In occasione della Giornata mondiale del diabete, che ricorre ogni anno il 14 novembre, il Comune di Pistoia in collaborazione con la Società della salute Pistoiese, la UO diabetologia Area Pistoiese, l'Associazione diabetici pistoiesi, con Far.com ─ la società che gestisce la farmacie comunali di Pistoia, Agliana, Quarrata e Larciano ─, Federfarma Pistoia l'Associazione titolari di Farmacie Private della Provincia di Pistoia, l’Ordine dei Farmacisti della Provincia di Pistoia e la Caritas, rafforza l'impegno nella lotta al diabete. Con l'obiettivo di sensibilizzare la cittadinanza e prevenire l'insorgenza della malattia, sono in programma settimane ricche di iniziative tese a sottolineare l'importanza dei corretti stili di vita. Istituita nel 1991 dall'International diabetes federation insieme all’Organizzazione mondiale della sanità, dal 2002 in Italia la Giornata mondiale del diabete viene coordinata da Diabete Italia per informare l’opinione pubblica sulla malattia e sui metodi per prevenirla e gestirla. Ecco tutti gli appuntamenti in dettaglio.

 

Sabato 12 novembre dalle 9 alle 18, nel centro in Via Cavour angolo Palazzo Balì , uno stand informativo, gestito da diabetici-guida volontari dell'Associazione diabetici pistoiesi, sarà a disposizione di chiunque desideri sottoporsi a una misurazione gratuita della glicemia. Domenica 13 novembre, in occasione della 21ª scarpinata podistica organizzata insieme al circolo Bugiani e alla polisportiva di Bonelle, è in programma una camminata ludico-motoria di 3 o 7,5 o 13 chilometri (per informazioni contattare il circolo Bugiani al numero 0573 32904). Da lunedì 14 a sabato 19 novembre, sia nelle farmacie comunali Farcom (Pistoia, Agliana, Quarrata e Larciano) sia in molte farmacie private della Provincia di Pistoia, i cittadini potranno valutare il proprio rischio diabete mediante un semplice questionario ed avranno la possibilità di controllare gratuitamente la pressione arteriosa, misurare la glicemia e ricevere informazioni sulla prevenzione. Le Farmacie opereranno in stretta collaborazione dalla UO di Diabetologia del Presidio Ospedaliero di Pistoia, diretto dal dottor Roberto Anichini.

 

Da lunedì 21 a sabato 26 novembre le Farmacie Comunali metteranno a disposizione un farmacista che si dedicherà all'attività di prevenzione nei centri Caritas di Pistoia, Agliana e Quarrata e alla popolazione ultrasessantacinquenne che frequenta gli Spazi Incontri Anziani di Fornaci, Bonelle e di via Cancellieri . Sabato 19 e sabato 26 novembre sarà la volta dell'iniziativa ...e se anch'io avessi il diabete?, durante la quale i diabetici-guida dell'Associazione diabetici pistoiesi misureranno gratuitamente la glicemia e risponderanno alle domande dei presenti all’interno della farmacia comunale 1 di viale Adua. Alla fine di novembre sono in programma alcuni incontri nelle scuole, dove un medico della Asl e un farmacista illustreranno i corretti stili di vita da seguire. Prima degli appuntamenti, ai ragazzi sarà consegnato un questionario conoscitivo relativo alle loro abitudini alimentari: servirà a spiegare l'importanza di abitudini sane per prevenire l'obesità, il diabete e le malattie metaboliche. Ad oggi hanno dato la loro adesione gli Istituti Scolastici Superiori L.Einaudi , Pacinotti – B.de Franceschi ; per altri Istituti siamo in attesa della approvazione negli organi collegiali.

 

FONTE: http://www.lanazione.it/pistoia/cronaca/lotta-diabete-incontri-1.2665456

 

 

Il diabete non va in vacanza. Anzi, in estate, complice le temperature più elevate, i cambiamenti negli abitudinari stili di vita, la mancata aderenza alla terapia (vissuta come un peso da ricordare anche nei luoghi di villeggiatura) e la sottovalutazione di alcune possibili condizioni climatiche o ambientali sono tutti fattori che possono scompensare la malattia. E oltrepassare le soglie di guardia significa incorrere in pericoli invece evitabili.

