Attraverso l’Organizzazione Mondiale della Sanità si è iniziato a parlare delle differenze di genere già nel 1998 e, dal 2002, ha chiesto che l’integrazione delle considerazioni di genere nelle politiche sanitarie diventi pratica standard in tutti i suoi programmi.

Ma cosa si intende per “genere”’? Si considerano le “differenze sociali tra donne e uomini, apprese e modificabili nel corso del tempo, con caratteristiche diverse entro e tra le culture”.

La Medicina di genere come strumento di appropriatezza clinica, principio di equità delle cure per i bisogni di salute della donna e dell’uomo e diventa una nuova dimensione della medicina che studia l’influenza del sesso e del genere sulla fisiologia, la fisiopatologia e la patologia umana.

Prima di definire bene cos’è la medicina di genere è importante definire bene due concetti e cioè, il sesso ovvero quello che è dato dalle caratteristiche biologiche (genetiche, anatomiche e endocrine) e il genere considerato più un riferimento sociale dettato dai comportamenti, dalle attività e dagli attributi che una società considera specifici per gli uomini e per le donne.

L’influenza del genere si manifesta anche sulla salute, ci sono malattie tipiche della popolazione femminile e altre più specifiche di quella maschile.

 

Perché parlare di “Medicina di Genere” ?

 

Secondo i dati dell’ISTAT le donne si ammalano di più eppure nonostante ciò vengono sempre sottostimate negli studi di ricerca, nelle sperimentazioni farmacologiche e negli studi clinici.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità prevede che entro il 2030 il numero delle donne over 50 nel mondo raggiungerà la notevole cifra di 1 miliardo e 200 milioni circa. In Italia, su una popolazione di 60 milioni  di persone, circa 31 milioni sono donne e, di queste, circa 12 milioni hanno più di 50 anni di età.

Rispetto agli uomini (circa il 5%) l’8,3% delle donne italiane denuncia un cattivo stato di salute. Circa il doppio delle donne, confrontate con le percentuali maschili) soffre di disabilità legate e vista, udito e movimento.

Le malattie per le quali le donne presentano una maggiore prevalenza rispetto agli uomini sono:

 

- malattie cardiache

- allergie

- diabeteuomodonna

- ipertensione arteriosa

- calcolosi

- artrosi e artrite

- cataratta

- malattia di Alzheimer

- cefalea ed emicrania

- depressione ed ansietà

- malattie della tiroide

- osteoporosi

 

In conseguenza a ciò le donne consumano molti più farmaci degli uomini e sono più frequentemente soggette a reazioni avverse.

Queste differenze di genere non devono far pensare che oggi la medicina sia più orientata alla cura e all’assistenza delle donne. Gli uomini, per esempio, sono molto meno attenti alla prevenzione.

Un grosso passo avanti, che ha permesso, oggi, di avviare tutte le campagne di screening legate al tumore della mammella e del collo dell’utero, è stato fatto grazie alla Dichiarazione di Vienna del 1994. Questo ha determinato una riduzione di alcune patologie femminili e un allungamento della vita media.

In realtà, dobbiamo considerare  il concetto di gender che significa genere, maschio e femmina, superando  la contaminazione della medicina delle donne per rappresentare una medicina equamente attenta sia all’uomo che alla donna. Perché il genere ha un impatto anche sull’uomo.

Sarebbe più giusto parlare di medicina “su misura”, personalizzata, che consideri le differenze tra uomo e donna, tra la manifestazione e il decorso della malattia, variabile a seconda del sesso.

Eppure, malgrado le donne si ammalino di più, il tasso di mortalità è più elevato negli uomini, così come l’invalidità derivante dalla malattia. Tutti fattori che spesso portano i soggetti, specie quelli più anziani, all’istituzionalizzazione.

 

FONTE: http://www.anzianievita.it/salute-e-benessere/salute-donne-contro-uomini/?lang=it

Cosa fa un badante per un anziano? Gli porta la spesa in casa, lo aiuta a prendere le medicine a orario, lo accompagna in bagno o in cucina, mette fuori la spazzatura, lo sostiene quando si sposta, gli fa fare una passeggiatina nel parco o in strada, fa attenzione a che non si intrufolino estranei nell’abitazione, bada a che non ci siano perdite di gas, avverte parenti e vicini in caso di necessità. 

Il “badante robotico” fa esattamente tutto questo, lo fa bene e in maniera affidabile. Certo non è umano né capace di conversare, ma ha comunque l’aspetto bonario e familiare di un bambolotto alto circa un metro.

In questi giorni, a Bruxelles, è in corso un meeting promosso dalla Commissione europea, per riflettere su come l’innovazione, nel caso particolare quella del settore robotico, può creare le premesse per una società che affronta la sfida dell’invecchiamento di una fetta rilevante della sua popolazione, contribuendo a mantenerla in buona salute e a farla vivere in maniera autonoma quanto più possibile. In questo ambito saranno presentati 17 prototipi di “robot domestici” e tre di questi vengono dal più avanzato laboratorio di biorobotica d’Italia, quello della Scuola superiore Sant’Anna di Pisa, diretto da Paolo Dario.  

