Con l'invecchiamento della popolazione il problema dell'assistenza agli anziani è sempre più sentito. Nella gran parte dei casi lasciare la casa dove si è vissuti per una vita è un trauma, ed ecco che molte famiglie si affidano a badanti, persone che vivano con i propri genitori o nonni, offrendo loro assistenza giorno e notte.

Ma il mestiere in questione è sensibile e presuppone un forte legame fiduciario, si tratta infatti di far entrare in casa persone estranee che vivranno 24 ore al giorno con i propri cari. Per questo affidarsi a professionisti è consigliato. Tra i massimi esperti del settore in Italia, c'è Vitassistance, un agenzia di somministrazione di lavoro specialista autorizzata dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali.

 

La Vitassistance lavora nel settore dell'assistenza agli anziani e ai disabili dal 1994 e assume direttamente le colf e le badanti, applicando loro il contratto nazionale del lavoro domestico in base alla specifica posizione.

In questo modo il cliente non ha rapporti contrattuali diretti con le badanti, ma solo con Vitassistance, che si assume ogni responsabilità della gestione del servizio e che si fa carico degli oneri previdenziali e fiscali.

In questo modo la durata del contratto per la famiglia è assai flessibile, il cliente lo può sospendere in qualsiasi momento a seconda delle necessità che sorgono.

 

Ma uno dei vantaggi più grandi offerti da Vitassistance è di eliminare la ricerca fai da te e così facendo la famiglia che cerca aiuto, risparmia tempo e vede aumentare la sicurezza della professionalità della persona che si farà entrare in casa. Si evitano poi tutta un'altra serie di incombenze, come inquadrare la persona prescelta con regolare denuncia all'Inps, all'Inail, alla prefettura, all'ispettorato e all'ufficio di collocamento.

Ci pensa l'agenzia in tutto e per tutto.

Non di rado, poi, succede che dopo i primi giorni il comportamento della badante non sia più accondiscendente come durante il colloquio iniziale; si possono evidenziare richieste ulteriori di denaro o di privilegi, con conseguenti minacce di abbandono; facendo precipitare il malcapitato nella spirale della paura di ricominciare da capo.

Si inizia così un balletto di varie persone che si avvicendano sull'anziano, con gravi squilibri psicologici per quest'ultimo. Il pensiero di fondo dell'azienda è semplice: affidarsi a professionisti per garantire la migliore assistenza agli anziani e ai disabili.

 

Il vantaggio più forte è per l'anziano o il disabile in questione che eviterà di vedere sfilare in casa propria una lunga serie di persone, nel peggiore dei casi incompetenti e truffaldine.

Dall'altra parte i famigliari avranno meno problemi e incombenze da affrontare e delle garanzie in più, il tutto grazie al lavoro ormai quasi ventennale di Vitassistance.

 

Tra i lati più apprezzati dalle famiglie c'è proprio la scomparsa delle mille pratiche burocratiche e delle lunghe giornate passate a fare le trottole da un ufficio all'altro con la paura di non aver fatto le cose come andavano fatte e il rischio di andare incontro a sanzioni, anche pesanti.

In Italia sei lavoratori domestici su dieci sono in nero, per un totale di 1,2 milioni di persone «senza contratto e senza tutele, comprese quelle assicurative dagli infortuni». Sono i numeri elaborati dall'ufficio studi di Assindatcolf e presentati dalla delegazione dell'associazione dei datori di lavoro domestico in un'audizione alla commissione Lavoro della Camera, nell'ambito dell'esame delle proposte di modifica al testo unico sulla salute e sicurezza sul lavoro.

«È urgente e non più rinviabile introdurre la totale deducibilità del costo del lavoro domestico per fare emergere il sommerso e garantire a tutti i lavoratori una giusta copertura assicurativa», dichiara Paola Mandarini di Assindatcolf, convinta che «solo con questa precondizione si potrà parlare di ulteriori benefici contributivi o assicurativi». Mandarini afferma che una badante convivente può arrivare a pesare per 17mila euro l'anno sul bilancio familiare così «per molte famiglie l'unica possibilità di far fronte a una spesa irrinunciabile è ricorrere al lavoro nero o grigio segnalando meno ore di quelle svolte».

FONTE: https://www.avvenire.it/economia/pagine/assindatcolf-in-nero-1-2-milioni-di-badanti

 

La rete dell’assistenza a lungo termine agli anziani, per funzionare bene, deve disporre di servizi di assistenza domiciliare (ADI) e residenzialità assistita (RSA) adeguati e diffusi sul territorio. Essi rappresentano uno dei pilastri su cui si fondano sostegno e cure offerte agli anziani, eppure risultano ancora carenti rispetto ai 14 milioni di anziani residenti in Italia.

Lo dicono i dati del Ministero della Salute che ha ricalcolato al ribasso il numero dei cittadini che nel 2018 hanno beneficiato di questi servizi: solo il 2% degli over-65 è stato accolto in RSA e solo 2,7 anziani su 100 hanno ricevuto cure a domicilio, con incredibili divari regionali: in Molise e in Sicilia più del 4% degli anziani può contare sull’ADI, mentre in Calabria e Valle d’Aosta si stenta ad arrivare all’1%.