 

UN AIUTO DAI FARMACI DI ULTIMA GENERAZIONE 

 

 

Grazie ai microinfusori e ai farmaci di ultima generazione che permettono di fare a meno dell’insulina, è possibile passare un’ottima vacanza anche con il diabete. Oggi seguire la terapia è più facile rispetto al passato, così pure godersi il tempo libero in relax e sicurezza è divenuto meno proibitivo. Fatte le eccezioni legate ai singoli casi, un paziente diabetico (il numero dei malati è raddoppiato rispetto agli Anni 80: può mangiare con gusto e fare attività fisica, senza comunque eccedere nel dispendio energetico o nella scelta di sport estremi. «Il diabete non è una controindicazione o un limite per una buona vacanza - dichiara Francesco Giorgino, direttore dell’unità operativa di endocrinologia e malattie metaboliche dell’azienda ospedaliero-universitaria Policlinico di Bari -. Ma occorre ricordare che la malattia non può essere dimenticata: va monitorata e curata con l’adeguata terapia per tutto il periodo della villeggiatura».

 

 

L’ALIMENTAZIONE EQUILIBRATA RIMANE UN CAPOSALDO 

 

 

Un atteggiamento responsabile consente di concedersi un soggiorno senza rischi beneficiando di tutti i vantaggi che la vacanza apporta all’organismo e anche alla malattia stessa. Basta rispettare cinque facili regole per tenere sotto controllo il diabete e la glicemia. 

 

La prima cosa da fare è evitare la disidratazione, più probabile soprattutto negli anziani (soprattutto tra coloro che assumono diuretici per tenere sotto controllo la pressione sanguigna) con l’aumento delle temperature e, di conseguenza, della sudorazione. «Fondamentale è monitorare con maggiore frequenza la pressione arteriosa che, in estate, tende ad essere più bassa del solito - prosegue Giorgino -. Bisogna fare attenzione ai primi campanelli di allarme che possono segnalare una possibile disidratazione: la bocca asciutta, la pelle secca, il prurito, la sensazione di mancamento e testa vuota, la stanchezza».

 

È quasi superfluo ribadire che il rimedio più efficace è rappresentato dall’acqua, da bere in quantità superiore a due litri al giorno. Quanto al cibo, invece, meglio ridurre al minimo le trasgressioni e mantenersi fedeli al proprio regime alimentare. Se si mangiano cibi insoliti, la raccomandazione è effettuare un autocontrollo più frequente della glicemia. Occorre anche fare attenzione agli orari dei pasti, perché variazioni importanti nella tabella di assunzione degli alimenti potrebbero avere implicazioni sulla terapia farmacologica. 

 

 

 

SAGGEZZA NELLA PRATICA SPORTIVA 

 

 

 

L’estate e l’aria aperta inducono a svolgere maggiore esercizio fisico, ad esempio camminate e attività sportiva. Attenzione a non lasciarsi tentare da sport estremi o da un impegno fisico troppo intenso che possono favorire l’aumento eccessivo della glicemia. Con il diabete è bene privilegiare attività moderate, di tipo aerobico, che contribuiscono a ridurre la glicemia. In estate è consigliato prepararsi all’attività sportiva monitorando sempre la glicemia per prevenire picchi o cali, alimentandosi prima della pratica con degli snack e bevendo più frequentemente (per esempio ogni 20-30 minuti), anche durante l’allenamento, per compensare la maggiore sudorazione e la perdita di liquidi e sali minerali.

 

 

 

FARMACI DA CONSERVARE AL FRESCO

 

Le più alte temperature, tipiche dell’estate, possono alterare le caratteristiche dei farmaci, riducendone l’efficacia. I farmaci quali l’insulina, ma anche terapie orali come capsule e compresse o iniettive come gli analoghi del GLP-1, devono essere conservati in frigorifero e non esposti al sole. Stessa raccomandazione vale anche per i device, sia i glucometri ma soprattutto le strisce reattive che contengono l’enzima per determinare il valore della glicemia.

 

MAI A PIEDI SCALZI

 

Il diabete, specie in persone che ne sono affette da molti anni, può comportare problemi di neuropatia, con perdita della sensibilità tattile, dolorifica e termica. Camminare a piedi nudi non è una buona pratica perché può esporre il diabetico a traumi, microferite, contusioni, ustioni, per esempio passeggiando sulla sabbia bollente o su pietre surriscaldate o poggiando il piede su oggetti taglienti senza avvertire dolore: Lesioni che, a lungo andare, possono innescare una serie di complicanze, fino al piede diabetico. La raccomandazione è quindi di indossare ciabatte o altre calzature comode per proteggere il piede dal contatto diretto con il suolo.

