La guardia di Finanza nelle corsie degli ospedali del Savonese. Nel mirino l’assistenza non sanitaria ai malati svolta da assistenti esterni che vengono pagati in nero. Quasi duecento sono stati i casi irregolari scoperti dalle fiamme gialle negli ospedali San Paolo, Santa Corona di Pietra Ligure, San Giuseppe di Cairo e di Albenga. Badanti «assunti» per accudire soprattutto di notte i malati oppure aiutarli a mangiare. Assistenti ben visibili in ospedale con i loro gilet gialli, ma invisibili per il Fisco. Fantasmi. Che è anche così che la guardia di Finanza ha chiamata l’operazione.

«Operazione- si legge in una nota della Finanza - che ha fatto luce su uno strutturato sistema congegnato da due società, una ditta individuale ed una cooperativa sociale che hanno fornito con lavoratori “in nero” prestazioni “non sanitarie aggiuntive” (assistenza non specialistica fornita ai ricoverati da persone assunte dal paziente e/o da suoi familiari per mera compagnia, aiuto durante l’alimentazione, etc.) all’interno dei reparti dei quattro maggiori ospedali della provincia di Savona ricompresi nella circoscrizione dell’A.S.L.2 (S. Corona di Pietra Ligure, S.M. della Misericordia di Albenga, S. Paolo di Savona e S. Giuseppe di Cairo Montenotte).

«I lavoratori irregolari svolgevano la loro attività - prosegue la nota - per lo più durante la notte e nonostante indossassero un vistoso gilet giallo sono rimasti, per oltre due anni, del tutto “invisibili” agli enti previdenziali, lavorativi e fiscali, proprio come dei fantasmi. Sono state 188 le posizioni irregolari rilevate. I quattro datori di lavoro non avevano posto in essere, infatti, nessuno degli adempimenti previsti dalla vigente normativa in materia di lavoro subordinato, previdenziale e fiscale».

 

Per i militari è risultata decisiva l’acquisizione dei registri di accesso notturno alle corsie ospedaliere dal 2016 ad oggi. Ciò ha permesso di vagliare oltre 5000 pazienti e di far luce su un vasto business illecito. In questi casi le sanzioni per le quattro imprese responsabili potranno aggirarsi complessivamente su oltre 2 milioni di euro.

« La vigente normativa prevede, infatti, - spiegano ancora alla guardia di Finanza - che le stesse avessero l’onere di versare le ritenute previdenziali e contributive non dichiarate per tutte le posizioni lavorative accertate durante i controlli. Il rilevante importo contestato deriva dall’applicazione della c.d. “Maxi sanzione” sancita dall’art. 3, comma 3 del Decreto Legge n. 12/2002, nel tempo modificato ed integrato: in caso di impiego di lavoratori subordinati senza preventiva comunicazione di instaurazione del rapporto di lavoro a cura del datore di lavoro, si applica una sanzione amministrativa pecuniaria per ogni lavoratore parametrata alla durata della violazione commessa».

Una delle imprese è stata, inoltre, sanzionata per ulteriori 20.000 euro per aver retribuito i lavoratori esclusivamente in contanti (art. 1, comma 913, della Legge 205/2017). Lo sviluppo delle attività ha consentito altresì di far emergere che due delle società controllate hanno emesso fatture nei confronti dei clienti in completa esenzione I.V.A., applicando illecitamente la normativa (più conveniente) prevista per le classiche prestazioni sociosanitarie. Si è proceduto, quindi, ad un corretto ricalcolo dell’imposta evasa ed al recupero di I.V.A. attivando i competenti uffici dell’Agenzia dell’Entrate».

 

FONTE: https://www.lastampa.it/2019/01/15/savona/assistenza-in-nero-dei-pazienti-blitz-della-guardia-di-finanza-sAh3Vkb268E9HYNTxZxhEM/pagina.html

Le persone con disabilità hanno diritto all’esenzione del bollo auto sia quando questa è intestata a loro sia quando è intestata al familiare di cui risultano fiscalmente a carico. Qui vediamo in cosa consiste questa agevolazione, quali requisiti, come e a chi inviare il modulo per ottenere l’esenzione del bollo auto per disabili.



COS’E’ L’ESENZIONE DEL BOLLO AUTO - Il diritto all’esenzione del bollo auto fa parte di un insieme di agevolazioni fiscali che, per quanto riguarda il settore auto, comprendono anche l’iva agevolata al 4% sull’acquisto, la detrazione Irpef del 19%, l’esenzione dal pagamento dell’imposta di trascrizione e, appunto, l’esenzione dal pagamento del bollo auto. Questa ultima agevolazione alleggerisce le persone disabili dal pagamento di una tassa (il bolo auto, appunto), al quale sono tenute tutte le persone proprietarie di un veicolo registrato nel PRA (Pubblico Registro Automobilistico).



