La NOSTRA badante a casa TUA

Con il trascorrere degli anni diminuisce la capacità uditiva, questo è risaputo. Le sempre più numerose prove scientifiche della correlazione tra ipoacusia e malattie degenerative negli anziani, però, stanno aprendo una nuova frontiera nella medicina come nelle tecnologia. Nel mondo, 360 milioni di persone sono affette da sordità (328 milioni gli adulti; 32 milioni i bambini). L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) stima che 36 milioni di individui soffrano di deficit cognitivi e demenza ed entro il 2050 diventeranno più di 100 milioni. Interventi in grado di ritardare anche di un solo anno l’esordio della demenza come anche la sua progressione, possono incidere significativamente sulla prevalenza (numero di casi presenti in assoluto) di questa malattia.

La giornata dell’udito

Nella Giornata mondiale dell’udito, celebrata il 3 marzo scorso, l’Oms ha rilanciato la necessità di programmi nazionali non solo di screening e di offerta di servizi (compresi apparecchi acustici e riabilitazione), ma anche di informazione perché aumenti la consapevolezza nella popolazione. «In studi recenti l’équipe del professor Frank Lin, della Johns Hopkins University di Baltimora, negli Stati Uniti - sottolinea il professor Alessandro Martini, direttore del reparto di Otochirurgia dell’Azienda ospedaliera Università di Padova - ha calcolato che un’ipoacusia di grado moderato-severo è in grado di aumentare fino a 5 volte il rischio di sviluppare demenza in epoche successive. È una conferma della ricerca pionieristica da noi svolta nel 2001 sulla qualità della vita nell’anziano nel Veneto, da cui è risultato chiaramente che l’invecchiamento uditivo è collegato con un aumento di depressione e di deficit cognitivo. Oggi il problema è esploso».

I meccanismi che legano l’ipocusia con il decadimento cognitivo

Quali sono i meccanismi che possono collegare l’ipoacusia a una forma di decadimento cognitivo? Sono state fatte diverse ipotesi. La più ovvia riguarda l’esistenza di un processo fisiologico comune che contribuisce sia all’ipoacusia, sia al declino cognitivo. Un’altra possibilità è legata a quello che gli esperti chiamano «cognitive load»: cioè lo stress esercitato sul cervello dal continuo sforzo di comprensione dovuto a un deficit uditivo. «Il maggiore sfruttamento ed esaurimento delle riserve neuronali e cognitive per controbilanciare la perdita uditiva - spiega il professor Giancarlo Cianfrone, ordinario di Audiologia alla Sapienza di Roma - farebbe venire meno queste risorse e il loro depauperamento sicuramente è una delle chiavi interpretative di alcune malattie neurodegenerative come l’Alzheimer». Ma non solo. Un’altra ipotesi considera come la perdita di udito possa modificare la struttura del cervello, contribuendo così allo sviluppo di problemi cognitivi. Infine, sembra possibile che anche l’isolamento sociale, a cui spesso l’ipoacusia costringe, giochi un ruolo nel favorire lo sviluppo di questi disturbi. «La situazione è un po’ nuova, nel senso che non ci si era mai soffermati sull’ipoacusia come fattore di rischio per le malattie neurodegenerative - aggiunge il professor Cianfrone -. Abbiamo sempre detto che l’ipoacusia è un fattore di rischio per il decadimento cognitivo in generale e questo è abbastanza ovvio perché vengono meno le informazioni più importanti dall’esterno».

Come fare prevenzione

Con l’invecchiamento della popolazione a livello mondiale, dunque, la necessità di prevenire, ritardare e invertire il declino funzionale degli anziani diventa ancora più urgente. Oltre alla diffusione degli screening come misura preventiva , attraverso studi scientifici si sta cercando di verificare l’efficacia del recupero della funzione uditiva - e quindi i possibili effetti su deficit cognitivi ed eventuali malattie neurodegenerative - sia attraverso protesi di tipo tradizionale sia con impianti cocleari. «Abbiamo fatto una serie di studi sulla protesizzazione nell’anziano - racconta Martini - e abbiamo visto che anche in pochi mesi ci sono netti miglioramenti sia con le protesi acustiche sia con l’impianto cocleare».
In Francia, l’équipe di Isabelle Mosniere, del gruppo ospedaliero pubblico Ap-Hp Pitié-Salpetrière, ha appena pubblicato sulla rivista Jama Otolaryngology - Head & Neck Surgery i risultati di uno studio condotto in 10 centri francesi su 94 pazienti tra 65 e 85 anni con perdita di udito profonda, che sono stati sottoposti a impianto cocleare. Già dopo sei mesi, i test hanno dimostrato un miglioramento significativo nella percezione del linguaggio e nelle capacità cognitive dei pazienti e un’influenza positiva sulla attività sociale e sulla qualità di vita. «I dati sembrerebbero abbastanza consistenti sul fatto che eseguendo l’impianto su un soggetto si ha un rallentamento del deficit cognitivo - ribadisce Martini -. Se ciò fosse confermato, avrebbe dei risvolti enormi a livello sanitario, dati i costi molto alti dei pazienti affetti da demenza». L’impianto cocleare però è indicato solo per le sordità gravi o profonde e riguarda quindi il 5-8% dei pazienti. «In Europa, l’Italia è un fanalino di coda - dice Cianfrone - . Secondo recenti indagini, solo un 16% della popolazione che avrebbe bisogno di una correzione protesica di fatto si avvia a questo tipo di rimedio».

