Con l'invecchiamento della popolazione il problema dell'assistenza agli anziani è sempre più sentito. Nella gran parte dei casi lasciare la casa dove si è vissuti per una vita è un trauma, ed ecco che molte famiglie si affidano a badanti, persone che vivano con i propri genitori o nonni, offrendo loro assistenza giorno e notte.

Ma il mestiere in questione è sensibile e presuppone un forte legame fiduciario, si tratta infatti di far entrare in casa persone estranee che vivranno 24 ore al giorno con i propri cari. Per questo affidarsi a professionisti è consigliato. Tra i massimi esperti del settore in Italia, c'è Vitassistance, un agenzia di somministrazione di lavoro specialista autorizzata dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali.

 

La Vitassistance lavora nel settore dell'assistenza agli anziani e ai disabili dal 1994 e assume direttamente le colf e le badanti, applicando loro il contratto nazionale del lavoro domestico in base alla specifica posizione.

In questo modo il cliente non ha rapporti contrattuali diretti con le badanti, ma solo con Vitassistance, che si assume ogni responsabilità della gestione del servizio e che si fa carico degli oneri previdenziali e fiscali.

In questo modo la durata del contratto per la famiglia è assai flessibile, il cliente lo può sospendere in qualsiasi momento a seconda delle necessità che sorgono.

 

Ma uno dei vantaggi più grandi offerti da Vitassistance è di eliminare la ricerca fai da te e così facendo la famiglia che cerca aiuto, risparmia tempo e vede aumentare la sicurezza della professionalità della persona che si farà entrare in casa. Si evitano poi tutta un'altra serie di incombenze, come inquadrare la persona prescelta con regolare denuncia all'Inps, all'Inail, alla prefettura, all'ispettorato e all'ufficio di collocamento.

Ci pensa l'agenzia in tutto e per tutto.

Non di rado, poi, succede che dopo i primi giorni il comportamento della badante non sia più accondiscendente come durante il colloquio iniziale; si possono evidenziare richieste ulteriori di denaro o di privilegi, con conseguenti minacce di abbandono; facendo precipitare il malcapitato nella spirale della paura di ricominciare da capo.

Si inizia così un balletto di varie persone che si avvicendano sull'anziano, con gravi squilibri psicologici per quest'ultimo. Il pensiero di fondo dell'azienda è semplice: affidarsi a professionisti per garantire la migliore assistenza agli anziani e ai disabili.

 

Il vantaggio più forte è per l'anziano o il disabile in questione che eviterà di vedere sfilare in casa propria una lunga serie di persone, nel peggiore dei casi incompetenti e truffaldine.

Dall'altra parte i famigliari avranno meno problemi e incombenze da affrontare e delle garanzie in più, il tutto grazie al lavoro ormai quasi ventennale di Vitassistance.

 

Tra i lati più apprezzati dalle famiglie c'è proprio la scomparsa delle mille pratiche burocratiche e delle lunghe giornate passate a fare le trottole da un ufficio all'altro con la paura di non aver fatto le cose come andavano fatte e il rischio di andare incontro a sanzioni, anche pesanti.

La rete dell’assistenza a lungo termine agli anziani, per funzionare bene, deve disporre di servizi di assistenza domiciliare (ADI) e residenzialità assistita (RSA) adeguati e diffusi sul territorio. Essi rappresentano uno dei pilastri su cui si fondano sostegno e cure offerte agli anziani, eppure risultano ancora carenti rispetto ai 14 milioni di anziani residenti in Italia.

Lo dicono i dati del Ministero della Salute che ha ricalcolato al ribasso il numero dei cittadini che nel 2018 hanno beneficiato di questi servizi: solo il 2% degli over-65 è stato accolto in RSA e solo 2,7 anziani su 100 hanno ricevuto cure a domicilio, con incredibili divari regionali: in Molise e in Sicilia più del 4% degli anziani può contare sull’ADI, mentre in Calabria e Valle d’Aosta si stenta ad arrivare all’1%.

“L’ADI, che in Italia cresce troppo lentamente, più lentamente di quanto crescano i cittadini che ne avrebbero bisogno, è il vero cortocircuito di una buona continuità assistenziale. È evidente il ritardo dell’Italia in questo campo, anche rispetto agli altri Paesi europei: per ogni ora di assistenza a domicilio erogata nel nostro Paese, all’estero si arriva anche a 8-10 ore”, spiega Roberto Bernabei, Presidente di Italia Longeva, la Rete Nazionale di Ricerca sull’invecchiamento e la longevità attiva.

 

Quasi 1 italiano su 4 ha più di 65 anni, con una rilevante fetta di popolazione – oltre 2 milioni di persone – che supera gli 85 anni: siamo un popolo longevo, ma in molti casi i nostri anziani sono soggetti fragili, affetti da multimorbilità, cioè la concomitanza di più patologie, con ridotta autosufficienza e costretti all’assunzione contemporanea di più farmaci.