“L’ADI, che in Italia cresce troppo lentamente, più lentamente di quanto crescano i cittadini che ne avrebbero bisogno, è il vero cortocircuito di una buona continuità assistenziale. È evidente il ritardo dell’Italia in questo campo, anche rispetto agli altri Paesi europei: per ogni ora di assistenza a domicilio erogata nel nostro Paese, all’estero si arriva anche a 8-10 ore”, spiega Roberto Bernabei, Presidente di Italia Longeva, la Rete Nazionale di Ricerca sull’invecchiamento e la longevità attiva.

 

Quasi 1 italiano su 4 ha più di 65 anni, con una rilevante fetta di popolazione – oltre 2 milioni di persone – che supera gli 85 anni: siamo un popolo longevo, ma in molti casi i nostri anziani sono soggetti fragili, affetti da multimorbilità, cioè la concomitanza di più patologie, con ridotta autosufficienza e costretti all’assunzione contemporanea di più farmaci.

Chi si prende cura di questi pazienti, quando i problemi da gestire sono così tanti, e tutti insieme? Quando i reparti degli ospedali sono sovraffollati o c’è una piccola emergenza e correre al Pronto Soccorso sarebbe eccessivo? C’è una “terra di mezzo” in grado di rispondere a bisogni tanto complessi e diffusi, che si sostanzia in un concetto organizzativo: la continuità assistenziale. Continuità perché mette in comunicazione ospedale, comunità e domicilio, per prendersi cura dei pazienti anziani fragili, indicandogli un percorso e non lasciandoli mai da soli.

È questo il tema al centro della prima Indagine sulla continuità assistenziale in Italia, curata per Italia Longeva da Davide Vetrano, geriatra dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma e ricercatore al Karolinska Institutet di Stoccolma, in collaborazione con la Direzione Generale della Programmazione sanitaria del Ministero della salute, e presentata nel corso della quarta edizione degli “Stati Generali dell’assistenza a lungo termine”, la due giorni di approfondimento e confronto sulle soluzioni sociosanitarie a supporto della Long-Term Care in corso a Roma al Ministero della Salute.

 

Buone pratiche di continuità assistenziale in Italia

 

La ricerca si sofferma su 17 tra le esperienze più virtuose messe in campo dalle Aziende sanitarie locali e ospedaliere in otto regioni (Basilicata, Emilia Romagna, Lazio, Liguria, Lombardia, Marche, Toscana e Umbria). Si tratta di 8 best practice di gestione delle cosiddette dimissioni difficili e 9 modelli efficienti di organizzazione delle reti territoriali.

Esperienze regionali, perché la continuità assistenziale è in primis presenza sul territorio, attraverso l’organizzazione di una rete di servizi sociosanitari capillare, flessibile e facilmente accessibile, in grado di offrire un’assistenza personalizzata e multidisciplinare.

Italia Longeva, nella sua indagine, oltre a descrivere il funzionamento di reti di servizi territoriali a copertura regionale, si sofferma ad analizzare 4 dei percorsi terapeutico-assistenziali più complessi, che riguardano pazienti con demenza, malattia di Parkinson e piaghe da decubito, dai quali emerge l’importanza di disporre di una fitta e ben concertata multidisciplinarietà a livello delle singole Aziende sanitarie.

 

Nelle buone pratiche di continuità assistenziale analizzate, uno dei protagonisti della rete è il medico di medicina generale, che però non agisce più come singolo, ma opera in sinergia con altri colleghi (ad esempio nelle Case della salute) e indossa il camice del medico di reparto (come nel caso degli Ospedali di comunità).

La collaborazione tra i diversi professionisti facilita il ‘viaggio’ del paziente durante i suoi molteplici contatti con la rete territoriale, sgravandolo dalle incombenze legate a prescrizioni, prenotazioni e liste d’attesa. “La continuità assistenziale è una forma di efficientamento del sistema: un servizio concreto per i cittadini, che tende a una migliore assistenza e alla semplificazione dei processi”, commenta ancora il prof. Bernabei.

E l’ospedale? Si occupa delle emergenze e delle patologie acute, ma nelle buone pratiche prese in esame dialoga pure con il territorio per la gestione del rientro in comunità (dimissioni protette). Nei 7 modelli di dimissione protetta analizzati, la sinergia massima tra ospedale e territorio si realizza quando sono le stesse Centrali di continuità territoriali ad entrare in ospedale per prendere in carico il paziente prossimo alla dimissione, o addirittura, quando è l’ospedale stesso che accompagna il paziente durante il processo di dimissione dall’ospedale verso il proprio domicilio continuando a prendersene carico anche dopo.

 

“Una buona continuità assistenziale si delinea già al tempo zero, dall’arrivo in Pronto Soccorso – continua il prof. Bernabei – Quando il paziente esce dall’ospedale non è abbandonato a se stesso, con tutti i relativi oneri burocratici, ma c’è qualcuno che gli semplifica la vita nel rientro in comunità. È il sistema che agisce in una logica proattiva, predisponendo, ad esempio, il trasferimento presso strutture riabilitative e RSA, attivando l’assistenza domiciliare senza che sia il paziente a dover rincorrere uffici comunali e consorzi, o ancora dando all’anziano la possibilità di ricevere farmaci e ausili a domicilio, e prenotare visite di controllo da remoto”.

Un paracadute insomma, che si dispiega sul territorio, ma presuppone l’esistenza di strutture di riferimento per i casi critici, nonché di un’adeguata infrastruttura informatica, senza la quale gli attori della rete non riescono a dialogare: ed è quest’ultima un’altra area di notevole miglioramento, tanto quanto l’utilizzo delle tecnologie (monitoraggio a distanza del paziente, impiego di presidi tecnologici, ecc.), essenziali per realizzare una presa in carico efficace, continuativa e sostenibile.

