La NOSTRA badante a casa TUA

SE PERSINO un piemontese schivo come Paolo Ghia, responsabile del programma di ricerca strategica sulla leucemia linfatica cronica del San Raffaele di Milano, parla di grande eccitazione, allora c’è proprio da crederci. Anche se l’entusiasmo dei medici si scontra - come sempre - con il fatto di dover aspettare chissà quanto per un farmaco che già si usa negli Stati Uniti da oltre due mesi e sta rivoluzionando la storia della leucemia linfatica cronica (Llc), la forma più comune negli adulti, la cui incidenza ( 5-6 persone su centomila all’anno). E il cui trattamento può essere difficile poiché una gran parte di malati sviluppa mutazioni e resistenze. Ma il nuovo farmaco promette non solo maneggevolezza, la terapia è orale, ma efficacia altissima, perché riesce a indurre remissioni complete proprio in quel quarto di pazienti di Llc con prognosi peggiore, i ricaduti e i refrattari ad altre terapie. I più difficili da trattare.

 

Il farmaco. Il venetoclax, dell’americana Abbvie, già utilizzato anche in Italia da Ghia per uso compassionevole, concesso cioè gratuitamente dall’azienda ai pazienti che avevano esaurito le opzioni terapeutiche disponibili, oltre ad una efficacia che - spiega Ghia - arriva anche al 80 per cento, ha anche il vantaggio, modulandolo bene, di avere un profilo di tossicità accettabile. "Vedremo poi - continua l’esperto, al congresso europeo di Ematologia Eha di Copenhagen - se l’utilizzo diffuso confermerà il profilo di sicurezza".

 

In Europa si spera che l’approvazione arrivi entro l’autunno, ma il nodo come sempre sarà quello dei costi. l’azienda non si sbilancia ma negli USA il costo di un trattamento è di circa 100.00 dollari all’anno. E anche se in Europa si riescono sempre a contrattare al ribasso i prezzi dei farmaci più innovativi non sarà ovviamente una terapia a buon mercato.

Il cocktail di farmaci. Ma, prima ancora che il farmaco sia disponibile per tutti, la scienza va oltre. E gli ematologi ipotizzano di combinare Venetoclax, per la sua efficacia ad indurre la morte nelle cellule tumorali, con ibrutinib, molecola di Janssen che adesso si può utilizzare anche sui malati di Llc in prima linea, che ha invece dimostrato di riuscire a intervenire con grande efficacia sui linfonodi interessati dalla malattia - e forse secondo alcuni addirittura originatori della malattia - sgonfiandoli. «I linfonodi sono l’ultimo santuario da conquistare - ragiona Ghia - e ibrutinib è talmente efficace che ci ha davvero permesso di far regredire in pochi giorni masse di decine di centimetri. Somministrarlo insieme a Venetoclax, che ha invece un’azione che favorisce l’apoptosi tumorale, potrebbe aiutarci a eliminare fino all’ultima cellula malata». Ed è il concetto di malattia minima residua, o Mrd, che arriva anche per la leucemia linfatica cronica e che, dal palcoscenico del congresso europeo, gli ematologi chiedono alle agenzie regolatorie - l’americana Fda e l’europea Ema - di inserire come obiettivo di efficacia negli studi clinici.

 

L'efficacia. Ma l'efficacia del nuovo farmaco è stata testata anche per la leucemia mieloide acuta. "Stiamo conducendo due trial su un totale di 43 pazienti - racconta l’ematologo Giovanni Martinelli, del policlinico S.Orsola di Bologna - il mio centro è l’unico in Europa con due malati. Per ora il risultato è ottimo. Usata con intelligenza, è adatta anche agli anziani. Inoltre ci sono buoni risultati anche per i linfomi di basso grado". E la ricerca continua, con tanti nuovi farmaci in arrivo.

 

Il problema, come sempre, saranno i prezzi. Che costringono sempre più spesso il medico - ammette sconsolato Ghia - a giocare a fare Dio, e a dover scegliere i pazienti da indirizzare verso le molecole più nuove e costose; e quelli da curare con quelle vecchie e più economiche.

 

FONTE: http://www.repubblica.it/salute/ricerca/2016/06/20/news/eppure_si_puo_spazzare_via_la_leucemia-142440624/

 

Galassia tate, colf, badanti: il sommerso è la regola sulla scia di un tacito accordo tra datore di lavoro e lavoratore alimentato dalla mancanza di norme chiare e incentivi per regolare le prestazioni fisse o part-time per la cura dei bambini, anziani, disabili o semplicemente della casa. E l'incidenza del nero resta altissima, pari al 55% del lavoro totale. 

