La NOSTRA badante a casa TUA

Pare ormai chiaro: se una terapia non funziona la prima domanda da farsi non è se si stia prendendo il farmaco sbagliato, ma se si stia seguendo davvero lo schema di trattamento indicato dal medico. Ma come riuscire a farlo, visti i tanti ostacoli a una buona adesione alle cure? L’ultima revisione della Cochrane Collaboration lo ammette: a oggi nessun metodo si è rivelato indiscutibilmente efficace e non c’è una “ricetta” buona per tutti. Qualcosa però si può fare, a partire da un buon colloquio tra medico e paziente. «Spiegare a fondo perché bisogna prendere quel farmaco con le modalità indicate, chiarire i dubbi, rinforzare il messaggio ai controlli successivi aiuta a migliorare l’aderenza: per il paziente essere consapevole del proprio problema e condividere il percorso terapeutico è alla base della cura — dice Claudio Cricelli, presidente SIMG —. Quindi, bisognerebbe ridurre tutte le possibilità di confusione: il cambiamento della terapia, ad esempio perché si devono modificare i dosaggi, è un momento critico in cui il medico deve dedicare più tempo alle spiegazioni. Inoltre i pazienti, specie gli anziani, riconoscono il farmaco dalla scatola, dal colore e dalla forma della pillola: ogni volta che viene sostituito, la probabilità di un’assunzione corretta si riduce. Soprattutto in situazioni in cui l’aderenza è a rischio, meglio prescrivere sempre lo stesso prodotto». Lo conferma un recente studio pubblicato sugli Annals of Internal Medicine: quando la pastiglia abituale cambia colore o forma, il rischio di abbandonare la terapia aumenta del 66%.

 

I DISPENSER PER I FARMACI

Per ricordarsi di prendere il medicinale nel modo giusto uno dei trucchi più efficaci è scrivere le modalità di assunzione direttamente sulla scatola, così da averle ben presenti ogni volta che abbiamo in mano il prodotto. E se ricordarsi il momento giusto per ogni pastiglia è complicato, vengono in aiuto i dispenser: «Le scatoline vanno pre-riempite, mettendo in ciascun scomparto tutti i farmaci da prendere nella stessa ora del giorno — spiega Cricelli —. Sono utilissime, perché rendono inequivocabile il momento dell’assunzione impedendo di dimenticare qualcosa, e per di più consentono di accorgersi subito di eventuali errori, perché le pastiglie dimenticate restano nella scatola e si capisce immediatamente se, come e quando abbiamo si è commesso un errore: purtroppo pochi pazienti le usano con regolarità, ma sono uno strumento semplice e a bassissimo costo per migliorare l’aderenza. Lo stesso vale per i diari della terapia, comodi soprattutto in caso di pazienti anziani seguiti da diversi familiari o badanti: quando più persone si avvicendano, segnare su un quaderno che cosa è stato somministrato, e come, aiuta tutti a non commettere errori».

 

ISTRUIRE I BADANTI

«Se ci sono badanti, devono essere coinvolti in colloqui approfonditi: la Società di Gerontologia e Geriatria (SIGG) ha pensato a corsi formativi in cui insegnare loro le basi dell’assistenza e delle modalità di somministrazione dei farmaci — osserva Nicola Ferrara, presidente SIGG —. Per migliorare l’aderenza, poi, è bene che il medico riduca il carico dei farmaci, lasciando solo quelli indispensabili e prioritari: non si possono seguire le linee guida per ciascuna malattia, occorre decidere su che cosa è essenziale puntare». «Quando si registrano eventi avversi, nei pazienti a rischio di cadute, fragili o terminali e in tutte le politerapie è spesso possibile sospendere qualcosa senza danni — conferma il farmacologo Achille Patrizio Caputi —. La “de-prescrizione” sotto la sorveglianza del medico migliora l’aderenza senza compromettere le cure: uno studio su un gruppo di over 70 a cui sono stati tolti farmaci ritenuti meno indispensabili ha mostrato che solo nel 2% dei casi è stato necessario riprenderli».

 

FONTE: http://www.corriere.it/salute/15_marzo_20/farmaci-anziani-badanti-vanno-istruiti-terapie-87cdfa94-cef2-11e4-8db5-cbe70d670e28.shtml

Attraverso l’Organizzazione Mondiale della Sanità si è iniziato a parlare delle differenze di genere già nel 1998 e, dal 2002, ha chiesto che l’integrazione delle considerazioni di genere nelle politiche sanitarie diventi pratica standard in tutti i suoi programmi.

Ma cosa si intende per “genere”’? Si considerano le “differenze sociali tra donne e uomini, apprese e modificabili nel corso del tempo, con caratteristiche diverse entro e tra le culture”.