BENEFICIARI E INTESTATARI - Per poter richiedere l’esenzione dal pagamento del bollo auto, l’intestatario della macchina può essere sia la persona con disabilità, sia il familiare di cui è fiscalmente a carico. Ricordiamo che una persona è considerata fiscalmente a carico entro un reddito annuo di 2840,51 euro (non vanno conteggiate le provvidenze assistenziali come indennità, pensioni o gli assegni erogati agli invalidi civili). L’esenzione può essere concessa anche in caso di auto cointestata tra persona disabile e familiare di cui non sia fiscalmente a carico.  
A seconda del tipo di disabilità possono essere necessarie diverse documentazioni relative lo stato di disabilità o modifiche del veicolo. Lo vediamo qui:



a) Sordi, non vedenti e ipovedenti gravi (residuo visivo non superiore a 1/10)
- non è richiesto adattamento del veicolo
- certificazione attestante la cecità, parziale o assoluta o il sordomutismo, rilasciata da commissioni pubbliche deputate  



b) Disabili con handicap psichico o mentale (titolari di indennità di accompagnamento)
- non è richiesto adattamento del veicolo
- la persona disabile deve essere un invalido civile titolare di indennità di accompagnamento. Sono esclusi quindi i disabili titolari di indennità di frequenza. Iin taluni casi  unitamente al verbale di handicap con connotazione di gravità (art. 3 comma 3, legge 104/1992);



c) Disabili con grave limitazione della capacità di deambulare
- non è richiesto adattamento del veicolo
- è richiesto il riconoscimento dell'handicap con connotazione di gravità (articolo 3, comma 3, legge 104/1992)



d) Disabili affetti da pluriamputazioni
-  non è richiesto adattamento del veicolo
-  è richiesto il riconoscimento dell’handicap con connotazione di gravità (articolo 3 comma 3 della Legge 104)



e) Disabili con ridotte o impedite capacità motorie
- è richiesto adattamento del veicolo



Solo per i disabili con ridotte o impedite capacità motorie è necessario, per fruire dell’esenzione, che il mezzo sia adattato in funzione delle ridotte capacità motorie permanenti della persona che la utilizza. Tra i veicoli adattati alla guida sono compresi anche quelli dotati di solo cambio automatico, purché prescritto dalla commissione medica locale e riportati nella patente di guida o nel foglio rosa.
L’esenzione spetta anche per i veicoli allestiti per il trasporto della persona disabile. In questo caso per poter contare sulle agevolazioni, devono essere opportunamente allestititi con almeno uno degli adattamenti previsti dal Ministero dei Trasporti e cioè:



1. pedana sollevatrice ad azionamento meccanico/elettrico/idraulico;
2. scivolo a scomparsa ad azionamento meccanico/elettrico/idraulico;
3. braccio sollevatore ad azionamento meccanico/elettrico/idraulico;
4. paranco ad azionamento meccanico/elettrico/idraulico;
5. sedile scorrevole - girevole simultaneamente;
6. sistema di ancoraggio delle carrozzelle con relativo sistema di ritenuta (cinture di sicurezza);
7. portiera/e scorrevole/i.



ATTENZIONE – Nei verbali più recenti di invalidità, sordità, cecità civile e handicap possono essere già indicati anche i requisiti che danno diritto alle agevolazioni fiscali per i veicoli. Quando è presente la dicitura Persona con “ridotte o impedite capacità motorie permanenti (articolo 8, legge 27 dicembre 1997, n. 449)” si ha diritto alle agevolazioni fiscali senza obbligo di adattamenti del veicolo. Questo è quanto previsto dal decreto legge 9 aprile 2012, n.5 (legge 4 aprile 2012, n. 35).



NON possono accedere all’agevolazione gli autoveicoli (anche se specificatamente destinati al trasporto dei disabili) intestati ad altri soggetti, pubblici o privati, come enti locali, cooperative, società di trasporto, taxi polifunzionali, ecc.



PER QUALI VEICOLI – L’esenzione spetta solo su un veicolo per volta.  È possibile ottenere nuovamente l’agevolazione per un secondo veicolo solo se il primo, per il quale si è già beneficiato dell’agevolazione, viene venduto o cancellato dal PRA.
Su auto nuove o usate con motore a benzina la cilindrata è fino a 2000 centimetri cubici, e fino a 2800 centimetri cubici quelle con motore diesel.



QUANDO PRESENTARE DOMANDA – Nelle Regioni convenzionate con ACI, la domanda per l’esenzione va presentata entro 90 giorni dalla scadenza del pagamento della Tassa Automobilistica. Il termine, tuttavia, non è perentorio, pertanto un eventuale ritardo nella presentazione della documentazione necessaria non fa perdere il diritto all’agevolazione.



Se ci è stata riconosciuta l’esenzione dal pagamento del bollo auto per il primo anno e non abbiamo sostituito la macchina, non è necessario ripresentare domanda, poiché l’agevolazione è valida anche per gli anni successivi, senza bisogno di rispedire tutta la documentazione.



A CHI SI PRESENTA DOMANDA – La domanda di esenzione del bollo auto disabili va fatta agli uffici collegati al Ministero delle finanze, allegando la documentazione richiesta.



Per le Regioni convenzionate con ACI la domanda può essere presentata presso gli Uffici Provinciali dell’ACI oppure presso le Delegazioni dell’Automobile Club. Dove non presente, la domanda va presentata all’ufficio tributi della propria regione o all’Agenzia delle Entrate.