"Il nero è un fenomeno congenito a queste prestazioni private, poco e difficilmente controllabili", sottolinea con l'Adnkronos Andrea Zini, vice presidente di Assindatcolf, l'associazione nazionale dei datori di lavoro domestici. "Colf, tate e badanti in nero sono oltre un milione, contro i circa 920mila registrati". La quota del sommerso viaggia quindi intorno al 55% del totale. Sempre alta ma in forte calo rispetto al 2001 quando era ben oltre l’80%. Il punto è che le famiglie grazie alle operazioni culturali e ad una diversa sensibilità civica oggi iniziano ad avere un approccio diverso.

 

In ogni caso il sommerso resta alto, distorce il mercato e logora l'economia, spinto "dall'interesse contrapposto ma univoco tra lavoratore e datore di lavoro". Ecco perché per contrastarlo e favorire l'emersione "la prima arma da attivare è la deduzione del costo del lavoro, come accade nel resto d'Europa - sottolinea Zini - Se si deducesse il costo del lavoro, il datore non ricorrerebbe al nero perché ovviamente godrebbe dei benefici legati al minor costo della prestazione e non si esporrebbe ai costi altissimi di una denuncia". Da qui la richiesta dell'associazione di "inserire nella prossima legge di Stabilità la deducibilità del lavoro domestico". Una misura necessaria per un mercato che non conosce crisi: dati alla mano, sono oltre 2mln le famiglie che si avvalgono dei collaboratori domestici per una spesa complessiva di 19,3 miliardi, un valore che negli ultimi quindici anni è cresciuto del 22%. Inoltre secondo i dati Inps, in Italia nel 2014 i collaboratori domestici erano per il 46% di un’altra nazionalità europea, per il 31% provenienti da paesi terzi.

 

Allargando lo scenario al resto d'Europa, i dati ufficiali della Commissione Ue del 2012 parlano di 2,6 mln di collaboratori domestici con contratti regolari, l'89% donne. Tra questi il 27% in Italia, seguita dalla Spagna (25%) e dalla Francia (23%). Ma si tratta, anche in questo caso, di dati assolutamente parziali. Non tengono conto infatti dell'esercito dei lavoratori in nero, i lavoratori "invisibili" li ha definiti il Parlamento europeo, perché non sono destinatari di un contratto regolarmente registrato e svolgono lavori informali, senza benefit di sicurezza sociale e senza assistenza sanitaria. Finiscono così a far parte dell'economia sommersa, ignota al fisco e alla previdenza. In Europa e in Italia. 

 

FONTE: http://www.adnkronos.com/soldi/economia/2016/06/11/tate-colf-badanti-piu-della-meta-lavorano-nero_DfVtgdNhjymgplgVZfUomJ.html?refresh_ce

 

 

 

Quindici minuti di esercizio fisico al giorno potrebbero essere un ragionevole obiettivo per le persone più avanti con l'età, per evitare problemi di salute. Un quarto d'ora di sport quotidiano abbassa infatti la mortalità del 22%, hanno calcolato gli esperti dell'Università di Saint-Etienne (Francia), che hanno presentato uno studio ad hoc all'EuroPRevent 2016 in corso a Sophia Antipolis.

 

"L'età non è una scusa per non fare attività", dice David Hupin, autore principale della ricerca, "ma meno della metà degli anziani raggiunge l'obiettivo settimanale minimo di 150 minuti di esercizio moderato o di 75 minuti di esercizio intenso. Per questo abbiamo voluto calcolare quale fosse il livello benefico più basso per ridurre la mortalità".

 

Gli esperti hanno dunque studiato due coorti di popolazione, una francese di 1.011 persone di 65 anni nel 2001, per un periodo di 12 anni; e una coorte di 122.147 persone di 60 anni per 10 anni. E' stato misurato il livello di attività fisica e sono state registrate le morti avvenute all'interno dei gruppi.

 

Ebbene, a confronto con le persone inattive, gli anziani che fanno almeno 15 minuti di attività fisica al giorno godono del 22% in meno di mortalità. Man mano che la quantità di sport aumenta, la percentuale aumenta a 28 e a 35%, nel caso di attività media o intensa.

 

"Pensiamo che gli anziani dovrebbero progressivamente aumentare l'attività fisica nella loro vita quotidiana, ma piuttosto che cambiare drasticamente le proprie abitudini per soddisfare le raccomandazioni, 15 minuti di movimento al giorno potrebbe essere un obiettivo ragionevole", concludono gli autori.

 

FONTE: http://www.panorama.it/scienza/salute/salute-studio-15-minuti-attivita-fisica-obiettivo-ragionevole-per-anziani/

 

La malnutrizione non riguarda solo i Paesi meno sviluppati; in Europa sono a rischio oltre 33 milioni di persone che non si nutrono a sufficienza, soprattutto anziani che vivono da soli o che soffrono di malattie croniche; circa 1 anziano su 2 risulta malnutrito al momento del ricovero in ospedale.