 

FONTE: http://www.corriere.it/salute/15_aprile_07/anziano-che-sente-bene-conserva-mente-lucida-5f840ea4-dd05-11e4-9a2e-ffdad3b6d8a1.shtml

Sarà capitato a molti di dover cercare una colf badante per un proprio caro e di ritrovarsi di fronte a due possibilità: assumere direttamente a proprio nome la badante, oppure affidarsi a società quali agenzie di badanti o cooperative sociali. Sappiamo tutti che la seconda scelta è molto più vantaggiosa, esonerando la persona da pratiche molto complesse, tuttavia è bene rendersi conto che non tutte le società che si occupano di assistenza anziani sono autorizzate legalmente a svolgere questo servizio.

 

Nella maggior parte dei casi vi troverete di fronte società che non possono svolgere questo tipo di servizi operando legalmente. Infatti è possibile che una determinata cooperativa o associazione non sia autorizzata a svolgere servizi di ricerca, selezione, Intermediazione e somministrazione (assunzione diretta da parte della società) , di colf e badanti a domicilio. In questo caso vi ritroverete a casa una badante non in regola oppure una persona che queste associazioni o cooperative sociali  faranno assumere direttamente a voi, in quanto non provvisti di autorizzazione ad assumere direttamente, con tutte le responsabilità che ciò comporta.

 

Per questo è sempre buona norma controllare le referenze, tra cui l’iscrizione all’albo, delle Agenzie per il lavoro tramite il seguente link del ministero del lavoro : http://www.cliclavoro.gov.it/Operatori/Pagine/Albo-Informatico.aspx

 

Essere iscritti a questo albo significa poter dare delle garanzie al cliente che cerca una badante, significa operare in trasparenza ed in totale legalità sia verso il cliente che usufruisce dei servizi sia verso il lavoratore che è assunto e regolarizzato con il giusto contratto di lavoro a norma di legge.

 

La lotta a queste false società cooperative sociali  e false agenzie è anche portata avanti da Papa Francesco che in una conferenza si è espresso molto duramente affermando quanto segue:

 

«Contrastare e combattere le false cooperative, quelle che prostituiscono il proprio nome di cooperativa, cioè di una realtà assai buona, per ingannare la gente con scopi di lucro contrari a quelli della vera e autentica cooperazione».

«perché assumere una facciata onorata e perseguire invece finalità disonorevoli e immorali, spesso rivolte allo sfruttamento del lavoro, oppure alle manipolazioni del mercato, e persino a scandalosi traffici di corruzione, è una vergognosa e gravissima menzogna che non si può assolutamente accettare».

 

Quindi se siete alla ricerca di una persona esperta e fidata che operi nel settore della cura della persona e della famiglia senza rischi, responsabilità o inutili perdite di tempo, la soluzione è rivolgersi ad Agenzie per il lavoro specializzate in Colf Badante come VitAssistance® Srl.

 

VitAssistance® Srl è un' Agenzia di somministrazione lavoro specialista. Il marchio VitAssistance® è attivo nel settore dell’assistenza agli anziani ed ai disabili dal 1994, siamo stati autorizzati dal Ministero del Lavoro ad assumere direttamente la colf badante, con il contratto nazionale di lavoro domestico, riferito alla sua posizione.
Il Cliente non ha rapporti contrattuali diretti con le assistenti ma solo con
VitAssistance® Srl, che si assume tutte le responsabilità della gestione del servizio e gli oneri previdenziali o fiscali. La durata dei contratti è determinata dalla volontà del Cliente, che può sospendere o interrompere del tutto il contratto a seconda del bisogno.

 

VitAssistance® Srl, mette a tua disposizione, in tutto il Nord d’Italia, un servizio altamente specializzato di ricerca, selezione, somministrazione, amministrazione ed organizzazione di risorse umane addette alla cura ed all'assistenza della persona e della famiglia, sollevandoti da tutti i compiti burocratici e amministrativi.

 

A differenza di altre aziende che si limitano ad amministrare la badante, senza assumersi, però, nessuna responsabilità o rischio dato che la badante è una Vostra dipendente, VitAssistance® Srl mette a Vostra disposizione un suo diretto dipendente. In conclusione, informatevi sempre prima di affidarvi a Società e Cooperative Sociali che potrebbero far assistere i Vostri cari da persone inaffidabili o addirittura creare problemi legali o fiscali.

Aiutare gli anziani a sentirsi meno soli e ad essere meno isolati - magari anche solo con telefonate o visite domiciliari periodiche o con programmi a favore della vita comunitaria - potrebbe ridurre le visite mediche cui essi si sottopongono e anche quindi eventuali costi e prestazioni sanitarie impropri.

Infatti uno studio condotto presso la University of Georgia, College of Public Health e pubblicato sull'American Journal of Public Health mostra che gli anziani che si sentono cronicamente soli vanno più spesso dal medico a farsi visitare.

"Che la solitudine possa avere un ruolo negativo nella percezione di segni e sintomi di malattia da parte dell'anziano non c'è dubbio - commenta il presidente della Società Italiana di Gerontologia e Geriatria Nicola Ferrara - ed è credibile che il paziente si rivolga a chi gli sta più vicino che - se non ha parenti stretti - è spesso il proprio medico. Quando ciò si verifica la conseguenza è una prestazione sanitaria potenzialmente impropria che non risponde alle reale esigenze di salute del paziente e che potrebbe portare a eccesso di medicalizzazione con prescrizioni di esami e farmaci inutili".

