglior controllo di un eventuale diabete, e sul mantenimento di un buon peso forma. Questo significa fare davvero prevenzione delle malattie cardiovascolari”.

 

FONTE: http://www.agoravox.it/Rischio-cardiovascolare-e.html

 

 

Il glaucoma potrebbe avere uno stretto legame con Alzheimer, Sla e Parkinson. Sono i risultati di uno studio dell’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti, in collaborazione con Irifor (centro di formazione, ricerca e riabilitazione per la disabilità visiva), che ha analizzato gli aspetti clinici del glaucoma, individuando uno stretto legame con altre patologie neurodegenerative.

I glaucomi sono un tipo di malattie oculari che oggi costituiscono la seconda causa di cecità al mondo, dopo la cataratta. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha stimato che ne soffrono circa 55 milioni  di persone al mondo. Più di un milione si trovano solo in Italia e, nella maggior parte dei casi, una persona su due non ne è al corrente.

Nei giorni scorsi è inoltre arrivato un ulteriore monito dall’Oms, che ha descritto il glaucoma come una patologia da non sottovalutare sia perché non ha sintomi particolari e ci si accorge della sua presenza solo una volta che la vista è già compromessa, sia perché non comporta esclusivamente la perdita della vista ma influisce negativamente anche sul nostro sistema cerebrale.

 

COS’È IL GLAUCOMA

 

Con il termine glaucoma si intendono tutte quelle malattie che  colpiscono gli occhi, accomunate dall’aumento della pressione endooculare, principalmente in soggetti con più di 40 anni. All’interno dell’occhio è presente un liquido, l’umore acqueo, che assicura il nutrimento delle strutture oculari e viene continuamente prodotto e riassorbito da specifiche vie di deflusso. Quando queste vie si ostruiscono si ha un aumento della pressione all’interno dell’occhio superando i normali 14-16 mmHg, la soglia massima.

Se questa condizione peggiora e perdura nel tempo può danneggiare il nervo ottico, incaricato di trasmettere le informazioni visive direttamente al cervello. La lesione delle fibre nervose porta ad un progressivo restringimento del campo visivo tipico del glaucoma in stadio avanzato. Il danno alla vista è infatti progressivo e,  dato che inizialmente interessa solo la visione laterale, passa inosservato fino a quando non si arriva alla perdita di gran parte della vista.

 

IL LEGAME TRA GLAUCOMA E MALATTIE DEGENERATIVE

 

La ricerca finanziata dall’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti e condotta dall’oculista Paolo Frezzotti e dal neurologo Nicola De Stefano è partita prima di tutto dall’osservazione dei pazienti affetti da glaucoma, nello specifico quello primario angolo aperto (GPAA).

“Il nostro obiettivo – hanno dichiarato i responsabili della ricerca – “era quello di analizzare se i diffusi cambiamenti del cervello che si verificano nel GPAA sono un fenomeno tipico dello stadio avanzato o rilevabile sin dalla fase iniziale”. Dai dati raccolti attraverso l’utilizzo di risonanze magnetiche è emerso uno stretto legame con patologie neurodegenerative classiche come Alzheimer e Parkinson.

 

Lo studio ha dato spazio a nuovi stimoli di ricerca e ha messo in luce quanto sia importante la prevenzione e una diagnosi precoce per bloccare l’evoluzione del glaucoma e i danni che provoca su tutto il nostro organismo.

 

FONTE: http://www.bussolasanita.it/schede-2024-il_glaucoma_potrebbe_causare_alzheimer_sla_e_parkinson

 

È un semplice test del sangue e, secondo gli scienziati che lo hanno messo a punto, è in grado di svelare quante probabilità ci sono di avere un infarto da qui a 5 anni. Tutto nasce da una scoperta di un team di ricercatori dell’Imperial College e dell’University College di Londra, che ha osservato come alti livelli di un tipo di anticorpi siano collegati a un basso rischio di sviluppare problemi di cuore, indipendentemente da altri fattori di rischio. 

 

Il nuovo test misura proprio questo: la presenza degli anticorpi “scudo” che sembrano proteggere il corpo da un attacco di cuore, anche quando il colesterolo e la pressione sanguigna risultano alti. Gli scienziati hanno studiato più di 1.700 soggetti inquadrati come a rischio di sviluppare problemi cardiaci. Durante i cinque anni e mezzo di durata del test, i ricercatori hanno scoperto che le persone con il più alto numero di anticorpi presentavano un rischio di malattia coronarica o di infarto più basso del 58% e una probabilità di essere colpiti da ictus o altri eventi cardiaci più bassa del 38%. 