La Medicina di genere come strumento di appropriatezza clinica, principio di equità delle cure per i bisogni di salute della donna e dell’uomo e diventa una nuova dimensione della medicina che studia l’influenza del sesso e del genere sulla fisiologia, la fisiopatologia e la patologia umana.

Prima di definire bene cos’è la medicina di genere è importante definire bene due concetti e cioè, il sesso ovvero quello che è dato dalle caratteristiche biologiche (genetiche, anatomiche e endocrine) e il genere considerato più un riferimento sociale dettato dai comportamenti, dalle attività e dagli attributi che una società considera specifici per gli uomini e per le donne.

L’influenza del genere si manifesta anche sulla salute, ci sono malattie tipiche della popolazione femminile e altre più specifiche di quella maschile.

 

Perché parlare di “Medicina di Genere” ?

 

Secondo i dati dell’ISTAT le donne si ammalano di più eppure nonostante ciò vengono sempre sottostimate negli studi di ricerca, nelle sperimentazioni farmacologiche e negli studi clinici.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità prevede che entro il 2030 il numero delle donne over 50 nel mondo raggiungerà la notevole cifra di 1 miliardo e 200 milioni circa. In Italia, su una popolazione di 60 milioni  di persone, circa 31 milioni sono donne e, di queste, circa 12 milioni hanno più di 50 anni di età.

Rispetto agli uomini (circa il 5%) l’8,3% delle donne italiane denuncia un cattivo stato di salute. Circa il doppio delle donne, confrontate con le percentuali maschili) soffre di disabilità legate e vista, udito e movimento.

Le malattie per le quali le donne presentano una maggiore prevalenza rispetto agli uomini sono:

 

- malattie cardiache

- allergie

- diabeteuomodonna

- ipertensione arteriosa

- calcolosi

- artrosi e artrite

- cataratta

- malattia di Alzheimer

- cefalea ed emicrania

- depressione ed ansietà

- malattie della tiroide

- osteoporosi

 

In conseguenza a ciò le donne consumano molti più farmaci degli uomini e sono più frequentemente soggette a reazioni avverse.

Queste differenze di genere non devono far pensare che oggi la medicina sia più orientata alla cura e all’assistenza delle donne. Gli uomini, per esempio, sono molto meno attenti alla prevenzione.

Un grosso passo avanti, che ha permesso, oggi, di avviare tutte le campagne di screening legate al tumore della mammella e del collo dell’utero, è stato fatto grazie alla Dichiarazione di Vienna del 1994. Questo ha determinato una riduzione di alcune patologie femminili e un allungamento della vita media.

In realtà, dobbiamo considerare  il concetto di gender che significa genere, maschio e femmina, superando  la contaminazione della medicina delle donne per rappresentare una medicina equamente attenta sia all’uomo che alla donna. Perché il genere ha un impatto anche sull’uomo.

Sarebbe più giusto parlare di medicina “su misura”, personalizzata, che consideri le differenze tra uomo e donna, tra la manifestazione e il decorso della malattia, variabile a seconda del sesso.

Eppure, malgrado le donne si ammalino di più, il tasso di mortalità è più elevato negli uomini, così come l’invalidità derivante dalla malattia. Tutti fattori che spesso portano i soggetti, specie quelli più anziani, all’istituzionalizzazione.

 

FONTE: http://www.anzianievita.it/salute-e-benessere/salute-donne-contro-uomini/?lang=it

Cosa fa un badante per un anziano? Gli porta la spesa in casa, lo aiuta a prendere le medicine a orario, lo accompagna in bagno o in cucina, mette fuori la spazzatura, lo sostiene quando si sposta, gli fa fare una passeggiatina nel parco o in strada, fa attenzione a che non si intrufolino estranei nell’abitazione, bada a che non ci siano perdite di gas, avverte parenti e vicini in caso di necessità. 

Il “badante robotico” fa esattamente tutto questo, lo fa bene e in maniera affidabile. Certo non è umano né capace di conversare, ma ha comunque l’aspetto bonario e familiare di un bambolotto alto circa un metro.

In questi giorni, a Bruxelles, è in corso un meeting promosso dalla Commissione europea, per riflettere su come l’innovazione, nel caso particolare quella del settore robotico, può creare le premesse per una società che affronta la sfida dell’invecchiamento di una fetta rilevante della sua popolazione, contribuendo a mantenerla in buona salute e a farla vivere in maniera autonoma quanto più possibile. In questo ambito saranno presentati 17 prototipi di “robot domestici” e tre di questi vengono dal più avanzato laboratorio di biorobotica d’Italia, quello della Scuola superiore Sant’Anna di Pisa, diretto da Paolo Dario.  