QUALI DOCUMENTI PRESENTARE – Per ottenere l’esenzione occorre produrre la seguente documentazione:



Domanda di esenzione sottoscritta e datata dall’intestatario o da soggetto legittimato a termini di legge.
Copia della carta di circolazione dalla quale risultano gli eventuali adattamenti necessari al trasporto o (per i titolari di patente) i dispositivi di guida applicati al veicolo
Copia della certificazione rilasciata da una Commissione Medica Pubblica, attestante la patologia che comporta ridotte o impedite capacità motorie (Commissione medica art.3della Legge 104/92, commissione medica pubblica invalidi civili, invalidi sul lavoro, invalidi di guerra).
Copia della patente di guida speciale se l’intestatario è il guidatore (non è richiesta per i veicoli adattati solo nella carrozzeria, da utilizzare per l’accompagnamento e la locomozione dei disabili);
• Atto, anche in copia, attestante che la persona disabile è fiscalmente a carico dell’intestatario del veicolo, o dichiarazione sostitutiva di certificazione, in luogo dell’atto, ove necessario.

 

FONTE: https://www.disabili.com/mobilita-auto/articoli-mobilita-a-auto/esenzione-bollo-auto-disabili-ecco-il-modulo-come-richiederla-e-scadenza

 

False cooperative, agenzie di somministrazione che operano senza autorizzazione, partite Iva aperte all’insaputa delle stesse lavoratrici, fino a stranieri che si improvvisano “ufficio di collocamento” per i connazionali, al di fuori di ogni regola. Le forme dello sfruttamento e del lavoro irregolare nel settore domestico si stanno diversificando ed evolvendo rispetto alla classica “attività in nero” che pure resiste. E vedono sempre più spesso le famiglie non più tanto o solo come le prime beneficiarie dei “vantaggi” illeciti del sommerso, ma vittime esse stesse di nuove modalità di caporalato e insieme della scarsa lungimiranza della classe politica incapace di dare una risposta sul piano fiscale a uno dei nodi più intricati del welfare moderno: l’invecchiamento progressivo.

 

L’ultimo caso di cronaca è dell’altro ieri con l’arresto di due donne, originarie dell’Est Europa, e misure restrittive per altri sette collaboratori di una falsa onlus che reclutava badanti straniere, sequestrando loro il passaporto e facendole lavorare, in maniera irregolare, presso alcune famiglie a Milano, Varese e Torino. Ma non è un episodio isolato. La scorsa estate, ad esempio, la Cgil di Bergamo aveva denunciato il caso di una (falsa) cooperativa che piazzava personale straniero presso le famiglie, inducendo le lavoratrici ad aprire una partita Iva per essere retribuite. Il risultato era che alla cooperativa le ignare famiglie versavano ogni mese dai 1.200 ai 1.500 euro, mentre alle badanti venivano “girati” solo 900 euro mensili sui quali loro dovevano poi togliere anche le imposte. A Modena, invece, agiva un’agenzia polacca, non autorizzata ad operare in Italia secondo quanto accertato dalla Nidil-Cgil, che tramite un giro di cooperative create appositamente collocava persone straniere presso le famiglie con anziani non autosufficienti: alle lavoratrici arrivavano 800 euro netti, i datori di lavoro pagavano quasi il doppio.

 

«Il lavoro nero è molto diffuso e a volte – spiega Giamaica Puntillo, segretaria nazionale di Acli Colf – sono le stesse badanti a riunirsi in cooperative improvvisate per garantire lavoro alle connazionali che arrivano in Italia e finiscono per non ottemperare correttamente a tutte le norme e soprattutto a non rispettare i minimi previsti dal contratto nazionale per le retribuzioni». Al di là delle vere e proprie truffe, infatti, occorre fare i conti in ogni caso con le scarse disponibilità finanziarie e le difficoltà della stragrande maggioranza delle famiglie. «Dopo aver seguito un corso di formazione – racconta Roberta, romana rimasta da tempo senza lavoro e desiderosa di trovare un’occupazione regolare – ho risposto a moltissime inserzioni che chiedevano una badante nella capitale. Oltre a dover scansare Agenzie mascherate e finte cooperative, le offerte di privati che mi sono state fatte erano tutte 'in nero' o 'in grigio' con paghe che variavano da 500 a 700 euro al mese per un servizio praticamente di 24 ore, senza rispetto delle norme sui riposi giornalieri né tanto meno per le 36 ore previste come fermo lavorativo nella settimana. E questo per assistere persone che spesso hanno problemi di Demenza senile, Parkinson o Alzheimer».

 

Il settore, assieme a quello del lavoro domestico e della cura dei bambini, è caratterizzato infatti da un ampio ricorso al nero. Secondo la ricerca “Viaggio nel lavoro di cura”, promossa nel 2017 dalle Acli Colf, tra le badanti coinvolte in mansioni di piccola assistenza medica e para infermieristica (cosa che tra l’altro sarebbe vietata e presenta non pochi rischi), il 33,9% lavora “in nero” e le retribuzioni medie oscillano tra i 1.000 euro mensili di Bologna e i 550 di Benevento. I dati ufficiali dell’Inps contano 886.125 rapporti regolari. Fra questi il 76% riguarda lavoratori di origine straniera, la metà proveniente dall’Est. Le italiane (e gli italiani) sono invece circa 213mila, con un aumento significativo negli ultimi anni. Secondo Assindatcolf, l’associazione che riunisce i datori di lavoro domestico, in realtà nel settore operano circa 2 milioni di persone, di cui appunto 1,2 milioni (il 60%) totalmente sconosciuti a previdenza e fisco. Tanto da creare, calcola l’associazione, un “buco” di 3,1 miliardi di euro nelle casse dello Stato tra mancati e parziali versamenti di Irpef e di contributi. Il comparto, dunque, resta il regno dell’attività 'in nero' o quantomeno 'in grigio', con la denuncia di meno ore di quelle effettivamente prestate dai lavoratori. Un’evasione parziale favorita dal convergente interesse delle due parti: le famiglie per risparmiare sui contributi e i lavoratori sulle tasse. Spesso la scelta di un “male minore”, una sorta di “evasione di necessità” dovuta ai costi tutt’altro che indifferenti che gravano sui figli per la cura dei genitori anziani.