Già alcuni anni fa, gli scienziati pisani presentarono alla fiera di Shangai un robotino – battezzato Dustbot – che nel comune di Peccioli bussava alla porta di tutte le case e faceva la raccolta differenziata domiciliare. Ora i tre fratellini di Dustbot possono addirittura entrare in quelle case se c’è un anziano da aiutare. Uno di loro è una sorta di garzone di bottega, che esce sul pianerottolo, prende l’ascensore, preleva la spesa e la porta in casa. Un altro fa da badante domestico: somministra le medicine, accompagna l’anziano in sicurezza in giro per la casa e in bagno, gli fa evitare i pericoli e gli ostacoli e , all’occorrenza, lo sorregge. Un terzo, addirittura, lo porta fuori a passeggio, riconosce i semafori, gli incroci e le strisce pedonali, supporta la persona, dà l’allarme in caso di pericolo o di aggressione. Tutt’e tre rispondono a comando vocali e, anche se i loro occhi sono finti, rivolgono all’assistito uno sguardo dolce e rassicurante.

 

FONTE: http://www.lastampa.it/2015/03/10/scienza/arriva-il-badante-robotico-in-aiuta-degli-anziani-VMxwO8aVVY4Kmsmdpa8gkM/pagina.html

Sono tanti gli anziani che assumono farmaci anti-psicotici per curare una varietà di situazioni: sintomi della demenza senile e dell’Alzheimer, deliri e disturbi mentali legati a una precedente ospedalizzazione che non si sono risolti, stati di agitazione psicomotoria che si manifestano quando l’organismo è debilitato da una malattia, alterazioni dell’umore, allucinazioni, perdita di memoria. Stiamo parlando dei farmaci antipsicotici cosiddetti atipici che si chiamano, per esempio, risperidone, olanzapina, quietapina e aripiprazolo. Funzionano ma comportano vari effetti collaterali Registrati per il trattamento di una serie di condizioni cliniche che vanno dalla schizofrenia ai disturbi bipolari (depressione alternata a mania) vengono però prescritti anche off label , per trattare cioè situazioni diverse da quelle previste nei foglietti illustrativi e che, appunto, riguardano soprattutto l’anziano. Non solo, dunque, non sono autorizzati, ma possono avere effetti collaterali che si manifestano nel 21,3 per cento dei casi nei pazienti fra i 70 e i 79 anni e nel 18,6 per cento dei casi in quelli fra gli 89 e gli 89 anni. E gli effetti collaterali comprendono: l’incremento di peso, una riduzione della pressione del sangue, un danno ai tessuti muscolari, un aumento del rischio di andare incontro a disturbi cardiaci e anche a problemi renali, come ha dimostrato una ricerca pubblicata recentemente su Annals of Internal Medicine e condotta da un gruppo di studiosi canadesi.

 

Però funzionano e in molti casi sono indispensabili. Attenzione ai rischi per il cuore «Quando ci si trova di fronte a un paziente anziano agitato e delirante per i motivi più diversi - commenta Costanzo Gala Direttore dell’Unità Operativa Psichiatrica I dell’Ospedale San Paolo di Milano - si deve necessariamente prendere in considerazione l’uso di antipsicotici. Il beneficio sulla riduzione dei sintomi è sempre maggiore dei rischi». E la scelta cade appunto sugli antipsicotici (le benzodiazepine, invece, vanno evitate perché nel cervello dell’anziano aumentano la confusione e il disorientamento). «È sempre bene comunque discutere la terapia con i familiari del paziente -- continua Gala -- in modo che ci sia un consenso informato. E proprio perché sono farmaci non indenni da rischi e soprattutto alcuni possono comportare rischi cardiaci è opportuno eseguire un elettrocardiogramma ogni quindici giorni. In ogni caso questi trattamenti non vanno utilizzati a lungo. Dopo due mesi è opportuno rivalutare il paziente». ] Sono tanti gli anziani che assumono farmaci anti-psicotici per curare una varietà di situazioni: sintomi della demenza senile e dell’Alzheimer, deliri e disturbi mentali legati a una precedente ospedalizzazione che non si sono risolti, stati di agitazione psicomotoria che si manifestano quando l’organismo è debilitato da una malattia, alterazioni dell’umore, allucinazioni, perdita di memoria. Stiamo parlando dei farmaci antipsicotici cosiddetti atipici che si chiamano, per esempio, risperidone, olanzapina, quietapina e aripiprazolo.