Già alcuni anni fa, gli scienziati pisani presentarono alla fiera di Shangai un robotino – battezzato Dustbot – che nel comune di Peccioli bussava alla porta di tutte le case e faceva la raccolta differenziata domiciliare. Ora i tre fratellini di Dustbot possono addirittura entrare in quelle case se c’è un anziano da aiutare. Uno di loro è una sorta di garzone di bottega, che esce sul pianerottolo, prende l’ascensore, preleva la spesa e la porta in casa. Un altro fa da badante domestico: somministra le medicine, accompagna l’anziano in sicurezza in giro per la casa e in bagno, gli fa evitare i pericoli e gli ostacoli e , all’occorrenza, lo sorregge. Un terzo, addirittura, lo porta fuori a passeggio, riconosce i semafori, gli incroci e le strisce pedonali, supporta la persona, dà l’allarme in caso di pericolo o di aggressione. Tutt’e tre rispondono a comando vocali e, anche se i loro occhi sono finti, rivolgono all’assistito uno sguardo dolce e rassicurante.

 

FONTE: http://www.lastampa.it/2015/03/10/scienza/arriva-il-badante-robotico-in-aiuta-degli-anziani-VMxwO8aVVY4Kmsmdpa8gkM/pagina.html

Sono tanti gli anziani che assumono farmaci anti-psicotici per curare una varietà di situazioni: sintomi della demenza senile e dell’Alzheimer, deliri e disturbi mentali legati a una precedente ospedalizzazione che non si sono risolti, stati di agitazione psicomotoria che si manifestano quando l’organismo è debilitato da una malattia, alterazioni dell’umore, allucinazioni, perdita di memoria. Stiamo parlando dei farmaci antipsicotici cosiddetti atipici che si chiamano, per esempio, risperidone, olanzapina, quietapina e aripiprazolo. Funzionano ma comportano vari effetti collaterali Registrati per il trattamento di una serie di condizioni cliniche che vanno dalla schizofrenia ai disturbi bipolari (depressione alternata a mania) vengono però prescritti anche off label , per trattare cioè situazioni diverse da quelle previste nei foglietti illustrativi e che, appunto, riguardano soprattutto l’anziano. Non solo, dunque, non sono autorizzati, ma possono avere effetti collaterali che si manifestano nel 21,3 per cento dei casi nei pazienti fra i 70 e i 79 anni e nel 18,6 per cento dei casi in quelli fra gli 89 e gli 89 anni. E gli effetti collaterali comprendono: l’incremento di peso, una riduzione della pressione del sangue, un danno ai tessuti muscolari, un aumento del rischio di andare incontro a disturbi cardiaci e anche a problemi renali, come ha dimostrato una ricerca pubblicata recentemente su Annals of Internal Medicine e condotta da un gruppo di studiosi canadesi.

 

Però funzionano e in molti casi sono indispensabili. Attenzione ai rischi per il cuore «Quando ci si trova di fronte a un paziente anziano agitato e delirante per i motivi più diversi - commenta Costanzo Gala Direttore dell’Unità Operativa Psichiatrica I dell’Ospedale San Paolo di Milano - si deve necessariamente prendere in considerazione l’uso di antipsicotici. Il beneficio sulla riduzione dei sintomi è sempre maggiore dei rischi». E la scelta cade appunto sugli antipsicotici (le benzodiazepine, invece, vanno evitate perché nel cervello dell’anziano aumentano la confusione e il disorientamento). «È sempre bene comunque discutere la terapia con i familiari del paziente -- continua Gala -- in modo che ci sia un consenso informato. E proprio perché sono farmaci non indenni da rischi e soprattutto alcuni possono comportare rischi cardiaci è opportuno eseguire un elettrocardiogramma ogni quindici giorni. In ogni caso questi trattamenti non vanno utilizzati a lungo. Dopo due mesi è opportuno rivalutare il paziente». ] Sono tanti gli anziani che assumono farmaci anti-psicotici per curare una varietà di situazioni: sintomi della demenza senile e dell’Alzheimer, deliri e disturbi mentali legati a una precedente ospedalizzazione che non si sono risolti, stati di agitazione psicomotoria che si manifestano quando l’organismo è debilitato da una malattia, alterazioni dell’umore, allucinazioni, perdita di memoria. Stiamo parlando dei farmaci antipsicotici cosiddetti atipici che si chiamano, per esempio, risperidone, olanzapina, quietapina e aripiprazolo.

