Migliorare l’accessibilità per le persone con disabilità e per gli anziani, rimuovere le barriere architettoniche e programmare una mobilità più agevole e priva di ostacoli per le persone in situazione di disagio. Questi dovrebbero essere i punti fermi di ogni società sensibile alle esigenze della collettività, soprattutto nei confronti di chi si trova a vivere in condizioni di mobilità ridotta.

 

Il diritto alla mobilità è sancito da leggi nazionali ed ognuno dovrebbe goderne senza limitazioni, sia nei trasporti pubblici e nelle strade delle nostre città, dove le barriere architettoniche sono sempre troppe, che nella sfera privata, ovvero nelle nostre case, dove spesso, a causa di una cattiva organizzazione degli spazi, chi si muove in carrozzina non sempre ha vita facile.

 

Le soluzioni per rendere la vita migliore ad anziani e disabili sono tante. Soprattutto in casa, il luogo più degli altri in cui non dovrebbero esistere ostacoli alla libertà di movimento. Per questo, ad esempio, chi per motivi di salute è costretto a muoversi in carrozzina, in casa potrebbe aver bisogno di un montascale, un aiuto essenziale, spesso indispensabile, per superare le barriere architettoniche.

 

Sono tanti i modelli sul mercato che si possono adattare a tutte le esigenze. Encasa Expert, del gruppo ThyssenKrupp, ha progettato diversi dispositivi forniti di poltroncina, perfetti per tutte le esigenze. Il montascale dotato di seduta ha uno scorrimento parallelo al suolo, può seguire quasi ogni profilo o rampa di scala: questo consente le installazioni sia in abitazioni private sia in luoghi pubblici come istituzioni o percorsi pedonali.

 

Per essere sicuri usare un prodotto di qualità, in grado di soddisfare i rigidi standard europei, bisogna pensare prima di tutto a materiali robusti e che resistono nel tempo. Nei montascale Encasa Expert la forza motrice è sviluppata da un compatto sistema integrato. È possibile eseguire l’installazione dei binari e del supporto in quasi ogni abitazione e tipo di scale, anche in luoghi piuttosto ristretti e con percorsi difficoltosi. Tra le dotazioni di sicurezza sono presenti speciali batterie: in questo modo anche in situazioni di emergenza o di assenza di corrente elettrica il funzionamento è assicurato.

 

Bisogna andare oltre all’idea che una ridotta capacità di movimento sia una condizione definitivamente debilitante. I montascale Encasa Expert rappresentano un aiuto discreto: s’inseriscono perfettamente nella maggior parte delle abitazioni moderne e occupano poco spazio.

 

L’autosufficienza motoria è forse uno dei beni più preziosi per ciascuno e la perdita totale o parziale di compiere in autonomia ogni piccola operazione quotidiana può diventare un problema personale, prima ancora di essere una difficile situazione familiare. Le scale, insomma, non possono rappresentare un ostacolo alla felicità, soprattutto quando la soluzione è così semplice e a portata di mano.

 

FONTE: http://www.oggisalute.it/2015/02/anziani-e-disabili-le-soluzioni-per-una-vita-senza-barriere/

La demenza di Alzheimer oggi colpisce circa il 5% delle persone con più di 60 anni e in Italia si stimano circa 500mila ammalati. Tutti gli anziani la temono e cercano di valutare i propri vuoti di memoria pensando si possa trattare dei primi allarmanti sintomi. È la forma più comune di demenza senile, uno stato provocato da un'alterazione delle funzioni cerebrali che implica serie difficoltà per il paziente nel condurre le normali attività quotidiane. La malattia, le cui cause sono ignote, colpisce la memoria e le funzioni cognitive e si ripercuote sulla capacità di parlare e di pensare, ma può causare anche altri problemi tra cui stati di confusione, cambiamenti di umore e disorientamento spazio-temporale.