Chi si prende cura di questi pazienti, quando i problemi da gestire sono così tanti, e tutti insieme? Quando i reparti degli ospedali sono sovraffollati o c’è una piccola emergenza e correre al Pronto Soccorso sarebbe eccessivo? C’è una “terra di mezzo” in grado di rispondere a bisogni tanto complessi e diffusi, che si sostanzia in un concetto organizzativo: la continuità assistenziale. Continuità perché mette in comunicazione ospedale, comunità e domicilio, per prendersi cura dei pazienti anziani fragili, indicandogli un percorso e non lasciandoli mai da soli.

È questo il tema al centro della prima Indagine sulla continuità assistenziale in Italia, curata per Italia Longeva da Davide Vetrano, geriatra dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma e ricercatore al Karolinska Institutet di Stoccolma, in collaborazione con la Direzione Generale della Programmazione sanitaria del Ministero della salute, e presentata nel corso della quarta edizione degli “Stati Generali dell’assistenza a lungo termine”, la due giorni di approfondimento e confronto sulle soluzioni sociosanitarie a supporto della Long-Term Care in corso a Roma al Ministero della Salute.

 

Buone pratiche di continuità assistenziale in Italia

 

La ricerca si sofferma su 17 tra le esperienze più virtuose messe in campo dalle Aziende sanitarie locali e ospedaliere in otto regioni (Basilicata, Emilia Romagna, Lazio, Liguria, Lombardia, Marche, Toscana e Umbria). Si tratta di 8 best practice di gestione delle cosiddette dimissioni difficili e 9 modelli efficienti di organizzazione delle reti territoriali.

Esperienze regionali, perché la continuità assistenziale è in primis presenza sul territorio, attraverso l’organizzazione di una rete di servizi sociosanitari capillare, flessibile e facilmente accessibile, in grado di offrire un’assistenza personalizzata e multidisciplinare.

Italia Longeva, nella sua indagine, oltre a descrivere il funzionamento di reti di servizi territoriali a copertura regionale, si sofferma ad analizzare 4 dei percorsi terapeutico-assistenziali più complessi, che riguardano pazienti con demenza, malattia di Parkinson e piaghe da decubito, dai quali emerge l’importanza di disporre di una fitta e ben concertata multidisciplinarietà a livello delle singole Aziende sanitarie.

 

Nelle buone pratiche di continuità assistenziale analizzate, uno dei protagonisti della rete è il medico di medicina generale, che però non agisce più come singolo, ma opera in sinergia con altri colleghi (ad esempio nelle Case della salute) e indossa il camice del medico di reparto (come nel caso degli Ospedali di comunità).

La collaborazione tra i diversi professionisti facilita il ‘viaggio’ del paziente durante i suoi molteplici contatti con la rete territoriale, sgravandolo dalle incombenze legate a prescrizioni, prenotazioni e liste d’attesa. “La continuità assistenziale è una forma di efficientamento del sistema: un servizio concreto per i cittadini, che tende a una migliore assistenza e alla semplificazione dei processi”, commenta ancora il prof. Bernabei.

E l’ospedale? Si occupa delle emergenze e delle patologie acute, ma nelle buone pratiche prese in esame dialoga pure con il territorio per la gestione del rientro in comunità (dimissioni protette). Nei 7 modelli di dimissione protetta analizzati, la sinergia massima tra ospedale e territorio si realizza quando sono le stesse Centrali di continuità territoriali ad entrare in ospedale per prendere in carico il paziente prossimo alla dimissione, o addirittura, quando è l’ospedale stesso che accompagna il paziente durante il processo di dimissione dall’ospedale verso il proprio domicilio continuando a prendersene carico anche dopo.

 

“Una buona continuità assistenziale si delinea già al tempo zero, dall’arrivo in Pronto Soccorso – continua il prof. Bernabei – Quando il paziente esce dall’ospedale non è abbandonato a se stesso, con tutti i relativi oneri burocratici, ma c’è qualcuno che gli semplifica la vita nel rientro in comunità. È il sistema che agisce in una logica proattiva, predisponendo, ad esempio, il trasferimento presso strutture riabilitative e RSA, attivando l’assistenza domiciliare senza che sia il paziente a dover rincorrere uffici comunali e consorzi, o ancora dando all’anziano la possibilità di ricevere farmaci e ausili a domicilio, e prenotare visite di controllo da remoto”.

Un paracadute insomma, che si dispiega sul territorio, ma presuppone l’esistenza di strutture di riferimento per i casi critici, nonché di un’adeguata infrastruttura informatica, senza la quale gli attori della rete non riescono a dialogare: ed è quest’ultima un’altra area di notevole miglioramento, tanto quanto l’utilizzo delle tecnologie (monitoraggio a distanza del paziente, impiego di presidi tecnologici, ecc.), essenziali per realizzare una presa in carico efficace, continuativa e sostenibile.