 

Funzionano ma comportano vari effetti collaterali

 

Registrati per il trattamento di una serie di condizioni cliniche che vanno dalla schizofrenia ai disturbi bipolari (depressione alternata a mania) vengono però prescritti anche off label , per trattare cioè situazioni diverse da quelle previste nei foglietti illustrativi e che, appunto, riguardano soprattutto l’anziano. Non solo, dunque, non sono autorizzati, ma possono avere effetti collaterali che si manifestano nel 21,3 per cento dei casi nei pazienti fra i 70 e i 79 anni e nel 18,6 per cento dei casi in quelli fra gli 89 e gli 89 anni. E gli effetti collaterali comprendono: l’incremento di peso, una riduzione della pressione del sangue, un danno ai tessuti muscolari, un aumento del rischio di andare incontro a disturbi cardiaci e anche a problemi renali, come ha dimostrato una ricerca pubblicata recentemente su Annals of Internal Medicine e condotta da un gruppo di studiosi canadesi. Però funzionano e in molti casi sono indispensabili.

 

Attenzione ai rischi per il cuore

 

«Quando ci si trova di fronte a un paziente anziano agitato e delirante per i motivi più diversi - commenta Costanzo Gala Direttore dell’Unità Operativa Psichiatrica I dell’Ospedale San Paolo di Milano - si deve necessariamente prendere in considerazione l’uso di antipsicotici. Il beneficio sulla riduzione dei sintomi è sempre maggiore dei rischi». E la scelta cade appunto sugli antipsicotici (le benzodiazepine, invece, vanno evitate perché nel cervello dell’anziano aumentano la confusione e il disorientamento). «È sempre bene comunque discutere la terapia con i familiari del paziente -- continua Gala -- in modo che ci sia un consenso informato. E proprio perché sono farmaci non indenni da rischi e soprattutto alcuni possono comportare rischi cardiaci è opportuno eseguire un elettrocardiogramma ogni quindici giorni. In ogni caso questi trattamenti non vanno utilizzati a lungo. Dopo due mesi è opportuno rivalutare il paziente».

 

FONTE: http://www.corriere.it/salute/neuroscienze/15_febbraio_23/anziani-quando-ricorrere-anche-farmaci-antipsicotici-fa723fbe-bb3e-11e4-aa19-1dc436785f83.shtml

È un’ulteriore conferma dell’importanza della lotta alla sedentarietà e riguarda gli anziani: fare attività fisica può avere un impatto alquanto positivo sugli effetti dell’invecchiamento e garantire una buona capacità motoria anche in presenza di evidenti danni cerebrali alle aree motorie, spesso fisiologici con l’avanzare dell’età.
Aree isolate di alterato segnale della materia bianca cerebrale - che è costituita dalle fibre di connessione del cervello - si osservano spesso, tramite risonanza magnetica, nel cervello delle persone anziane. La condizione, detta anche stato di sofferenza vascolare cronica, viene associata a ridotte funzionalità motorie, come difficoltà di deambulazione.

Uno studio, condotto all’Università di Chicago su 187 soggetti ultraottantenni e pubblicato sulla rivista Neurology, ha mostrato che i più attivi fisicamente non accusavano una diminuzione delle proprie capacità motorie anche quando le aree alterate erano di notevole ampiezza e interessavano le aree motorie. I partecipanti, la cui attività fisica è stata monitorata per 11 giorni attraverso un braccialetto elettronico, sono stati sottoposti a test di valutazione della loro abilità motoria e a risonanza magnetica, proprio per quantificare il danno cerebrale. Ebbene, si è visto che, anche tenendo in considerazione altri fattori rilevanti come l’indice di massa corporea e l’eventuale presenza di malattie vascolari, nei più attivi dei partecipanti le lesioni della sostanza bianca non influivano sulle loro capacità motorie.

«L'attività fisica può creare una “riserva” che protegge le abilità motorie contro gli effetti dei danni cerebrali dovuti all’età» ha commentato Debra Fleischman del Departments of Neurological Sciences and Behavioral Sciences del Medical Center dell’Università di Chicago, il cui gruppo sta continuando a monitorare i soggetti reclutati per studiarne l’evoluzione in relazione all’attività fisica. Per provare un'associazione tra attività fisica e ridotti effetti motori del danno cerebrale bisognerà condurre uno studio prospettico. Tuttavia, dichiara la Fleischman, «questi risultati sottolineano l’importanza degli sforzi volti ad incoraggiare l’adozione da parte degli anziani di uno stile di vita più attivo per prevenire i disturbi motori, una delle più importanti sfide di salute pubblica». 

Quindi, se ancora ce ne fosse bisogno per convincervi ad uscire di casa, ricordate che fare un po’ di moto vi aiuterà ad accumulare quella riserva che vi proteggerà dall’invecchiamento.