 

Funzionano ma comportano vari effetti collaterali

 

Registrati per il trattamento di una serie di condizioni cliniche che vanno dalla schizofrenia ai disturbi bipolari (depressione alternata a mania) vengono però prescritti anche off label , per trattare cioè situazioni diverse da quelle previste nei foglietti illustrativi e che, appunto, riguardano soprattutto l’anziano. Non solo, dunque, non sono autorizzati, ma possono avere effetti collaterali che si manifestano nel 21,3 per cento dei casi nei pazienti fra i 70 e i 79 anni e nel 18,6 per cento dei casi in quelli fra gli 89 e gli 89 anni. E gli effetti collaterali comprendono: l’incremento di peso, una riduzione della pressione del sangue, un danno ai tessuti muscolari, un aumento del rischio di andare incontro a disturbi cardiaci e anche a problemi renali, come ha dimostrato una ricerca pubblicata recentemente su Annals of Internal Medicine e condotta da un gruppo di studiosi canadesi. Però funzionano e in molti casi sono indispensabili.

 

Attenzione ai rischi per il cuore

 

«Quando ci si trova di fronte a un paziente anziano agitato e delirante per i motivi più diversi - commenta Costanzo Gala Direttore dell’Unità Operativa Psichiatrica I dell’Ospedale San Paolo di Milano - si deve necessariamente prendere in considerazione l’uso di antipsicotici. Il beneficio sulla riduzione dei sintomi è sempre maggiore dei rischi». E la scelta cade appunto sugli antipsicotici (le benzodiazepine, invece, vanno evitate perché nel cervello dell’anziano aumentano la confusione e il disorientamento). «È sempre bene comunque discutere la terapia con i familiari del paziente -- continua Gala -- in modo che ci sia un consenso informato. E proprio perché sono farmaci non indenni da rischi e soprattutto alcuni possono comportare rischi cardiaci è opportuno eseguire un elettrocardiogramma ogni quindici giorni. In ogni caso questi trattamenti non vanno utilizzati a lungo. Dopo due mesi è opportuno rivalutare il paziente».

 

FONTE: http://www.corriere.it/salute/neuroscienze/15_febbraio_23/anziani-quando-ricorrere-anche-farmaci-antipsicotici-fa723fbe-bb3e-11e4-aa19-1dc436785f83.shtml

È un’ulteriore conferma dell’importanza della lotta alla sedentarietà e riguarda gli anziani: fare attività fisica può avere un impatto alquanto positivo sugli effetti dell’invecchiamento e garantire una buona capacità motoria anche in presenza di evidenti danni cerebrali alle aree motorie, spesso fisiologici con l’avanzare dell’età.
Aree isolate di alterato segnale della materia bianca cerebrale - che è costituita dalle fibre di connessione del cervello - si osservano spesso, tramite risonanza magnetica, nel cervello delle persone anziane. La condizione, detta anche stato di sofferenza vascolare cronica, viene associata a ridotte funzionalità motorie, come difficoltà di deambulazione.

Uno studio, condotto all’Università di Chicago su 187 soggetti ultraottantenni e pubblicato sulla rivista Neurology, ha mostrato che i più attivi fisicamente non accusavano una diminuzione delle proprie capacità motorie anche quando le aree alterate erano di notevole ampiezza e interessavano le aree motorie. I partecipanti, la cui attività fisica è stata monitorata per 11 giorni attraverso un braccialetto elettronico, sono stati sottoposti a test di valutazione della loro abilità motoria e a risonanza magnetica, proprio per quantificare il danno cerebrale. Ebbene, si è visto che, anche tenendo in considerazione altri fattori rilevanti come l’indice di massa corporea e l’eventuale presenza di malattie vascolari, nei più attivi dei partecipanti le lesioni della sostanza bianca non influivano sulle loro capacità motorie.

«L'attività fisica può creare una “riserva” che protegge le abilità motorie contro gli effetti dei danni cerebrali dovuti all’età» ha commentato Debra Fleischman del Departments of Neurological Sciences and Behavioral Sciences del Medical Center dell’Università di Chicago, il cui gruppo sta continuando a monitorare i soggetti reclutati per studiarne l’evoluzione in relazione all’attività fisica. Per provare un'associazione tra attività fisica e ridotti effetti motori del danno cerebrale bisognerà condurre uno studio prospettico. Tuttavia, dichiara la Fleischman, «questi risultati sottolineano l’importanza degli sforzi volti ad incoraggiare l’adozione da parte degli anziani di uno stile di vita più attivo per prevenire i disturbi motori, una delle più importanti sfide di salute pubblica». 

Quindi, se ancora ce ne fosse bisogno per convincervi ad uscire di casa, ricordate che fare un po’ di moto vi aiuterà ad accumulare quella riserva che vi proteggerà dall’invecchiamento.

 

http://www.lastampa.it/2015/03/16/scienza/benessere/anziani-fate-moto-per-combattere-danni-cerebrali-Xt5WrDwA7NMjZjAUqVeKqO/pagina.html

Individuati i geni che fanno aumentare il rischio di diabete di tipo 1. Un gruppo di ricercatori di diversi istituti tra cui l'Università della Florida, ha localizzato e identificato le variazioni genetiche  alla base dello sviluppo della malattia. Da questo studio, pubblicato su Nature Genetic, arrivano dunque delle informazioni precise per ulteriori ricerche allo scopo di scoprire chi è a rischio di sviluppare la patologia e come poterla prevenire. 