 

FONTE: http://www.lastampa.it/2016/08/18/scienza/benessere/sei-diabetico-ecco-le-regole-per-una-vacanza-sicura-u0BM8pUgOT0ZIb4m6JNiaO/pagina.html

 

 

 

Livelli elevati di attività fisica sono fortemente associati con un minor rischio di ben 5 comuni malattie croniche: il cancro al seno e del colon, il diabete, le malattie cardiache e l’ictus. Lo rivela uno studio pubblicato sul ‘Bmj’ a firma di esperti del Research Institute for Health Metrics and Evaluation della University of Washington a Seattle (Usa).

 

Molti studi in passato hanno dimostrato i benefici per la salute dell’attività fisica. Questo ha portato l’Organizzazione mondiale della sanità a raccomandare un livello minimo di movimento nei diversi momenti della vita. Per raggiungerlo si può cercare anche solo di essere più attivi fisicamente sul posto di lavoro o più impegnati in attività domestiche, o fare sport anche semplici come camminare e andare in bicicletta. Ma ancora non ci si era concentrati sul tipo e sulla quantità di attività fisica in grado di ridurre il rischio di malattie comuni.

 

Così il team di ricercatori ha analizzato i risultati di 174 studi pubblicati tra il 1980 e il 2016 sulle associazioni fra lo sport e almeno una delle cinque malattie croniche prese in considerazione. Scoprendo che un livello di attività fisica superiore a quanto raccomandato attualmente è associato a un minor rischio di tutte e cinque le patologie: la maggior parte dei benefici per la salute si verifica a un livello di 3.000-4.000 Met a settimana (unità di misura per esprimere il costo di un esercizio fisico in termini di energia e ossigeno. L’Oms ne consiglia in media 600 a settimana).

 

Una persona, spiegano gli studiosi, può raggiungere i 3.000 Met a settimana unendo diversi tipi di attività fisica nella propria routine quotidiana: per esempio, salendo le scale per 10 minuti, passando l’aspirapolvere per 15 minuti, facendo giardinaggio per 20 minuti, correndo per 20 minuti, andando piedi o in bicicletta per 25 minuti. “Con l’invecchiamento della popolazione e l’epidemia di diabete a partire dal 1990, è necessaria una maggiore attenzione e più investimenti per promuovere l’attività fisica”, consigliano gli studiosi.

 

FONTE: http://www.meteoweb.eu/2016/08/salute-piu-sport-minor-rischio-sviluppare-5-malattie-croniche/727272/

 

Che sia un barboncino o un gatto siamese, prendersi cura di un animale domestico sviluppa la capacità di organizzare la vita di un altro essere vivente e ha dei riflessi concreti anche sulla capacità di autogestione. A beneficiarne possono essere persone di tutte le età. Nei giovanissimi, per esempio, occuparsi di un pet aiuta a mantenere sotto controllo i livelli di glucosio nel sangue e costituisce un valido contributo nella gestione del diabete di tipo 1, ovvero quello in cui la mancanza di insulina è legata a fattori autoimmuni. E’ la conclusione a cui sono giunti ricercatori della University of Massachusetts Medical School, negli Stati Uniti. I risultati dello studio controllato sono stati pubblicati nei giorni scorsi sulla rivista Plos One, qui. Il team ha selezionato 223 bambini e ragazzi con diabete mellito di età compresa tra 9 e 19 anni, impegnati regolarmente a prendersi cura di un animale.

 

Sono stati invece esclusi dalla ricerca coloro che, pur avendo un pet a cui erano molto affezionati, non risultavano coinvolti nell’accudimento. I ricercatori hanno quindi messo in relazione la capacità di gestire responsabilmente le esigenze degli amici a quattro zampe con il successo nell’autogestione della malattia cronica. Ne è emerso che i bambini diabetici che si occupano attivamente di almeno un animale domestico hanno 2,5 volte più la probabilità di mantenere sotto controllo i livelli di zucchero nel sangue rispetto a coloro che non lo fanno. In particolare, sottolinea lo studio, la creazione di una routine domestica e la promozione di atteggiamenti di responsabilità educano i giovani a mettere in atto una serie di comportamenti utili, come assumere regolarmente insulina, effettuare misurazioni e fare attività fisica.