 

Recupero difficile per loro 

 

Lo sottolineano gli esperti di Sinuc, la Società italiana di nutrizione clinica e metabolismo, durante il congresso nazionale in corso a Roma. «Spesso la malnutrizione non viene diagnosticata e, anche quando lo è, non sempre viene curata in modo adeguato perché si sottovaluta il problema, in particolare l’importanza che la massa muscolare e la forza fisica hanno per il recupero dopo un ricovero e la malattia stessa – afferma il presidente di Sinuc, Maurizio Muscaritoli, docente di medicina interna e nutrizione clinica all’università La Sapienza di Roma – . Ma non si tratta di un “problema estetico”: la malnutrizione non è meno pericolosa dell’obesità e può avere serie ripercussioni sulla salute e anche sul sistema sanitario».

 

Rischio infezioni tre volte superiore 

 

Secondo alcuni studi, i pazienti malnutriti sono soggetti a un maggior numero di complicazioni rispetto a quelli nutriti correttamente; per esempio, in ospedale corrono un rischio di contrarre infezioni tre volte superiore agli altri. Inoltre, hanno maggiori probabilità di nuovi ricoveri e anche di minore sopravvivenza. Insomma, una malattia nella malattia. «Ancora oggi quando un paziente viene ricoverato in ospedale non sempre si registra in cartella clinica il suo peso ponderale e l’altezza, che servono a calcolare l’indice di massa corporea – fa notare Francesco Landi, del Centro di medicina dell’invecchiamento dell’Università Cattolica di Roma – . Per aiutare gli anziani che già soffrono o sono a rischio di malnutrizione, la nutrizione clinica deve diventare parte integrante delle cure». 

 

Campanelli d’allarme 

 

Ma quali sono i segnali di una carenza nutritiva? «Un indicatore importante è la recente perdita di peso avvenuta in modo involontario – spiega Muscaritoli – . In particolare, comincia a essere un campanello d’allarme un calo del 5-10% negli ultimi tre-sei mesi. I motivi possono essere diversi, per esempio, problemi di masticazione e deglutizione, l’intestino che funziona male, perdita dell’appetito, assunzione insufficiente di alimenti, anziani che consumano pochissima carne anche per motivi economici; ma l’apporto delle proteine e degli altri nutrienti è importante soprattutto dopo i 65 anni». Che un intervento nutrizionale possa avere effetti sulla salute dei pazienti lo conferma un recente studio, pubblicato su Clinical Nutrition, condotto negli Stati Uniti tra il 2012 e il 2014 su un campione di oltre 600 anziani malnutriti ricoverati presso 78 diversi ospedali. Nel gruppo che assumeva, oltre alla terapia, anche un supplemento nutrizionale orale - a base di proteine, vitamina D e HMB, derivato dell’aminoacido leucina che si trova naturalmente nelle cellule muscolari -, i ricercatori hanno riscontrato miglioramenti di peso corporeo, stato nutrizionale e livelli di vitamina D, oltre a un tasso di mortalità significativamente più basso.a malnutrizione non riguarda solo i Paesi meno sviluppati; in Europa sono a rischio oltre 33 milioni di persone che non si nutrono a sufficienza, soprattutto anziani che vivono da soli o che soffrono di malattie croniche; circa 1 anziano su 2 risulta malnutrito al momento del ricovero in ospedale. 

 

Recupero difficile per loro 

 

Lo sottolineano gli esperti di Sinuc, la Società italiana di nutrizione clinica e metabolismo, durante il congresso nazionale in corso a Roma. «Spesso la malnutrizione non viene diagnosticata e, anche quando lo è, non sempre viene curata in modo adeguato perché si sottovaluta il problema, in particolare l’importanza che la massa muscolare e la forza fisica hanno per il recupero dopo un ricovero e la malattia stessa – afferma il presidente di Sinuc, Maurizio Muscaritoli, docente di medicina interna e nutrizione clinica all’università La Sapienza di Roma – . Ma non si tratta di un “problema estetico”: la malnutrizione non è meno pericolosa dell’obesità e può avere serie ripercussioni sulla salute e anche sul sistema sanitario». 

 

Rischio infezioni tre volte superiore 

 

Secondo alcuni studi, i pazienti malnutriti sono soggetti a un maggior numero di complicazioni rispetto a quelli nutriti correttamente; per esempio, in ospedale corrono un rischio di contrarre infezioni tre volte superiore agli altri. Inoltre, hanno maggiori probabilità di nuovi ricoveri e anche di minore sopravvivenza. Insomma, una malattia nella malattia. «Ancora oggi quando un paziente viene ricoverato in ospedale non sempre si registra in cartella clinica il suo peso ponderale e l’altezza, che servono a calcolare l’indice di massa corporea – fa notare Francesco Landi, del Centro di medicina dell’invecchiamento dell’Università Cattolica di Roma – . Per aiutare gli anziani che già soffrono o sono a rischio di malnutrizione, la nutrizione clinica deve diventare parte integrante delle cure».