 

“L’Italia, si sa, viaggia a diverse velocità – conclude il prof. Bernabei – ci sono esempi d’avanguardia, ma pure aree che stentano a decollare. Alcuni snodi della continuità assistenziale risultano ancora insufficienti, giacché la loro efficacia si dovrebbe fondare su una buona organizzazione. Da ciò trae ispirazione il nostro impegno: vogliamo far emergere le esperienze migliori, e mutuarle in zone del Paese sempre più vaste”.

 

FONTE: https://www.insalutenews.it/in-salute/anziani-continuita-assistenziale-e-cure-domiciliari-litalia-viaggia-a-diverse-velocita/

 

 

La guardia di Finanza nelle corsie degli ospedali del Savonese. Nel mirino l’assistenza non sanitaria ai malati svolta da assistenti esterni che vengono pagati in nero. Quasi duecento sono stati i casi irregolari scoperti dalle fiamme gialle negli ospedali San Paolo, Santa Corona di Pietra Ligure, San Giuseppe di Cairo e di Albenga. Badanti «assunti» per accudire soprattutto di notte i malati oppure aiutarli a mangiare. Assistenti ben visibili in ospedale con i loro gilet gialli, ma invisibili per il Fisco. Fantasmi. Che è anche così che la guardia di Finanza ha chiamata l’operazione.

«Operazione- si legge in una nota della Finanza - che ha fatto luce su uno strutturato sistema congegnato da due società, una ditta individuale ed una cooperativa sociale che hanno fornito con lavoratori “in nero” prestazioni “non sanitarie aggiuntive” (assistenza non specialistica fornita ai ricoverati da persone assunte dal paziente e/o da suoi familiari per mera compagnia, aiuto durante l’alimentazione, etc.) all’interno dei reparti dei quattro maggiori ospedali della provincia di Savona ricompresi nella circoscrizione dell’A.S.L.2 (S. Corona di Pietra Ligure, S.M. della Misericordia di Albenga, S. Paolo di Savona e S. Giuseppe di Cairo Montenotte).

«I lavoratori irregolari svolgevano la loro attività - prosegue la nota - per lo più durante la notte e nonostante indossassero un vistoso gilet giallo sono rimasti, per oltre due anni, del tutto “invisibili” agli enti previdenziali, lavorativi e fiscali, proprio come dei fantasmi. Sono state 188 le posizioni irregolari rilevate. I quattro datori di lavoro non avevano posto in essere, infatti, nessuno degli adempimenti previsti dalla vigente normativa in materia di lavoro subordinato, previdenziale e fiscale».

 

Per i militari è risultata decisiva l’acquisizione dei registri di accesso notturno alle corsie ospedaliere dal 2016 ad oggi. Ciò ha permesso di vagliare oltre 5000 pazienti e di far luce su un vasto business illecito. In questi casi le sanzioni per le quattro imprese responsabili potranno aggirarsi complessivamente su oltre 2 milioni di euro.

« La vigente normativa prevede, infatti, - spiegano ancora alla guardia di Finanza - che le stesse avessero l’onere di versare le ritenute previdenziali e contributive non dichiarate per tutte le posizioni lavorative accertate durante i controlli. Il rilevante importo contestato deriva dall’applicazione della c.d. “Maxi sanzione” sancita dall’art. 3, comma 3 del Decreto Legge n. 12/2002, nel tempo modificato ed integrato: in caso di impiego di lavoratori subordinati senza preventiva comunicazione di instaurazione del rapporto di lavoro a cura del datore di lavoro, si applica una sanzione amministrativa pecuniaria per ogni lavoratore parametrata alla durata della violazione commessa».

Una delle imprese è stata, inoltre, sanzionata per ulteriori 20.000 euro per aver retribuito i lavoratori esclusivamente in contanti (art. 1, comma 913, della Legge 205/2017). Lo sviluppo delle attività ha consentito altresì di far emergere che due delle società controllate hanno emesso fatture nei confronti dei clienti in completa esenzione I.V.A., applicando illecitamente la normativa (più conveniente) prevista per le classiche prestazioni sociosanitarie. Si è proceduto, quindi, ad un corretto ricalcolo dell’imposta evasa ed al recupero di I.V.A. attivando i competenti uffici dell’Agenzia dell’Entrate».

 

FONTE: https://www.lastampa.it/2019/01/15/savona/assistenza-in-nero-dei-pazienti-blitz-della-guardia-di-finanza-sAh3Vkb268E9HYNTxZxhEM/pagina.html

Le persone con disabilità hanno diritto all’esenzione del bollo auto sia quando questa è intestata a loro sia quando è intestata al familiare di cui risultano fiscalmente a carico. Qui vediamo in cosa consiste questa agevolazione, quali requisiti, come e a chi inviare il modulo per ottenere l’esenzione del bollo auto per disabili.



COS’E’ L’ESENZIONE DEL BOLLO AUTO - Il diritto all’esenzione del bollo auto fa parte di un insieme di agevolazioni fiscali che, per quanto riguarda il settore auto, comprendono anche l’iva agevolata al 4% sull’acquisto, la detrazione Irpef del 19%, l’esenzione dal pagamento dell’imposta di trascrizione e, appunto, l’esenzione dal pagamento del bollo auto. Questa ultima agevolazione alleggerisce le persone disabili dal pagamento di una tassa (il bolo auto, appunto), al quale sono tenute tutte le persone proprietarie di un veicolo registrato nel PRA (Pubblico Registro Automobilistico).