 

http://www.lastampa.it/2015/03/16/scienza/benessere/anziani-fate-moto-per-combattere-danni-cerebrali-Xt5WrDwA7NMjZjAUqVeKqO/pagina.html

Individuati i geni che fanno aumentare il rischio di diabete di tipo 1. Un gruppo di ricercatori di diversi istituti tra cui l'Università della Florida, ha localizzato e identificato le variazioni genetiche  alla base dello sviluppo della malattia. Da questo studio, pubblicato su Nature Genetic, arrivano dunque delle informazioni precise per ulteriori ricerche allo scopo di scoprire chi è a rischio di sviluppare la patologia e come poterla prevenire. 

 

I ricercatori hanno raccolto i dati relativi al genoma di oltre 27mila individui tra i quali delle persone colpite da diabete di tipo 1. Hanno osservato le differenze nel patrimonio genetico delle due categorie. Dopo aver mappato in maniera più affinata il genoma per individuare i geni responsabili della malattia, hanno localizzato con precisione le variazioni di Dna rilevanti. In alcune regioni genomiche, hanno ristretto il numero da alcune migliaia a cinque (o anche meno).  

 

Patrick Concannon, tra gli autori della ricerca, non nasconde l'entusiasmo: «Si tratta di una ricerca rivoluzionaria per questa patologia», dice. Il diabete di tipo 1 è una malattia autoimmune in cui il sistema immunitario aggredisce e distrugge le cellule del pancreas responsabili della produzione di insulina. Insorge in genere durante l'infanzia o l'adolescenza e più raramente in età adulta (tra i due e i 25 anni). La persona colpita deve quindi assumere dall’esterno tutta o quasi tutta l’insulina di cui ha bisogno. Le cause precise del diabete di tipo 1 sono sconosciute. In Italia si stimano circa 100mila persone colpite da questa forma di diabete. 

 

“È ora possibile concentrarsi su come queste variazioni alterano l'attività delle cellule immunitarie. Ciò potrebbe aiutare la ricerca a definire nuovi trattamenti che prevengano, o fermino, il diabete di tipo 1 ma anche altre malattie autoimmuni”, sottolinea Todd Brusko, professore dell'Università della Florida.

 

FONTE: http://www.salute24.ilsole24ore.com/articles/17543-diabete-di-tipo-1-br-scoperti-i-geni-coinvolti-nello-sviluppo-della-malattia

In Italia arriva una nuova arma per contrastare la sclerosi multipla recidivante remittente. L'Agenzia italiana del farmaco (Aifa) ha approvato un farmaco a base di dimetilfumarato che sarà dispensato e rimborsabile in fascia A. La terapia orale promette di attivare un particolare meccanismo di difesa dell'organismo che permette di contrastare l'infiammazione e lo stress ossidativo causato dalla malattia, con la quale convivono oltre 70mila italiani.

 

Una speranza concreta - "Numerosi dati clinici hanno dimostrato l'efficacia del trattamento orale con dimetilfumarato nel ridurre la frequenza delle recidive e la progressione della disabilità, due risultati importanti che hanno un impatto notevole sulla storia di malattia e sulla qualità di vita dei pazienti". A spiegarlo è Giancarlo Comi, Direttore dell'Istituto di Neurologia Sperimentale dell'Ospedale San Raffaele di Milano, secondo cui "un aspetto innovativo è, oltre all'efficacia, il buon profilo di sicurezza e tollerabilità del nuovo farmaco".

Un'arma contro il flagello della sclerosi - Sono oltre 70mila gli italiani costretti a convivere con la sclerosi multipla, con 2000 nuovi casi ogni anno e un'incidenza tra le donne pari a due volte e mezza quella tra gli uomini. La progressione della malattia comporta un'alterazione della guaina mielinica, che a sua volta compromette la capacità delle fibre nervose di condurre gli impulsi elettrici che regolano le varie funzioni dell'organismo. "Le lesioni della guaina mielinica hanno un'iniziale natura infiammatoria - dice Carlo Pozzilli, Ordinario di Neurologia presso l'Università La Sapienza di Roma - che può evolvere in una fase cronica con perdita di tessuto nervoso e danno irreversibile. Ma si ritiene che il dimetilfumarato sia in grado di attivare un particolare meccanismo di difesa dell'organismo che permette di contrastare l'infiammazione e lo stress ossidativo causato dalla malattia".

Contro altre malattie - L'azione antinfiammatoria di questa molecola, secondo Comi, potrebbe rivelarsi utile anche nei casi di malattie neurodegenerative, come per l'ictus e malattie gastrointestinali croniche. Il farmaco - già approvato negli Usa, Canada e Australia, oltre che a gennaio 2014 nell'Unione Europea - è stato sperimentato da oltre 135mila persone. Si attende ora il suo inserimento nei prontuari terapeutici regionali, che consentirà la sua effettiva disponibilità nei centri italiani.