 

I ricercatori hanno raccolto i dati relativi al genoma di oltre 27mila individui tra i quali delle persone colpite da diabete di tipo 1. Hanno osservato le differenze nel patrimonio genetico delle due categorie. Dopo aver mappato in maniera più affinata il genoma per individuare i geni responsabili della malattia, hanno localizzato con precisione le variazioni di Dna rilevanti. In alcune regioni genomiche, hanno ristretto il numero da alcune migliaia a cinque (o anche meno).  

 

Patrick Concannon, tra gli autori della ricerca, non nasconde l'entusiasmo: «Si tratta di una ricerca rivoluzionaria per questa patologia», dice. Il diabete di tipo 1 è una malattia autoimmune in cui il sistema immunitario aggredisce e distrugge le cellule del pancreas responsabili della produzione di insulina. Insorge in genere durante l'infanzia o l'adolescenza e più raramente in età adulta (tra i due e i 25 anni). La persona colpita deve quindi assumere dall’esterno tutta o quasi tutta l’insulina di cui ha bisogno. Le cause precise del diabete di tipo 1 sono sconosciute. In Italia si stimano circa 100mila persone colpite da questa forma di diabete. 

 

“È ora possibile concentrarsi su come queste variazioni alterano l'attività delle cellule immunitarie. Ciò potrebbe aiutare la ricerca a definire nuovi trattamenti che prevengano, o fermino, il diabete di tipo 1 ma anche altre malattie autoimmuni”, sottolinea Todd Brusko, professore dell'Università della Florida.

 

FONTE: http://www.salute24.ilsole24ore.com/articles/17543-diabete-di-tipo-1-br-scoperti-i-geni-coinvolti-nello-sviluppo-della-malattia

In Italia arriva una nuova arma per contrastare la sclerosi multipla recidivante remittente. L'Agenzia italiana del farmaco (Aifa) ha approvato un farmaco a base di dimetilfumarato che sarà dispensato e rimborsabile in fascia A. La terapia orale promette di attivare un particolare meccanismo di difesa dell'organismo che permette di contrastare l'infiammazione e lo stress ossidativo causato dalla malattia, con la quale convivono oltre 70mila italiani.

 

Una speranza concreta - "Numerosi dati clinici hanno dimostrato l'efficacia del trattamento orale con dimetilfumarato nel ridurre la frequenza delle recidive e la progressione della disabilità, due risultati importanti che hanno un impatto notevole sulla storia di malattia e sulla qualità di vita dei pazienti". A spiegarlo è Giancarlo Comi, Direttore dell'Istituto di Neurologia Sperimentale dell'Ospedale San Raffaele di Milano, secondo cui "un aspetto innovativo è, oltre all'efficacia, il buon profilo di sicurezza e tollerabilità del nuovo farmaco".

Un'arma contro il flagello della sclerosi - Sono oltre 70mila gli italiani costretti a convivere con la sclerosi multipla, con 2000 nuovi casi ogni anno e un'incidenza tra le donne pari a due volte e mezza quella tra gli uomini. La progressione della malattia comporta un'alterazione della guaina mielinica, che a sua volta compromette la capacità delle fibre nervose di condurre gli impulsi elettrici che regolano le varie funzioni dell'organismo. "Le lesioni della guaina mielinica hanno un'iniziale natura infiammatoria - dice Carlo Pozzilli, Ordinario di Neurologia presso l'Università La Sapienza di Roma - che può evolvere in una fase cronica con perdita di tessuto nervoso e danno irreversibile. Ma si ritiene che il dimetilfumarato sia in grado di attivare un particolare meccanismo di difesa dell'organismo che permette di contrastare l'infiammazione e lo stress ossidativo causato dalla malattia".

Contro altre malattie - L'azione antinfiammatoria di questa molecola, secondo Comi, potrebbe rivelarsi utile anche nei casi di malattie neurodegenerative, come per l'ictus e malattie gastrointestinali croniche. Il farmaco - già approvato negli Usa, Canada e Australia, oltre che a gennaio 2014 nell'Unione Europea - è stato sperimentato da oltre 135mila persone. Si attende ora il suo inserimento nei prontuari terapeutici regionali, che consentirà la sua effettiva disponibilità nei centri italiani.

 

FONTE: http://www.tgcom24.mediaset.it/salute/approvato-nuovo-farmaco-contro-sclerosi-multipla-sara-distribuito-in-fascia-a_2099959-201502a.shtml

Sono oltre 3 milioni le persone colpite, in età adulta o geriatrica, da problemi quali afasia, disartria o, ancora, problemi cognitivi comportamentali e demenza. Disturbi di comunicazione invalidanti, dal forte impatto funzionale e socio-relazionale. Primo fra tutti la difficoltà di articolazione verbale ‘acquisita’, successiva cioè a una lesione cerebrale traumatica, disabilità, ictus, o altre implicazioni di natura neurologica.
 