BENEFICIARI E INTESTATARI - Per poter richiedere l’esenzione dal pagamento del bollo auto, l’intestatario della macchina può essere sia la persona con disabilità, sia il familiare di cui è fiscalmente a carico. Ricordiamo che una persona è considerata fiscalmente a carico entro un reddito annuo di 2840,51 euro (non vanno conteggiate le provvidenze assistenziali come indennità, pensioni o gli assegni erogati agli invalidi civili). L’esenzione può essere concessa anche in caso di auto cointestata tra persona disabile e familiare di cui non sia fiscalmente a carico.  
A seconda del tipo di disabilità possono essere necessarie diverse documentazioni relative lo stato di disabilità o modifiche del veicolo. Lo vediamo qui:



a) Sordi, non vedenti e ipovedenti gravi (residuo visivo non superiore a 1/10)
- non è richiesto adattamento del veicolo
- certificazione attestante la cecità, parziale o assoluta o il sordomutismo, rilasciata da commissioni pubbliche deputate  



b) Disabili con handicap psichico o mentale (titolari di indennità di accompagnamento)
- non è richiesto adattamento del veicolo
- la persona disabile deve essere un invalido civile titolare di indennità di accompagnamento. Sono esclusi quindi i disabili titolari di indennità di frequenza. Iin taluni casi  unitamente al verbale di handicap con connotazione di gravità (art. 3 comma 3, legge 104/1992);



c) Disabili con grave limitazione della capacità di deambulare
- non è richiesto adattamento del veicolo
- è richiesto il riconoscimento dell'handicap con connotazione di gravità (articolo 3, comma 3, legge 104/1992)



d) Disabili affetti da pluriamputazioni
-  non è richiesto adattamento del veicolo
-  è richiesto il riconoscimento dell’handicap con connotazione di gravità (articolo 3 comma 3 della Legge 104)



e) Disabili con ridotte o impedite capacità motorie
- è richiesto adattamento del veicolo



Solo per i disabili con ridotte o impedite capacità motorie è necessario, per fruire dell’esenzione, che il mezzo sia adattato in funzione delle ridotte capacità motorie permanenti della persona che la utilizza. Tra i veicoli adattati alla guida sono compresi anche quelli dotati di solo cambio automatico, purché prescritto dalla commissione medica locale e riportati nella patente di guida o nel foglio rosa.
L’esenzione spetta anche per i veicoli allestiti per il trasporto della persona disabile. In questo caso per poter contare sulle agevolazioni, devono essere opportunamente allestititi con almeno uno degli adattamenti previsti dal Ministero dei Trasporti e cioè:



1. pedana sollevatrice ad azionamento meccanico/elettrico/idraulico;
2. scivolo a scomparsa ad azionamento meccanico/elettrico/idraulico;
3. braccio sollevatore ad azionamento meccanico/elettrico/idraulico;
4. paranco ad azionamento meccanico/elettrico/idraulico;
5. sedile scorrevole - girevole simultaneamente;
6. sistema di ancoraggio delle carrozzelle con relativo sistema di ritenuta (cinture di sicurezza);
7. portiera/e scorrevole/i.



ATTENZIONE – Nei verbali più recenti di invalidità, sordità, cecità civile e handicap possono essere già indicati anche i requisiti che danno diritto alle agevolazioni fiscali per i veicoli. Quando è presente la dicitura Persona con “ridotte o impedite capacità motorie permanenti (articolo 8, legge 27 dicembre 1997, n. 449)” si ha diritto alle agevolazioni fiscali senza obbligo di adattamenti del veicolo. Questo è quanto previsto dal decreto legge 9 aprile 2012, n.5 (legge 4 aprile 2012, n. 35).



NON possono accedere all’agevolazione gli autoveicoli (anche se specificatamente destinati al trasporto dei disabili) intestati ad altri soggetti, pubblici o privati, come enti locali, cooperative, società di trasporto, taxi polifunzionali, ecc.



PER QUALI VEICOLI – L’esenzione spetta solo su un veicolo per volta.  È possibile ottenere nuovamente l’agevolazione per un secondo veicolo solo se il primo, per il quale si è già beneficiato dell’agevolazione, viene venduto o cancellato dal PRA.
Su auto nuove o usate con motore a benzina la cilindrata è fino a 2000 centimetri cubici, e fino a 2800 centimetri cubici quelle con motore diesel.



QUANDO PRESENTARE DOMANDA – Nelle Regioni convenzionate con ACI, la domanda per l’esenzione va presentata entro 90 giorni dalla scadenza del pagamento della Tassa Automobilistica. Il termine, tuttavia, non è perentorio, pertanto un eventuale ritardo nella presentazione della documentazione necessaria non fa perdere il diritto all’agevolazione.



Se ci è stata riconosciuta l’esenzione dal pagamento del bollo auto per il primo anno e non abbiamo sostituito la macchina, non è necessario ripresentare domanda, poiché l’agevolazione è valida anche per gli anni successivi, senza bisogno di rispedire tutta la documentazione.



A CHI SI PRESENTA DOMANDA – La domanda di esenzione del bollo auto disabili va fatta agli uffici collegati al Ministero delle finanze, allegando la documentazione richiesta.