 

FONTE: http://www.tgcom24.mediaset.it/salute/approvato-nuovo-farmaco-contro-sclerosi-multipla-sara-distribuito-in-fascia-a_2099959-201502a.shtml

Per la prima volta in Europa è stato impiantato un pacemaker quadripolare di nuovissima generazione con tecnologia di Stimolazione MultiPoint. È successo presso la Clinica Montevergine di Mercogliano, in provincia di Avellino.
Quadra Allure MP, questo il nome del dispositivo prodotto dalla multinazionale St. Jude Medical, è il primo pacemaker quadripolare per la terapia di resincronizzazione cardiaca nei pazienti scompensati con opzione di Stimolazione MultiPoint, una tecnologia che si è dimostrata utile nell’ottimizzazione della risposta dei pazienti alla resincronizzazione migliorandone notevolmente la qualità di vita.
L’impianto è stato eseguito su un uomo di 65 anni affetto da cardiopatia ipertensiva dal Dott. Francesco Solimene e la sua equipe composta dal Dr. Francesco Urraro, Dr. Felice Nappi e Dr. Vincenzo Schillaci.


Il paziente, già portatore di un pacemaker bicamerale impiantato per fibrillazione atriale parossistica ricorrente e refrattaria alla terapia farmacologica, è stato recentemente ricoverato per scompenso cardiaco.
Il Dr. Solimene ha deciso di effettuare una procedura di sostituzione del pacemaker bicamerale con questo biventricolare di nuova generazione per trattare lo scompenso. La procedura di impianto si è conclusa con successo. Il paziente pertanto potrà beneficiare di una stimolazione che permetterà il rimodellamento del cuore permettendogli una potenziale ripresa della normale funzione di pompa.


“La nuova tecnologia di stimolazione MultiPoint offre particolare vantaggio ai pazienti con scompenso cardiaco che non rispondono in maniera soddisfacente alla terapia di resincronizzazione tradizionale biventricolare, approssimativamente quindi ad un terzo dei pazienti totali”, afferma il Dott. Solimene, "con questo dispositvo è possibile trattare con maggiore possibilità di successo e quindi di risposta positiva alla terapia di resincronizzazione pazienti infartuati con cicatrici con frazione di eiezione inferiore al 35%. Questi pazienti necessitano di stimolazione permanente proprio per la capacità di ottenere una stimolazione del ventricolo sinistro più omogenea e più rapida per le caretteristiche dell'onda di propagazione con basse possibilità di stimolare il nervo frenico che rimane uno dei problemi tecnici più frequenti quando vengono utilizzati elettrocateteri bipolari".


Lo scompenso cardiaco avviene quando il muscolo cardiaco indebolito non è in grado di pompare una quantità di sangue sufficiente per le necessità del paziente, di solito a causa dell’incapacità del cuore di contrarsi o rilassarsi in maniera corretta. Più di 26 milioni di persone, dei quali 6.5 milioni in Europa, soffrono di scompenso cardiaco ed il tasso di diffusione mondiale è aumentato negli ultimi decenni. I dispositivi per la resincronizzazione cardiaca vengono impiantati nei pazienti con scompenso cardiaco per aiutare il cuore a rimodellarsi.
Il dispositivo Quadra Allure MP dispone di un elettrocatetere con quattro elettrodi in grado di offrire la massima flessibilità per le diverse configurazioni di stimolazione per trattare i pazienti con scompenso cardiaco. L’opzione di Stimolazione MultiPoint permette infatti ai medici di programmare l’erogazione simultanea o successiva di due impulsi in due diversi punti anatomici per battito cardiaco, anziché il classico impulso singolo di stimolazione. Questa funzione rappresenta un vantaggio perchè può essere applicata su una superficie cardiaca maggiore, trattando le aree circostanti al tessuto già danneggiato.


Un recente studio clinico ha dimostrato un aumento del 19% di pazienti rispondenti alla stimolazione MultiPoint a 12 mesi, rispetto ai metodi tradizionali di resincronizzazione.

 

FONTE: http://www.italiasalute.it/13399/pag2/Un-pacemaker-innovativo-per-scompenso-cardiaco.html

Sono oltre 3 milioni le persone colpite, in età adulta o geriatrica, da problemi quali afasia, disartria o, ancora, problemi cognitivi comportamentali e demenza. Disturbi di comunicazione invalidanti, dal forte impatto funzionale e socio-relazionale. Primo fra tutti la difficoltà di articolazione verbale ‘acquisita’, successiva cioè a una lesione cerebrale traumatica, disabilità, ictus, o altre implicazioni di natura neurologica.
 
