Gli omega 3 ormai famosi perché fanno bene al cuore riducono anche il rischio di demenza, una delle forme di malattie neurologiche degenerative che colpiscono soprattutto il cervello degli anziani. Grazie alla loro azione anti infiammatoria, gli omega 3 aiutano a ridurre il rischio di demenza, in particolare perché si ritiene che incrementando il dosaggio di omega 3 sia possibile ridurre il rapporto omega6/omega3 e prevenire così i meccanismi infiammatori a carico del cervello e quindi anche la demenza – spiega il professor Alberto Albanese, Responsabile dell’Unità Operativa di Neurologia di Humanitas. 

 

Gli omega 3 sono acidi grassi poli-insaturi che raggiungono il cervello attraverso la barriera emato-encefalica, una speciale struttura con funzione di filtro che permette il passaggio selettivo di alcune sostanze al cervello mentre blocca altre. Gli omega 3 sono distinti dagli omega 6, un altro tipo di acidi grassi essenziali che, se in eccesso e, come suggeriscono alcuni studi, in un rapporto elevato omega6/omega3 possono causare infiammazione e facilitare le malattie neurologiche degenerative, tra cui la demenza.

 

Questo però non suggerisce di eliminare gli acidi grassi omega 6, presenti in oli di semi, frutta secca e legumi, perché sono costituenti necessari per il cervello e la loro assunzione non può essere ridotta. Invece, aumentare l’assunzione di omega 3, in particolare dal pesce di mari freddi come il salmone, dall’olio e dai semi di lino e di chia, aiuta a riequilibrare il rapporto omega6/omega 3correttamente bilanciato verso gli omega 3 e quindi a favore della prevenzione della demenza.

 

FONTE: http://www.humanitasalute.it/lo-sai-che/49389-lo-sai-gli-omega3-riducono-rischio-demenza/

 

 

L'allenamento mentale permette al cervello di restare giovane. Aiuta, infatti, a prevenire la perdita della memoria e a ridurre il rischio di declino cognitivo e demenza. Lo spiegano i ricercatori dell’Irccs Inrca - Istituto di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico per Anziani di Ancona, che hanno elaborato un “training cognitivo multidimensionale” per la terza età. Si tratta di una serie di esercizi volti ad aiutare gli anziani a conservare la memoria senza ricorrere all'uso dei farmaci. 

“Con l’aumentare dei casi di demenza, la ricerca impone di individuare cure non farmacologiche per prevenire le malattie neurodegenerative - spiega Fabrizia Lattanzio, Direttore scientifico dell'Inrca e autrice dello studio -. È prioritario educare, fin dall’età adulta, ad uno stile di vita fisicamente e mentalmente attivo, anche nello svolgimento delle semplici attività quotidiane”. 

L'efficacia del metodo elaborato dagli scienziati italiani è stata testata durante uno studio finanziato dal Ministero della Salute e dalla Regione Marche, i cui risultati sono pubblicati sulla rivista Rejuvenation Researc. Gli autori hanno invitato 321 persone di età superiore a 65 anni a seguire, per tre anni, un programma di allenamento mentale. I partecipanti sono stati suddivisi in tre diversi gruppi, a seconda del loro stato cognitivo: soggetti sani interessati a scoprire come prevenire la perdita della memoria, individui con lievi disturbi e malati di Alzheimer. 

Il training cognitivo comprende diversi esercizi. Per esempio, prevede tecniche mnemoniche, metodi di concentrazione e di orientamento, strategie per ricordare eventi e appuntamenti, impiego della scrittura per favorire la memorizzare, uso di liste, calendari e agende. Contempla anche la creazione di brevi racconti, che aiutano a fissare i ricordi e migliorano la padronanza del linguaggio. Infine, include passatempi comuni come le parole crociate, il gioco a carte e il sudoku. 

“Il training cognitivo rappresenta un’innovazione nel campo delle terapie contro le demenze - spiega Cinzia Giuli, psicologa dell’Unità operativa di geriatria Inrca di Fermo e responsabile del progetto -, poiché non ha effetti collaterali o controindicazioni, ed è altamente personalizzabile, con esercizi mirati per il singolo caso”.

Al termine della sperimentazione, è emerso che il 70% dei soggetti affetti da Alzheimer ha mostrato un significativo miglioramento delle performance cerebrali e dello stato psicologico. Questa evidenza è stata confermata anche dalla batteria Adas (Alzheimer’s disease assessment scale), che valuta la gravità della malattia attraverso indicatori quali memoria, linguaggio e orientamento. 