Per le Regioni convenzionate con ACI la domanda può essere presentata presso gli Uffici Provinciali dell’ACI oppure presso le Delegazioni dell’Automobile Club. Dove non presente, la domanda va presentata all’ufficio tributi della propria regione o all’Agenzia delle Entrate.



QUALI DOCUMENTI PRESENTARE – Per ottenere l’esenzione occorre produrre la seguente documentazione:



Domanda di esenzione sottoscritta e datata dall’intestatario o da soggetto legittimato a termini di legge.
Copia della carta di circolazione dalla quale risultano gli eventuali adattamenti necessari al trasporto o (per i titolari di patente) i dispositivi di guida applicati al veicolo
Copia della certificazione rilasciata da una Commissione Medica Pubblica, attestante la patologia che comporta ridotte o impedite capacità motorie (Commissione medica art.3della Legge 104/92, commissione medica pubblica invalidi civili, invalidi sul lavoro, invalidi di guerra).
Copia della patente di guida speciale se l’intestatario è il guidatore (non è richiesta per i veicoli adattati solo nella carrozzeria, da utilizzare per l’accompagnamento e la locomozione dei disabili);
• Atto, anche in copia, attestante che la persona disabile è fiscalmente a carico dell’intestatario del veicolo, o dichiarazione sostitutiva di certificazione, in luogo dell’atto, ove necessario.

 

FONTE: https://www.disabili.com/mobilita-auto/articoli-mobilita-a-auto/esenzione-bollo-auto-disabili-ecco-il-modulo-come-richiederla-e-scadenza

 

False cooperative, agenzie di somministrazione che operano senza autorizzazione, partite Iva aperte all’insaputa delle stesse lavoratrici, fino a stranieri che si improvvisano “ufficio di collocamento” per i connazionali, al di fuori di ogni regola. Le forme dello sfruttamento e del lavoro irregolare nel settore domestico si stanno diversificando ed evolvendo rispetto alla classica “attività in nero” che pure resiste. E vedono sempre più spesso le famiglie non più tanto o solo come le prime beneficiarie dei “vantaggi” illeciti del sommerso, ma vittime esse stesse di nuove modalità di caporalato e insieme della scarsa lungimiranza della classe politica incapace di dare una risposta sul piano fiscale a uno dei nodi più intricati del welfare moderno: l’invecchiamento progressivo.

 

L’ultimo caso di cronaca è dell’altro ieri con l’arresto di due donne, originarie dell’Est Europa, e misure restrittive per altri sette collaboratori di una falsa onlus che reclutava badanti straniere, sequestrando loro il passaporto e facendole lavorare, in maniera irregolare, presso alcune famiglie a Milano, Varese e Torino. Ma non è un episodio isolato. La scorsa estate, ad esempio, la Cgil di Bergamo aveva denunciato il caso di una (falsa) cooperativa che piazzava personale straniero presso le famiglie, inducendo le lavoratrici ad aprire una partita Iva per essere retribuite. Il risultato era che alla cooperativa le ignare famiglie versavano ogni mese dai 1.200 ai 1.500 euro, mentre alle badanti venivano “girati” solo 900 euro mensili sui quali loro dovevano poi togliere anche le imposte. A Modena, invece, agiva un’agenzia polacca, non autorizzata ad operare in Italia secondo quanto accertato dalla Nidil-Cgil, che tramite un giro di cooperative create appositamente collocava persone straniere presso le famiglie con anziani non autosufficienti: alle lavoratrici arrivavano 800 euro netti, i datori di lavoro pagavano quasi il doppio.

 

«Il lavoro nero è molto diffuso e a volte – spiega Giamaica Puntillo, segretaria nazionale di Acli Colf – sono le stesse badanti a riunirsi in cooperative improvvisate per garantire lavoro alle connazionali che arrivano in Italia e finiscono per non ottemperare correttamente a tutte le norme e soprattutto a non rispettare i minimi previsti dal contratto nazionale per le retribuzioni». Al di là delle vere e proprie truffe, infatti, occorre fare i conti in ogni caso con le scarse disponibilità finanziarie e le difficoltà della stragrande maggioranza delle famiglie. «Dopo aver seguito un corso di formazione – racconta Roberta, romana rimasta da tempo senza lavoro e desiderosa di trovare un’occupazione regolare – ho risposto a moltissime inserzioni che chiedevano una badante nella capitale. Oltre a dover scansare Agenzie mascherate e finte cooperative, le offerte di privati che mi sono state fatte erano tutte 'in nero' o 'in grigio' con paghe che variavano da 500 a 700 euro al mese per un servizio praticamente di 24 ore, senza rispetto delle norme sui riposi giornalieri né tanto meno per le 36 ore previste come fermo lavorativo nella settimana. E questo per assistere persone che spesso hanno problemi di Demenza senile, Parkinson o Alzheimer».