 

“L’Italia, si sa, viaggia a diverse velocità – conclude il prof. Bernabei – ci sono esempi d’avanguardia, ma pure aree che stentano a decollare. Alcuni snodi della continuità assistenziale risultano ancora insufficienti, giacché la loro efficacia si dovrebbe fondare su una buona organizzazione. Da ciò trae ispirazione il nostro impegno: vogliamo far emergere le esperienze migliori, e mutuarle in zone del Paese sempre più vaste”.

 

FONTE: https://www.insalutenews.it/in-salute/anziani-continuita-assistenziale-e-cure-domiciliari-litalia-viaggia-a-diverse-velocita/

 

 

Il declino cognitivo è uno tra gli aspetti più temuti della vecchiaia. Spaventa l’idea di non riuscire più a compiere le azioni di ogni giorno, l’impossibilità di ricordare date e fatti, l’incapacità di vivere in modo autonomo e indipendente.

Tuttavia, esistono piccoli accorgimenti che possono aiutare a prevenire tale declino. Comportamenti, anche “banali”, da mettere in atto per migliorare la propria memoria. A dirlo è uno studio pubblicato su “Neurology”, la rivista dell’American Academy of Neurology, e condotto dalla Rush University Medical Center di Chicago. Il risultato? Chi si muove di più, anche tra le mura di casa, stimolerebbe meccanismi dall’effetto protettivo, capaci di contrastare l’invecchiamento del cervello e di prevenire così la demenza senile.

 

Lo studio ha coinvolto 454 anziani, di cui 191 affetti da demenza senile; ogni anno, per vent’anni, sono state testate le loro condizioni fisiche e le abilità di memoria e di ragionamento. E, negli ultimi due anni della loro vita (i pazienti sono deceduti ad un’età media di 91 anni, e hanno donato alla ricerca i tessuti cerebrali), con un accelerometo capace di individuare ogni movimento corporeo compiuto nel corso della giornata, è stata monitorata la loro attività fisica.

Ciò che è emerso è che gli anziani che si muovono di più durante il giorno hanno una migliore capacità di ragionamento e una maggiore memoria. Così come gli uomini e le donne con abilità motorie (coordinazione, equilibrio) significative. Ecco dunque che, fare regolare attività fisica, riesce per davvero a proteggere il cervello, aiutando la memoria e le capacità cognitive; e non si tratta di correre, o di andare in palestra, ma di compiere semplici movimenti tra le mura di casa come svolgere le mansioni domestiche o fare brevi “passeggiate” tra le stanze. Gli anziani che compiono tali azioni migliorano dell’8% i punteggi di memoria e ragionamento logico, quando sottoposti a test.

 

Analizzando poi i tessuti cerebrali, i ricercatori hanno fatto un’ulteriore scoperta: anche in presenza di biomarcatori di Alzheimer e demenza, l’equazione maggiore movimento uguale più memoria rimane valida. Muoversi è quindi importantissimo, non solo per restare in forma (e abbassare così il rischio di diabete e malattie cardiovascolari) ma anche per il proprio cervello. Su quali attività puntare? In caso non si possa fare esercizio fisico vero e proprio, come spesso da anziani succede, sono perfette le attività quotidiane: apparecchiare la tavola, fare giardinaggio, camminare, fare la spesa, cucinare. Se invece si potesse andare in piscina o in palestra, le attività da privilegiare sono il nuoto, lo stretching e gli esercizi per aumentare la coordinazione ed esercitare l’equilibrio.

 

FONTE: https://dilei.it/salute/declino-cognitivo-attivita-in-casa-migliorano-la-memoria/582663/

Fiato corto, dolore al petto, febbre alta e tosse. Sono questi i sintomi della polmonite, malattia che ogni anno provoca la morte di circa 11.000 persone in Italia, soprattutto anziani ed è la prima causa di morte per malattie infettive nei Paesi occidentali. Il vaccino che permette di proteggersi dalla causa più frequente di questa malattia, ovvero il batterio Pneumococco, è gratuito dallo scorso anno in Italia per tutte le persone di 65 anni. Ma pochi ancora sono gli anziani che lo sanno e pochissimi quelli che lo fanno.


Circa un quarto dei ricoverati in ospedale con polmonite, secondo uno studio apparso su Lancet, sviluppa complicazioni cardiache e aumenta così del 60% la mortalità a breve termine. A questo si aggiunge il rischio di meningite e sepsi. "Inoltre, anche una volta superata la fase acuta della malattia, le conseguenze possono continuare con una tendenza a sviluppare dispnea, o respirazione difficoltosa", spiega Michele Conversano, presidente di HappyAgeing, Alleanza italiana per l'invecchiamento attivo, e già presidente della Società Italiana di Igiene. "Manca però negli italiani la consapevolezza del rischio e sopratutto la consapevolezza che questo rischio può essere evitato".