Eppure, se non risolvibile, la funzionalità verbale è terapeuticamente migliorabile, anche con esiti sensibili: grazie a una riabilitazione logopedica, costante e mirata alla natura, all’intensità, alla gravità del problema e della disfunzione, effettuata in un contesto di collaborazione con medici specialisti, operatori sanitari, famigliari e care-giver.
 
Per sensibilizzare la popolazione sulla “difficoltà di parola” parte oggi, in occasione della Giornata Europea della Logopedia, “Posso ancora dire la mia!”, una iniziativa della Federazione dei Logopedisti Italiani. Dal 9 al 13 marzo esperti logopedisti saranno on-line dalle 10 alle 12, al numero 049.8647936, per rispondere a domande, dubbi e richieste sulla difficoltà di parola e le sue implicazioni.

“Sono oltre 3 milioni – spiega Tiziana Rossetto, presidente della FLI – gli italiani affetti da un disturbo comunicativo acquisito, ovvero a carico della comunicazione e del linguaggio che si manifesta a seguito di una lesione cerebrale non di natura congenita, ma  causata da un trauma o malattia degenerativa  immediatamente post-natale o nel corso della vita, da una condizione di disabilità, generalmente permanente e spesso di grave entità che compromette in modo significativo la qualità della vita quotidiana in ambito sociale e relazionale, o ancora derivanti da ictus, encefaliti e meningiti e/o altre patologie di natura cerebrale”.
 
Tutte condizioni serie che hanno come implicazione il sensibile e progressivo declino a carico del funzionamento cognitivo, compresi i disturbi del linguaggio, memoria, attenzione, delle funzioni esecutive, ma anche modificazioni della personalità, del giudizio, dell’umore o della consapevolezza dei propri disturbi. Nonostante la compromissione dello stato di benessere e di salute generale della persona, tuttavia è possibile agire efficacemente sulla riacquisizione della facoltà di parola con una riabilitazione logopedica che, in taluni casi, può portare anche esiti importanti.
 
“L’obiettivo della riabilitazione logopedica – aggiungono Giuseppe Mancini e Rossella Muo, logopedisti FLI esperti in Neuroscienze – attuata in team con altri professionisti sanitari, è quello di ristabilire la massima autonomia possibile e la miglior qualità di vita possibile di chi è affetto da un disturbo della comunicazione, incrementando la piena partecipazione dell’individuo alle attività di vita quotidiana, tenendo conto del fatto che queste patologie possono lasciare segni e ripercussioni destinati a durare per tutta la vita”.
 
Da qui l’importanza di garantire programmi riabilitativi studiati ‘su misura’, ovvero essere attentamente calibrati sulla persona, sulle sue specifiche necessità comunicative e con differenti obiettivi, nel rispetto anche del contesto  sociale e famigliare.
 
“La nostra iniziativa “Posso ancora dire la mia!” – conclude Rossetto – ha come obiettivo la sensibilizzazione e l’informazione sui possibili disturbi di interesse logopedico, da quelli della comunicazione e delle funzioni orali fino alla deglutizione, con particolare attenzione alla prevenzione, alle possibilità riabilitative, ai diritti del malato. Ci rivolgiamo a tutti – pazienti, medici di medicina generale e specialisti, logopedisti, professionisti sanitari della riabilitazione e/o di coloro che normalmente hanno a che fare con la comunicazione, come gli insegnanti ad esempio, autorità locali e nazionali, la popolazione in generale – perché la parola sia sempre meno un ‘disturbo’ e sempre più una reale occasione di comunicazione”.

 

FONTE: http://www.quotidianosanita.it/lavoro-e-professioni/articolo.php?articolo_id=26473

Esiste una via alimentare per la prevenzione dell'Alzheimer? Molti ricercatori ne sono convinti, tanto che il Policlinico Gemelli di Roma e l'Ospedale Fatebenefratelli presso l'Isola Tiberina hanno organizzato un Congresso internazionale intitolato “Approccio non convenzionale alla malattia di Alzheimer: dalla ricerca alla cura".
Nel corso dei lavori, uno chef pluristellato, Heinz Beck, ha presentato una ricetta basata sulle indicazioni fornite dai ricercatori. La ricetta è una ricciola marinata all'aceto balsamico bianco con neve di melograno.
Giacinto Miggiano, direttore dell'Unità di Dietetica del Policlinico Gemelli, ne spiega le proprietà anti-Alzheimer: “si tratta di un piatto dalle qualità organolettiche e nutrizionali particolari ad elevato contenuto di acidi grassi omega 3, di vitamine B1 e B6, altre vitamine (B12), e a ridotto contenuto di rame, indicato nelle persone con malattia neurodegenerativa, che tiene conto delle indicazioni supportate da studi scientifici eseguiti anche su campioni numerosi di popolazione".