 

Il settore, assieme a quello del lavoro domestico e della cura dei bambini, è caratterizzato infatti da un ampio ricorso al nero. Secondo la ricerca “Viaggio nel lavoro di cura”, promossa nel 2017 dalle Acli Colf, tra le badanti coinvolte in mansioni di piccola assistenza medica e para infermieristica (cosa che tra l’altro sarebbe vietata e presenta non pochi rischi), il 33,9% lavora “in nero” e le retribuzioni medie oscillano tra i 1.000 euro mensili di Bologna e i 550 di Benevento. I dati ufficiali dell’Inps contano 886.125 rapporti regolari. Fra questi il 76% riguarda lavoratori di origine straniera, la metà proveniente dall’Est. Le italiane (e gli italiani) sono invece circa 213mila, con un aumento significativo negli ultimi anni. Secondo Assindatcolf, l’associazione che riunisce i datori di lavoro domestico, in realtà nel settore operano circa 2 milioni di persone, di cui appunto 1,2 milioni (il 60%) totalmente sconosciuti a previdenza e fisco. Tanto da creare, calcola l’associazione, un “buco” di 3,1 miliardi di euro nelle casse dello Stato tra mancati e parziali versamenti di Irpef e di contributi. Il comparto, dunque, resta il regno dell’attività 'in nero' o quantomeno 'in grigio', con la denuncia di meno ore di quelle effettivamente prestate dai lavoratori. Un’evasione parziale favorita dal convergente interesse delle due parti: le famiglie per risparmiare sui contributi e i lavoratori sulle tasse. Spesso la scelta di un “male minore”, una sorta di “evasione di necessità” dovuta ai costi tutt’altro che indifferenti che gravano sui figli per la cura dei genitori anziani.

 

In realtà, per far emergere almeno una parte del sommerso una via ci sarebbe: permettere alle famiglie di dedurre dalle dichiarazioni dei redditi l’intero costo che sopportano per stipendi e contributi delle badanti. Le famiglie, infatti, provvedendo in proprio alla cura degli anziani fanno risparmiare il sistema sanitario e dovrebbero riceverne in cambio un riconoscimento. Oggi, invece, questo è decisamente limitato sul piano fiscale: per coloro che assumono una badante, infatti, è prevista la deducibilità dei contributi e una detraibilità degli stipendi decrescente in base al reddito e che si annulla a quota 40mila euro con un massimo di 399 euro. In totale, si resta ben al di sotto dei 1.000 euro l’anno. Decisamente poco, se si considera che i costi totali per una badante con regolare contratto superano i 15mila euro l’anno. Finora, però, la richiesta di aumentare la deducibilità dei costi per l’assistenza è sempre stata respinta, nonostante i benefici per le casse dello Stato, derivanti dall’emersione dal nero, sarebbero certamente superiori alle perdite di gettito dalle famiglie.

 

Anche l’attuale governo ha insistito nell’errore. Persino quando si tratta di contrastare la povertà e favorire l’occupazione. Nella conversione in legge del decreto sul Reddito di cittadinanza, infatti, è stato respinto un emendamento (a firma M5s) che avrebbe incluso le famiglie tra i datori di lavoro che beneficeranno di un bonus se assumono un disoccupato, titolare di sussidio. Alle imprese che lo faranno spetterà, come sgravio contributivo, la differenza tra le 18 mensilità di Rdc previste e quelle già incassate dal disoccupato, fino a un massimo di 780 euro mensili. L’Assindatcolf aveva chiesto ufficialmente in un’audizione in Senato l’applicazione anche alle famiglie di quanto previsto dall’articolo 8 del decreto sul Rdc. E aveva calcolato che il beneficio sarebbe stato di «180 euro al mese nel caso di domestici assunti a tempo pieno, ovvero per 40 ore a settimana, mentre nel caso di una badante convivente, per 54 ore settimanali, si sarebbe arrivati a circa 250 euro». Molto di meno, dunque, del tetto massimo fissato per le imprese. «Lo Stato quindi – fa notare il vicepresidente di Assindatcolf Andrea Zini – avrebbe risparmiato almeno 500 euro al mese per ogni disoccupato che fosse stato assunto dalle famiglie, uscendo così dal programma del Reddito di cittadinanza». E invece, non solo la proposta è stata respinta per una presunta e ingiustificata mancanza di coperture non venendo incontro ai bisogni delle famiglie. Ma, al tempo stesso, non si è favorita l’assunzione di disoccupati in un comparto, quello dei lavoratori domestici, dove non manca l’offerta.

 

Con il paradosso che, in tal modo, legislatori e governo finiscono per lanciare messaggi decisamente negativi: meglio disoccupati con il sussidio che badanti, meglio il 'nero' di un’emersione incentivata.

 

FONTE: https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/badanti-sfruttate-o-in-nero-lemersione-non-viene-favorita

 

Duecento infermieri a chiamata gestiti da studi professionali in modo irregolare nei principali ospedali pubblici e privati, con piattaforme online simili a quelle dei fattorini del cibo a domicilio. E 165 badanti fornite alle famiglie da una falsa cooperativa.

Così, due maxi-operazioni dell’Ispettorato del lavoro di Bologna hanno rivelato due distinte degenerazioni del lavoro nella sanità cittadina. Sfruttando necessità reali delle famiglie e buchi di organico delle strutture, le società gestiscono il personale in un modo che gli ispettori hanno contestato come irregolare chiedendo assunzioni dirette, erogando multe salate e contestando contributi non versati per oltre due milioni di euro.

 

Il primo caso, quello degli infermieri, replica una figura che già esiste negli ospedali: l’infermiere a chiamata. Solo che in questo caso alcuni studi professionali con sede in città, con un bacino di oltre 200 lavoratori, si sostituiscono alle agenzie del lavoro associando come liberi professionisti gli infermieri, che poi sono gestiti con piattaforme online e gruppi Whatsapp che rispondono in diretta alle richieste delle strutture sanitarie. Diversamente dalle agenzie però gli studi non hanno i requisiti per operare sul mercato in questo modo, non assumono gli infermieri e non pagano festivi, straordinari o ferie.