Eppure, se non risolvibile, la funzionalità verbale è terapeuticamente migliorabile, anche con esiti sensibili: grazie a una riabilitazione logopedica, costante e mirata alla natura, all’intensità, alla gravità del problema e della disfunzione, effettuata in un contesto di collaborazione con medici specialisti, operatori sanitari, famigliari e care-giver.
 
Per sensibilizzare la popolazione sulla “difficoltà di parola” parte oggi, in occasione della Giornata Europea della Logopedia, “Posso ancora dire la mia!”, una iniziativa della Federazione dei Logopedisti Italiani. Dal 9 al 13 marzo esperti logopedisti saranno on-line dalle 10 alle 12, al numero 049.8647936, per rispondere a domande, dubbi e richieste sulla difficoltà di parola e le sue implicazioni.

“Sono oltre 3 milioni – spiega Tiziana Rossetto, presidente della FLI – gli italiani affetti da un disturbo comunicativo acquisito, ovvero a carico della comunicazione e del linguaggio che si manifesta a seguito di una lesione cerebrale non di natura congenita, ma  causata da un trauma o malattia degenerativa  immediatamente post-natale o nel corso della vita, da una condizione di disabilità, generalmente permanente e spesso di grave entità che compromette in modo significativo la qualità della vita quotidiana in ambito sociale e relazionale, o ancora derivanti da ictus, encefaliti e meningiti e/o altre patologie di natura cerebrale”.
 
Tutte condizioni serie che hanno come implicazione il sensibile e progressivo declino a carico del funzionamento cognitivo, compresi i disturbi del linguaggio, memoria, attenzione, delle funzioni esecutive, ma anche modificazioni della personalità, del giudizio, dell’umore o della consapevolezza dei propri disturbi. Nonostante la compromissione dello stato di benessere e di salute generale della persona, tuttavia è possibile agire efficacemente sulla riacquisizione della facoltà di parola con una riabilitazione logopedica che, in taluni casi, può portare anche esiti importanti.
 
“L’obiettivo della riabilitazione logopedica – aggiungono Giuseppe Mancini e Rossella Muo, logopedisti FLI esperti in Neuroscienze – attuata in team con altri professionisti sanitari, è quello di ristabilire la massima autonomia possibile e la miglior qualità di vita possibile di chi è affetto da un disturbo della comunicazione, incrementando la piena partecipazione dell’individuo alle attività di vita quotidiana, tenendo conto del fatto che queste patologie possono lasciare segni e ripercussioni destinati a durare per tutta la vita”.
 
Da qui l’importanza di garantire programmi riabilitativi studiati ‘su misura’, ovvero essere attentamente calibrati sulla persona, sulle sue specifiche necessità comunicative e con differenti obiettivi, nel rispetto anche del contesto  sociale e famigliare.
 
“La nostra iniziativa “Posso ancora dire la mia!” – conclude Rossetto – ha come obiettivo la sensibilizzazione e l’informazione sui possibili disturbi di interesse logopedico, da quelli della comunicazione e delle funzioni orali fino alla deglutizione, con particolare attenzione alla prevenzione, alle possibilità riabilitative, ai diritti del malato. Ci rivolgiamo a tutti – pazienti, medici di medicina generale e specialisti, logopedisti, professionisti sanitari della riabilitazione e/o di coloro che normalmente hanno a che fare con la comunicazione, come gli insegnanti ad esempio, autorità locali e nazionali, la popolazione in generale – perché la parola sia sempre meno un ‘disturbo’ e sempre più una reale occasione di comunicazione”.

 

FONTE: http://www.quotidianosanita.it/lavoro-e-professioni/articolo.php?articolo_id=26473

Esiste una via alimentare per la prevenzione dell'Alzheimer? Molti ricercatori ne sono convinti, tanto che il Policlinico Gemelli di Roma e l'Ospedale Fatebenefratelli presso l'Isola Tiberina hanno organizzato un Congresso internazionale intitolato “Approccio non convenzionale alla malattia di Alzheimer: dalla ricerca alla cura".
Nel corso dei lavori, uno chef pluristellato, Heinz Beck, ha presentato una ricetta basata sulle indicazioni fornite dai ricercatori. La ricetta è una ricciola marinata all'aceto balsamico bianco con neve di melograno.
Giacinto Miggiano, direttore dell'Unità di Dietetica del Policlinico Gemelli, ne spiega le proprietà anti-Alzheimer: “si tratta di un piatto dalle qualità organolettiche e nutrizionali particolari ad elevato contenuto di acidi grassi omega 3, di vitamine B1 e B6, altre vitamine (B12), e a ridotto contenuto di rame, indicato nelle persone con malattia neurodegenerativa, che tiene conto delle indicazioni supportate da studi scientifici eseguiti anche su campioni numerosi di popolazione".