 

In realtà, per far emergere almeno una parte del sommerso una via ci sarebbe: permettere alle famiglie di dedurre dalle dichiarazioni dei redditi l’intero costo che sopportano per stipendi e contributi delle badanti. Le famiglie, infatti, provvedendo in proprio alla cura degli anziani fanno risparmiare il sistema sanitario e dovrebbero riceverne in cambio un riconoscimento. Oggi, invece, questo è decisamente limitato sul piano fiscale: per coloro che assumono una badante, infatti, è prevista la deducibilità dei contributi e una detraibilità degli stipendi decrescente in base al reddito e che si annulla a quota 40mila euro con un massimo di 399 euro. In totale, si resta ben al di sotto dei 1.000 euro l’anno. Decisamente poco, se si considera che i costi totali per una badante con regolare contratto superano i 15mila euro l’anno. Finora, però, la richiesta di aumentare la deducibilità dei costi per l’assistenza è sempre stata respinta, nonostante i benefici per le casse dello Stato, derivanti dall’emersione dal nero, sarebbero certamente superiori alle perdite di gettito dalle famiglie.

 

Anche l’attuale governo ha insistito nell’errore. Persino quando si tratta di contrastare la povertà e favorire l’occupazione. Nella conversione in legge del decreto sul Reddito di cittadinanza, infatti, è stato respinto un emendamento (a firma M5s) che avrebbe incluso le famiglie tra i datori di lavoro che beneficeranno di un bonus se assumono un disoccupato, titolare di sussidio. Alle imprese che lo faranno spetterà, come sgravio contributivo, la differenza tra le 18 mensilità di Rdc previste e quelle già incassate dal disoccupato, fino a un massimo di 780 euro mensili. L’Assindatcolf aveva chiesto ufficialmente in un’audizione in Senato l’applicazione anche alle famiglie di quanto previsto dall’articolo 8 del decreto sul Rdc. E aveva calcolato che il beneficio sarebbe stato di «180 euro al mese nel caso di domestici assunti a tempo pieno, ovvero per 40 ore a settimana, mentre nel caso di una badante convivente, per 54 ore settimanali, si sarebbe arrivati a circa 250 euro». Molto di meno, dunque, del tetto massimo fissato per le imprese. «Lo Stato quindi – fa notare il vicepresidente di Assindatcolf Andrea Zini – avrebbe risparmiato almeno 500 euro al mese per ogni disoccupato che fosse stato assunto dalle famiglie, uscendo così dal programma del Reddito di cittadinanza». E invece, non solo la proposta è stata respinta per una presunta e ingiustificata mancanza di coperture non venendo incontro ai bisogni delle famiglie. Ma, al tempo stesso, non si è favorita l’assunzione di disoccupati in un comparto, quello dei lavoratori domestici, dove non manca l’offerta.

 

Con il paradosso che, in tal modo, legislatori e governo finiscono per lanciare messaggi decisamente negativi: meglio disoccupati con il sussidio che badanti, meglio il 'nero' di un’emersione incentivata.

 

FONTE: https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/badanti-sfruttate-o-in-nero-lemersione-non-viene-favorita

 

Duecento infermieri a chiamata gestiti da studi professionali in modo irregolare nei principali ospedali pubblici e privati, con piattaforme online simili a quelle dei fattorini del cibo a domicilio. E 165 badanti fornite alle famiglie da una falsa cooperativa.

Così, due maxi-operazioni dell’Ispettorato del lavoro di Bologna hanno rivelato due distinte degenerazioni del lavoro nella sanità cittadina. Sfruttando necessità reali delle famiglie e buchi di organico delle strutture, le società gestiscono il personale in un modo che gli ispettori hanno contestato come irregolare chiedendo assunzioni dirette, erogando multe salate e contestando contributi non versati per oltre due milioni di euro.

 

Il primo caso, quello degli infermieri, replica una figura che già esiste negli ospedali: l’infermiere a chiamata. Solo che in questo caso alcuni studi professionali con sede in città, con un bacino di oltre 200 lavoratori, si sostituiscono alle agenzie del lavoro associando come liberi professionisti gli infermieri, che poi sono gestiti con piattaforme online e gruppi Whatsapp che rispondono in diretta alle richieste delle strutture sanitarie. Diversamente dalle agenzie però gli studi non hanno i requisiti per operare sul mercato in questo modo, non assumono gli infermieri e non pagano festivi, straordinari o ferie.