Inoltre, il programma sembra in grado di prevenire il declino cognitivo e l'insorgere della demenza: “Nei soggetti affetti da lievi disturbi di memoria e concentrazione, una forma pre-clinica di Alzheimer nota come Mild Cognitive Impairment - ha evidenziato la dottoressa Giuli -, ha aumentato in circa il 50% dei casi la percezione positiva sulle proprie capacità di memoria, che influisce sulla probabilità di ammalarsi a distanza di qualche anno”. Nei soggetti sani questo fenomeno è apparso ancor più evidente: ha, infatti, interessato l’81% del campione. 

Il training, concludono gli esperti, ha determinato effetti positivi anche sull’umore, sul livello di stress e sul benessere percepito dei partecipanti. Tanto che molti anziani hanno manifestato il desiderio di proseguire il programma anche dopo la fine della sperimentazione.

 

FONTE: http://salute24.ilsole24ore.com/articles/18808-meditazione-aiuta-il-cervello-a-restare-giovane?refresh_ce

 

In molti anziani solo il pensiero di poter soffrire un giorno di demenza genera ansia, anzi terrore. Cresce la paura di perdere la memoria, il timore di compiere atti inconsulti, di mettere in una pentola accesa delle verdure, accendendo il gas, ma dimenticando di aggiungere l'acqua per una zuppa. Uscire di casa e non ricordarsi più la strada del ritorno. Si teme la perdita della propria autonomia, l'isolamento, la fine della vita attiva.

 

In Italia soffrono di demenza oltre un milione di anziani. Fanno parte soprattutto degli Over 65, ben 13 milioni di persone, pari al 21,7% della popolazione totale. Le demenze rappresentano le sindromi psichiatriche più comuni: una causa importante di disabilità che, solo nel nostro Paese, fa registrare costi socio-sanitari per 10-12 miliardi di euro l'anno. Per favorirne una gestione appropriata, promuovendo sul territorio la conoscenza e l'applicazione degli obiettivi del Piano Nazionale Demenze, l'Associazione Italiana Psicogeriatria (AIP - presidente Marco Trabucchi) avvia un ambizioso programma di formazione: 13 eventi residenziali previsti da maggio a ottobre, in 13 regioni italiane, per coinvolgere oltre 600 medici sul territorio. L'annuncio è stato dato a Furenze al XVI Congresso nazionale AIP. La società scientifica che raggruppa medici neurologi, psichiatri, geriatri e psicologi attorno alle tematiche della fragilità dell'anziano, in particolare quelle che vedono una importante componente cerebrale. É composta da oltre 2.000 soci provenienti da tutta Italia.

 

ll progressivo invecchiamento della popolazione ha comportato un sensibile aumento dei disturbi cognitivo-comportamentali di natura neurodegenerativa, destinati ad acquisire in futuro sempre più rilevanza. Tra le sindromi psichiatriche più comuni vi sono le demenze (600mila con morbo di Alzheimer), hanno una prevalenza del 5-8% negli over 65 e, in circa il 15-25% dei casi, possono associarsi a depressione. Nella presa in carico del malato di demenza, dal riconoscimento dei primi sintomi al trattamento a lungo termine, il medico di famiglia è una figura cruciale: presentargli i contenuti e le finalità del Piano nazionale Demenze, educarlo a un corretto approccio diagnostico-terapeutico e renderlo consapevole del suo ruolo centrale nella rete integrata dei servizi sono gli obiettivi che si pone il progetto formativo.

 

Le demenze sono sindromi degenerative che colpiscono la memoria, il pensiero, il comportamento e la capacità di svolgere le attività quotidiane. Il loro carattere progressivo rende necessaria una diagnosi tempestiva, che consenta di attivare interventi farmacologici e psico-sociali volti a rallentare l'evoluzione della malattia e contenerne i disturbi. Non fanno parte del normale processo di invecchiamento, ma sono malattie da affrontare con determinazione, combattendo il fatalismo ancora presenti nelle famiglie, nella società e talvolta tra gli stessi operatori sanitari. Partendo da queste considerazioni, il 30 ottobre 2014 la Conferenza Unificata ha approvato l'accordo tra governo e regioni Piano nazionale Demenze che, puntando ad una gestione integrata e multidisciplinare, vuol fornire indicazioni strategiche per migliorare e uniformare la qualità dell'assistenza in Italia: dalle terapie al sostegno e all'accompagnamento del malato e dei caregiver, durante tutto il percorso di cura. L'attività del medico di famiglia è fondamentale.