Molti recenti studi hanno dimostrato che la solitudine - vera che sia o anche solo percepita dall'individuo - nuoce alla salute. Sicuramente, quindi, un anziano solo potrebbe avere realmente più problemi di salute e quindi, per questo, rivolgersi più di frequente al proprio medico. Ma i ricercatori Usa hanno anche voluto vedere se la solitudine in sé possa spingere l'anziano nello studio medico anche senza un reale motivo di salute, per esempio anche solo come scusa per avere un contatto umano.

Per verificare questa ipotesi gli esperti hanno coinvolto oltre 3500 anziani e in due anni differenti (2008 e 2012) determinato con questionari ad hoc l'''indice di solitudine'' di ciascuno. I ricercatori hanno confrontato i risultati dell'indice di solitudine col numero di visite mediche dell'anziano e visto che gli anziani che dichiaravano di sentirsi più soli e in modo cronico (cioè sia nel 2008 sia nel 2012) avevano preso un maggior numero di appuntamenti presso il proprio medico nel corso di ciascun anno.

Quindi molte di queste visite possono essere state mosse dal mero bisogno di un contatto umano da parte dell'anziano, per cui "ben vengano tutti i programmi di socializzazione o di coinvolgimento dell'anziano in attività socialmente utili - conclude Ferrara - che fanno sentire meglio l'anziano producendo effetti positivi sulla sua salute, evitano eccesso di medicalizzazione" e da ultimo possono evitare spreco di risorse.

FONTE: http://www.ansa.it/saluteebenessere/notizie/rubriche/salute_65plus/assistenza/2015/04/01/per-gli-anziani-la-compagnia-toglie-il-medico-di-torno_f08d8fc9-381c-4564-9a4b-f72f1c562c9b.html

 

 

Migliorare l’accessibilità per le persone con disabilità e per gli anziani, rimuovere le barriere architettoniche e programmare una mobilità più agevole e priva di ostacoli per le persone in situazione di disagio. Questi dovrebbero essere i punti fermi di ogni società sensibile alle esigenze della collettività, soprattutto nei confronti di chi si trova a vivere in condizioni di mobilità ridotta.

 

Il diritto alla mobilità è sancito da leggi nazionali ed ognuno dovrebbe goderne senza limitazioni, sia nei trasporti pubblici e nelle strade delle nostre città, dove le barriere architettoniche sono sempre troppe, che nella sfera privata, ovvero nelle nostre case, dove spesso, a causa di una cattiva organizzazione degli spazi, chi si muove in carrozzina non sempre ha vita facile.

 

Le soluzioni per rendere la vita migliore ad anziani e disabili sono tante. Soprattutto in casa, il luogo più degli altri in cui non dovrebbero esistere ostacoli alla libertà di movimento. Per questo, ad esempio, chi per motivi di salute è costretto a muoversi in carrozzina, in casa potrebbe aver bisogno di un montascale, un aiuto essenziale, spesso indispensabile, per superare le barriere architettoniche.

 

Sono tanti i modelli sul mercato che si possono adattare a tutte le esigenze. Encasa Expert, del gruppo ThyssenKrupp, ha progettato diversi dispositivi forniti di poltroncina, perfetti per tutte le esigenze. Il montascale dotato di seduta ha uno scorrimento parallelo al suolo, può seguire quasi ogni profilo o rampa di scala: questo consente le installazioni sia in abitazioni private sia in luoghi pubblici come istituzioni o percorsi pedonali.

 

Per essere sicuri usare un prodotto di qualità, in grado di soddisfare i rigidi standard europei, bisogna pensare prima di tutto a materiali robusti e che resistono nel tempo. Nei montascale Encasa Expert la forza motrice è sviluppata da un compatto sistema integrato. È possibile eseguire l’installazione dei binari e del supporto in quasi ogni abitazione e tipo di scale, anche in luoghi piuttosto ristretti e con percorsi difficoltosi. Tra le dotazioni di sicurezza sono presenti speciali batterie: in questo modo anche in situazioni di emergenza o di assenza di corrente elettrica il funzionamento è assicurato.

 

Bisogna andare oltre all’idea che una ridotta capacità di movimento sia una condizione definitivamente debilitante. I montascale Encasa Expert rappresentano un aiuto discreto: s’inseriscono perfettamente nella maggior parte delle abitazioni moderne e occupano poco spazio.

 

L’autosufficienza motoria è forse uno dei beni più preziosi per ciascuno e la perdita totale o parziale di compiere in autonomia ogni piccola operazione quotidiana può diventare un problema personale, prima ancora di essere una difficile situazione familiare. Le scale, insomma, non possono rappresentare un ostacolo alla felicità, soprattutto quando la soluzione è così semplice e a portata di mano.

 

FONTE: http://www.oggisalute.it/2015/02/anziani-e-disabili-le-soluzioni-per-una-vita-senza-barriere/

La demenza di Alzheimer oggi colpisce circa il 5% delle persone con più di 60 anni e in Italia si stimano circa 500mila ammalati. Tutti gli anziani la temono e cercano di valutare i propri vuoti di memoria pensando si possa trattare dei primi allarmanti sintomi. È la forma più comune di demenza senile, uno stato provocato da un'alterazione delle funzioni cerebrali che implica serie difficoltà per il paziente nel condurre le normali attività quotidiane. La malattia, le cui cause sono ignote, colpisce la memoria e le funzioni cognitive e si ripercuote sulla capacità di parlare e di pensare, ma può causare anche altri problemi tra cui stati di confusione, cambiamenti di umore e disorientamento spazio-temporale.