 

Gli infermieri, comunque formati correttamente, finiscono nei principali ospedali pubblici e nelle strutture private (della provincia e fino in Romagna) e in qualche caso gestiscono interi reparti, oppure tutto il turno notturno. L’ispettorato ha quindi chiesto l’assunzione diretta dei 200 lavoratori, contestato il mancato versamento di due milioni di euro di contributi e fatto multe agli studi da 40mila euro ciascuno, che possono raddoppiare nel corso del contenzioso. Ma gli studi hanno contestato le osservazioni e continuato l’attività. "Il problema non è lo stipendio, che è abbastanza alto – spiega il direttore dell’Ispettorato di Bologna, Alessandro Millo – ma il precariato estremo, con professionisti che sono in balìa di chi li chiama e si portano dietro irregolarità nei contributi". I verbali stanno arrivando in questi giorni.

 

Il secondo caso riguarda invece una finta cooperativa con sede in città che gestisce tuttora 165 badanti, impiegate dalle famiglie per seguire anziani e malati in casa o in ospedale. Le badanti, come succede spesso per i facchini nei magazzini della logistica, sono socie sulla carta ma dipendenti nella realtà, tanto che anche in questo caso l’Ispettorato contesta il loro inquadramento scorretto per abbassare i costi, con tredicesime, Tfr e contributi non versati.

"Si fa leva su bisogni concreti delle famiglie, che magari non sanno che assumendo direttamente le lavoratrici potrebbero persino risparmiare", conclude Millo. Le false coop sono uno degli ambiti di attività principali per l’Ispettorato: nel primo trimestre 2019 sono state ispezionate 15 aziende, tra cui quella delle badanti, e 12 sono risultate fuori legge.

 

Purtroppo la cosa non ci lascia sorpresi”, commenta Gaetano Alessi, responsabile della sanità per la Fp Cgil. “Da mesi continuiamo a chiedere alle aziende assunzioni e dignità per lavoratori e lavoratrici – continua – Invece di perseguire la strada della valorizzazione del personale, che passa anche dalla dignità contrattuale, si cerca sempre la via più comoda. Addirittura adesso quella delle App. Anche perché l'infermiere a "chiamata" è più ricattabile, e non può dire mai di no”. Per questo il sindacato torna a chiedere alle aziende sanitarie “un piano di assunzioni straordinario che elimini il precariato dalle corsie degli ospedali”, anche perché considerando le uscite concesse da "Quota 100" ora “sono a rischio anche le ferie estive per i lavoratori e in ricaduta anche i servizi per i cittadini”

 

FONTE: https://bologna.repubblica.it/cronaca/2019/04/03/news/bologna_infermieri_e_badanti_come_riders_arrivano_con_un_app_ma_l_ispettorato_del_lavoro_interviene-223152576/?refresh_ce&fbclid=IwAR3XRN3vrm-4AjCeDsuXRWVziPDWziFjgqCNstC7lyXTWSR-M18954GU2To

 

Nel corso del 2018 si sono concluse le verifiche, iniziate tra il 2016 e il 2017, nei confronti di cooperative che forniscono il servizio di assistenza domiciliare, previo reclutamento di badanti da fornire a famiglie.

 

I controlli disposti unitamente alla Guardia di Finanza e all'INPS, per i quali è stato preso in esame il periodo dal 2014 al 2018, hanno permesso di verificare complessivamente la posizione di 667 lavoratori inquadrati, da 2 cooperative, come collaboratori occasionali o a progetto, per i quali è stata disposta la riqualificazione nel rapporto nella forma tipica del lavoro subordinato.

 

Sono state irrogate sanzioni in materia di tempi di lavoro e tempi di riposo e per la mancata concessione del periodo minimo di ferie annuali. Inoltre è stata contestata l'abusiva somministrazione di manodopera per entrambe le cooperative ispezionate, che ha comportato l'adozione di sanzioni, in entrambi i casi, pari a 50mila euro nel massimo edittale. Infine, il controllo nei confronti di una delle cooperative verificate ha fatto rilevare violazioni in materia di distacco transnazionale, con la relativa adozione di provvedimenti sanzionatori per 169 lavoratori coinvolti e l'adozione di sanzioni per 50mila euro nel massimo edittale. Complessivamente sono state accertate omissioni contributive pari a 3.017.567 euro.

 

FONTE: https://www.ispettorato.gov.it/it-it/notizie/Pagine/ITL-Udine-Pordenone-vigilanza-nelle-cooperative-di-assistenza-alla-persona-09112018.aspx

 

Cerchi un posto da badante? Se sei clandestina e devi lavorare in nero hai trovato le persone giuste. Nove ordinanze di custodia cautelare eseguite ieri, quattro persone in carcere e cinque ai domiciliari. Accuse pesanti: caporalato e favoreggiamento dell’immigrazione illegale. L’indagine, condotta dalla Guardia di finanza e coordinata dalla procura di Varese, ha smantellato un’organizzazione che reclutava personale per una delle funzioni più richieste dalle famiglie italiane. Al vertice dell’agenzia abusiva c’erano due donne: una russa e un’ucraina che dopo essere arrivate in Italia e aver praticato la professione “sul campo” si erano messe in proprio. Gestivano direttamente il lavoro di un folto gruppo di connazionali costrette, letteralmente, a pagare per lavorare. Sino a 700 euro per “iscriversi” all’associazione fantasma. Le persone ingaggiate dovevano anche pagare l’affitto per vivere in alloggi in stato di assoluto degrado.