 

FONTE: http://www.ilgiornale.it/news/salute/demenza-fa-sempre-pi-paura-1251367.html

Un apparecchietto elettronico grande quanto un fagiolo conficcato nell’orecchio può salvare il mondo dall’epidemia globale di demenza negli anziani? Probabilmente sì, considerato che il declino cognitivo in un caso su tre è legato alla perdita dell’udito. A sostenerlo è Frank Robert Lin, ricercatore presso la Johns Hopkins University di Baltimora, che dal palco del convegno della Società americana per l’avanzamento delle scienze a Washington ha rivolto un appello affinchè i sistemi sanitari intervengano per facilitare l’accesso dei pazienti alle protesi uditive, ancora molto costose e non facilmente abbordabili da tutti.

 

Secondo i dati snocciolati da Lin, esperto in geriatria e otorinolaringoiatria, il 36% dei casi di demenza negli anziani è legato alla perdita dell’udito. Ancora non è chiaro quale sia il sottile filo rosso che lega queste due condizioni, ma ricerche precedenti hanno già dimostrato che non sentire bene accelera l’invecchiamento del cervello portando addirittura alla perdita di materia grigia. Sforzarsi per capire suoni e voci, infatti, genera un forte stress nel cervello e impoverisce quelle aree che sono legate al linguaggio e alla memoria operativa, le stesse coinvolte nell’insorgenza dell’Alzheimer.

 

«Molti medici non intervengono perché condiserano la perdita dell’udito come una conseguenza inevitabile dell’invecchiamento – dice Lin – ma sappiamo che intervenendo precocemente potremmo ridurre in maniera significativa il rischio di declino cognitivo e demenza». Per dimostrarlo con dati alla mano, il ricercatore ha avviato un ampio studio su 800 anziani che verranno seguiti per 5 anni: un gruppo riceverà un trattamento d’avanguardia per recuperare l’udito, mentre un secondo gruppo continuerà a condurre la sua vita regolare. «Se è davvero possibile fare la differenza trattando precocemente l’ipoacusia, lo sapremo fra pochi anni», conclude Lin.

 

FONTE: http://www.ok-salute.it/psiche-e-cervello/anziani-lapparecchio-acustico-puo-salvare-il-cervello/

 

Tra i tanti rapporti a tinte fosche che profetizzano un'imminente epidemia della malattia di Alzheimer e altre demenze, nuove ricerche offrono un promettente cambio di prospettiva. Recenti studi condotti in Nord America, nel Regno Unito e in Europa indicano che in alcuni paesi ricchi il rischio di demenza tra gli anziani è costantemente diminuito negli ultimi 25 anni.

 

Se fosse dovuta a fattori che intervengono nel corso della vita come la costituzione di una “riserva di cervello” e il mantenimento della salute cardiaca, come ipotizzano alcuni esperti, questa tendenza potrebbe confermare che mantenersi mentalmente impegnati e assumere farmaci per il controllo del colesterolo sono misure preventive efficaci.

 

A prima vista, il messaggio complessivo potrebbe confondere. La maggiore aspettativa di vita e il crollo della natalità stanno facendo aumentare la popolazione anziana globale. “Se ci sono più persone di 85 anni, è quasi certo che ci saranno più malattie legate all'età”, spiega Ken Langa, professore di medicina interna dell'Università del Michigan. Secondo il World Alzheimer Report 2015, in tutto il mondo l'anno scorso 46,8 milioni di persone hanno sofferto di demenza, e ci si aspetta che loro numero raddoppi nei prossimi 20 anni.

 

Guardando più da vicino, tuttavia, i nuovi studi epidemiologici rivelano un andamento che può lasciare spazio alla speranza. “Le analisi condotte nell'ultimo decennio in Stati Uniti, Canada, Regno Unito, Paesi Bassi, Svezia e Danimarca indicano che un soggetto di età compresa tra 75 e 85 anni ha un un minor rischio di avere l'Alzheimer oggi rispetto a 15 o 20 anni fa”, ha spiegato Langa, che ha discusso la ricerca sulla diminuzione dei tassi di demenza in un articolo apparso nel 2015 su “Alzheimer’s Research & Therapy”.

 

La prova più evidente emerge dal Cognitive Function and Aging Study (CFAS), guidato da Carol Brayne, docente di medicina dell'Università di Cambridge. Lo studio ha monitorato adulti britannici di età maggiore di 65 anni di tre città negli anni novanta e nuovamente nel 2010.