 

La malattia di Alzheimer è la forma più comune di demenza degenerativa progressivamente invalidante con esordio prevalentemente in età presenile (oltre i 65 anni, ma può manifestarsi anche in epoca precedente). Si stima che circa il 60-70% dei casi di demenza sia dovuta ad Alzheimer disease (AD). Il sintomo precoce più comune è la difficoltà nel ricordare eventi recenti (perdita di memoria a breve termine). Con l'avanzare dell'età possiamo avere sintomi come: afasia, disorientamento, cambiamenti repentini di umore, depressione, incapacità di prendersi cura di sé, problemi nel comportamento. Ciò porta il soggetto inevitabilmente a isolarsi. A poco a poco, le capacità mentali basilari vengono perse. L'aspettativa media di vita dopo la diagnosi è dai tre ai nove anni. La malattia è dovuta a una diffusa distruzione di neuroni, principalmente attribuita alla beta-amiloide, una proteina che, depositandosi tra i neuroni, agisce come una sorta di collante, inglobando placche e grovigli neurofibrillari. La malattia è accompagnata da una forte diminuzione di acetilcolina nel cervello (si tratta di un neurotrasmettitore, ovvero di una molecola fondamentale per la comunicazione tra neuroni, e dunque per la memoria).

 

La patologia è stata descritta per la prima volta nel 1906, dallo psichiatra e neuropatologo tedesco Alois Alzheimer. Nel 2006 vi erano 26,6 milioni di malati in tutto il mondo, e si stima che ne sarà affetta 1 persona su 85 a livello mondiale entro il 2050.

 

Attualmente i trattamenti terapeutici utilizzati offrono piccoli benefici sintomatici, solo parzialmente possono rallentare il decorso della patologia. A livello preventivo, sono state proposte diverse modificazioni degli stili di vita personali come potenziali fattori protettivi, ma non vi sono adeguate prove di una riduzione effettiva della degenerazione. Circa il 70% del rischio si ritiene sia genetico con molti geni solitamente coinvolti. Altri fattori: traumi, depressione o ipertensione. Durante le fasi finali, il paziente è completamente dipendente dal «caregiver». Il linguaggio è ridotto a semplici frasi o parole. Nonostante la perdita delle abilità linguistiche verbali, alcune persone spesso possono ancora comprendere e reagire. L'apatia e la stanchezza sono i sintomi più comuni. Le persone con malattia di Alzheimer alla fine non sono in grado di eseguire anche i compiti più semplici in modo indipendente; la massa muscolare e la mobilità si deteriorano al punto in cui sono costretti a letto e incapaci di nutrirsi. La causa della morte è di solito un fattore esterno, come un'infezione o una polmonite.

 

La ricerca farmacologia ha cercato fino ad ora di ridurre gli effetti collaterali dovuti a un aumento del tono colinergico come insonnia, aritmie, bradicardia, nausea, diarrea). Basandosi sul fatto che nell'Alzheimer si ha diminuzione dei livelli di acetilcolina, un'ipotesi terapeutica è stata quella di provare a ripristinarne i livelli fisiologici. L'acetilcolina pura non può però essere usata, in quanto troppo instabile e con un effetto limitato. Si possono invece usare gli inibitori della colinesterasi, l'enzima che catabolizza l'acetilcolina: inibendo tale enzima, si aumenta la quantità di acetilcolina presente nello spazio intersinaptico.

 

FONTE: http://www.ilgiornale.it/news/cronache/se-vuoto-memoria-si-precipita-nellalzheimer-1109624.html

Di fronte alle malattie neurodegenerative, con le quali ancora non ci resta che convivere per la mancanza di cure, il segreto è intervenire precocemente. Solo così si può rallentare l’avanzata di tante patologie. Questo vale anche per il Parkinson, vera emergenza che in Italia colpisce 200 mila persone e 10 milioni nel mondo. 

 

Contro questo disturbo progressivo - che causa la distruzione dei neuroni che producono dopamina, il neurotrasmettitore coinvolto anche nei circuiti cerebrali deputati al movimento - la ricerca procede in più direzioni, dalla genetica alle staminali: e ora di Parkinson si torna a parlare in occasione della «Settimana del Cervello», in programma fino al 22 marzo. «Il 90% dei casi è sporadico. Non conosciamo le cause della malattia, la cui comparsa dipende da una complessa interazione tra predisposizioni genetiche e fattori ambientali, in equilibrio come braccia di una bilancia», ammette Aldo Quattrone, presidente della Società italiana di neurologia e rettore dell’Università della Magna Graecia di Catanzaro. «Quel che è certo è che, una volta comparso, il Parkinson non si può fermare». 

 

Settimana del cervello  

 

L’incidenza cresce con l’aumentare dell’età: è quindi fondamentale saper distinguere i cambiamenti fisiologici dovuti all’invecchiamento dalla vera patologia neurologica. «La risonanza magnetica non ci aiuta: i cervelli parkinsoniani sono spesso indistinguibili dai sani. Bisogna invece osservare i disturbi non motori, come la riduzione dell’olfatto, la depressione, la stitichezza e i disturbi urogenitali - aggiunge -. Ma il fattore predittivo più importante è il disturbo del sonno Rem, individuabile con un test elettroencefalografico mentre si dorme: è quello che causa un’agitazione anche violenta. Il 50% di chi ne soffre svilupperà il Parkinson entro 13 anni». 