 

Gli infermieri, comunque formati correttamente, finiscono nei principali ospedali pubblici e nelle strutture private (della provincia e fino in Romagna) e in qualche caso gestiscono interi reparti, oppure tutto il turno notturno. L’ispettorato ha quindi chiesto l’assunzione diretta dei 200 lavoratori, contestato il mancato versamento di due milioni di euro di contributi e fatto multe agli studi da 40mila euro ciascuno, che possono raddoppiare nel corso del contenzioso. Ma gli studi hanno contestato le osservazioni e continuato l’attività. "Il problema non è lo stipendio, che è abbastanza alto – spiega il direttore dell’Ispettorato di Bologna, Alessandro Millo – ma il precariato estremo, con professionisti che sono in balìa di chi li chiama e si portano dietro irregolarità nei contributi". I verbali stanno arrivando in questi giorni.

 

Il secondo caso riguarda invece una finta cooperativa con sede in città che gestisce tuttora 165 badanti, impiegate dalle famiglie per seguire anziani e malati in casa o in ospedale. Le badanti, come succede spesso per i facchini nei magazzini della logistica, sono socie sulla carta ma dipendenti nella realtà, tanto che anche in questo caso l’Ispettorato contesta il loro inquadramento scorretto per abbassare i costi, con tredicesime, Tfr e contributi non versati.

"Si fa leva su bisogni concreti delle famiglie, che magari non sanno che assumendo direttamente le lavoratrici potrebbero persino risparmiare", conclude Millo. Le false coop sono uno degli ambiti di attività principali per l’Ispettorato: nel primo trimestre 2019 sono state ispezionate 15 aziende, tra cui quella delle badanti, e 12 sono risultate fuori legge.

 

Purtroppo la cosa non ci lascia sorpresi”, commenta Gaetano Alessi, responsabile della sanità per la Fp Cgil. “Da mesi continuiamo a chiedere alle aziende assunzioni e dignità per lavoratori e lavoratrici – continua – Invece di perseguire la strada della valorizzazione del personale, che passa anche dalla dignità contrattuale, si cerca sempre la via più comoda. Addirittura adesso quella delle App. Anche perché l'infermiere a "chiamata" è più ricattabile, e non può dire mai di no”. Per questo il sindacato torna a chiedere alle aziende sanitarie “un piano di assunzioni straordinario che elimini il precariato dalle corsie degli ospedali”, anche perché considerando le uscite concesse da "Quota 100" ora “sono a rischio anche le ferie estive per i lavoratori e in ricaduta anche i servizi per i cittadini”

 

FONTE: https://bologna.repubblica.it/cronaca/2019/04/03/news/bologna_infermieri_e_badanti_come_riders_arrivano_con_un_app_ma_l_ispettorato_del_lavoro_interviene-223152576/?refresh_ce&fbclid=IwAR3XRN3vrm-4AjCeDsuXRWVziPDWziFjgqCNstC7lyXTWSR-M18954GU2To

 

Nel corso del 2018 si sono concluse le verifiche, iniziate tra il 2016 e il 2017, nei confronti di cooperative che forniscono il servizio di assistenza domiciliare, previo reclutamento di badanti da fornire a famiglie.

 

I controlli disposti unitamente alla Guardia di Finanza e all'INPS, per i quali è stato preso in esame il periodo dal 2014 al 2018, hanno permesso di verificare complessivamente la posizione di 667 lavoratori inquadrati, da 2 cooperative, come collaboratori occasionali o a progetto, per i quali è stata disposta la riqualificazione nel rapporto nella forma tipica del lavoro subordinato.

 

Sono state irrogate sanzioni in materia di tempi di lavoro e tempi di riposo e per la mancata concessione del periodo minimo di ferie annuali. Inoltre è stata contestata l'abusiva somministrazione di manodopera per entrambe le cooperative ispezionate, che ha comportato l'adozione di sanzioni, in entrambi i casi, pari a 50mila euro nel massimo edittale. Infine, il controllo nei confronti di una delle cooperative verificate ha fatto rilevare violazioni in materia di distacco transnazionale, con la relativa adozione di provvedimenti sanzionatori per 169 lavoratori coinvolti e l'adozione di sanzioni per 50mila euro nel massimo edittale. Complessivamente sono state accertate omissioni contributive pari a 3.017.567 euro.

 

FONTE: https://www.ispettorato.gov.it/it-it/notizie/Pagine/ITL-Udine-Pordenone-vigilanza-nelle-cooperative-di-assistenza-alla-persona-09112018.aspx

 

Cerchi un posto da badante? Se sei clandestina e devi lavorare in nero hai trovato le persone giuste. Nove ordinanze di custodia cautelare eseguite ieri, quattro persone in carcere e cinque ai domiciliari. Accuse pesanti: caporalato e favoreggiamento dell’immigrazione illegale. L’indagine, condotta dalla Guardia di finanza e coordinata dalla procura di Varese, ha smantellato un’organizzazione che reclutava personale per una delle funzioni più richieste dalle famiglie italiane. Al vertice dell’agenzia abusiva c’erano due donne: una russa e un’ucraina che dopo essere arrivate in Italia e aver praticato la professione “sul campo” si erano messe in proprio. Gestivano direttamente il lavoro di un folto gruppo di connazionali costrette, letteralmente, a pagare per lavorare. Sino a 700 euro per “iscriversi” all’associazione fantasma. Le persone ingaggiate dovevano anche pagare l’affitto per vivere in alloggi in stato di assoluto degrado.