 

Durante quel periodo, i tassi di demenza nella popolazione più anziana sono diminuiti del 24 per cento in termini relativi, e dall'8,3 al 6,5 per cento in termini assoluti. In altre parole, se nello stesso periodo la frequenza delle demenze nei senior fosse rimasta la stessa, ci sarebbero state 214.000 persone con demenza in più oltre le 670.000 documentate.

 

Gli studi in Canada, così come nei Paesi Bassi, in Svezia e in altre parti d'Europa, indicano anche che il rischio di demenza è diminuito negli ultimi decenni. Langa e colleghi hanno riferito su “Alzheimer’s & Dementia” che negli Stati Uniti la percentuale di adulti oltre i 70 anni di età con deficit cognitivo è diminuita dal 12,2 all'8,7 per cento tra il 1993 e il 2002. I soggetti erano parte di uno studio longitudinale finanziato dal National Institute on Aging (NIA), che ha monitorato un campione rappresentativo di 20.000 adulti ogni due anni.

 

Eppure, altre ricerche non non confermano questa tendenza. Uno studio guidato da Denis Evans, direttore del Rush Institute for Healthy Aging di Chicago manda un messaggio più equilibrato. Evans e colleghi hanno stimato i nuovi casi di Alzheimer tra il 1997 e il 2008 e non hanno trovato alcun cambiamento nel tempo. Un altro studio ha stimato, sulla base dei dati del Census Bureau degli Stati Uniti, che il numero di persone con Alzheimer approssimativamente triplicherà entro il 2050 e la percentuale di anziani con demenza tenderà ad aumentare.

 

Tutto considerato, Langa concorda sul fatto che sia molto probabile che a causa della maggiore aspettativa di vita, il numero assoluto di persone con Alzheimer e altre forme di demenza salirà nei prossimi anni. Egli nota tuttavia che se il rischio di demenza di un adulto anziano continua a diminuire, come si è verificato in alcuni paesi sviluppati negli ultimi decenni, “l'incremento nel numero di casi può essere un po' meno sorprendente di quello che sarebbe stato se il rischio fosse rimasto lo stesso”.

 

I differenti risultati potrebbero derivare dalle differenti premesse: Evans assume che il numero di nuovi casi di demenza rimarranno gli stessi nei prossimi decenni, mentre Langa tiene in considerazione la possibilità che il rischio di demenza potrebbe diminuire a causa dei cambiamenti negli stili di vita e nelle misure di prevenzione nell'ultimo quarto di secolo.

 

Che cosa potrebbe causare il trend verso la diminuzione della frequenza di demenza? Anche se la questione non può trovare una risposta definitiva, altre analisi hanno collegato il fenomeno a un migliore controllo dei fattori di rischio cardiovascolare, come l'ipertensione e un elevato livello di colesterolo, alla costruzione di una “riserva cognitiva” conseguente a un più elevato livello di scolarità. Le persone con patologie croniche, tuttavia, contribuiscono a complicare il quadro. I soggetti con diabete di tipo 2, per esempio, sono a più elevato rischio di demenza. Alla luce dell'incremento dei livelli di diabete e di obesità, è possibile che queste condizioni possano compensare o addirittura sovra-compensare la tendenza al miglioramento, spiega Langa.

 

In questi studi epidemiologici, inoltre, il numero di casi riportati di demenza potrebbe essere influenzato artificiosamente da diversi fattori. Il primo è semplicemente la crescente consapevolezza della malattia di Alzheimer, che aumenta la probabilità che i medici pongano questa diagnosi rispetto ad alcuni decenni fa, anche a parità di deficit cognitivo. E potrebbe anche essere più probabile che gli stessi medici indichino l'Alzheimer come causa di decesso nei certificati di morte.

 

In secondo luogo, la ricerca nel campo del neuroimaging e la ricerca di base tese a identificare potenziali trattamenti sta spostando l'attenzione verso le fasi precoci dell'evoluzione della malattia, nella convinzione che intervenire precocemente sia la più grande chance per le persone che ancora non patiscono un deficit troppo grave. Per l'Alzheimer non esistono cure, anche se alcuni farmaci possono alleviarne i sintomi. “Dal punto di vista clinico, il concetto di sindrome da demenza è cambiata”, dice Brayne. “Utilizzando gli attuali criteri, le diagnosi avvengono a uno stadio molto più precoce”.