 

Nel Parkinson rimangono intatte il 20% delle cellule dopaminergiche. «La diagnosi, quindi, non è banale. L’osservazione clinica non è sufficiente, perchè può essere confuso con patologie simili, ma diverse, i “parkinsonismi”». Gli esami per la diagnosi certa sono perciò due: la scintigrafia cerebrale DatScan, con cui misurare il danno dei nuclei dalle base, e «la scintigrafia miocardica Migb per indagare lo stato dell’innervazione simpatica del cuore», dice il neurologo, il cui contributo a questa tecnica è stato decisivo. 

 

Mentre la sostanza nera cerebrale degenera, si determina un’alterazione funzionale del circuito dei nuclei della base che produce tremori e rigidità muscolari; questi, in fase avanzata, sono talmente invalidanti da impedire le azioni più semplici. Oggi il farmaco antiparkinsoniano più efficace in uso è la levodopa, ma alcuni pazienti, nelle fasi avanzate, sviluppano una forma di farmacoresistenza. Alleviare i sintomi è allora possibile solo ricorrendo alla stimolazione cerebrale profonda, la Dbs: attraverso un intervento neurochirurgico due elettrodi sono impiantati in una zona profonda del cervello e l’accensione del neurostimolatore provoca la decontrazione muscolare, restituendo così al paziente l’autonomia perduta. 

 

Stimolazione wireless  

 

«Oggi, però, le aspettative nei confronti della “Dbs” sono state in parte ridimensionate: oltre ad essere un trattamento invasivo, aumenta il rischio di demenza». Tuttavia, uno studio appena pubblicato sulla rivista «Science», condotto sui topi dai ricercatori del Mit di Boston, ha ideato una forma wireless, senza elettrodi, attraverso l’iniezione nelle aree da stimolare di nanoparticelle magnetiche: queste, reagendo all’applicazione di campi variabili, riescono ad attivare i neuroni. 

 

La strada per le cure, perciò, è ancora lunga. Intanto Quattrone ribadisce il ruolo terapeutico della prevenzione: «Una dieta vegetariana e ipoproteica è fondamentale». Insieme con l’esercizio fisico sembra svolgere un ruolo protettivo. Anti-Parkinson.

 

FONTE: http://www.lastampa.it/2015/03/18/scienza/tuttoscienze/le-due-grandi-sfide-al-parkinson-prevenzione-e-diagnosi-pi-accurate-R70CwmDnLPJRqTUJcvUqiI/pagina.html

Sono tanti gli anziani che assumono farmaci anti-psicotici per curare una varietà di situazioni: sintomi della demenza senile e dell’Alzheimer, deliri e disturbi mentali legati a una precedente ospedalizzazione che non si sono risolti, stati di agitazione psicomotoria che si manifestano quando l’organismo è debilitato da una malattia, alterazioni dell’umore, allucinazioni, perdita di memoria. Stiamo parlando dei farmaci antipsicotici cosiddetti atipici che si chiamano, per esempio, risperidone, olanzapina, quietapina e aripiprazolo. Funzionano ma comportano vari effetti collaterali Registrati per il trattamento di una serie di condizioni cliniche che vanno dalla schizofrenia ai disturbi bipolari (depressione alternata a mania) vengono però prescritti anche off label , per trattare cioè situazioni diverse da quelle previste nei foglietti illustrativi e che, appunto, riguardano soprattutto l’anziano. Non solo, dunque, non sono autorizzati, ma possono avere effetti collaterali che si manifestano nel 21,3 per cento dei casi nei pazienti fra i 70 e i 79 anni e nel 18,6 per cento dei casi in quelli fra gli 89 e gli 89 anni. E gli effetti collaterali comprendono: l’incremento di peso, una riduzione della pressione del sangue, un danno ai tessuti muscolari, un aumento del rischio di andare incontro a disturbi cardiaci e anche a problemi renali, come ha dimostrato una ricerca pubblicata recentemente su Annals of Internal Medicine e condotta da un gruppo di studiosi canadesi.

 

Però funzionano e in molti casi sono indispensabili. Attenzione ai rischi per il cuore «Quando ci si trova di fronte a un paziente anziano agitato e delirante per i motivi più diversi - commenta Costanzo Gala Direttore dell’Unità Operativa Psichiatrica I dell’Ospedale San Paolo di Milano - si deve necessariamente prendere in considerazione l’uso di antipsicotici. Il beneficio sulla riduzione dei sintomi è sempre maggiore dei rischi». E la scelta cade appunto sugli antipsicotici (le benzodiazepine, invece, vanno evitate perché nel cervello dell’anziano aumentano la confusione e il disorientamento). «È sempre bene comunque discutere la terapia con i familiari del paziente -- continua Gala -- in modo che ci sia un consenso informato. E proprio perché sono farmaci non indenni da rischi e soprattutto alcuni possono comportare rischi cardiaci è opportuno eseguire un elettrocardiogramma ogni quindici giorni. In ogni caso questi trattamenti non vanno utilizzati a lungo. Dopo due mesi è opportuno rivalutare il paziente». ] Sono tanti gli anziani che assumono farmaci anti-psicotici per curare una varietà di situazioni: sintomi della demenza senile e dell’Alzheimer, deliri e disturbi mentali legati a una precedente ospedalizzazione che non si sono risolti, stati di agitazione psicomotoria che si manifestano quando l’organismo è debilitato da una malattia, alterazioni dell’umore, allucinazioni, perdita di memoria. Stiamo parlando dei farmaci antipsicotici cosiddetti atipici che si chiamano, per esempio, risperidone, olanzapina, quietapina e aripiprazolo.