 

Campanelli d’allarme 

 

Ma quali sono i segnali di una carenza nutritiva? «Un indicatore importante è la recente perdita di peso avvenuta in modo involontario – spiega Muscaritoli – . In particolare, comincia a essere un campanello d’allarme un calo del 5-10% negli ultimi tre-sei mesi. I motivi possono essere diversi, per esempio, problemi di masticazione e deglutizione, l’intestino che funziona male, perdita dell’appetito, assunzione insufficiente di alimenti, anziani che consumano pochissima carne anche per motivi economici; ma l’apporto delle proteine e degli altri nutrienti è importante soprattutto dopo i 65 anni». Che un intervento nutrizionale possa avere effetti sulla salute dei pazienti lo conferma un recente studio, pubblicato su Clinical Nutrition, condotto negli Stati Uniti tra il 2012 e il 2014 su un campione di oltre 600 anziani malnutriti ricoverati presso 78 diversi ospedali. Nel gruppo che assumeva, oltre alla terapia, anche un supplemento nutrizionale orale - a base di proteine, vitamina D e HMB, derivato dell’aminoacido leucina che si trova naturalmente nelle cellule muscolari -, i ricercatori hanno riscontrato miglioramenti di peso corporeo, stato nutrizionale e livelli di vitamina D, oltre a un tasso di mortalità significativamente più basso. 

 

FONTE: http://www.corriere.it/salute/nutrizione/16_giugno_08/italia-1-anziano-2-malnutrito-quando-entra-ospedale-7a30295e-2d9a-11e6-9ed7-029647940570.shtml

 

Le malattie del sistema circolatorio e il cancro sono, di gran lunga, le principali cause di morte in Europa. A confermarlo sono gli ultimi dati pubblicati da Eurostat che però rivelano molto di più di questo risultato.

In primis il report Eurostat ci dice che tra il 2004 e il 2013, “c’è stata riduzione del 11% del tasso di mortalità per cancro tra gli uomini e una riduzione del 5,9% per le donne . Inoltre cali più vistosi si sono registrati in relazione alle morti per cardiopatia ischemica, dove i tassi di mortalità sono diminuiti del 30,6% per gli uomini e del 33,4% per le donne, mentre ancora maggiori riduzioni sono state registrate per le morti da incidenti stradali, i cui i tassi sono scesi del 45,3% per gli uomini e 47% per le donne”.

 

Anche per quanto riguarda il tasso di mortalità per il cancro al seno, “esso è diminuito del 10,1% per le donne”. Al contrario, Eurostat ci fa notare invece come il tasso di mortalità per malattie del sistema nervoso “è aumentato per gli uomini del 18,9% e per le donne del 25,1%.

Il cancro al polmone (tra cui anche il cancro della trachea e dei bronchi) mostra invece andamenti divergenti: per gli uomini il tasso di mortalità standardizzato è diminuito del 20,8%, mentre per le donne è aumentata del 71,9%”.

Malattie del sistema cardiocircolatorio nella UE: Il tasso di mortalità è di 383 morti ogni 100.000 abitanti. Le malattie del sistema circolatorio comprendono i problemi relativi alla pressione alta, colesterolo, diabete e fumo. Le più comuni cause di morte per malattie del sistema circolatorio sono gli infarti e le malattie cerebrovascolari. Le ischemie cardiache hanno causato 132 decessi ogni 100.000 abitanti in tutta l'UE-28 nel 2013.

 

Gli Stati membri dell'Unione europea con i più alti tassi di mortalità standardizzati per malattie ischemiche del cuore sono la Lituania, la Lettonia, la Slovacchia, l'Ungheria e la Repubblica Ceca - tutti sopra 350 decessi per 100 000 abitanti nel 2013. All’altra estremità la  Francia, Portogallo, Paesi Bassi, Spagna, Belgio, Danimarca, Lussemburgo e Grecia, così come il Liechtenstein, hanno i più bassi tassi di mortalità standardizzati per malattie ischemiche del cuore (inferiori ai 100 morti ogni 100mila abitanti). L’Italia è sotto la media con un tasso di 104 morti ogni 100mila abitanti)

Il cancro è una delle principali cause di morte, con una media 265 morti ogni 100.000 abitanti in tutta l'UE a 28. Le forme più comuni di cancro - tutti con tassi di mortalità standardizzati al di sopra di 10 per 100.000 abitanti – sono : trachea, bronchi e del polmone; colon, retto-sigma giunzione, retto, ano e canale anale; Seno; pancreas; stomaco e del fegato e dei dotti biliari.