 

La malattia di Alzheimer è la forma più comune di demenza degenerativa progressivamente invalidante con esordio prevalentemente in età presenile (oltre i 65 anni, ma può manifestarsi anche in epoca precedente). Si stima che circa il 60-70% dei casi di demenza sia dovuta ad Alzheimer disease (AD). Il sintomo precoce più comune è la difficoltà nel ricordare eventi recenti (perdita di memoria a breve termine). Con l'avanzare dell'età possiamo avere sintomi come: afasia, disorientamento, cambiamenti repentini di umore, depressione, incapacità di prendersi cura di sé, problemi nel comportamento. Ciò porta il soggetto inevitabilmente a isolarsi. A poco a poco, le capacità mentali basilari vengono perse. L'aspettativa media di vita dopo la diagnosi è dai tre ai nove anni. La malattia è dovuta a una diffusa distruzione di neuroni, principalmente attribuita alla beta-amiloide, una proteina che, depositandosi tra i neuroni, agisce come una sorta di collante, inglobando placche e grovigli neurofibrillari. La malattia è accompagnata da una forte diminuzione di acetilcolina nel cervello (si tratta di un neurotrasmettitore, ovvero di una molecola fondamentale per la comunicazione tra neuroni, e dunque per la memoria).

 

La patologia è stata descritta per la prima volta nel 1906, dallo psichiatra e neuropatologo tedesco Alois Alzheimer. Nel 2006 vi erano 26,6 milioni di malati in tutto il mondo, e si stima che ne sarà affetta 1 persona su 85 a livello mondiale entro il 2050.

 

Attualmente i trattamenti terapeutici utilizzati offrono piccoli benefici sintomatici, solo parzialmente possono rallentare il decorso della patologia. A livello preventivo, sono state proposte diverse modificazioni degli stili di vita personali come potenziali fattori protettivi, ma non vi sono adeguate prove di una riduzione effettiva della degenerazione. Circa il 70% del rischio si ritiene sia genetico con molti geni solitamente coinvolti. Altri fattori: traumi, depressione o ipertensione. Durante le fasi finali, il paziente è completamente dipendente dal «caregiver». Il linguaggio è ridotto a semplici frasi o parole. Nonostante la perdita delle abilità linguistiche verbali, alcune persone spesso possono ancora comprendere e reagire. L'apatia e la stanchezza sono i sintomi più comuni. Le persone con malattia di Alzheimer alla fine non sono in grado di eseguire anche i compiti più semplici in modo indipendente; la massa muscolare e la mobilità si deteriorano al punto in cui sono costretti a letto e incapaci di nutrirsi. La causa della morte è di solito un fattore esterno, come un'infezione o una polmonite.

 

La ricerca farmacologia ha cercato fino ad ora di ridurre gli effetti collaterali dovuti a un aumento del tono colinergico come insonnia, aritmie, bradicardia, nausea, diarrea). Basandosi sul fatto che nell'Alzheimer si ha diminuzione dei livelli di acetilcolina, un'ipotesi terapeutica è stata quella di provare a ripristinarne i livelli fisiologici. L'acetilcolina pura non può però essere usata, in quanto troppo instabile e con un effetto limitato. Si possono invece usare gli inibitori della colinesterasi, l'enzima che catabolizza l'acetilcolina: inibendo tale enzima, si aumenta la quantità di acetilcolina presente nello spazio intersinaptico.

 

FONTE: http://www.ilgiornale.it/news/cronache/se-vuoto-memoria-si-precipita-nellalzheimer-1109624.html