 

Anche se è plausibile un'influenza dell'aumentata consapevolezza della malattia e dei cambiamenti negli standard diagnostici, i maggiori problemi con la valutazione della demenza potrebbero essere di tipo metodologico, spiega John Haaga, vicedirettore del NIA per la ricerca comportamentale e sociale. Diversi laboratori utilizzano differenti misure, e a distanza di 15 anni lo stesso gruppo potrebbe utilizzare due misure diverse. “Quanta parte del cambiamento è reale e quanta parte è dovuta alle differenze di misurazione?”, si chiede Haaga.

 

Evans vede un problema più profondo negli studi epidemiologici sulle malattie croniche nei pazienti anziani. Anche se la malattia viene catalogata in modo binario, cioè come presente o non presente, le cause sottostanti sono spesso un processo continuo. “Quando si diagnostica la malattia di Alzheimer, si stabilisce un valore di soglia su una curva della funzione cognitiva, che ha una forma a campana”, spiega Evans. “Il altre parole, si sta separando la 'coda' della curva dei casi di Alzheimer da quella dei casi non-Alzheimer; ora, porre il valore di soglia nello stesso punto ogni volta è difficile: anche ricercatori ben addestrati possono fare cose diverse in momenti differenti”, spiega Evans. Inoltre, poiché il punto si trova in un punto della curva molto pendente, “anche una piccola differenza nel punto scelto può fare una grande differenza nel modo in cui si distinguono le due parti della curva”

 

Haaga ritiene che, complessivamente, i dati epidemiologici stiano migliorando. “Mentre nel passato spesso estrapolavamo dati da piccoli campioni, stiamo iniziando ora a parlare di trend in popolazioni nazionali”. In più, sono in corso progetti per armonizzare gli insiemi di dati, il che dovrebbe rendere più facile il confronto di risultati di differenti studi. Questo diventerà particolarmente importante via via che saranno disponibili dati di altre parti del mondo, come i paesi sviluppati, dove si prevedere che la crescita relativa dei casi di demenza supererà quella delle nazioni a elevato reddito.

 

Due terzi (66 per cento) delle persone con demenza vivono nei paesi a basso e medio reddito, dove sono stati condotti meno del 10 per cento degli studi di popolazione. Come suggerisce il nome, lo studio 10/66 sta analizzando i trend della demenza e dell'invecchiamento in queste regioni. In India, per esempio, le persone non vivono a lungo quanto i cittadini di molti paesi sviluppati, ma l'aspettativa di vita cresce costantemente, determinando un più brusco aumento del numero di casi di demenza tra gli anziani. "Per avere l'Alzheimer o altre demenze, devi vivere abbastanza a lungo", dice Langa.

 

Ma i cambiamenti nell'aspettativa di vita possono avere effetti differenti su diverse malattie. Eileen Crimmins, gerontologa della University of Southern California, studia in che modo l'aspettativa di vita influenza il carico delle malattie croniche, misurato dal momento in cui una persona ha bisogno di aiuto e di cure. Due fattori contribuiscono a questo fenomeno: le variazioni nella mortalità e le variazioni nell'età d'insorgenza della malattia.

 

"Ritardando la morte, è possibile ritrovarsi con più persone malate per un tempo più lungo", ha detto Crimmins a "Scientific American". "Questo è quanto è successo con le malattie cardiache". Attualmente negli Stati Uniti, sempre più persone sono affette da cardiopatie rispetto a decenni fa, anche se la mortalità per malattie cardiache sono diminuiti. i trend di mortalità e d'insorgenza delle malattie, tuttavia, hanno avuto un ruolo più favorevole per la demenza. Al giorno d'oggi, il numero delle persone con un deficit cognitivo e inferiore, e le persone non vivono più a lungo con deterioramento cognitivo, spiega Crimmins.

 

Crimmins, Brayne e Langa discuteranno le ricerche sul crollo del rischio di demenza in un incontro il 13 febbraio in occasione della riunione annuale dell'American Association for the Advancement of Science a Washington. “La tendenza è interessante", sottolinea Haaga, che modererà l'incontro. “Tuttavia, non voglio dare l'impressione che in qualche modo il problema ora sia risolto”. Anche se la demenza si riscontra in percentuali sempre più basse nella popolazione anziana, che è sempre più ampia, spiega Haaga, il morbo di Alzheimer "è già la malattia più costosa negli Stati Uniti, e i suoi costi continueranno a crescere".