 

Ma accudire un pet significa prendersi cura della propria salute anche una volta arrivati alla terza età. Una ricerca di Sic – Sanità in cifre effettuata per Federanziani l’anno scorso, infatti, ha calcolato i benefici che occuparsi di un cane avrebbe sulla salute di una persona anziana diabetica, cardiopatica o depressa. Lo studio ha stimato che combinando interventi sugli stili di vita (camminare, per esempio portando un cane a passeggio) e sull’alimentazione (meno grassi saturi, carne, sale e zucchero e più pesce, verdura e frutta), si produrrebbero benefici effetti sulle condizioni fisiche delle persone affette dalle patologie citate. Comportando, inoltre, un risparmio annuo sulla spesa sanitaria nazionale di circa quattro miliardi di euro. Ce ne siamo occupati qui e qui su 24zampe.

 

FONTE: http://guidominciotti.blog.ilsole24ore.com/2016/05/08/occuparsi-di-un-pet-aiuta-i-giovani-a-controllare-il-diabete-e-gli-anziani-a-star-meglio/?refresh_ce=1

 

La glicemia è la quantità di glucosio nel sangue, la principale fonte di energia e di nutrimento per l’organismo. La glicemia è regolata da un ormone, l'insulina, prodotta dal pancreas, organo dell'apparato digerente. Se l'insulina non agisce in modo corretto, o non è presente nella giusta quantità, si ha un accumulo di glucosio nel sangue: è questa una condizione di iperglicemia, sintomo principale delle varie forme di diabete.

In base alle cause che ne sono all’origine, si distinguono alcuni tipi di diabete. I più comuni sono:

 

- il diabete di tipo 1, chiamato anche diabete mellito insulina dipendente. In questa forma l'insulina non è prodotta, poiché il sistema immunitario, che normalmente difende l'organismo da sostanze estranee, attacca e distrugge le cellule del pancreas che producono l'insulina; i principali fattori di rischio per questo tipo di diabete sono: la familiarità; la dieta; le infezioni;

 

- il diabete di tipo 2, o diabete mellito non insulina dipendente. In questo tipo di diabete l'insulina è prodotta in quantità non sufficiente. Inoltre, le cellule possono diventare "resistenti" all'insulina: aumenta cioè la quantità di insulina necessaria affinché le cellule ricevano l'informazione di assorbire il glucosio dal sangue; i principali fattori di rischio per questo tipo di diabete sono: la familiarità; il sovrappeso; la sedentarietà l'appartenenza ad alcune etine;

 

-il diabete da gravidanza è una forma che si sviluppa quando altri ormoni messaggeri, prodotti durante la gravidanza, rendono le cellule resistenti all'insulina.

 

I SINTOMI

 

Alcuni sintomi determinati dall'iperglicemia sono l’aumento di sete o di fame, la frequente necessità di urinare, la perdita di peso, la sensazione di affaticamento. Se non viene curata, l'iperglicemia può portare a problemi più complessi di tipo cardiovascolare, epatico, nervoso, e complicazioni della vista.

 

Più in generale, sintomi tipici del diabete possono essere: iperglicemia; dispepsia; poliuria (emissione di una eccessiva quantità di urina) e conseguente polidipsia (sete intensa); polifagia paradossa (pur mangiando molto, si dimagrisce); perdita di peso; nausea; vomito; senso di fatica, irritabilità; astenia (riduzione della forza muscolare al punto che i movimenti, anche se effettivamente possibili, sono eseguiti con lentezza e con poca energia); cefalea,  parestesie (alterazione della sensibilità degli arti con eventuale formicolio); ulcere cutanee; acantosi nigricans (manifestazione cutanea caratterizzata da zone iperpigmentate, mal delimitate, che compaiono tipicamente a livello delle pieghe cutanee); xerodermia (cute secca, quasi desquamata.); prurito; xantelasmi (disturbi cutanei sulle palpebre) e xantomi (degenerazione della pelle di colore giallastro).