Ungheria, Croazia, Slovacchia, Slovenia, Danimarca e Lettonia sono i paesi più colpiti dal cancro - con 300 o più morti ogni 100.000 abitanti nel 2013. Per l’Italia i decessi sono di 250 ogni 100mila abitanti.

 

Dopo le malattie cardiovascolari e il cancro, le malattie respiratorie sono la terza causa più comune di morte nell'UE con una media di 83 decessi ogni 100.000 abitanti nel 2013.. “Le malattie respiratorie – rileva Eurostat - sono legate all'età, con la stragrande maggioranza dei decessi per queste patologie registrate tra quelli di età compresa tra 65 o più”.

I più alti tassi di mortalità standardizzati per malattie respiratorie tra gli Stati membri dell'UE sono stati registrati nel Regno Unito (144 ogni 100.000 abitanti), l'Irlanda (131 per 100.000 abitanti), la Danimarca (128 per 100. 000 abitanti) e in Portogallo (124 per 100. 000 abitanti). Italia ampiamente sotto la media con un tasso di 60 decessi ogni 100mila abitanti.

 

Come notato sopra, i tassi di mortalità standardizzati per le malattie del sistema nervoso sono aumentati negli ultimi anni. Nel 2013, il tasso globale europeo è stato di 38 morti ogni 100.000 abitanti. La Finlandia ha registrato il tasso più alto tra gli Stati (141 morti ogni 100.000 abitanti), più del doppio del secondo, i Paesi Bassi con 56 morti per 100.000 abitanti. Italia poco sotto la media con 34 decessi.

Le cause di morte includono anche i suicidi e gli incidenti stradali. Anche se il suicidio non è una delle principali cause di morte ed i dati per alcuni Stati membri dell'UE sono poco precisi, esso è spesso considerato come un importante indicatore per lo status di una società. In media nella Ue, ci sono stati 11,7 morti ogni 100.000 abitanti risultanti dal suicidio nell'UE-28 nel 2013. I tassi di mortalità standardizzati più bassi per il suicidio nel 2013 sono stati registrati in Grecia (4,8 decessi ogni 100.000 abitanti) e Malta (5,1), e tassi relativamente bassi - di meno di 8 morti ogni 100.000 abitanti - sono stati registrati anche a Cipro, Italia e nel Regno Unito, così come in Turchia e nel Liechtenstein. Il tasso di mortalità più alto si è registrato invece in Lituania (36,1 decessi per 100.000 abitanti) ed è stato tre volte superiore alla media.

 

La frequenza dei decessi causati da incidenti stradali nell'UE-28 nel 2013 è stata inferiore rispetto alla frequenza dei suicidi. Sono Romania, Lituania, Polonia e Croazia ad avere i più alti tassi di mortalità standardizzati (10 o più morti ogni 100.000 abitanti) mentre il Regno Unito ha registrato 2,7 morti per incidenti di trasporto per 100.000 abitanti. Italia con il suo 5,8 in media (5,9).

 

FONTE: http://www.quotidianosanita.it/studi-e-analisi/articolo.php?articolo_id=40405

Gli integratori di melatonina sembrano ridurre i marcatori dell’infiammazione e potrebbero trattare e persino aiutare a prevenire malattie infiammatorie negli anziani. È quanto emerge da una metanalisi condotta dalla Stony Brook University School of Medicine di New York.

 

“La melatonina ha il potenziale per ridurre l’infiammazione, e poiché viene comunemente impiegata per facilitare il sonno, potrebbe anche avere questi ulteriori effetti benefici, senza alcuna controindicazione”, ha spiegato la leader della ricerca, Saumya Bhutani.

 

“Il più importante passo da fare è continuare ad indagare il potenziale della melatonina come farmaco antinfiammatorio”, ha continuato Buthani, che ha presentato i risultati  il 20 maggio al meeting annuale dell’American Geriatrics Society, tenutosi a Long Beach, in California.

 

La metanalisi

 

I ricercatori hanno individuato 16 trial controllati randomizzati con la melatonina e hanno riscontrato che l’integratore era legato a una riduzione dei marcatori dell’infiammazione, con una differenza media standardizzata di -5.97 per l’interleuchina 6, di -2.30 per il fattore di necrosi tumorale alfa, di -3.05 per la proteina C reattiva e di -21.06 per l’interleuchina 8.

Nel tentativo di evitare bias di pubblicazione, il team ha eliminato gli studi con ampi effetti e ha osservato che rimanevano importanti riduzioni per l’interleuchina 6, a una deviazione standard media di -1.33, e per l’interleuchina 8, a una deviazione standard media di -13.46, ma non per il fattore di necrosi tumorale alfa e nemmeno per la proteina C reattiva.