Tra le polmoniti, le più frequenti sono quelle di origine batterica che derivano dallo Streptococcus pneumoniae, meglio noto come pneumococco. E proprio contro queste esiste un vaccino che, a partire dallo scorso anno, è offerto gratuitamente a tutte le persone che compiono 65 anni. "Basta effettuarlo una volta per esser protetti tutta la vita - spiega l'esperto - e può essere fatto contestualmente o meno a quello antinfluenzale.
Un motivo in più per vaccinarsi è che proprio lo pneumococco è un batterio che ha sviluppato particolare resistenza agli antibiotici. Quindi la terapia può essere molto lunga e complessa".

 

FONTE: http://www.ansa.it/canale_saluteebenessere/notizie/salute_65plus/medicina/2018/12/06/la-polmonite-causa-11.000-morti-lanno-prevenirla-e-possibile_5b6395c6-4a55-48c3-a7c8-00aec5ce540a.html

 

Tre anni di dieta mediterranea, soprattutto ricca di frutta, diminuiscono il rischio di ammalarsi di Alzheimer, questo è quanto sostengono i ricercatori della Edith Cowan University (ECU) che hanno analizzato gli effetti dell'alimentazione sul declino cognitivo, ed ecco cosa hanno scoperto.

La dieta Mediterranea vince sempre.

I ricercatori spiegano che seguire la dieta mediterranea potrebbe ritardare l'insorgenza del morbo di Alzheimer anche di molti anni. Nello specifico gli esperti spiegano che il cibo che fa parte di questo regime alimentare permette di ridurre il tasso di accumulo di beta-amiloide, il peptide costituente le placche amiloidi tipiche dell'Alzheimer.

Soprattutto frutta.

Studi passati hanno già dimostrato i benefici della dieta mediterranea, e quindi del consumo di frutta, verdura, cereali integrali, pesce e olio d'oliva sul declino cognitivo. La nuova ricerca però sottolinea che la frutta è l'alimento che più porta benefici e che è correlato con il ridotto accumulo di beta-amiloide. “Se in generale tutti gli alimenti della dieta mediterranea sembrano aiutare la riduzione del rischio di Alzheimer, il nostro studio ha dimostrato che il consumo di frutta è ciò che apporta i benefici maggiori”, fanno sapere gli scienziati.

Perché la frutta?

Non c'è una risposta definitiva, ma sembrerebbe che il motivo sia legato alla presenza di vitamina C nella frutta, in particolare agrume e fragole. Secondo studi passati, la vitamina C riduce l'accumulo di beta-amiloide negli animali studiati in laboratorio.

Bastano 3 anni

L'altra buona notizia è che non è necessario aver seguito o seguire la dieta mediterranea tutta la vita, bastano infatti 3 anni per ridurre del 60% l'accumulo di beta-amiloide e quindi il rischio di ammalarsi di Alzheimer.

FONTE:

https://scienze.fanpage.it/alzheimer-la-frutta-riduce-il-rischio-di-ammalarsi-bastano-3-anni-di-dieta-mediterranea/
http://scienze.fanpage.it/

Sono sei su dieci i lavoratori irregolari tra le mura domestiche: colf, badanti, baby sitter che, spesso a fronte di un mutuo accordo tra le parti, vengono pagati in nero, senza contributi né assicurazione sugli infortuni. La stima arriva da diverse fonti (da ultimo, il rapporto Censis-Assindatcolf «Sostenere il welfare familiare», aggiornato al 2017), e appare costante negli ultimi anni. Numeri alla mano, a fronte degli 864.526 lavoratori regolari nel settore domestico registrati dall’Inps nel 2017, gli occupati effettivi nelle case degli italiani sono circa 2 milioni, di cui oltre 1,1 milioni irregolari.

 

I controlli dell’Ispettorato

C’è chi, come la Guardia di Finanza e l’Ispettorato nazionale del lavoro (Inl), si occupa di vigilare sul fenomeno, ma i numeri dei controlli sono ben lontani dalle cifre dei lavoratori irregolari.

 

Colf, braccianti, muratori: ecco i lavori che sparirebbero senza gli immigrati

Nel 2017, per esempio, i controlli effettuati dall’Inl in questo settore sono stati 1.148, meno del 10% delle 122.240 verifiche portate a termine dall’Ispettorato nell’anno (comprese quelle nelle aziende). In 54 casi su 100 il controllo ha “smascherato” un’irregolarità. Gli accertamenti effettuati sui datori, come spiegano dalla direzione centrale vigilanza, affari legali e contenzioso dell’Ispettorato, sono circa 300 all’anno. Un numero limitato - come spiega la stessa direzione- perché, nella maggior parte dei casi, quando scatta una lite tra famiglia e lavoratore domestico, ad esempio sul trattamento economico, si applica la conciliazione monocratica regolata dal Dlgs 124/2004, che ha successo nel 75% dei casi. In pratica, si quantifica una somma da versare al lavoratore che mette d’accordo le parti, prima che scatti l’accertamento degli importi dovuti. In ogni caso, la quasi totalità dei controlli avviene su segnalazione diretta della irregolarità da parte del lavoratore domestico.