 

LA PREVENZIONE

 

Tra i fattori di rischio per la comparsa del diabete c’è l’obesità, quindi per il controllo di questa malattia è fondamentale tenere sotto stretto controllo la glicemia, il livello degli zuccheri nel sangue e mantenere il proprio peso forma. Tra le altre cause che possono favorire la comparsa del diabete ci sono: la pressione alta, un alto livello di colesterolo nel sangue, casi di diabete in famiglia, sedentarietà.

 

La prevenzione e la diagnosi precoce sono fondamentali per ridurre al minimo i danni provocati dal diabete. Per questo è raccomandato alle persone di età superiore a 45 anni di eseguire una o due volte all’anno un esame del sangue per controllare la glicemia. Valori di glicemia nella norma sono compresi tra 70 e 100 milligrammi di glucosio per decilitro di sangue, mentre valori superiori a 126 mg/dl possono dare la conferma di una diagnosi di diabete.

 

FONTE: http://www.intrage.it/SaluteEPrevenzione/glicemia_ediabete

 

 

 

La Malattia di Alzheimer rappresenta la più comune forma di demenza che nel mondo colpisce circa 25 milioni di persone e solo in Italia registra più di 600.000 casi. Dato l’allungamento delle aspettative di vita e l’invecchiamento progressivo della popolazione, le previsioni sono che 2050 vi saranno più di 100 milioni di persone affette, con crescenti costi sanitari ed un enorme impatto economico e sociale.

 

La malattia di Alzheimer si manifesta clinicamente con iniziali disturbi di memoria, cui si associano nel corso del tempo disturbi del linguaggio, dell’orientamento, delle capacità di ragionamento, critica e giudizio, con perdita progressiva dell’autonomia funzionale. Con il termine demenza si intende proprio la perdita di autonomia, mentre per descrivere i disturbi iniziali di memoria, con autonomia interamente conservata, si parla di disturbo cognitivo lieve o “Mild Cognitive Impairment (MCI)”. Questa condizione, diagnosticabile con opportune valutazioni neuropsicologiche, spesso precede di alcuni anni la demenza vera e propria. Sappiamo inoltre che il processo patologico che colpisce il cervello e che è responsabile della manifestazione clinica di MCI e poi di demenza precede di vari anni queste condizioni cliniche.

 

La ricerca ha dimostrato infatti che alla base della malattia vi è l’accumulo progressivo nel cervello di una proteina, chiamata beta-amiloide, che distrugge le cellule nervose e i loro collegamenti. Oggi è possibile dimostrare l’accumulo di questa proteina nel cervello mediante la PET (Positron Emission Tomography), con la somministrazione di un tracciante che lega tale proteina. Inoltre è possibile analizzare i livelli di questa proteina nel liquido cerebro-spinale, mediante una puntura lombare. Tali esami possono dimostrare accumuli della proteina anche anni prima delle manifestazioni cliniche della malattia.

 

Accanto a questi esami specifici per la proteina beta-amiloide, altri esami quali la risonanza magnetica cerebrale o la PET con un tracciante per lo studio del metabolismo cerebrale (PET FdG) possono documentare una iniziale atrofia od un ridotto metabolismo del cervello anche nelle fasi più iniziali della malattia. Questi esami permettono quindi una diagnosi più accurata, precoce o addirittura preclinica della malattia di Alzheimer, ossia prima che si sia dimostrata clinicamente la demenza. La diagnosi precoce è indispensabile per poter indirizzare il paziente verso strategie terapeutiche, attualmente in fase avanzata di sperimentazione, che potrebbero modificare il decorso della malattia mediante la rimozione della proteina beta-amiloide.

 

Attualmente nel paziente con demenza sono disponibili solo terapie sintomatiche che mitigano i deficit di memoria o i disturbi comportamentali associati, ma non esiste una terapia efficace nel bloccare l’avanzare della malattia. Per tale motivo riveste un ruolo cruciale proprio una diagnosi precoce di declino cognitivo lieve, perché le nuove strategie terapeutiche sperimentali potranno essere efficaci solo se somministrate nelle fasi prodromiche di malattia, cioè prima che si sia manifestata la demenza in fase conclamata.