 

In tutto il mondo, il costo della demenza nel 2015 è stato stimato in 818 miliardi di dollari. Entro il 2030, si prevede che diventerà una malattia da 2000 miliardi di dollari. Per quanto riguarda il rischio individuale, tuttavia, "le cose non stanno peggiorando", spiega Crimmins. "Anche se si tratta solo dell'inizio di una tendenza, la probabilità che ciascuno di noi vada incontro a demenza diventa sempre più piccola”.

 

FONTE: http://www.lescienze.it/news/2016/02/06/news/tendenza_diminuzione_demenza_mondo-2960821/

 

 

 

Chi l’ha detto che un trauma cranico non lascia conseguenze? Secondo uno studio pubblicato dalla prestigiosa rivista Neurology, ad opera dei ricercatori dell’Imperial College di Londra, i traumi subiti alla testa possono aumentare la probabilità di andare incontro a demenza senile e Alzheimer attraverso la formazione di placche amiloidi nel cervello. Un risultato, seppur preliminare e ottenuto su un numero molto piccolo di persone, potrebbe essere sfruttato in futuro nella prevenzione di queste malattie.

 

Ventisei milioni di malati nel mondo, 800 mila soltanto in Italia. Numeri che, secondo gli esperti, sono destinati a crescere sempre di più, complice l’innalzamento dell’aspettativa di vita media. E’ questa la radiografia del morbo di Alzheimer. Per gli scienziati il principale responsabile della patologia sarebbe una forma alterata della proteina beta amiloide. Questa, proprio perché aberrante, si accumulerebbe nel cervello sotto forma di placche causando la morte dei neuroni.

 

Ed proprio sulla formazione di queste placche amiloidi che si è concentrata l’attenzione dei ricercatori inglesi. Precedenti studi hanno dimostrato che in seguito ad un forte trauma cranico nel cervello è possibile rilevarne la presenza mediante risonanza magnetica. Altri studi epidemiologici hanno rilevato che le persone che hanno subito un trauma cranico sono maggiormente predisposte a sviluppare demenza senile. Partendo da questa evidenza gli autori dello studio hanno voluto verificare se a distanza di anni dal trauma il cervello mostra ancora i segni del colpo subito.

 

Dalle analisi, effettuate su un campione ristretto di persone sane, malate di Alzheimer e in buona salute ma con un passato di «trauma cranico» è emerso che anche a distanza di 10 anni è possibile riscontrare la presenza di quelle placche già rilevate immediatamente dopo l’incidente. Attenzione però a interpretare i risultati: il dato non indica che chi ha subito un trauma necessariamente va incontro a demenza senile. Il risultato, anche se dovrà essere confermato su un più ampio numero di casi, fornirà indicazioni utili ai ricercatori sulle persone a rischio e potrà essere utilizzato per cercare -quando saranno disponibili i farmaci- di rallentare il più possibile la formazione di queste placche in seguito ad un incidente.

 

FONTE: https://www.lastampa.it/2016/02/04/scienza/benessere/i-traumi-cranici-aumentano-il-rischio-di-alzheimer-s29FITly4u4wOAvz7YFEpO/pagina.html

 

L'Alzheimer lascia una traccia olfattiva riconoscibile nelle urine dei modelli animali della malattia ben prima che si sviluppi la patologia cerebrale, con tutto il suo corollario di sintomi. Lo hanno scoperto i ricercatori del Monell Center, all'interno del Dipartimento dell'Agricoltura del governo americano (USDA) che ora suggeriscono la possibilità di diagnosticare il morbo precocemente attraverso un semplice test delle urine.

 

"Precedenti ricerche dalla USDA e del Monell Center si erano concentrate sui cambiamenti di odore del corpo a causa di fonti esogene quali virus o vaccini. Ora abbiamo la prova che le firme olfattive dell'urina possono essere modificate da cambiamenti nelle caratteristiche del cervello causati dalla malattia di Alzheimer ", ha spiegato l'autore dello studio Bruce Kimball. "Questa scoperta può avere implicazioni per altre malattie neurologiche". L'identificazione di un biomarcatore precoce per il morbo di Alzheimer potrebbe consentire ai medici di diagnosticare la malattia debilitante prima dell'inizio del declino del cervello e del deterioramento mentale, aprendo la strada per trattamenti volti a rallentare la progressione della malattia. L'Alzheimer è la forma più comune di demenza e nel 2015, secondo i dati dell'ultimo rapporto mondiale sulla malattia, ha riguardato 46,8 milioni di persone, una cifra che si stima sia destinata quasi a raddoppiare ogni 20 anni, fino i 131,5 milioni nel 2050.