Le indicazioni alimentari valide soprattutto per gli anziani prevedono un largo uso di frutta e verdura e una dose adeguata di vitamina E e vitamina B12.
L'alimentazione per prevenire l'Alzheimer è da sempre un interessante campo di ricerca. È in corso ad esempio un progetto di ricerca dell'Istituto Neurologico Besta di Milano per l'analisi degli effetti scaturiti da una speciale dieta “salva memoria”, basata ovviamente sui principi della dieta mediterranea.
I ricercatori del Besta, in collaborazione con il Policlinico, l'Istituto nazionale tumori e il San Raffaele di Milano, stanno testando il regime alimentare messo a punto su 350 volontari con età massima di 85 anni. I soggetti che fanno parte del campione si trovano nella fase immediatamente precedente l'insorgenza della patologia, come spiega Fabrizio Tagliavini, coordinatore della sperimentazione: “un'area grigia in cui si registrano episodi di declino cognitivo lieve e i biomarcatori del liquor cerebrospinale segnalano l'inizio di una situazione anomala, con tassi ridotti di proteina beta-amiloide (che segnalano il fatto che si è innescato il processo di deposizione nelle placche cerebrali responsabile dei danni alla memoria) e livelli innalzati di proteina Tau".


Secondo il progetto di ricerca, i pazienti verranno attivamente coinvolti frequentando corsi di cucina e mangiando almeno due volte alla settimana insieme ai ricercatori, sempre sulla base della dieta preparata, definita dagli stessi “dieta mediterranea 'rigorosa', integrata con elementi macrobiotici".
Si tratterà di un regime alimentare ipocalorico fondato sul consumo di “cereali integrali (pane, pasta e riso che contiene alcuni polifenoli antinfiammatori), legumi come fonte proteica primaria, pesce e qualche latticino (yogurt e formaggi freschi)", spiega Patrizia Pasanisi dell'Unità di medicina preventiva e predittiva dell'Int.


Del resto non è la prima volta che l'alimentazione assurge a fattore preventivo dell'Alzheimer. Modificare la propria alimentazione riducendo l'apporto di grassi saturi, infatti, può prevenire il rischio di sviluppare la demenza che precede l'Alzheimer (AD). Questo modello alimentare tuttavia non sarebbe in grado di esercitare un'influenza positiva quando si è già in presenza di sintomi di difficoltà cognitiva.
Lo sostiene una ricerca pubblicata su Archives of Neurology, sulle cui pagine gli autori avvertono: “un approccio più proficuo per lo studio dei fattori dietetici nell'AD potrebbe comportare l'utilizzo di interventi dietologici globali, che hanno validità ecologica maggiore e preservano l'ambiente nutrizionale in cui si verifica il consumo di grassi e carboidrati".


Scienziati del Veterans Affairs Puget Sound Health Care System di Seattle, guidati da Jennifer L. Bayer-Carter, hanno messo a paragone due tipi di regimi alimentari, uno con alto contenuto di grassi saturi e di carboidrati semplici, l'altro con basso contenuto degli stessi. Gli effetti sono stati valutati su un gruppo di 20 pazienti anziani sani e 29 anziani che mostravano una compromissione cognitiva lieve amnestica (aMCI), una condizione che preannuncia l'insorgenza della patologia. Durante lo studio, durato quattro settimane, 24 partecipanti hanno seguito la dieta ad alto contenuto di grassi e 25 quella a basso contenuto. I ricercatori hanno quindi testato le prestazioni dei volontari in vari test mnemonici, oltre ai livelli di biomarcatori come l'insulina, la glicemia, i componenti del liquido cerebrospinale e il colesterolo. Fra gli individui sani la dieta a basso contenuto di grassi ha determinato una riduzione di alcuni biomarcatori nel liquido cerebrospinale e i livelli di colesterolo totale, mentre lo stesso effetto non si è registrato fra chi soffriva già di aMCI. Secondo i ricercatori, “i risultati indicano che per gli adulti sani la dieta ALTA ha spinto i biomarcatori CSF in una direzione che può caratterizzare una fase presintomatica di AD. Gli effetti terapeutici di lungo termine dell'intervento dietetico possono essere una strada promettente da esplorare", concludono gli autori. "Inoltre, l'identificazione dei cambiamenti fisiopatologici alla base degli effetti dietetici possono rivelare importanti bersagli terapeutici da modulare attraverso la dieta o un intervento farmacologico mirato".