 

Tra l’altro, osservano gli autori, i trial umani sulla melatonina non sono comuni e i dosaggi in quelli trovati per questa analisi variavano dai 3 mg ai 10 mg da assumere per via orale e dagli 11 mg ai 200 mg per via intravenosa.

“La melatonina appare efficace e sicura, quindi vale la pena provare se i pazienti sono interessati e possono farlo. Non sono sicuro che prevenga l’infiammazione associata all’avanzare dell’età ma potrebbe contribuire ridurla o ritardarla”, dice il Dr. Benjamin Bensadon, assistente professore di scienza biomedica clinica presso la Florida Atlantic University di Boca Raton, Florida.

 

“Anche lo stress genera infiammazione e l’ansia nei soggetti anziani prevale al livello nazionale. Combinare la terapia farmacologica con quella comportamentale sarebbe ottimale”, conclude.

 

FONTE: http://www.quotidianosanita.it/scienza-e-farmaci/articolo.php?articolo_id=40030

 

Il modello è composto da 11 fattori, di cui sei sono rilevati routinariamente (età del paziente, tipo di cancro, farmaci chemioterapici pianificati e dosi, emoglobina e clearance della creatinina) e cinque sono rappresentati da domande per effettuare una valutazione geriatrica in merito a udito e cadute, possibilità del paziente di prendere autonomamente i farmaci, limitazioni nella deambulazione e possibile interferenza di problemi fisici/emotivi nelle attività sociali.

In una coorte di sviluppo di 500 pazienti, il modello ha individuato i pazienti anziani a rischio di tossicità della chemioterapia, mentre il parametro comunemente usato del Karnofsky Performance Status (KPS) non lo ha fatto.
Come riferiscono i ricercatori, più della metà dei pazienti (58%) aveva una tossicità almeno di grado 3. Il rischio di tossicità aumentava con l’incremento del punteggio legato al rischio (36,7% basso, 64,2% medio, 70,2% alto; p<0.001).

L’area sotto la curva ROC (Receiver-operating characteristic) era 0.65, come quanto osservato nella coorte di sviluppo (0.72; p=0.09). Non risultava nessuna associazione tra KPS e tossicità della chemioterapia (p=0.25).

 

I COMMENTI SUGLI AUTORI

 

“Soppesare i rischi e benefici della chemioterapia negli anziani è difficile perché ce ne sono pochi nei trial clinici randomizzati volti a informare su questo rischio”, osservano il Dr. Hurria e colleghi nel loro articolo. “Inoltre, quelli inclusi nei trial clinici stanno fisicamente bene e non rappresentano la popolazione anziana in generale. Quindi, questo studio colma un gap sviluppando uno strumento comprovato per valutare il rischio di tossicità della chemioterapia negli anziani che ricevono tale terapia nella pratica quotidiana per contribuire al processo decisionale clinico”.

I ricercatori notano di aver previsto una tossicità compresa tra il grado 3 e il grado 5, ma il 2 potrebbe essere “ugualmente importante” negli anziani. Inoltre, i pazienti inclusi nella coorte avevano tumori solidi e non ricevevano biologici o chemioterapia a dosi elevate; “quindi, questi risultati si riferiscono a pazienti con tumori solidi che ricevono la chemioterapia”.

Il team conclude che “il modello predittivo è semplice da usare, pertanto aumenta la fattibilità dell’inclusione nella pratica quotidiana e può fornire a pazienti e oncologi ulteriori informazioni da inserire nel processo decisionale. Parlare dei rischi del trattamento è fondamentale per permettere ai pazienti di prendere una decisione informata. Inoltre, il modello potrebbe consentire agli oncologi di prevedere la tossicità in pazienti ad alto rischio per prendere provvedimenti preventivi e cercare di ridurre questo rischio”.

 

FONTE: http://www.quotidianosanita.it/scienza-e-farmaci/articolo.php?articolo_id=39990

 

“L’obesità è una malattia potenzialmente mortale, riduce l’aspettativa di vita di 10 anni, è causa di disagio sociale e spesso, tra bambini e adolescenti, favorisce episodi di bullismo, che più volte le cronache hanno riportato. Eppure, l’Italia e l’Europa, sino ad oggi, hanno guardato altrove“. È la forte denuncia di Paolo Sbraccia, presidente SIO-Società italiana dell’obesità, in occasione della presentazione organizzata da SIO con il contributo non condizionato di Novo Nordisk – oggi al Senato – della Giornata europea dell’obesità, che si svolgerà sabato. Sbraccia ha ricordato come nonostante l’Organizzazione mondiale della sanità consideri l’obesità una malattia, nel Vecchio continente solo il Portogallo ne abbia preso atto.