 

La prima a bucare il muro del silenzio, alla fine dello scorso anno, una delle schiave dell’associazione, con problemi di salute, che aveva denunciato le vessazioni ai finanzieri. Come lei, c’erano altre donne, attirate in Italia con la promessa di un lavoro sicuro attraverso siti Internet, e poi inserite in un giro di badanti in nero, messe a lavorare senza alcuna garanzia al servizio di anziani residenti in Lombardia, tra Varese, Milano e Como, e in Piemonte, in particolare in provincia di Torino. Il tutto in violazione di ogni normativa sul lavoro: zero contributi, niente sicurezza, igiene, nessun orario e stipendi assolutamente inadeguati. L’organizzazione aveva il suo fulcro nel sito Internet, riconducibile alle due principali indagate. L’avevano chiamato “Bada Bene”.

 

Sul sito, gli annunci di chi cercava un lavoro, filmati, a disposizione dei clienti che potevano scegliere, come su un catalogo. Un’operazione di marketing che funzionava. Le badanti sfruttate arrivavano per lo più da Ucraina, Russia e Bielorussia. Soltanto nel periodo fra ottobre e dicembre 2018 sono state impiegate circa cinquanta persone. Tutto era perfettamente organizzato, a partire dalla gestione delle iscrizioni a pagamento all’associazione, con una quota in contanti di 600 euro. Chi voleva, poteva pagare a rate. Ma si trattava in questo caso di sborsare 700 euro in due tranche da 350. Alle badanti, però, veniva requisito in garanzia il passaporto, che non veniva restituito fino al saldo. L’organizzazione si occupava anche di ricevere le telefonate dei clienti, dando istruzioni sulle condizioni da porre alle lavoratrici. Fissava anche incontri con le famiglie, accompagnando le aspiranti assistenti anziani al colloquio. Anche alla casa pensava l’agenzia illegale. Alloggi di fortuna, da pagare fra i 5 e gli 8 euro al giorno, in attesa di trasferirsi a casa dei clienti.

 

FONTE: https://www.ilgiorno.it/varese/cronaca/badanti-in-nero-caporali-1.4525877?fbclid=IwAR2kp4EFYrckJKmudKhA2ZihPzv-MRo4HN8a2reR0UElXGo8KOrtwJdqXO4

 

“I malati affetti da patologie neuro-degenerative non possono essere lasciati soli né possono essere un pensiero esclusivo delle famiglie. Anche la politica deve essere presente e prendere in carico i problemi che quotidianamente affrontano malati e famiglie”: è con questo spirito che è stata inoltrata la proposta di modifica alla legge regionale n. 22 del dicembre 2017 (quella per il sostegno alla non autosufficienza) a firma del consigliere regionale dei Popolari per l’Italia Andrea Di Lucente.

 

La modifica prevede un contributo dedicato a tutti i malati affetti da patologie neurodegenerative progressive. Si tratta di malattie altamente invalidanti per chi ne è colpito e fortemente impattanti anche sull’intera famiglia. Parliamo, ad esempio, di malattie come la Sla, il Parkinson, l’Alzheimer.

 

“In questi mesi ho potuto toccare con mano cosa significa la quotidianità di queste famiglie e come si possono sentire abbandonate dalle istituzioni. Era necessario compiere almeno il primo passo per andare incontro alle esigenze dei malati – ha commentato Andrea Di Lucente -. Emblematico è il caso di Irnerio Musilli, malato di Sla e ormai costretto su una sedia a rotelle, che mi è stato sottoposto il giorno dopo l’insediamento del nuovo consiglio regionale. La sua malattia, sempre più difficile da sostenere, è resa ancora più pesante dalla percezione che non ci sia nessuno a cui potersi rivolgere, nessun interlocutore istituzionale, nessuno che si occupi del suo caso. Abbiamo voluto lanciare un segnale, ovvero che non mi tiro indietro, così come spero che non lo faccia tutto il consiglio regionale, davanti ai problemi di chi, suo malgrado, non può più occuparsi di se stesso. Non è una responsabilità solamente delle famiglie, ma è l’intera società che deve intervenire e farsi carico delle esigenze dei malati, soprattutto in casi così particolari come quello di Irnerio Musilli”.

 

La richiesta di modifica alla norma è solo il primo passo verso una proposta più organica che vada incontro alle esigenze dei malati e delle famiglie. “Penso alla figura del caregiver, ovvero colui che si occupa volontariamente del malato non autosufficiente, e dell’enorme peso che grava sulle spalle di queste persone. Quello che possiamo fare è cercare di snellire le procedure, fornire assistenza, permettere loro di accedere al sostegno psicologico e alla possibilità di vedere riconosciuto il grande lavoro che portano avanti. Una legge nazionale in tal senso dovrebbe esserci, ma è bloccata al Senato da tempo immemore. Nell’attesa di trovare una convergenza politica, però, i malati e le famiglie affrontano continuamente sacrifici, ostacoli. Nell’indifferenza di tutti. Non dovrà più essere così, almeno non in Molise”.

 

Di Lucente rivolge un ringraziamento particolare alla struttura regionale: “C’è stato un grande lavoro d’équipe tra i settori coinvolti negli ultimi mesi. La struttura ha compreso la delicatezza del problema e ha dimostrato una sensibilità ancora più spiccata del solito”.