 

FONTE: http://www.italiasalute.it/8861/pag2/Ecco-ricetta-anti-Alzheimer.html

"Le malattie croniche in evoluzione creano sempre l'esigenza dell'assistenza. Sono infatti patologie che non procedono quasi mai verso la guarigione e che accompagnano molti anziani fino alla fine. Qualcuno potrebbe pensare che sono perciò malattie che lasciano i pazienti senza speranza. Può accadere, ma è proprio ciò che dobbiamo evitare. La vita, anche in età avanzata, ha infatti sempre un futuro. E questo futuro bisogna capirlo, afferrarlo e volerlo".  Il presidente della Pontificia Accademia per la Vita, il vescovo Ignacio Carrasco de Paula, presenta la tematica dell'imminente Assemblea Plenaria dell'organismo vaticano, in programma dal 5 al 7 marzo nell'Aula Nuova del Sinodo e caratterizzata da un Workshop aperto al pubblico nella giornata di venerdì 6. La Plenaria avrà come tema "L'assistenza agli anziani e le cure palliative", con l'obbiettivo di avvicinare scienza e fede al servizio di tutti coloro che aiutano gli anziani o hanno bisogno di cure palliative.

 

Gli anziani come sapienti

"Quando si assistono persone anziane nella fase del fine vita - spiega mons. Carrasco de Paula - bisogna tenere conto soprattutto che sono persone che hanno una lunga vita dietro le spalle. Bisogna considerarli come dei sapienti, dei saggi, persone che hano vissuto tante esperienze e sono in grado, più di quanto uno possa sospettare, di interpretare in modo giusto anche questa nuova esperienza che si presenta in un momento particolarmente delicato". 

 

Aumentano i pazienti bisognosi di cure palliative

"Le cure palliative sono una realtà piuttosto recente. Sono nate in un'epoca in cui l'attenzione etica è stata, e continua a essere, molto forte. Quindi, in generale, non possiamo lamentarci di come sono gestite. Il vero problema è l'aumento continuo dei pazienti anziani bisognosi, non solo di un accompagnamento, ma proprio di cure specifiche per alleviare i sintomi che possono accompagnare l'invecchiamento. Con il prolungarsi dell'età media è sempre più probabile che un anziano contragga in età avanzata una malattia che lo accompagnerà fino alla fine dei suoi giorni. E in tutti questi casi è necessario assicurare a queste persone una qualità di vita che sia accettabile".  

 

Riconoscere nell'anziano malato una persona

Il Workshop in programma durante la Plenaria dell'Accademia per la Vita si occuperà anche delle relazioni interpersonali dell'anziano bisognoso di cure, in famiglia, nella società, in ospedale. "Ritengo che questo sia l'aspetto centrale di questa problematica", spiega il Presidente dell'Accademia Pontificia. "Tenendo conto però - precisa - che prima ancora di vedere nell'anziano una persona bisognosa di cure, bisogna vedere in lui una persona e basta". "L'anziano non deve essere considerato un optional nella società, ma fino alla fine è un soggetto. E ciò non solo riguardo alla sua dignità, ma anche rispetto alle sue reali possibilità di continuare a essere protagonista non solo della sua vita, ma  anche di quella che condivide con molte altre persone, nella famiglia, nella società, nel lavoro". 

 

Una pastorale programmata

"Non c'è dubbio che, specie negli ultimi dieci anni, si siano fatti passi in avanti enormi nel campo delle cure palliative", spiega Carrasco de Paula. "Soltanto dieci, quindici anni fa, questo tipo di cure erano molto più marginali di adesso". "Certo, bisogna fare sempre di più. Perché oggi gli anziani sono i primi candidati  - come dice Papa Francesco - a essere vittime della cultura dello scarto". "Dal punto di vista spirituale - aggiunge il vescovo - è importante stabilire una pastorale programmata rivolta agli anziani". "Se infatti, quando una persona è giovane, la malattia è un evento inatteso, nel caso degli anziani è possibile prevedere una pastorale specifica per accompagnarli nella fase del fine vita, in presenza di malattie croniche". "Come dice il Vangelo 'La messe è molta ma gli operai sono pochi'. Quindi ci sono dei limiti, ma sul problema oggi c'è una coscienza particolarmente viva nella Chiesa".

 

Eutanasia e uso proporzionato dei mezzi terapeutici

Alcuni articoli di giornale hanno denunciato il ricorso all'eutanasia in alcuni ospedali italiani, anche nei casi di anziani nella fase di fine vita. "In queste circostanze -  commenta mons. Carrasco de Paula - bisogna essere molto cauti. Ci sono infatti alcuni interventi medico-sanitari, nei casi di pazienti anziani o di malati terminali, che a un certo punto si rivelano inefficaci e si debbono interrompere, perché creano più disagio che aiuto. In questo caso non si può parlare di scelte eutanasiche". "Sul tema - spiega il presidente della Pontificia Accademia per la Vita - c'è un documento del 1980 molto efficace e preciso della Congregazione per la dottrina della fede, purtroppo poco conosciuto". "Nella seconda parte del documento si spiega bene in cosa consiste un uso proporzionato dei mezzi terapeutici. In alcuni casi si possono interrompere, quindi, determinate cure. Quello che non si può fare mai, dal punto di vista etico, è interrompere le cure di base: quelle di cui hanno bisogno tutti, sia i pazienti che i medici, come la nutrizione, l'idratazione, l'igiene, ecc.. Il guaio è che spesso non si è capaci di individuare quali sono queste cure di base, che pure il documento descrive bene. Nel caso di un anziano che non può provvedere a sé stesso, queste cure gli vanno senz'altro offerte fino alla fine". "Pertanto - conclude il vescovo - dobbiamo fare molta attenzione  a non interpretare l'interruzione di certe cure come abbandono del malato o dell'anziano. Il pericolo dell'abbandono c'è sempre in campo medico, specie nei casi di pazienti per così dire ostici. Ma possiamo dire che in paesi mediterranei come l'Italia e la Spagna oggi non abbiamo molti poblemi di vera eutanasia".