 

Inoltre la prevenzione può giocare un ruolo fondamentale, poiché la ricerca scientifica ha fatto enormi passi avanti nell’identificazione di fattori che incrementano il rischio di sviluppare la patologia: in particolare i fattori di rischio per le patologie vascolari quali ipertensione, diabete, obesità, fumo, scarsa attività fisica, contribuiscono anche ad un rischio maggiore di sviluppare la Malattia di Alzheimer. Da questo ne deriva un ruolo fondamentale per la prevenzione: studi recenti hanno dimostrato che stili di vita adeguati come la corretta alimentazione, e in particolare la dieta mediterranea, ricca di sostanze antiossidanti naturali, l’esercizio fisico, la pratica di hobbies e i rapporti sociali agiscano da fattore protettivo non soltanto nei confronti della malattia di Alzheimer, ma più in generale delle varie forme di demenza esistenti.

 

Queste considerazioni in merito all’effetto protettivo degli stili di vita derivano da importanti studi epidemiologici degli ultimi anni. La più recente novità, dimostrata in una popolazione finlandese a rischio per demenza (studio FINGER, pubblicato sulla prestigiosa rivista Lancet nel 2015 – Lancet 2015;385:2255-2263) è che un intervento multidimensionale per due anni, mediante dieta, esercizio fisico costante, training cognitivo, stretto monitoraggio dei fattori di rischio vascolare è in grado effettivamente di rallentare significativamente il declino cognitivo.

 

Nell’attesa dei risultati degli studi sperimentali con i nuovi farmaci contro la beta amiloide, l’applicazione di questi interventi sugli stili di vita può effettivamente ritardare la comparsa della malattia, riducendone la prevalenza, con enormi benefici individuali e sociali.

 

FONTE: http://www.insalutenews.it/in-salute/malattia-di-alzheimer-ipertensione-diabete-obesita-fumo-tra-i-fattori-di-rischio/

 

I pazienti diabetici anziani con valori bassi di pressione e/o di glicoemoglobina potrebbero essere trattati troppo aggressivamente. 

 

Uno studio retrospettivo di coorte ha valutato quanto frequentemente i pazienti diabetici di tipo 1 e 2 anziani (>/= 70 anni) con valori bassi di pressione arteriosa e/o emoglobina glicata vengono sottoposti ad una riduzione dell'intensità del trattamento in atto. 

 

Sono stati esaminati i dati risultanti dall' US Veterans Health Administration per un totale di quasi 212.000 soggetti. I partecipanti sono stati considerati meritevoli di riduzione dell'intensità del trattamento in atto se la pressione arteriosa e/o l'emoglobina glicata risultavano inferiori all'ultimo valore misurato nel 2012. 

 

La pressione arteriosa veniva considerata bassa quando la pressione sistolica era compresa tra 120 e 129 mmHg o quella diastolica era inferiore a 65 mmHg; veniva considerata molto bassa quando era inferiore a 120/65 mmHg.

 

L'emoglobina glicata era considerata bassa per valori compresi tra 6,0% e 6,4% e molto bassa per valori inferiori a 6%. 

 

Si è visto che dei pazienti considerati meritevoli di una riduzione del trattamento ipotensivo e/o ipoglicemizzabte perchè presentavano valori bassi o molto bassi di pressione arteriosa e/o glicoemoglobina solo il 27% veniva effettivamente sottoposto a questa pratica. 

 

Gli autori sottolineano che si tratta di una oppurtunità persa per ridurre il sovratrattamento a cui molti pazienti anziani diabetici vengono sottoposti. Gli stessi autori si augurano che in futuro le linee guida enfatizzino maggiormente questo aspetto. 

 

Il messaggio per il medico pratico è semplice: nei pazienti diabetici anziani in cui l'aspettativa di vita è ridotta per il coesistere di altre gravi patologie oppure nei casi in cui si sia in presenza di valori bassi o molto bassi di pressione arteriosa e/o di emoglobina glicata si deve porre particolare attenzione al trattamento effettuato che deve essere riconsiderato per una eventuale riduzione farmacolgica. Questo permetterebbe di evitare effetti collerarali (crisi ipoglicemiche, importante ipotensione) cui gli anziani sono particolarmente sensibili e che possono avere conseguenze potenzialmente gravi.

 

FONTE: http://www.pillole.org/public/aspnuke/news.asp?id=6470

 

Nel mondo, oltre 400 milioni di persone soffrono di diabete. Di queste, più dei due terzi risiedono nelle grandi città. Lo stile di vita frenetico degli abitanti delle metropoli, in particolare dei pendolari, aumenterebbe infatti il rischio di sviluppare il diabete di tipo 2. È quanto emerge da uno studio internazionale guidato dall'University College London di Londra (Regno Unito), presentato durante il “Cities Changing Diabetes Summit 2015”, che si è svolto tra il 16 e il 17 novembre a Copenaghen (Danimarca).