Le indicazioni alimentari valide soprattutto per gli anziani prevedono un largo uso di frutta e verdura e una dose adeguata di vitamina E e vitamina B12.
L'alimentazione per prevenire l'Alzheimer è da sempre un interessante campo di ricerca. È in corso ad esempio un progetto di ricerca dell'Istituto Neurologico Besta di Milano per l'analisi degli effetti scaturiti da una speciale dieta “salva memoria”, basata ovviamente sui principi della dieta mediterranea.
I ricercatori del Besta, in collaborazione con il Policlinico, l'Istituto nazionale tumori e il San Raffaele di Milano, stanno testando il regime alimentare messo a punto su 350 volontari con età massima di 85 anni. I soggetti che fanno parte del campione si trovano nella fase immediatamente precedente l'insorgenza della patologia, come spiega Fabrizio Tagliavini, coordinatore della sperimentazione: “un'area grigia in cui si registrano episodi di declino cognitivo lieve e i biomarcatori del liquor cerebrospinale segnalano l'inizio di una situazione anomala, con tassi ridotti di proteina beta-amiloide (che segnalano il fatto che si è innescato il processo di deposizione nelle placche cerebrali responsabile dei danni alla memoria) e livelli innalzati di proteina Tau".


Secondo il progetto di ricerca, i pazienti verranno attivamente coinvolti frequentando corsi di cucina e mangiando almeno due volte alla settimana insieme ai ricercatori, sempre sulla base della dieta preparata, definita dagli stessi “dieta mediterranea 'rigorosa', integrata con elementi macrobiotici".
Si tratterà di un regime alimentare ipocalorico fondato sul consumo di “cereali integrali (pane, pasta e riso che contiene alcuni polifenoli antinfiammatori), legumi come fonte proteica primaria, pesce e qualche latticino (yogurt e formaggi freschi)", spiega Patrizia Pasanisi dell'Unità di medicina preventiva e predittiva dell'Int.


Del resto non è la prima volta che l'alimentazione assurge a fattore preventivo dell'Alzheimer. Modificare la propria alimentazione riducendo l'apporto di grassi saturi, infatti, può prevenire il rischio di sviluppare la demenza che precede l'Alzheimer (AD). Questo modello alimentare tuttavia non sarebbe in grado di esercitare un'influenza positiva quando si è già in presenza di sintomi di difficoltà cognitiva.
Lo sostiene una ricerca pubblicata su Archives of Neurology, sulle cui pagine gli autori avvertono: “un approccio più proficuo per lo studio dei fattori dietetici nell'AD potrebbe comportare l'utilizzo di interventi dietologici globali, che hanno validità ecologica maggiore e preservano l'ambiente nutrizionale in cui si verifica il consumo di grassi e carboidrati".


Scienziati del Veterans Affairs Puget Sound Health Care System di Seattle, guidati da Jennifer L. Bayer-Carter, hanno messo a paragone due tipi di regimi alimentari, uno con alto contenuto di grassi saturi e di carboidrati semplici, l'altro con basso contenuto degli stessi. Gli effetti sono stati valutati su un gruppo di 20 pazienti anziani sani e 29 anziani che mostravano una compromissione cognitiva lieve amnestica (aMCI), una condizione che preannuncia l'insorgenza della patologia. Durante lo studio, durato quattro settimane, 24 partecipanti hanno seguito la dieta ad alto contenuto di grassi e 25 quella a basso contenuto. I ricercatori hanno quindi testato le prestazioni dei volontari in vari test mnemonici, oltre ai livelli di biomarcatori come l'insulina, la glicemia, i componenti del liquido cerebrospinale e il colesterolo. Fra gli individui sani la dieta a basso contenuto di grassi ha determinato una riduzione di alcuni biomarcatori nel liquido cerebrospinale e i livelli di colesterolo totale, mentre lo stesso effetto non si è registrato fra chi soffriva già di aMCI. Secondo i ricercatori, “i risultati indicano che per gli adulti sani la dieta ALTA ha spinto i biomarcatori CSF in una direzione che può caratterizzare una fase presintomatica di AD. Gli effetti terapeutici di lungo termine dell'intervento dietetico possono essere una strada promettente da esplorare", concludono gli autori. "Inoltre, l'identificazione dei cambiamenti fisiopatologici alla base degli effetti dietetici possono rivelare importanti bersagli terapeutici da modulare attraverso la dieta o un intervento farmacologico mirato".

 

FONTE: http://www.italiasalute.it/8861/pag2/Ecco-ricetta-anti-Alzheimer.html

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