Sono tanti gli anziani che assumono farmaci anti-psicotici per curare una varietà di situazioni: sintomi della demenza senile e dell’Alzheimer, deliri e disturbi mentali legati a una precedente ospedalizzazione che non si sono risolti, stati di agitazione psicomotoria che si manifestano quando l’organismo è debilitato da una malattia, alterazioni dell’umore, allucinazioni, perdita di memoria. Stiamo parlando dei farmaci antipsicotici cosiddetti atipici che si chiamano, per esempio, risperidone, olanzapina, quietapina e aripiprazolo. Funzionano ma comportano vari effetti collaterali Registrati per il trattamento di una serie di condizioni cliniche che vanno dalla schizofrenia ai disturbi bipolari (depressione alternata a mania) vengono però prescritti anche off label , per trattare cioè situazioni diverse da quelle previste nei foglietti illustrativi e che, appunto, riguardano soprattutto l’anziano. Non solo, dunque, non sono autorizzati, ma possono avere effetti collaterali che si manifestano nel 21,3 per cento dei casi nei pazienti fra i 70 e i 79 anni e nel 18,6 per cento dei casi in quelli fra gli 89 e gli 89 anni. E gli effetti collaterali comprendono: l’incremento di peso, una riduzione della pressione del sangue, un danno ai tessuti muscolari, un aumento del rischio di andare incontro a disturbi cardiaci e anche a problemi renali, come ha dimostrato una ricerca pubblicata recentemente su Annals of Internal Medicine e condotta da un gruppo di studiosi canadesi.

 

Però funzionano e in molti casi sono indispensabili. Attenzione ai rischi per il cuore «Quando ci si trova di fronte a un paziente anziano agitato e delirante per i motivi più diversi - commenta Costanzo Gala Direttore dell’Unità Operativa Psichiatrica I dell’Ospedale San Paolo di Milano - si deve necessariamente prendere in considerazione l’uso di antipsicotici. Il beneficio sulla riduzione dei sintomi è sempre maggiore dei rischi». E la scelta cade appunto sugli antipsicotici (le benzodiazepine, invece, vanno evitate perché nel cervello dell’anziano aumentano la confusione e il disorientamento). «È sempre bene comunque discutere la terapia con i familiari del paziente -- continua Gala -- in modo che ci sia un consenso informato. E proprio perché sono farmaci non indenni da rischi e soprattutto alcuni possono comportare rischi cardiaci è opportuno eseguire un elettrocardiogramma ogni quindici giorni. In ogni caso questi trattamenti non vanno utilizzati a lungo. Dopo due mesi è opportuno rivalutare il paziente». ] Sono tanti gli anziani che assumono farmaci anti-psicotici per curare una varietà di situazioni: sintomi della demenza senile e dell’Alzheimer, deliri e disturbi mentali legati a una precedente ospedalizzazione che non si sono risolti, stati di agitazione psicomotoria che si manifestano quando l’organismo è debilitato da una malattia, alterazioni dell’umore, allucinazioni, perdita di memoria. Stiamo parlando dei farmaci antipsicotici cosiddetti atipici che si chiamano, per esempio, risperidone, olanzapina, quietapina e aripiprazolo.

 

Funzionano ma comportano vari effetti collaterali

 

Registrati per il trattamento di una serie di condizioni cliniche che vanno dalla schizofrenia ai disturbi bipolari (depressione alternata a mania) vengono però prescritti anche off label , per trattare cioè situazioni diverse da quelle previste nei foglietti illustrativi e che, appunto, riguardano soprattutto l’anziano. Non solo, dunque, non sono autorizzati, ma possono avere effetti collaterali che si manifestano nel 21,3 per cento dei casi nei pazienti fra i 70 e i 79 anni e nel 18,6 per cento dei casi in quelli fra gli 89 e gli 89 anni. E gli effetti collaterali comprendono: l’incremento di peso, una riduzione della pressione del sangue, un danno ai tessuti muscolari, un aumento del rischio di andare incontro a disturbi cardiaci e anche a problemi renali, come ha dimostrato una ricerca pubblicata recentemente su Annals of Internal Medicine e condotta da un gruppo di studiosi canadesi. Però funzionano e in molti casi sono indispensabili.