 

Nel corso della ricerca, gli autori hanno intervistato oltre 550 persone affette da diabete di tipo 2 o che presentavano il rischio di svilupparlo. I partecipanti erano residenti in cinque grandi città: Copenaghen, Houston (Usa), Città del Messico (Stati Uniti Messicani), Shanghai (Cina) e Tianjin (Cina). Lo studio, inserito nell'ambito del programma "Cities Changing Diabetes", si prefiggeva di scoprire i fattori che favoriscono l'insorgenza della malattia tra gli abitanti delle metropoli. Inoltre, puntava a capire come le autorità governative dovrebbero affrontare questa crescente sfida per la sanità pubblica. 

 

L'indagine ha dimostrato che i cittadini sono maggiormente vulnerabili allo sviluppo del diabete di tipo 2 a causa di un complesso mix di fattori sociali e culturali. In particolare, fra i principali responsabili sono stati individuati lo stress, la fretta e il pendolarismo. L'affaticamento causato dalla necessità di muoversi velocemente e di affrontare lunghi spostamenti per andare a lavoro aumenterebbe, infatti, il rischio di incorrere nella malattia. Inoltre, lo stile di vita frenetico renderebbe più difficile diagnosticare in breve tempo il diabete. Di conseguenza, i malati finirebbero spesso per trascurare il disturbo, peggiorando ulteriormente il loro stato di salute.

 

"Focalizzandosi principalmente sui fattori di rischio biomedici per il diabete, la ricerca tradizionale non ha adeguatamente tenuto conto dell'influenza dei fattori sociali e culturali sulla malattia - spiega David Napier dell'University College London, uno dei principali autori dell'analisi -. La nostra ricerca innovativa consentirà alle città di tutto il mondo di aiutare la popolazione ad adottare stili di vita che la rendano meno vulnerabile allo sviluppo del diabete”.

 

FONTE: http://salute24.ilsole24ore.com/articles/18272-diabete-piu-colpiti-i-pendolari

 

“Un meraviglioso dono dalla natura”: questa la descrizione che fece Akira Endo, lo scienziato che, attraverso una geniale intuizione, isolò per la prima volta nel 1987, dei metaboliti attivi destinati ad entrare e a restare fino ad oggi sul mercato farmaceutico internazionale per l’impiego nella prevenzione primaria delle malattie cardiache e coronariche e a determinare un sensibile miglioramento della qualità della vita di milioni di persone. Le statine costituiscono, infatti, una classe di farmaci dalle spiccate proprietà ipolipidemizzanti, ovvero in grado di abbassare i livelli di colesterolo nel sangue, per la capacità di agire come inibitori competitivi della 3-idrossi-3-metilglutaril coenzima A (HMG-CoA) reduttasi, l’enzima chiave implicato nella biosintesi del colesterolo. Non solo: negli ultimi anni, diversi sono gli effetti biologici e farmacologici identificati, che suggeriscono nuove possibilità di utilizzo terapeutico di questa classe di farmaci per un gran numero di patologie acute e croniche. Allo stesso tempo però sono emerse nuove evidenze cliniche circa la comparsa di eventi avversi, in particolare riguardanti l’associazione tra l’uso delle statine e l’insorgenza di diabete mellito.

 

La questione che divide la comunità scientifica è dunque: le statine abbassano il rischio di malattia cardiovascolare nei pazienti affetti da diabete o, al contrario, aumentano il rischio di sviluppare il diabete e le malattie cardiovascolari, tra l’altro causa primaria di mortalità e morbilità tra i pazienti con diagnosi di diabete di tipo 2? Da un lato, uno studio epidemiologico pubblicato sulla rivista internazionale British Medical Journal, rivela, dall’analisi di 471 250 persone di età maggiore di 66 anni, che i pazienti che assumono statine (in particolare atorvastatina, rosuvastatina e simvastatina) ad elevato dosaggio mostrano un rischio più elevato di sviluppare il diabete rispetto a quelli trattati con le stesse statine a basso dosaggio. D’altra parte una metanalisi di de Vries dello scorso anno, dimostra che i pazienti con diabete a rischio cardiovascolare sperimentano una riduzione del rischio relativo per i grandi eventi cerebrovascolari, rispettivamente, del 15% e 24%, se trattatati con statine a dosaggio standard o elevato. E da aggiungersi, l’ultima metanalisi in ordine di tempo, pubblicata sulla rivista internazionale Expert Opinion on Drug Safety, sembra confermare ed alimentare il dibattito controverso: la ricerca di articoli e recensioni originali pubblicati tra gennaio 2010 e maggio 2015, conferma i risultati discordanti sull’attività delle statine nell’omeostasi del glucosio.