 

Anche se la progressione del morbo di Alzheimer attualmente non può essere arrestata o invertita, una diagnosi precoce può dare ai pazienti e alle famiglie il tempo per pianificare il futuro e cercare trattamenti per il sollievo dei sintomi. Nello studio, pubblicato sulla rivista on-line Scientific Reports, i ricercatori hanno studiato tre modelli di topo separati, noti come topi APP, che imitano patologia cerebrale collegata all'Alzheimer. Utilizzando analisi sia comportamentali sia chimiche, i ricercatori hanno scoperto che ogni ceppo di topi APP produce profili olfattivi urinari che possono essere distinti da quelli dei topi di controllo. I cambiamenti di odore non risultano dalla comparsa di nuovi composti chimici, ma riflettono una modificazione delle concentrazioni urinarie di composti esistenti. Le differenze di odore fra topi APP e topi di controllo erano per lo più indipendenti dall'età e precedevano la comparsa di quantità rilevabili di placche nel cervello dei topi APP. Questi risultati suggeriscono che la caratteristica firma olfattiva è legata alla presenza di un gene specifico piuttosto che all'effettivo sviluppo di alterazioni patologiche nel cervello.

 

Poiché il morbo di Alzheimer è una malattia esclusivamente umana, gli scienziati creano modelli di patologia cerebrale associata per studiare la malattia nei topi. Uno degli indicatori patologici caratteristici della malattia di Alzheimer è la formazione di depositi di placche amiloidi nel cervello. Gli scienziati imitano questa patologia in modelli murini con l'introduzione di geni umani associati a mutazioni del gene che codifica per la proteina ß-amiloide nel genoma del topo. Questi geni sono poi farmacologicamente attivati per produrre la proteina amiloide-ß in eccesso, con il conseguente accumulo di placche nel cervello dei topi APP. Insmma quello che vale per questi modelli animali non è detto che sia valido al 100% anche sull'uomo. Perciò i ricercatori avvertono che saranno necessari che studi approfonditi per identificare e caratterizzare le firme olfattive correlate all'Alzheimer negli esseri umani.

 

FONTE: http://www.panorama.it/scienza/salute/alzheimer-e-se-si-potesse-riconosce-dallodore/

 

I pazienti affetti da demenza dimenticano nomi di oggetti, appuntamenti rilevanti e fatti recenti della propria vita, presentando un quadro di amnesia anterograda; questi pazienti peggiorano progressivamente.

Coloro che si prendono cura del paziente sono chiamati cargivers e spesso non si accorgono subito dei problemi del paziente e dei suoi fallimenti. Per la diagnosi di demenza sono importanti:   un quadro di perdita persistente di memoria e altre abilità cognitive;  abbandono delle consuete attività quotidiane; conservazione di un normale livello di coscienza.

 

La malattia porta ad una perdita cognitiva globale e cronica. La demenza è progressiva (perché sostenuta da processi degenerativi del cervello che coinvolgono sempre più aree cerebrali) e irreversibile (perché non si può arrestare o migliorare). Nonostante ciò esistono delle eccezioni in cui molti pazienti presentano una demenza non progressiva, in cui l’area lesionata non comporta il danneggiamento di un’altra e quindi l’estensione della malattia, e reversibile, legata  a carenze alimentari o fattori metabolici.

 

Per porre la diagnosi di demenza in fase precoce, bisogna verificare che almeno due funzioni cognitive, tra cui la memoria, siano deficitarie. Oltre all’inquadramento diagnostico è importante anche uno specialista neurologo che suddivide la demenza in casi trattabili (demenza dovuta a malattie del cervello curabili) e non trattabili (non possono essere curate ma non hanno nemmeno un andamento progressivo). Diverse patologie cerebrali determinano una demenza progressiva: può essere causata da un processo degenerativo primario, degenerazione delle cellule della corteccia per una propria alterazione e non secondaria ad un’altra causa. La forma più comune della demenza degenerativa primaria è:

 

la malattia di Alzheimer = presenta dei sintomi facilmente riconoscibili e si evolve in diverse fasi:

 

a- nella fase “iniziale” il paziente e i familiari iniziano a notare difficoltà nella memoria di tutti i giorni (disturbi della memoria autobiografica recente, anomie, perdita del filo del discorso, difficoltà di calcolo e disegno) ma i sintomi vengono minimizzati; in questa fase il paziente può essere cosciente dei suoi disturbi;