 

Funzionano ma comportano vari effetti collaterali

 

Registrati per il trattamento di una serie di condizioni cliniche che vanno dalla schizofrenia ai disturbi bipolari (depressione alternata a mania) vengono però prescritti anche off label , per trattare cioè situazioni diverse da quelle previste nei foglietti illustrativi e che, appunto, riguardano soprattutto l’anziano. Non solo, dunque, non sono autorizzati, ma possono avere effetti collaterali che si manifestano nel 21,3 per cento dei casi nei pazienti fra i 70 e i 79 anni e nel 18,6 per cento dei casi in quelli fra gli 89 e gli 89 anni. E gli effetti collaterali comprendono: l’incremento di peso, una riduzione della pressione del sangue, un danno ai tessuti muscolari, un aumento del rischio di andare incontro a disturbi cardiaci e anche a problemi renali, come ha dimostrato una ricerca pubblicata recentemente su Annals of Internal Medicine e condotta da un gruppo di studiosi canadesi. Però funzionano e in molti casi sono indispensabili.

 

Attenzione ai rischi per il cuore

 

«Quando ci si trova di fronte a un paziente anziano agitato e delirante per i motivi più diversi - commenta Costanzo Gala Direttore dell’Unità Operativa Psichiatrica I dell’Ospedale San Paolo di Milano - si deve necessariamente prendere in considerazione l’uso di antipsicotici. Il beneficio sulla riduzione dei sintomi è sempre maggiore dei rischi». E la scelta cade appunto sugli antipsicotici (le benzodiazepine, invece, vanno evitate perché nel cervello dell’anziano aumentano la confusione e il disorientamento). «È sempre bene comunque discutere la terapia con i familiari del paziente -- continua Gala -- in modo che ci sia un consenso informato. E proprio perché sono farmaci non indenni da rischi e soprattutto alcuni possono comportare rischi cardiaci è opportuno eseguire un elettrocardiogramma ogni quindici giorni. In ogni caso questi trattamenti non vanno utilizzati a lungo. Dopo due mesi è opportuno rivalutare il paziente».

 

FONTE: http://www.corriere.it/salute/neuroscienze/15_febbraio_23/anziani-quando-ricorrere-anche-farmaci-antipsicotici-fa723fbe-bb3e-11e4-aa19-1dc436785f83.shtml

È un’ulteriore conferma dell’importanza della lotta alla sedentarietà e riguarda gli anziani: fare attività fisica può avere un impatto alquanto positivo sugli effetti dell’invecchiamento e garantire una buona capacità motoria anche in presenza di evidenti danni cerebrali alle aree motorie, spesso fisiologici con l’avanzare dell’età.
Aree isolate di alterato segnale della materia bianca cerebrale - che è costituita dalle fibre di connessione del cervello - si osservano spesso, tramite risonanza magnetica, nel cervello delle persone anziane. La condizione, detta anche stato di sofferenza vascolare cronica, viene associata a ridotte funzionalità motorie, come difficoltà di deambulazione.

Uno studio, condotto all’Università di Chicago su 187 soggetti ultraottantenni e pubblicato sulla rivista Neurology, ha mostrato che i più attivi fisicamente non accusavano una diminuzione delle proprie capacità motorie anche quando le aree alterate erano di notevole ampiezza e interessavano le aree motorie. I partecipanti, la cui attività fisica è stata monitorata per 11 giorni attraverso un braccialetto elettronico, sono stati sottoposti a test di valutazione della loro abilità motoria e a risonanza magnetica, proprio per quantificare il danno cerebrale. Ebbene, si è visto che, anche tenendo in considerazione altri fattori rilevanti come l’indice di massa corporea e l’eventuale presenza di malattie vascolari, nei più attivi dei partecipanti le lesioni della sostanza bianca non influivano sulle loro capacità motorie.

«L'attività fisica può creare una “riserva” che protegge le abilità motorie contro gli effetti dei danni cerebrali dovuti all’età» ha commentato Debra Fleischman del Departments of Neurological Sciences and Behavioral Sciences del Medical Center dell’Università di Chicago, il cui gruppo sta continuando a monitorare i soggetti reclutati per studiarne l’evoluzione in relazione all’attività fisica. Per provare un'associazione tra attività fisica e ridotti effetti motori del danno cerebrale bisognerà condurre uno studio prospettico. Tuttavia, dichiara la Fleischman, «questi risultati sottolineano l’importanza degli sforzi volti ad incoraggiare l’adozione da parte degli anziani di uno stile di vita più attivo per prevenire i disturbi motori, una delle più importanti sfide di salute pubblica». 

Quindi, se ancora ce ne fosse bisogno per convincervi ad uscire di casa, ricordate che fare un po’ di moto vi aiuterà ad accumulare quella riserva che vi proteggerà dall’invecchiamento.

 

http://www.lastampa.it/2015/03/16/scienza/benessere/anziani-fate-moto-per-combattere-danni-cerebrali-Xt5WrDwA7NMjZjAUqVeKqO/pagina.html

Esiste una via alimentare per la prevenzione dell'Alzheimer? Molti ricercatori ne sono convinti, tanto che il Policlinico Gemelli di Roma e l'Ospedale Fatebenefratelli presso l'Isola Tiberina hanno organizzato un Congresso internazionale intitolato “Approccio non convenzionale alla malattia di Alzheimer: dalla ricerca alla cura".
Nel corso dei lavori, uno chef pluristellato, Heinz Beck, ha presentato una ricetta basata sulle indicazioni fornite dai ricercatori. La ricetta è una ricciola marinata all'aceto balsamico bianco con neve di melograno.
Giacinto Miggiano, direttore dell'Unità di Dietetica del Policlinico Gemelli, ne spiega le proprietà anti-Alzheimer: “si tratta di un piatto dalle qualità organolettiche e nutrizionali particolari ad elevato contenuto di acidi grassi omega 3, di vitamine B1 e B6, altre vitamine (B12), e a ridotto contenuto di rame, indicato nelle persone con malattia neurodegenerativa, che tiene conto delle indicazioni supportate da studi scientifici eseguiti anche su campioni numerosi di popolazione".