 

Per queste ragioni, sotto la spinta della Società europea dell’obesità (EASO) e delle associazioni scientifiche nazionali, tra le quali SIO, un gruppo di Parlamentari europei di tutti gli schieramenti politici, guidati dal maltese Alfred Sant e che comprende gli italiani Enrico Gasbarra, Fabio Massimo Castaldo e Giovanni La Via, presidente della Commissione Ambiente, sanità pubblica e sicurezza alimentare del Parlamento europeo, ha promosso una “dichiarazione scritta” che invita Commissione europea e Consiglio d’Europa “ad agire in vista di un riconoscimento armonizzato, a livello europeo, dell’obesità come malattia cronica“. Il documento, inoltre, sottolinea come: “stante la situazione, vi è l’urgente necessità di riconoscere l’obesità come malattia, onde garantire una migliore mobilitazione delle risorse quando si tratta di prevenzione, cura e assistenza“. “Si stima che l’obesità colpirà, entro il 2030, il 50% dei cittadini europei e in molti Paesi, tra persone obese e sovrappeso, si raggiungerà il 90% della popolazione“, ha detto Sbraccia.

 

“Già oggi, come ricordano i proponenti il documento al Parlamento europeo, il costo economico e sociale dell’obesità è pari a 70 miliardi di euro nell’Unione, tra costi sanitari e mancata produttività, quasi 200 milioni di euro al giorno, che hanno un impatto notevole e assolutamente sottovalutato sui sistemi sanitari“, ha aggiunto Sbraccia. “Affinché i Governi, incluso quello italiano, pongano il giusto rilievo a questo enorme problema di salute e sociale, è fondamentale che la maggioranza dei membri del Parlamento europeo aderisca, firmandola, a questa iniziativa. Rivolgo pertanto un appello a tutti i nostri parlamentari europei, perché si impegnino e contribuiscano attivamente“, ha concluso Sbraccia. Gli ha fatto eco la senatrice Laura Bianconi, membro della XII Commissione Igiene e Sanità del Senato e vicepresidente del gruppo Area popolare (NCD-UDC) a Palazzo Madama: “L’obesità, come emerge dai recenti dati di uno studio pubblicato sull’autorevole The Lancet, che ha analizzato l’evoluzione del fenomeno in quasi 200 nazioni, è aumentata in maniera drammatica negli ultimi 40 anni nel mondo, in Europa e in Italia; basti pensare che si stimava in 105 milioni il numero di obesi sul pianeta nel 1975, cresciuto di sei volte ai 640 milioni di oggi. Come parlamentare italiano, da sempre impegnata in ambito sanitario, non posso non associarmi all’invito della comunità scientifica nazionale e internazionale, sollecitando i colleghi Italiani eletti a Strasburgo ad aderire all’iniziativa“.

 

Sulla medesima lunghezza d’onda anche la vicepresidente della Commissione Igiene e sanità Maria Rizzotti, e la vicepresidente del gruppo Pd al Senato Giuseppina Maturani. Concordemente, hanno sottolineato come il problema obesità sia più che reale anche nel nostro Paese, soprattutto per l’elevata presenza del fenomeno tra le giovani generazioni e l’aumento della percentuale complessiva di obesi dall’8,5% al 10,2% nel periodo 2001-2014.

 

FONTE: http://www.meteoweb.eu/2016/05/obesita-gli-esperti-malattia-mortale-riduce-la-vita-10-anni/688557/

 

Il matrimonio protegge la salute degli anziani. Solo degli uomini però: secondo una ricerca italiana condotta presso l’Università di Padova e pubblicata sul Journal of Women’s Health, i maschi over-65 sposati sono (rispetto ai coetanei celibi o vedovi) meno a rischio rispetto a malattie croniche, disabilità e morte. Invece le donne della stessa età che hanno perso il consorte appaiono, di contro, più “forti” delle coetanee che hanno ancora il marito accanto: le vedove soffrono meno di malattie croniche e hanno un ridotto rischio di morte.

 

I dati dello studio su 2mila anziani

 

I ricercatori padovani hanno considerato i dati relativi a quasi 2mila anziani inseriti nel “Progetto Veneto Anziani” e misurato il grado di “fragilità” mettendolo in relazione al loro stato civile. La “fragilità” è una condizione che si misura attraverso alcuni parametri fisici tra cui la velocità della camminata, la forza della presa della mano, l’autonomia nelle attività quotidiane ed è uno specchio del rischio di morte e disabilità.

Riguardo al risultato differente rispetto ai sessi è probabile, ipotizzano i ricercatori, che sia la conseguenza diretta del fatto che la vita coniugale tende a essere più gravosa e stressante per la donna anziana che tradizionalmente tiene “le redini” della gestione domestica occupandosi oltre che del coniuge, anche dei parenti più prossimi.