 

La prima a bucare il muro del silenzio, alla fine dello scorso anno, una delle schiave dell’associazione, con problemi di salute, che aveva denunciato le vessazioni ai finanzieri. Come lei, c’erano altre donne, attirate in Italia con la promessa di un lavoro sicuro attraverso siti Internet, e poi inserite in un giro di badanti in nero, messe a lavorare senza alcuna garanzia al servizio di anziani residenti in Lombardia, tra Varese, Milano e Como, e in Piemonte, in particolare in provincia di Torino. Il tutto in violazione di ogni normativa sul lavoro: zero contributi, niente sicurezza, igiene, nessun orario e stipendi assolutamente inadeguati. L’organizzazione aveva il suo fulcro nel sito Internet, riconducibile alle due principali indagate. L’avevano chiamato “Bada Bene”.

 

Sul sito, gli annunci di chi cercava un lavoro, filmati, a disposizione dei clienti che potevano scegliere, come su un catalogo. Un’operazione di marketing che funzionava. Le badanti sfruttate arrivavano per lo più da Ucraina, Russia e Bielorussia. Soltanto nel periodo fra ottobre e dicembre 2018 sono state impiegate circa cinquanta persone. Tutto era perfettamente organizzato, a partire dalla gestione delle iscrizioni a pagamento all’associazione, con una quota in contanti di 600 euro. Chi voleva, poteva pagare a rate. Ma si trattava in questo caso di sborsare 700 euro in due tranche da 350. Alle badanti, però, veniva requisito in garanzia il passaporto, che non veniva restituito fino al saldo. L’organizzazione si occupava anche di ricevere le telefonate dei clienti, dando istruzioni sulle condizioni da porre alle lavoratrici. Fissava anche incontri con le famiglie, accompagnando le aspiranti assistenti anziani al colloquio. Anche alla casa pensava l’agenzia illegale. Alloggi di fortuna, da pagare fra i 5 e gli 8 euro al giorno, in attesa di trasferirsi a casa dei clienti.

 

FONTE: https://www.ilgiorno.it/varese/cronaca/badanti-in-nero-caporali-1.4525877?fbclid=IwAR2kp4EFYrckJKmudKhA2ZihPzv-MRo4HN8a2reR0UElXGo8KOrtwJdqXO4

 

“I malati affetti da patologie neuro-degenerative non possono essere lasciati soli né possono essere un pensiero esclusivo delle famiglie. Anche la politica deve essere presente e prendere in carico i problemi che quotidianamente affrontano malati e famiglie”: è con questo spirito che è stata inoltrata la proposta di modifica alla legge regionale n. 22 del dicembre 2017 (quella per il sostegno alla non autosufficienza) a firma del consigliere regionale dei Popolari per l’Italia Andrea Di Lucente.

 

La modifica prevede un contributo dedicato a tutti i malati affetti da patologie neurodegenerative progressive. Si tratta di malattie altamente invalidanti per chi ne è colpito e fortemente impattanti anche sull’intera famiglia. Parliamo, ad esempio, di malattie come la Sla, il Parkinson, l’Alzheimer.

 

“In questi mesi ho potuto toccare con mano cosa significa la quotidianità di queste famiglie e come si possono sentire abbandonate dalle istituzioni. Era necessario compiere almeno il primo passo per andare incontro alle esigenze dei malati – ha commentato Andrea Di Lucente -. Emblematico è il caso di Irnerio Musilli, malato di Sla e ormai costretto su una sedia a rotelle, che mi è stato sottoposto il giorno dopo l’insediamento del nuovo consiglio regionale. La sua malattia, sempre più difficile da sostenere, è resa ancora più pesante dalla percezione che non ci sia nessuno a cui potersi rivolgere, nessun interlocutore istituzionale, nessuno che si occupi del suo caso. Abbiamo voluto lanciare un segnale, ovvero che non mi tiro indietro, così come spero che non lo faccia tutto il consiglio regionale, davanti ai problemi di chi, suo malgrado, non può più occuparsi di se stesso. Non è una responsabilità solamente delle famiglie, ma è l’intera società che deve intervenire e farsi carico delle esigenze dei malati, soprattutto in casi così particolari come quello di Irnerio Musilli”.

 

La richiesta di modifica alla norma è solo il primo passo verso una proposta più organica che vada incontro alle esigenze dei malati e delle famiglie. “Penso alla figura del caregiver, ovvero colui che si occupa volontariamente del malato non autosufficiente, e dell’enorme peso che grava sulle spalle di queste persone. Quello che possiamo fare è cercare di snellire le procedure, fornire assistenza, permettere loro di accedere al sostegno psicologico e alla possibilità di vedere riconosciuto il grande lavoro che portano avanti. Una legge nazionale in tal senso dovrebbe esserci, ma è bloccata al Senato da tempo immemore. Nell’attesa di trovare una convergenza politica, però, i malati e le famiglie affrontano continuamente sacrifici, ostacoli. Nell’indifferenza di tutti. Non dovrà più essere così, almeno non in Molise”.

 

Di Lucente rivolge un ringraziamento particolare alla struttura regionale: “C’è stato un grande lavoro d’équipe tra i settori coinvolti negli ultimi mesi. La struttura ha compreso la delicatezza del problema e ha dimostrato una sensibilità ancora più spiccata del solito”.

 

FONTE: https://www.termolionline.it/news/attualita/782728/sla-parkinson-e-alzheimer-malati-mai-piu-lasciati-soli

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