 

FONTE: https://www.termolionline.it/news/attualita/782728/sla-parkinson-e-alzheimer-malati-mai-piu-lasciati-soli

Il morbo di Alzheimer è una malattia neurodegenerativa a decorso cronico e progressivo che, a causa di un’alterazione delle funzioni cerebrali, provoca il declino progressivo sia della memoria sia delle funzioni cognitive, fino alla perdita completa dell’autonomia. È la causa più comune di demenza nella popolazione anziana dei Paesi ricchi: attualmente si stima ne sia colpita circa il 5% della popolazione al di sopra dei 65 anni e circa il 20% degli ultra-85enni, anche se in rari casi può colpire precocemente intorno ai 50 anni di vita. Prima di manifestarsi in modo evidente, però , l’Alzheimer attraversa una fase che può durare diversi anni, durante la quale, nonostante i sintomi siano minimi, la malattia è al lavoro. Individuare i segnali della presenza dell’Alzheimer già in questa fase aumenta la potenzialità delle cure disponibili e di quelle future, in quanto esse agiscono su un sistema solo parzialmente compromesso e quindi più sensibile al trattamento.

 

Ebbene, da un recente studio, pubblicato su Frontiers in Aging Neuroscience ed effetuato da un team di ricercatori dell’Università di Bologna in collaborazione con professionisti dell’Unità di Neuropsicologia Clinica dell’Arcispedale Santa Maria Nuova di Reggio Emilia, è emerso che i primissimi sintomi dell’Alzheimer sono nascosti tra le pieghe del linguaggio: in alcuni piccoli errori.

 

Nello studio clinico sono stati presi in esame 96 partecipanti, metà dei quali con segni di deterioramento cognitivo lieve, una condizione che può precedere l’insorgere del morbo di Alzheimer. Durante l’esperimento è stato chiesto a ciascun paziente di descrivere a parole prima i dettagli di un’immagine mostratagli, poi una tipica giornata di lavoro e infine l’ultimo sogno che ricordava. Le risposte sono state analizzate utilizzando tecniche di elaborazione del linguaggio in grado di esaminare il ritmo e il suono delle parole, l’uso del lessico e della sintassi e altri dettagli. Confrontando le risposte dei soggetti affetti da deterioramento cognitivo lieve con quelle dei soggetti privi di disturbi, la sfida dei ricercatori era trovare segnali della presenza di deterioramento cognitivo che i test neuropsicologici convenzionali non sono in grado di identificare. Una sfida che, al termine dell’analisi, ha restituito i risultati sperati: gli studiosi sono riusciti a individuare specifiche alterazioni nell’uso della lingua parlata nei pazienti che presentano i primi segni di deterioramento cognitivo. Si tratta, dunque, di un metodo che potrebbe anticipare notevolmente il riconoscimento dell’insorgere della malattia e consentire di attivare così per tempo misure terapeutiche adeguate ad alleviare l’impatto nella vita quotidiana.

 

FONTE: http://salute.ilgiornale.it/news/27965/alzheimer--linguaggio-deterioramento-cognitivo/1.html

 

Le liti sul lavoro domestico che arrivano davanti al sindacato sono in aumento nell’ultimo decennio, del 3-5% all’anno. Lo rivelano le analisi condotte da Domina e Fondazione Moressa. Alla base di queste liti tra le famiglie, da un lato, e colf, baby sitter e badanti ,dall’altro, c’è l’elevato tasso di irregolarità nel settore, che occupa in totale quasi due milioni di addetti , 864.526 regolari e oltre un milione sconosciuti a Inps, Inail e Fisco.

 

La stima Istat di sei domestici irregolari su dieci trova conferma nei controlli dell’Ispettorato nazionale del lavoro, che hanno scoperto prestazioni completamente “in nero” nelle famiglie nel 56,4% dei casi monitorati nel 2015, nel 60,8% nel 2016 e nel 47,3% nel 2017. Un comportamento che può costare caro ai datori, che possono vedersi arrivare richieste di pagamenti arretrati per svariate migliaia di euro.

 

È la “vicinanza” con i lavoratori domestici, che frequentano abitualmente la casa e si prendono cura dei bambini o degli anziani, a indurre le famiglie a non formalizzare il rapporto secondo le regole del contratto nazionale di lavoro, affidandosi ad accordi verbali - a volte poco chiari - e a stipendi versati in contanti. L’indagine «Vertenze nel lavoro domestico: il confine tra legalità e necessità» è realizzata dalla Fondazione Leone Moressa per Domina, l’Associazione nazionale delle famiglie di datori di lavoro domestico. Sarà presentata a Milano il 12 dicembre e fa luce sul tipo di irregolarità che sta alla base delle liti arrivate al sindacato (lo step successivo è il tribunale).