 

Le difficoltà di verifica

Di fatto, le prestazioni che non si svolgono in ambienti aperti al pubblico, ma tra le mura di casa - come quelle di colf, badanti, baby sitter, insegnanti che danno ripetizioni o maestri privati di musica - sono particolarmente difficili da monitorare, per la difficoltà degli ispettori di accedere alle abitazioni private e di intervistare testimoni. Lo conferma l’Inps: «I luoghi in cui l’attività ispettiva può essere legittimamente svolta - spiega l’istituto - sono dettati dal Dpr 520/1955, ma il legislatore ha escluso dal testo normativo le abitazioni private, per le quali non si applicano le normali regole sull’accesso ai luoghi di lavoro». L’articolo 8, comma 2 del Dpr, infatti, dispone che gli ispettori del lavoro, nei limiti del servizio a cui sono destinati, sono ufficiali di polizia giudiziaria: possono visitare in ogni parte, a qualunque ora del giorno e della notte, i laboratori, gli opifici, i cantieri e i lavori, «in quanto siano sottoposti alla loro vigilanza», i dormitori e i refettori annessi agli stabilimenti. Ma non le case private.

Per effettuare un controllo su un rapporto di lavoro domestico la via più semplice da percorrere è quella amministrativa, «attraverso verifiche documentali ed eventualmente con il coinvolgimento del lavoratore e del datore di lavoro», chiosa l’Inps.

A complicare ulteriormente lo scenario sono i possibili accordi tra la famiglia che dà lavoro in nero (che risparmia i contributi) e la colf o badante che lo accetta (e così non versa le imposte): nel caso sopraggiunga un controllo, in questa situazione è facile negare che ci sia un rapporto di lavoro in corso. Si può sempre dire, insomma, che la persona trovata in compagnia del bambino o dell’anziano non è un lavoratore ma un amico o un vicino di casa.

Un rapporto mai comunicato all’Inps, insomma - spiega ancora la direzione generale vigilanza dell’Ispettorato nazionale del lavoro - è molto difficile da sottoporre a controlli. L’unica possibilità di avviare un accertamento è ricevere una segnalazione diretta dal lavoratore che ha subito il danno. Cosa che però, quasi sempre, avviene solo alla fine del rapporto.

 

I rischi per le famiglie

«Tenere un lavoratore domestico in nero è un rischio per le famiglie, che può comportare grosse spese in caso di contenzioso», spiega Andrea Zini, vicepresidente di Assindatcolf, associazione nazionale dei datori di lavoro domestico. «Ci si espone all’eventualità - continua - di dover versare somme rilevanti, fino a 20-30mila euro, per contributi o parti di retribuzioni non versate. La famiglia, infatti, non ha la responsabilità limitata al capitale investito, come le Srl, e può vedere aggrediti direttamente i suoi beni».

Un’altra condotta abbastanza diffusa presenta comunque dei rischi per le famiglie: dichiarare il rapporto di lavoro domestico (quindi senza tenere il lavoratore o la lavoratrice in nero) ma per un numero di ore inferiore a quelle effettivamente svolte. Questo consente alla famiglia di risparmiare sui contributi da versare, mentre il lavoratore può risparmiare sulle tasse: in caso di controversia con la baby sitter, con la badante o con la colf, però, può scattare la richiesta di regolarizzazione e di versamento di tutti i contributi dovuti.

Se i controlli nelle case private sono quasi impossibili da portare avanti, la spinta alla riduzione del lavoro domestico in nero potrebbe arrivare, più che dalle ispezioni, da nuove regole che rendano conveniente l’emersione.

 

Imprese e famiglie, il magro bilancio dei nuovi voucher

Libretto famiglia «extralarge»

Tra le nuove misure potrebbe esserci, per esempio, un innalzamento della soglia di utilizzo del “libretto famiglia” che, come prima i voucher, è stato creato proprio per fare affiorare i rapporti di lavoro per i quali risulta più problematico accertare le irregolarità. Il libretto oggi serve per pagare collaboratori domestici occasionali con un tetto complessivo pari a 5mila euro all’anno: praticamente, l’equivalente di un lavoro part time con una retribuzione di 416 euro al mese. Con il “libretto famiglia”, però, la prestazione resta nell’ambito della occasionalità, ovvero in una situazione distinta dal contratto di lavoro subordinato. Quest’ultima è la formula più indicata per i lavoratori che svolgono la loro prestazione nelle famiglie con continuità e per tante ore al giorno.