 

b- nella fase intermedia i disturbi cognitivi si accentuano; accrescono i disturbi della memoria recente, il disorientamento topografico, difficoltà linguistiche e anche i primi segni di prosopagnosia per i familiari. Iniziano i disturbi del cambiamento: il paziente può diventare silenzioso, può essere aggressivo o avere allucinazioni. Si manifesta il fenomeno della testa ruotata => quando il paziente non sa rispondere si gira verso il proprio cargiver. In questa fase si può manifestare la Sindrome del “sosia”= il paziente che il proprio cargiver non sia davvero lui ma un sosia. Può manifestarsi anche l’amnesia reduplicativa = il paziente crede di essere contemporaneamente sia lì che in un altro posto.

 

c-  In fase avanzata i disturbi di memoria diventano gravissimi; si manifestano i vari tipi di aprassia, agnosia, afasia e anomia. Hanno problemi nella deambulazione, tendono alla fuga e hanno disturbi del sonno; si presenta la stereotipia, cioè comportamenti motori continui, e la bulimia/anoressia. Un disturbo legato a questa fase è la sindrome di Kluver-Bucy, caratterizzata da iperoralità (mangiare qualsiasi cosa sia commestibile o ipersessualutà).

 

Un altro tipo di demenza è la demenza fronto-temporale=  è una sindrome in cui i disturbi si evolvono rapidamente: disturbi del comportamento già nella fase iniziale (diventano impulsivi, irritabili), si ha una perdita di iniziativa, di comunicazione, una tendenza al vagabondaggio e alla fuga. I pazienti posso essere molto disinibiti, anche nella sfera sessuale. Sono presenti molti disturbi cognitivi ma quello più rilevante è il linguaggio. Presentano il fenomeno dell’acinesia (tendono a muoversi poco) e incontinenza urinaria. Un terzo tipo di demenza è la demenza dei corpi di Lewy =  demenza degenerativa caratterizzata da disturbi cognitivi e comportamentali, molto simili a quelli descritti per la demenza frontale ma si succedono con grande rapidità. Una caratteristica importante è la fluttuazione sintomatologica: un giorno i pazienti sono normali e il giorno dopo hanno disturbi cognitivi gravi.

 

Il quarto tipo di demenza è la malattia di Parkinson = disturbo degenerativo del cervello che colpisce i gangli alla base; colpisce i soggetti adulti e ha un andamento lentamente progressivo. Il passaggio a un chiaro declino cognitivo è segnato dalla comparsa di allucinazioni visive; turbe del comportamento e disturbi della memoria.

 

L’unico modo per fare una diagnosi consiste nell’esaminare la serie di sintomi manifestati dal malato. Il medico deve decidere se questi siano imputabili a una demenza o se è più probabile qualche altra spiegazione. Il medico richiede informazioni sulla salute generale del paziente e sui problemi medici precedenti. Deve conoscere eventuali difficoltà del paziente nell’esecuzione delle normali attività quotidiane, e può richiedere un colloquio con i familiari o gli amici per ottenere ulteriori informazioni. Far eseguire al paziente esami medici di base, come quelli del sangue e delle urine che possono essere utili per escluder altre patologie.

 

Gli  esami neuropsicologici  sono test utili per valutare la memoria,  l’attenzione, la capacità di risolvere problemi,  il linguaggio e la capacità di calcolo, e aiutano il medico a identificare i problemi specifici del paziente. Il medico può decidere di eseguire un esame speciale, denominato scansione cerebrale, per ottenere un’immagine del cervello. Da queste immagini del cervello del paziente il medico è in grado di individuare eventuali anomalie.  I risultati di tutti gli esami eseguiti permettono al medico di  fare una anamnesi più precisa ed escludere altre possibili cause dei sintomi. Ad esempio i problemi alla tiroide, i tumori cerebrali  e alcune reazioni provocate da farmaci  possono causare sintomi di demenza e alcune di queste condizioni possono essere curate.

 

L’assistenza a queste persone spesso si rivela molto faticosa ed impegnativa ed è necessario avere dei gruppi di supporto per i familiari e le persone che gravitano intorno al paziente, questo per metterle in condizione di aiutare il paziente in maniera funzionale e rendere l’assistenza meno complessa e stressante.

 

FONTE: http://magazinepragma.com/psicologicamente/declino-cognitivo-globale-le-demenze/

 

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