 

I controlli effettuati dall’Ispettorato nazionale del lavoro sui datori di lavoro domestico (1.718 nel 2015, 1.191 nel 2016 e 1.068 nel 2017) rivelano che oltre all’attività totalmente in nero, esiste anche un’area di lavoro grigio, cioè sottoinquadrato o con un orario dichiarato che non corrisponde a quello effettivo. Succede, ad esempio, che una badante assunta per prendersi cura di un anziano non autosufficiente sia inquadrata come una colf addetta alle pulizie, senza esperienza o competenze particolari. A questo inquadramento più basso corrisponde naturalmente una retribuzione oraria inferiore. Nel 2017 il sottoinquadramento dei lavoratori è stato scoperto nel 17,7% dei controlli degli ispettori sulle famiglie-datori di lavoro domestico, rispetto al 6,4% dei casi rilevati nel totale degli altri accertamenti.

 

Un’altra prassi diffusa tra le famiglie e altrettanto rischiosa in caso di controversia con il lavoratore, è quella di dichiarare all’Inps un orario diverso da quello effettivamente svolto, ad esempio la metà delle ore settimanali, versando una parte della retribuzione in nero: il datore risparmia sui contributi e il lavoratore dovrà versare meno imposte sul reddito. Questa prassi è stata riscontrata nel 4,2% delle famiglie ispezionate nel 2017, mentre nel resto degli accertamenti incideva per il 14,6 per cento. Ma nel 2016 erano state riscontrate irregolarità sull’orario di lavoro domestico nel 13,1% delle famiglie, in linea con il 13,8% rilevato nei controlli sugli altri settori. Dopo anni di lavoro con questa prassi, però, può accadere che una persona impiegata come badante chieda pagamenti arretrati riferiti a 54 ore settimanali, per un periodo anche molto lungo, mettendo la famiglia davanti a una richiesta di denaro che può tranquillamente arrivare a 35mila euro.

 

L’indagine di Domina-Fondazione Moressa mette sotto la lente anche il valore economico del lavoro domestico, considerando che l’8,3% delle famiglie italiane ha almeno un collaboratore e che il numero delle badanti - dato anche l’invecchiamento progressivo della popolazione - è cresciuto dell’8% dal 2012 al 2017. La spesa per pagare i servizi di colf, baby sitter e badanti è di 6,9 miliardi all’anno: 5,6 miliardi per le retribuzioni, 0,9 miliardi per contributi e 0,4 miliardi per il Tfr. Se si aggiunge a questa cifra la spesa per retribuire i lavoratori irregolari, secondo Domina si arriva a un totale di 18,96 miliardi.

 

«È evidente - spiega Lorenzo Gasparrini, segretario generale di Domina - quanto sia necessario sostenere le famiglie che assistono a casa le persone anziane e non autosufficienti, facendo risparmiare allo Stato 15 miliardi all’anno. È necessario estendere alle retribuzioni del personale domestico - aggiunge - la deducibilità fiscale oggi prevista solo per i contributi, almeno per le persone non autosufficienti. Una spesa che si ripagherebbe almeno in parte, per lo Stato, con i contributi e con le imposte dei lavoratori che emergerebbero dal nero».

 

FONTE: https://www.ilsole24ore.com/art/norme-e-tributi/2018-11-24/colf-e-badanti-sotto-tiro-su-due-lavora-nero-101903.shtml?uuid=AEsrcDmG&refresh_ce=1

Tre anni di dieta mediterranea, soprattutto ricca di frutta, diminuiscono il rischio di ammalarsi di Alzheimer, questo è quanto sostengono i ricercatori della Edith Cowan University (ECU) che hanno analizzato gli effetti dell'alimentazione sul declino cognitivo, ed ecco cosa hanno scoperto.

La dieta Mediterranea vince sempre.

I ricercatori spiegano che seguire la dieta mediterranea potrebbe ritardare l'insorgenza del morbo di Alzheimer anche di molti anni. Nello specifico gli esperti spiegano che il cibo che fa parte di questo regime alimentare permette di ridurre il tasso di accumulo di beta-amiloide, il peptide costituente le placche amiloidi tipiche dell'Alzheimer.

Soprattutto frutta.

Studi passati hanno già dimostrato i benefici della dieta mediterranea, e quindi del consumo di frutta, verdura, cereali integrali, pesce e olio d'oliva sul declino cognitivo. La nuova ricerca però sottolinea che la frutta è l'alimento che più porta benefici e che è correlato con il ridotto accumulo di beta-amiloide. “Se in generale tutti gli alimenti della dieta mediterranea sembrano aiutare la riduzione del rischio di Alzheimer, il nostro studio ha dimostrato che il consumo di frutta è ciò che apporta i benefici maggiori”, fanno sapere gli scienziati.

Perché la frutta?

Non c'è una risposta definitiva, ma sembrerebbe che il motivo sia legato alla presenza di vitamina C nella frutta, in particolare agrume e fragole. Secondo studi passati, la vitamina C riduce l'accumulo di beta-amiloide negli animali studiati in laboratorio.

Bastano 3 anni

L'altra buona notizia è che non è necessario aver seguito o seguire la dieta mediterranea tutta la vita, bastano infatti 3 anni per ridurre del 60% l'accumulo di beta-amiloide e quindi il rischio di ammalarsi di Alzheimer.

FONTE:

https://scienze.fanpage.it/alzheimer-la-frutta-riduce-il-rischio-di-ammalarsi-bastano-3-anni-di-dieta-mediterranea/
http://scienze.fanpage.it/

Cerco badante

Richiedi un preventivo

E' gratis

Senza impegno ti invieremo un preventivo su misura per le tue esigenze.

Compila i dati

Contatti