 

«La correlazione fra un sistema immunitario più forte e robusto e un’azione protettiva dagli attacchi cardiaci è stata una scoperta entusiasmante», racconta al Telegraph il capo ricercatore Ramzi Khamis. «Migliorando il modo in cui identifichiamo le persone a più alto rischio di attacchi di cuore - spiega - possiamo offrire loro cure adeguate. Speriamo anche di esplorare modalità per rafforzare il sistema immunitario in modo che possa esercitare appieno questa azione protettiva dalla malattia cardiaca».

 

FONTE: http://www.lastampa.it/2016/06/20/scienza/benessere/avrai-un-infarto-te-lo-dice-un-test-del-sangue-FRU5Y9zbiGaHP5EFApf3FL/pagina.html

 

 

SE PERSINO un piemontese schivo come Paolo Ghia, responsabile del programma di ricerca strategica sulla leucemia linfatica cronica del San Raffaele di Milano, parla di grande eccitazione, allora c’è proprio da crederci. Anche se l’entusiasmo dei medici si scontra - come sempre - con il fatto di dover aspettare chissà quanto per un farmaco che già si usa negli Stati Uniti da oltre due mesi e sta rivoluzionando la storia della leucemia linfatica cronica (Llc), la forma più comune negli adulti, la cui incidenza ( 5-6 persone su centomila all’anno). E il cui trattamento può essere difficile poiché una gran parte di malati sviluppa mutazioni e resistenze. Ma il nuovo farmaco promette non solo maneggevolezza, la terapia è orale, ma efficacia altissima, perché riesce a indurre remissioni complete proprio in quel quarto di pazienti di Llc con prognosi peggiore, i ricaduti e i refrattari ad altre terapie. I più difficili da trattare.

 

Il farmaco. Il venetoclax, dell’americana Abbvie, già utilizzato anche in Italia da Ghia per uso compassionevole, concesso cioè gratuitamente dall’azienda ai pazienti che avevano esaurito le opzioni terapeutiche disponibili, oltre ad una efficacia che - spiega Ghia - arriva anche al 80 per cento, ha anche il vantaggio, modulandolo bene, di avere un profilo di tossicità accettabile. "Vedremo poi - continua l’esperto, al congresso europeo di Ematologia Eha di Copenhagen - se l’utilizzo diffuso confermerà il profilo di sicurezza".

 

In Europa si spera che l’approvazione arrivi entro l’autunno, ma il nodo come sempre sarà quello dei costi. l’azienda non si sbilancia ma negli USA il costo di un trattamento è di circa 100.00 dollari all’anno. E anche se in Europa si riescono sempre a contrattare al ribasso i prezzi dei farmaci più innovativi non sarà ovviamente una terapia a buon mercato.

Il cocktail di farmaci. Ma, prima ancora che il farmaco sia disponibile per tutti, la scienza va oltre. E gli ematologi ipotizzano di combinare Venetoclax, per la sua efficacia ad indurre la morte nelle cellule tumorali, con ibrutinib, molecola di Janssen che adesso si può utilizzare anche sui malati di Llc in prima linea, che ha invece dimostrato di riuscire a intervenire con grande efficacia sui linfonodi interessati dalla malattia - e forse secondo alcuni addirittura originatori della malattia - sgonfiandoli. «I linfonodi sono l’ultimo santuario da conquistare - ragiona Ghia - e ibrutinib è talmente efficace che ci ha davvero permesso di far regredire in pochi giorni masse di decine di centimetri. Somministrarlo insieme a Venetoclax, che ha invece un’azione che favorisce l’apoptosi tumorale, potrebbe aiutarci a eliminare fino all’ultima cellula malata». Ed è il concetto di malattia minima residua, o Mrd, che arriva anche per la leucemia linfatica cronica e che, dal palcoscenico del congresso europeo, gli ematologi chiedono alle agenzie regolatorie - l’americana Fda e l’europea Ema - di inserire come obiettivo di efficacia negli studi clinici.

 

L'efficacia. Ma l'efficacia del nuovo farmaco è stata testata anche per la leucemia mieloide acuta. "Stiamo conducendo due trial su un totale di 43 pazienti - racconta l’ematologo Giovanni Martinelli, del policlinico S.Orsola di Bologna - il mio centro è l’unico in Europa con due malati. Per ora il risultato è ottimo. Usata con intelligenza, è adatta anche agli anziani. Inoltre ci sono buoni risultati anche per i linfomi di basso grado". E la ricerca continua, con tanti nuovi farmaci in arrivo.

 

Il problema, come sempre, saranno i prezzi. Che costringono sempre più spesso il medico - ammette sconsolato Ghia - a giocare a fare Dio, e a dover scegliere i pazienti da indirizzare verso le molecole più nuove e costose; e quelli da curare con quelle vecchie e più economiche.

 

FONTE: http://www.repubblica.it/salute/ricerca/2016/06/20/news/eppure_si_puo_spazzare_via_la_leucemia-142440624/

 

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