 

FONTE: http://it.radiovaticana.va/news/2015/03/03/accademia_per_la_vita_gli_anziani_persone_fino_alla_fine/1126776

La notizia dei sorprendenti risultati di uno studio inglese che ha curato pazienti affetti da sclerosi multipla con un trapianto di cellule staminali del sangue, non ha sopreso per niente Giovanni Mancardi, dell'Università degli Studi di Genova, presidente del prossimo Congresso della Società italiana di Neurologia, autore, insieme a Riccardo Saccardi dell’Azienda Universitaria-Ospedaliera Careggi di Firenze, di uno studio appena pubblicato sulla rivista Neurology. "Sono 15-20 anni che si lavora con questa tecnica di trapianto autologo nelle malattie autoimmuni", dice. "Si distrugge il sistema immune che non funziona con la chemioterapia e lo si ricostituisce trapiantando cellule staminali ematopoietiche prelevate dal paziente stesso".

 

"Trattandosi di un trapianto autologo", spiega Mancardi "ci sono meno rischi da un lato, ma dall'altro è probabile che la malattia non sia eradicata totalmente". Ma avete riscontranto anche voi i miglioramenti che i colleghi inglesi hanno definito "miracolosi"? "Il nostro studio ha risultati attendibili in maniera certa, perché è uno studio randomizzato nel quale metà dei pazienti selezionati in modo casuale seguivano le terapie classiche e l'altra metà quella con il trapianto di staminali. Ma il nostro lavoro non era focalizzato sulla clinica bensì sulla risonanza magnetica, cioè su quello che con questo esame si può rilevare circa la progressione della malattia".

 

"Non posiamo dire che gente che è in carrozzella da 10 anni può tornare a camminare", avverte Mancardi. "Quello con le staminali resta comunque un approccio molto efficace, e questo lo si sa già da molto tempo, nelle forme più gravi e che evolvono rapidamente. Può darsi che un paziente che è in sedia a rotelle da sei mesi se risponde bene alla terapia possa recuperare rapidamente fino a camminare".

 

Gli scienziati inglesi avvertivano che questa terapia, dovendo annientare il sistema immunitario prima di ricostruirlo, non è adatta a tutti, ma soltanto a persone con una forma fisica che li metta in grado di reggere lo shock. Spiega Mancardi: "Parliamo di una terapia per persone con una forma molto grave della malattia. La terapia ha un rischio di mortalità pari al 3-5%, quindi non la si può fare a tutti. Solo a quelli con queste forme rapidamente evolutive che non rispondono ai farmaci tradizionali". Di quanti malati stiamo parlando? "Circa il 5-10% della popolazione. In Italia i malati sono 60.000 quindi tra le 3.000 e le 6.000 persone".

 

I risultati migliori che si sono ottenuti in 15 anni di sperimentazione sui 9 pazienti che nell'ambito dello studio sono stati sottoposti alla terapia? "Dalla risonanza magnetica nella maggior parte dei casi non risultano più aree di infiammazione: dopo 2-4 anni non c'è attività di malattia". In pratica la terapia ha ridotto l'attività della malattia in maniera molto più significativa di quanto non abbia fatto il trattamento con mitoxantrone, somministrato agli altri 12 partecipanti. Chi ha ricevuto il trapianto di cellule staminali presentava l'80% in meno di nuove lesioni cerebrali, chiamate lesioni T2, rispetto ai pazienti che hanno ricevuto mitoxantrone.

 

Visto che lo studio italiano è di fase 2, che cosa prevede la fase 3? "La fase successiva dovrà per forza coinvolgere anche l'Europa e gli Stati Uniti, occorrono una popolazione più ampia e un end point clinico: la mancata progressione di malattia. Questo comporta difficoltà organizzative non banali". Intanto però a Genova e Firenze sono un centinaio i pazienti già curati con la terapia con le staminali ematopoietiche, i cui uso è stato approvato dal comitato etico interno ai rispettivi ospedali universitari.

 

FONTE: http://www.panorama.it/scienza/salute/sclerosi-multipla-staminali-italia-gia-avanti/

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