 

In Italia le donne penalizzate nella gestione domestica

 

Peraltro l’Italia secondo l’ultimo rapporto Ocse è il Paese dove le donne lavorano di più: ogni giorno 326 minuti più degli uomini. Lavori domestici e di cura, casa, figli e genitori anziani. La media Ocse è molto inferiore: 131 minuti secondo il recente dato emesso dall’Organizzazione per la Cooperazione e lo sviluppo. In particolare ogni donna in Italia dedica 36 ore la settimana ai lavori domestici, mentre gli uomini non vanno oltre le 14. Sono 22 ore di differenza: il divario maggiore tra tutti i Paesi industrializzati. Il «doppio fardello delle donne», dice l’Organizzazione riferendosi anche alle ore di lavoro fuori casa, può dare origine a «riduzione del tempo a propria disposizione e stress, con effetti negativi sulla qualità della vota e sulla salute».

 

FONTE: http://www.corriere.it/salute/16_aprile_26/gli-anziani-vedovi-diventano-piu-cagionevoli-salute-donne-no-e281f8a8-0bbb-11e6-a8d3-4c904844517f.shtml

 

In molti anziani solo il pensiero di poter soffrire un giorno di demenza genera ansia, anzi terrore. Cresce la paura di perdere la memoria, il timore di compiere atti inconsulti, di mettere in una pentola accesa delle verdure, accendendo il gas, ma dimenticando di aggiungere l'acqua per una zuppa. Uscire di casa e non ricordarsi più la strada del ritorno. Si teme la perdita della propria autonomia, l'isolamento, la fine della vita attiva.

 

In Italia soffrono di demenza oltre un milione di anziani. Fanno parte soprattutto degli Over 65, ben 13 milioni di persone, pari al 21,7% della popolazione totale. Le demenze rappresentano le sindromi psichiatriche più comuni: una causa importante di disabilità che, solo nel nostro Paese, fa registrare costi socio-sanitari per 10-12 miliardi di euro l'anno. Per favorirne una gestione appropriata, promuovendo sul territorio la conoscenza e l'applicazione degli obiettivi del Piano Nazionale Demenze, l'Associazione Italiana Psicogeriatria (AIP - presidente Marco Trabucchi) avvia un ambizioso programma di formazione: 13 eventi residenziali previsti da maggio a ottobre, in 13 regioni italiane, per coinvolgere oltre 600 medici sul territorio. L'annuncio è stato dato a Furenze al XVI Congresso nazionale AIP. La società scientifica che raggruppa medici neurologi, psichiatri, geriatri e psicologi attorno alle tematiche della fragilità dell'anziano, in particolare quelle che vedono una importante componente cerebrale. É composta da oltre 2.000 soci provenienti da tutta Italia.

 

ll progressivo invecchiamento della popolazione ha comportato un sensibile aumento dei disturbi cognitivo-comportamentali di natura neurodegenerativa, destinati ad acquisire in futuro sempre più rilevanza. Tra le sindromi psichiatriche più comuni vi sono le demenze (600mila con morbo di Alzheimer), hanno una prevalenza del 5-8% negli over 65 e, in circa il 15-25% dei casi, possono associarsi a depressione. Nella presa in carico del malato di demenza, dal riconoscimento dei primi sintomi al trattamento a lungo termine, il medico di famiglia è una figura cruciale: presentargli i contenuti e le finalità del Piano nazionale Demenze, educarlo a un corretto approccio diagnostico-terapeutico e renderlo consapevole del suo ruolo centrale nella rete integrata dei servizi sono gli obiettivi che si pone il progetto formativo.

 

Le demenze sono sindromi degenerative che colpiscono la memoria, il pensiero, il comportamento e la capacità di svolgere le attività quotidiane. Il loro carattere progressivo rende necessaria una diagnosi tempestiva, che consenta di attivare interventi farmacologici e psico-sociali volti a rallentare l'evoluzione della malattia e contenerne i disturbi. Non fanno parte del normale processo di invecchiamento, ma sono malattie da affrontare con determinazione, combattendo il fatalismo ancora presenti nelle famiglie, nella società e talvolta tra gli stessi operatori sanitari. Partendo da queste considerazioni, il 30 ottobre 2014 la Conferenza Unificata ha approvato l'accordo tra governo e regioni Piano nazionale Demenze che, puntando ad una gestione integrata e multidisciplinare, vuol fornire indicazioni strategiche per migliorare e uniformare la qualità dell'assistenza in Italia: dalle terapie al sostegno e all'accompagnamento del malato e dei caregiver, durante tutto il percorso di cura. L'attività del medico di famiglia è fondamentale.

 

FONTE: http://www.ilgiornale.it/news/salute/demenza-fa-sempre-pi-paura-1251367.html

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