 

Innalzamento dell’indennità

Un’altra soluzione per favorire l’emersione potrebbe essere un minimo innalzamento dell’indennità di accompagnamento per chi dovesse accettare di far versare questo importo direttamente alla badante, evitando il doppio passaggio dall’amministrazione al beneficiario, e poi (come retribuzione) al collaboratore domestico. Lo Stato spenderebbe un po’ di più sul fronte dell’indennità, ma recupererebbe i contributi sulla prestazione del lavoratore. Si tratterebbe di introdurre in Italia un sistema simile a quello del «Cesu» francese, un buono spendibile sul mercato dei servizi di cura.

 

Deducibilità dei compensi

Infine, Assindatcolf propone di introdurre la deducibilità piena degli importi versati per retribuire i lavoratori domestici, a fronte dell’attuale possibilità di dedurre solo i contributi. Una misura che costerebbe alle casse dello Stato 675 milioni di euro, ma considerando gli effetti positivi diretti e indiretti (emersione di 340mila occupati irregolari, occupazione aggiuntiva, gettito Iva da nuovi consumi delle famiglie), avrebbe un costo finale stimato in 72 milioni di euro.

 

FONTE: https://www.ilsole24ore.com/art/norme-e-tributi/2018-10-13/l-italia-colf-nero-pochi-controlli-e-tanti-rischi-145541.shtml?uuid=AEVaSeKG&refresh_ce=1

Una badante assunta regolarmente è assicurata contro gli infortuni che, durante le mansioni, potrebbero capitarle. Ma se la badante, per imperizia e incapacità, provoca un danno fisico all’assistito, questi non ha tutela. Non resta che adire le vie legali senza la certezza di recuperare i danni. Possibile che la legge non tuteli l’assistito? Il patronato, Inps e Inail confermano.

Marino Zucchelli, Bologna

 

Risponde il condirettore de ‘il Resto del Carlino’, Beppe Boni

 

Come spiega anche il lettore ospitato qui a fianco nell’Opinionista la nostra società non può più fare a meno di una figura che assiste le persone malate, anziane o in condizioni di debolezza. Certo, un infortunio sul lavoro è coperto come in ogni altro settore dato che le badanti assunte sono tutelate attraverso gli istituti previdenziali. Ma le assistenti familiari, come ogni lavoratore, hanno doveri contrattuali da rispettare e se causano danni devono risponderne. Il codice del lavoro prevede per le badanti diritti e doveri. Fra questi ultimi c’è l’obbligo di prendersi cura della persona assistita. Per «cura» si intende non solo l’assistenza sanitaria (medicine, controllo della pressione, pulizia personale) ma anche l’aspetto umano: fare compagnia all’assistito. Chi sgarra e causa disagio ne risponde dinanzi alla legge: dal licenziamento, alla denuncia, al risarcimento danni.

 

FONTE: https://www.ilrestodelcarlino.it/bologna/commento/badante-1.4226056

Le badanti fornite da Vitassistance sono assunte con l'unico contratto legale che è il Contratto Nazionale del Lavoro Domestico CCNL DOMESTICO.
(FATE ATTENZIONE A CONTRATTI DI PARTITA IVA - CO.CO.CO - CO.CO.PRO e contratti di lavoro occasionali perchè sono ILLEGALI per le badanti)
Per maggiori informazioni visita il nostro sito:
Vitassistance Srl Agenzia Somministrazione Lavoro Autorizzata dal Ministero del Lavoro TI n°39/0016556

Chi si occupa dei non autosufficienti

L’Italia è uno dei paesi più anziani al mondo (insieme a Germania e Giappone) e di qui al 2050 il numero delle persone con più di 75 anni è destinato a salire da 7 a 12 milioni (+74 per cento), passando dall’11 per cento della popolazione al 21 per cento.

Negli ultimi anni (caratterizzati dalla crisi e dai suoi postumi) lo stato ha sempre più delegato alle famiglie la gestione del welfare. Secondo stime Istat, solo il 10 per cento degli oltre 2 milioni di persone non autosufficienti è assistito in strutture residenziali (Ra).

L’assistenza domiciliare si compone di assistenza domiciliare integrata, a cura delle Asl, e servizi di assistenza domiciliare, a cura dei comuni, che raggiungono rispettivamente 650 mila e 130 mila anziani, anche se quasi sempre per un tempo molto limitato.

La figura del “caregiver familiare” (una persona che si prende cura, a titolo gratuito, di un genitore o del coniuge non autosufficiente) è stata istituzionalizzata solo alla fine della scorsa legislatura, tramite l’istituzione di un fondo di sostegno, peraltro piuttosto modesto (60 milioni).

Per tutti questi motivi, nel tempo si è affermato il sostegno alle famiglie di colf e badanti. Sebbene sia un fenomeno presente anche in altri paesi, l’Italia ha registrato un vero e proprio boom tra gli anni Novanta e Duemila, per il contemporaneo verificarsi di diversi fattori: presenza di donne dell’Est disponibili a questa mansione anche in convivenza con l’assistito; alta incidenza di anziani proprietari dell’abitazione di residenza; vicinanza geografica dei figli; crescente partecipazione delle donne autoctone al mercato del lavoro fuori casa.