Le indicazioni alimentari valide soprattutto per gli anziani prevedono un largo uso di frutta e verdura e una dose adeguata di vitamina E e vitamina B12.
L'alimentazione per prevenire l'Alzheimer è da sempre un interessante campo di ricerca. È in corso ad esempio un progetto di ricerca dell'Istituto Neurologico Besta di Milano per l'analisi degli effetti scaturiti da una speciale dieta “salva memoria”, basata ovviamente sui principi della dieta mediterranea.
I ricercatori del Besta, in collaborazione con il Policlinico, l'Istituto nazionale tumori e il San Raffaele di Milano, stanno testando il regime alimentare messo a punto su 350 volontari con età massima di 85 anni. I soggetti che fanno parte del campione si trovano nella fase immediatamente precedente l'insorgenza della patologia, come spiega Fabrizio Tagliavini, coordinatore della sperimentazione: “un'area grigia in cui si registrano episodi di declino cognitivo lieve e i biomarcatori del liquor cerebrospinale segnalano l'inizio di una situazione anomala, con tassi ridotti di proteina beta-amiloide (che segnalano il fatto che si è innescato il processo di deposizione nelle placche cerebrali responsabile dei danni alla memoria) e livelli innalzati di proteina Tau".


Secondo il progetto di ricerca, i pazienti verranno attivamente coinvolti frequentando corsi di cucina e mangiando almeno due volte alla settimana insieme ai ricercatori, sempre sulla base della dieta preparata, definita dagli stessi “dieta mediterranea 'rigorosa', integrata con elementi macrobiotici".
Si tratterà di un regime alimentare ipocalorico fondato sul consumo di “cereali integrali (pane, pasta e riso che contiene alcuni polifenoli antinfiammatori), legumi come fonte proteica primaria, pesce e qualche latticino (yogurt e formaggi freschi)", spiega Patrizia Pasanisi dell'Unità di medicina preventiva e predittiva dell'Int.


Del resto non è la prima volta che l'alimentazione assurge a fattore preventivo dell'Alzheimer. Modificare la propria alimentazione riducendo l'apporto di grassi saturi, infatti, può prevenire il rischio di sviluppare la demenza che precede l'Alzheimer (AD). Questo modello alimentare tuttavia non sarebbe in grado di esercitare un'influenza positiva quando si è già in presenza di sintomi di difficoltà cognitiva.
Lo sostiene una ricerca pubblicata su Archives of Neurology, sulle cui pagine gli autori avvertono: “un approccio più proficuo per lo studio dei fattori dietetici nell'AD potrebbe comportare l'utilizzo di interventi dietologici globali, che hanno validità ecologica maggiore e preservano l'ambiente nutrizionale in cui si verifica il consumo di grassi e carboidrati".


Scienziati del Veterans Affairs Puget Sound Health Care System di Seattle, guidati da Jennifer L. Bayer-Carter, hanno messo a paragone due tipi di regimi alimentari, uno con alto contenuto di grassi saturi e di carboidrati semplici, l'altro con basso contenuto degli stessi. Gli effetti sono stati valutati su un gruppo di 20 pazienti anziani sani e 29 anziani che mostravano una compromissione cognitiva lieve amnestica (aMCI), una condizione che preannuncia l'insorgenza della patologia. Durante lo studio, durato quattro settimane, 24 partecipanti hanno seguito la dieta ad alto contenuto di grassi e 25 quella a basso contenuto. I ricercatori hanno quindi testato le prestazioni dei volontari in vari test mnemonici, oltre ai livelli di biomarcatori come l'insulina, la glicemia, i componenti del liquido cerebrospinale e il colesterolo. Fra gli individui sani la dieta a basso contenuto di grassi ha determinato una riduzione di alcuni biomarcatori nel liquido cerebrospinale e i livelli di colesterolo totale, mentre lo stesso effetto non si è registrato fra chi soffriva già di aMCI. Secondo i ricercatori, “i risultati indicano che per gli adulti sani la dieta ALTA ha spinto i biomarcatori CSF in una direzione che può caratterizzare una fase presintomatica di AD. Gli effetti terapeutici di lungo termine dell'intervento dietetico possono essere una strada promettente da esplorare", concludono gli autori. "Inoltre, l'identificazione dei cambiamenti fisiopatologici alla base degli effetti dietetici possono rivelare importanti bersagli terapeutici da modulare attraverso la dieta o un intervento farmacologico mirato".

 

FONTE: http://www.italiasalute.it/8861/pag2/Ecco-ricetta-anti-Alzheimer.html

"Le malattie croniche in evoluzione creano sempre l'esigenza dell'assistenza. Sono infatti patologie che non procedono quasi mai verso la guarigione e che accompagnano molti anziani fino alla fine. Qualcuno potrebbe pensare che sono perciò malattie che lasciano i pazienti senza speranza. Può accadere, ma è proprio ciò che dobbiamo evitare. La vita, anche in età avanzata, ha infatti sempre un futuro. E questo futuro bisogna capirlo, afferrarlo e volerlo".  Il presidente della Pontificia Accademia per la Vita, il vescovo Ignacio Carrasco de Paula, presenta la tematica dell'imminente Assemblea Plenaria dell'organismo vaticano, in programma dal 5 al 7 marzo nell'Aula Nuova del Sinodo e caratterizzata da un Workshop aperto al pubblico nella giornata di venerdì 6. La Plenaria avrà come tema "L'assistenza agli anziani e le cure palliative", con l'obbiettivo di avvicinare scienza e fede al servizio di tutti coloro che aiutano gli anziani o hanno bisogno di cure palliative.