 

Quale sia il meccanismo associato non è ancora chiarito: inibizione del trasporto del glucosio delle cellule β pancreatiche e dei canali del calcio insulino-dipendenti, ritardo nella produzione di ATP, effetto pro-infiammatorio ed ossidativo sulle cellule beta, induzione di morte cellulare attraverso apoptosi sono solo alcuni tra quelli suggeriti. Un nodo difficile da sciogliere, dunque, che sta impegnando gli scienziati su diversi fronti: l’accertamento della correlazione, la valutazione del rapporto rischio/beneficio e la progettazione di un razionale individualizzato nella terapia con le statine. La nuova frontiera della ricerca e della clinica è, infatti, rivolta esattamente all’individuazione di criteri univoci di definizione del rischio e della stima, caso per caso, dell’efficacia clinica, delle modalità di somministrazione e del dosaggio adeguato. Luci ed ombre che rivelano un concetto noto dall’alba dei tempi: la doppia faccia di un farmaco, sostanza curativa sì, ma anche potenzialmente dannosa, di cui è necessario disporre, per il principio di precauzione, guidati da responsabilità e dalla conoscenza dei benefici e dei rischi.

 

FONTE: http://www.galileonet.it/2015/10/statine-luci-ed-ombre-sul-rischio-diabete/

 

Chi beve birra campa cent'anni, diceva una nota pubblicità. Ora questa bevanda si rivela un'alleata del cuore delle donne. Secondo uno studio sembra, infatti, che bere birra una o due volte a settimana protegge le donne dal rischio infarto. Infatti chi la consuma in modo moderato, ha un rischio infarto più basso del 30% sia rispetto alle forti bevitrici, sia a quante non hanno mai assaggiato una pinta. E' quanto emerge da uno studio svedese, che ha coinvolto 1.500 donne seguite per 50 anni.

 

Il team della Sahlgrenska Academy, Università di Göteborg, ha analizzato i dati raccolti dal 1968 fino al 2000, quando le donne coinvolte avevano tra 70 e 92 anni. Con l'aiuto delle informazioni emerse da un questionario sul consumo di una serie di alcolici, gli studiosi hanno cercato di capire in che modo le quantità di bevande ingerite influiscono su una serie di patologie: infarto, icturs, diabete e cancro.

Nei 32 anni del primo 'step' considerato, 185 donne hanno avuto un infarto, 162 un ictus, 160 si sono ammalate di diabete e 345 di cancro.

 

Lo studio ha mostrato una connessione statisticamente significativa tra un elevato consumo di alcolici (ovvero più frequente di una volta o due volte al mese) e un rischio di quasi il 50% più alto di morire di cancro, rispetto a chi beve meno spesso. Ma, secondo la ricerca, le donne che bevono birra in modo moderato, sono più protette dal rischio infarto rispetto alle altre.

 

Insomma, un consumo moderato di birra potrebbe avere un effetto protettivo sul cuore delle donne. "Precedenti ricerche suggerivano che l'alcol in quantità moderata può avere un effetto protettivo - spiega Dominique Hange, fra gli autori del lavoro pubblicato sullo 'Scandinavian Jounral of Primary Health Care' - I nostri risultati tengono conto di altri fattori di rischio cardiovascolare, ma allo stesso tempo non possiamo confermare che il consumo moderato di vino abbia lo stesso effetto. Insomma, i nostri risultati devono essere confermati da studi di follow up".

 

FONTE: http://www.panorama.it/scienza/salute/salute-birra-amica-del-cuore-delle-donne-lo-protegge-da-infarto/

 

Richiedi servizi di badanza

Richiedi un preventivo

E' gratis

Senza impegno ti invieremo un preventivo su misura per le tue esigenze.

Compila i dati

Contatti