Non sorprende quindi, come sostiene una ricerca Domina, che le famiglie italiane spendano per i lavoratori domestici 7 miliardi ogni anno, facendone risparmiare 15 allo stato che, altrimenti, dovrebbe farsi carico di circa 800 mila anziani non autosufficienti.

Figura 1– Lavoratori domestici in Italia (confronto regolari/irregolari), serie storica 2008-2017*

* Lavoratori irregolari calcolati a partire dalle stime Istat per il settore “Attività di famiglie e convivenze come datori di lavoro per personale domestico”. Dati 2016 e 2017 calcolati utilizzando il tasso di irregolarità 2015.

Elaborazioni Fondazione Leone Moressa su dati Inps e Istat

Numeri ufficiali e stime

Vista la crescita (silenziosa) degli ultimi anni, i lavoratori domestici sono oggi oltre 2 milioni, di cui quasi il 60 per cento non in regola (stime Istat).
Analizzando il dettaglio dei lavoratori domestici regolari, tra le badanti riscontriamo una prevalenza di lavoratori over 50 (54 per cento) e di donne (92 per cento). Gli stranieri rappresentano il 77 per cento.

Tra le colf, invece, abbiamo una prevalenza di lavoratori tra i 30 e i 50 anni (52 per cento). Le donne rimangono la maggioranza, anche che con una percentuale meno marcata (85 per cento). Gli italiani salgono al 31 per cento. Negli ultimi cinque anni italiani e stranieri hanno seguito tendenze opposte: in aumento gli italiani (+24,2 per cento) e in calo gli stranieri (-23,5 per cento).

Ciononostante, il lavoro domestico rimane il settore con la più alta incidenza di stranieri (73 per cento). Si tratta di un fenomeno che fino ad alcuni anni fa veniva gestito a posteriori attraverso provvedimenti di regolarizzazione (le cosiddette sanatorie) e che oggi, probabilmente, necessiterebbe di maggiore attenzione da parte dello stato. Osservando la serie storica, infatti, si nota come in occasione delle regolarizzazioni (le ultime nel 2009 e nel 2012) il numero ufficiale di lavoratori domestici si impennasse, per poi calare progressivamente negli anni successivi (tornando a fare spazio al nero).

Naturalmente non tutti i lavoratori “in nero” sono anche irregolari dal punto di vista del permesso di soggiorno, ovvero potenziali beneficiari di una regolarizzazione, ma le esperienze degli anni passati ci consentono di affermare che con ogni sanatoria si è registrato un aumento del numero complessivo di lavoratori domestici. Una nuova regolarizzazione avrebbe nell’immediato un effetto positivo per tutti gli attori coinvolti (lavoratori, famiglie, stato), ma non basterebbe a garantire benefici sostenibili a lungo termine.

La “sanatoria”, peraltro, non è l’unico strumento per regolamentare il settore: l’analisi di altre misure, alcune delle quali sperimentate in passato e frettolosamente accantonate, e delle esperienze di altri paesi, meriterebbero una attenta riflessione.

FONTE: http://www.lavoce.info/archives/54522/colf-e-badanti-limmigrazione-silenziosa/

 

Una particolare combinazione di geni HLA e il fumo di sigaretta aumentano in maniera variabile il rischio di sviluppare sclerosi multipla (SM). Ma è quando si rimane esposti anche a solventi organici che il rischio sale. Lo hanno scoperto i ricercatori del Karolinska Institutet di Stoccolma e dell’Università di Londra, diretti da Anna Karin Hedstròm, che hanno appena pubblicato i risultati dei loro studi sulla rivista Neurology.

Chi rischia

Chi per esempio non fuma e possiede una certa conformazione genica (HLA-DRB1-15 negativo e HLA-A-02 positivo) ha un rischio basso, a patto che non venga a contatto con solventi organici. In tal caso, infatti, il rischio raddoppia. C’è poi chi nasce sfortunato perché, anche senza incontrare questi solventi, ha un rischio che risulta di base aumentato di quasi 5 volte: sono i soggetti con una conformazione genica opposta (HLA-DRB1-15 di tipo positivo e HLA-A-02 di tipo negativo). Ma questo aumento di rischio impallidisce di fronte a quello che si riscontra ad esempio in un imbianchino che presenta proprio quel tipo di corredo genico, ma in più fuma e maneggia aquaragia per via del suo lavoro. E lo stesso accade ai lavoratori delle tintorie e a tanti altri che sono a contatto con solventi organici e fumano, ignari di essere portatori della micidiale conformazione genica individuata dai ricercatori anglo-svedesi.