 

Gli anziani come sapienti

"Quando si assistono persone anziane nella fase del fine vita - spiega mons. Carrasco de Paula - bisogna tenere conto soprattutto che sono persone che hanno una lunga vita dietro le spalle. Bisogna considerarli come dei sapienti, dei saggi, persone che hano vissuto tante esperienze e sono in grado, più di quanto uno possa sospettare, di interpretare in modo giusto anche questa nuova esperienza che si presenta in un momento particolarmente delicato". 

 

Aumentano i pazienti bisognosi di cure palliative

"Le cure palliative sono una realtà piuttosto recente. Sono nate in un'epoca in cui l'attenzione etica è stata, e continua a essere, molto forte. Quindi, in generale, non possiamo lamentarci di come sono gestite. Il vero problema è l'aumento continuo dei pazienti anziani bisognosi, non solo di un accompagnamento, ma proprio di cure specifiche per alleviare i sintomi che possono accompagnare l'invecchiamento. Con il prolungarsi dell'età media è sempre più probabile che un anziano contragga in età avanzata una malattia che lo accompagnerà fino alla fine dei suoi giorni. E in tutti questi casi è necessario assicurare a queste persone una qualità di vita che sia accettabile".  

 

Riconoscere nell'anziano malato una persona

Il Workshop in programma durante la Plenaria dell'Accademia per la Vita si occuperà anche delle relazioni interpersonali dell'anziano bisognoso di cure, in famiglia, nella società, in ospedale. "Ritengo che questo sia l'aspetto centrale di questa problematica", spiega il Presidente dell'Accademia Pontificia. "Tenendo conto però - precisa - che prima ancora di vedere nell'anziano una persona bisognosa di cure, bisogna vedere in lui una persona e basta". "L'anziano non deve essere considerato un optional nella società, ma fino alla fine è un soggetto. E ciò non solo riguardo alla sua dignità, ma anche rispetto alle sue reali possibilità di continuare a essere protagonista non solo della sua vita, ma  anche di quella che condivide con molte altre persone, nella famiglia, nella società, nel lavoro". 

 

Una pastorale programmata

"Non c'è dubbio che, specie negli ultimi dieci anni, si siano fatti passi in avanti enormi nel campo delle cure palliative", spiega Carrasco de Paula. "Soltanto dieci, quindici anni fa, questo tipo di cure erano molto più marginali di adesso". "Certo, bisogna fare sempre di più. Perché oggi gli anziani sono i primi candidati  - come dice Papa Francesco - a essere vittime della cultura dello scarto". "Dal punto di vista spirituale - aggiunge il vescovo - è importante stabilire una pastorale programmata rivolta agli anziani". "Se infatti, quando una persona è giovane, la malattia è un evento inatteso, nel caso degli anziani è possibile prevedere una pastorale specifica per accompagnarli nella fase del fine vita, in presenza di malattie croniche". "Come dice il Vangelo 'La messe è molta ma gli operai sono pochi'. Quindi ci sono dei limiti, ma sul problema oggi c'è una coscienza particolarmente viva nella Chiesa".

 

Eutanasia e uso proporzionato dei mezzi terapeutici

Alcuni articoli di giornale hanno denunciato il ricorso all'eutanasia in alcuni ospedali italiani, anche nei casi di anziani nella fase di fine vita. "In queste circostanze -  commenta mons. Carrasco de Paula - bisogna essere molto cauti. Ci sono infatti alcuni interventi medico-sanitari, nei casi di pazienti anziani o di malati terminali, che a un certo punto si rivelano inefficaci e si debbono interrompere, perché creano più disagio che aiuto. In questo caso non si può parlare di scelte eutanasiche". "Sul tema - spiega il presidente della Pontificia Accademia per la Vita - c'è un documento del 1980 molto efficace e preciso della Congregazione per la dottrina della fede, purtroppo poco conosciuto". "Nella seconda parte del documento si spiega bene in cosa consiste un uso proporzionato dei mezzi terapeutici. In alcuni casi si possono interrompere, quindi, determinate cure. Quello che non si può fare mai, dal punto di vista etico, è interrompere le cure di base: quelle di cui hanno bisogno tutti, sia i pazienti che i medici, come la nutrizione, l'idratazione, l'igiene, ecc.. Il guaio è che spesso non si è capaci di individuare quali sono queste cure di base, che pure il documento descrive bene. Nel caso di un anziano che non può provvedere a sé stesso, queste cure gli vanno senz'altro offerte fino alla fine". "Pertanto - conclude il vescovo - dobbiamo fare molta attenzione  a non interpretare l'interruzione di certe cure come abbandono del malato o dell'anziano. Il pericolo dell'abbandono c'è sempre in campo medico, specie nei casi di pazienti per così dire ostici. Ma possiamo dire che in paesi mediterranei come l'Italia e la Spagna oggi non abbiamo molti poblemi di vera eutanasia".

 

FONTE: http://it.radiovaticana.va/news/2015/03/03/accademia_per_la_vita_gli_anziani_persone_fino_alla_fine/1126776

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