Esaminate cinquemila persone

I risultati dello studio condotto su quasi 5mila soggetti (2.042 pazienti e 2.947 controlli) pubblicato su Neurology mette un punto fermo alla disputa scientifica sul ruolo di cause tossiche o virali piuttosto che genetiche nell’aumento dei casi di sclerosi multipla che negli ultimi trent’anni è più che quadruplicata in tutto il mondo. Il crescente inquinamento è sempre più stato chiamato in causa e sono cresciute le segnalazioni di nuovi loci genici come possibili imputati, ma i ricercatori sono sempre stati dubbiosi se schierarsi a favore dell’una o dell’altra ipotesi perché questa malattia è classicamente plurifattoriale e non si può fare una scelta tipo solo bianco o solo nero. Occorre invece verificare come le due componenti interagiscono fra loro, come infatti hanno fatto con complessissimi calcoli statitici (metodo TotAP) i ricercatori del Karolinska.

Petrolio

Andrebbe indagato meglio, ad esempio, cosa sta succedendo in Arabia Saudita dove, secondo quando riportato qualche hanno fa da Ait Ahan dell’Università di Riad, l’incidenza di SM è aumentata del 160%, con un incremento fin troppo elevato per il semplice aumento dei soggetti maschi impiegati nel settore petrolifero. I solventi organici sono derivati petroliferi ed è probabile che chi lavora nelle raffinerie sia dedito al fumo, ignaro di far aumentare fra l’altro anche il suo rischio di sclerosi multipla. Il dato arabo è in controtendenza perché popolazioni come quella canadese e svedese, che sono «sotto sorveglianza» da anni per seguire nel tempo l’andamento della SM, indicano che oggi ad ammalarsi di più sono le donne con un’inversione di tendenza nel rapporto maschio/femmina, prima a favore dell’uomo. Può darsi che la micidiale combinazione geni-idrocarburi-fumo giochi un ruolo pericoloso nei lavoratori del deserto e, alla luce del nuovo studio, anche l’aumento del fumo nel gentil sesso può avere un qualche effetto.

Genetica e ambiente

«Come la maggior parte delle malattie dell’uomo, la SM è una malattia complessa, con una predisposizione genetica e fattori ambientali che ne possono favorire lo sviluppo — commenta il Presidente della SIN Gianluigi Mancardi del’Università di Genova— Lo studio appena pubblicato su Neurology punta a comprendere meglio il rischio ambientale, anche perché è soprattutto su tali fattori che possiamo incidere. Noti fattori di rischio sono le infezioni, in particolare da virus herpes e virus Epstein-Barr, oppure il fumo e l’obesità. Ma il lavoro dei colleghi svedesi ne evidenzia un altro, l’esposizione ai solventi organici, a cui possono seguire problematiche infiammatorie croniche polmonari, che faciliterebbero fenomeni di autoimmunità che poi portano alla malattia. Tre anni fa in Italia abbiamo fatto il cammino inverso con lo studio PROGRESS che puntava a comprendere meglio il rischio genetico e abbiamo considerato il rischio di malattia legato ai tipi di geni HLA allora noti confrontando la prevalenza di SM fra Sardegna e resto d’Italia. La popolazione sarda, con flussi migratori finora irrilevanti, ha infatti caratteristiche genetiche peculiari che la rendono sostanzialmente isolata e stabile consentendo di studiare livelli di malattia con più facilità rispetto a qualsiasi altra popolazione italiana. Lo studio è stato pubblicato sul Multiple Sclerosis Journal e fu uno dei più ampi studi italiani con il coinvolgimento di pressocché tutti i principali ricercatori del nostro Paese. Ne era risultato che occorreva ampliare la popolazione da sottoporre a studi genetici e che bisognava affinare questo tipo di indagini allora ancora troppo approssimative. Quelle conclusioni sembrano essere essere state oggi recepite dai ricercatori del Karolinska e dell’Unversità di Londra che in quasi 5mila soggetti hanno evidenziato e catalogato una diversa suscettibilità genetica che funge da terreno predisponente all’insulto polmonare di fumo e solventi, innescando una reazione irritativa autoimmunitaria polmonare che in ultima analisi porta allo sviluppo della malattia. Una spinta in più al piatto genetico della bilancia che tiene conto anche di quello tossico, mettendoli forse finalmente in equilibrio»

Il consiglio

Un consiglio non solo per gli imbianchini, i restauratori, le lavandaie o chiunque viva a contatto con solventi, può essere che è meglio non fumare. Ogni fattore di rischio che chiunque può ridurre, sia esso il peso o il fumo, è sempre un po’ di salute in più. E non solo nella sclerosi multipla.

 

FONTE: https://www.corriere.it/salute/neuroscienze/18_luglio_03/geni-fumo-solventi-petrolio-rischio-sclerosi-multipla-eff7ab1e-7ed6-11e8-9a5a-8ee160d32254.shtml?refresh_ce-cp

 

 

 

 

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