 

Attenzione ai rischi per il cuore

 

«Quando ci si trova di fronte a un paziente anziano agitato e delirante per i motivi più diversi - commenta Costanzo Gala Direttore dell’Unità Operativa Psichiatrica I dell’Ospedale San Paolo di Milano - si deve necessariamente prendere in considerazione l’uso di antipsicotici. Il beneficio sulla riduzione dei sintomi è sempre maggiore dei rischi». E la scelta cade appunto sugli antipsicotici (le benzodiazepine, invece, vanno evitate perché nel cervello dell’anziano aumentano la confusione e il disorientamento). «È sempre bene comunque discutere la terapia con i familiari del paziente -- continua Gala -- in modo che ci sia un consenso informato. E proprio perché sono farmaci non indenni da rischi e soprattutto alcuni possono comportare rischi cardiaci è opportuno eseguire un elettrocardiogramma ogni quindici giorni. In ogni caso questi trattamenti non vanno utilizzati a lungo. Dopo due mesi è opportuno rivalutare il paziente».

 

FONTE: http://www.corriere.it/salute/neuroscienze/15_febbraio_23/anziani-quando-ricorrere-anche-farmaci-antipsicotici-fa723fbe-bb3e-11e4-aa19-1dc436785f83.shtml

È un’ulteriore conferma dell’importanza della lotta alla sedentarietà e riguarda gli anziani: fare attività fisica può avere un impatto alquanto positivo sugli effetti dell’invecchiamento e garantire una buona capacità motoria anche in presenza di evidenti danni cerebrali alle aree motorie, spesso fisiologici con l’avanzare dell’età.
Aree isolate di alterato segnale della materia bianca cerebrale - che è costituita dalle fibre di connessione del cervello - si osservano spesso, tramite risonanza magnetica, nel cervello delle persone anziane. La condizione, detta anche stato di sofferenza vascolare cronica, viene associata a ridotte funzionalità motorie, come difficoltà di deambulazione.

Uno studio, condotto all’Università di Chicago su 187 soggetti ultraottantenni e pubblicato sulla rivista Neurology, ha mostrato che i più attivi fisicamente non accusavano una diminuzione delle proprie capacità motorie anche quando le aree alterate erano di notevole ampiezza e interessavano le aree motorie. I partecipanti, la cui attività fisica è stata monitorata per 11 giorni attraverso un braccialetto elettronico, sono stati sottoposti a test di valutazione della loro abilità motoria e a risonanza magnetica, proprio per quantificare il danno cerebrale. Ebbene, si è visto che, anche tenendo in considerazione altri fattori rilevanti come l’indice di massa corporea e l’eventuale presenza di malattie vascolari, nei più attivi dei partecipanti le lesioni della sostanza bianca non influivano sulle loro capacità motorie.

«L'attività fisica può creare una “riserva” che protegge le abilità motorie contro gli effetti dei danni cerebrali dovuti all’età» ha commentato Debra Fleischman del Departments of Neurological Sciences and Behavioral Sciences del Medical Center dell’Università di Chicago, il cui gruppo sta continuando a monitorare i soggetti reclutati per studiarne l’evoluzione in relazione all’attività fisica. Per provare un'associazione tra attività fisica e ridotti effetti motori del danno cerebrale bisognerà condurre uno studio prospettico. Tuttavia, dichiara la Fleischman, «questi risultati sottolineano l’importanza degli sforzi volti ad incoraggiare l’adozione da parte degli anziani di uno stile di vita più attivo per prevenire i disturbi motori, una delle più importanti sfide di salute pubblica». 

Quindi, se ancora ce ne fosse bisogno per convincervi ad uscire di casa, ricordate che fare un po’ di moto vi aiuterà ad accumulare quella riserva che vi proteggerà dall’invecchiamento.

 

http://www.lastampa.it/2015/03/16/scienza/benessere/anziani-fate-moto-per-combattere-danni-cerebrali-Xt5WrDwA7NMjZjAUqVeKqO/pagina.html

Esiste una via alimentare per la prevenzione dell'Alzheimer? Molti ricercatori ne sono convinti, tanto che il Policlinico Gemelli di Roma e l'Ospedale Fatebenefratelli presso l'Isola Tiberina hanno organizzato un Congresso internazionale intitolato “Approccio non convenzionale alla malattia di Alzheimer: dalla ricerca alla cura".
Nel corso dei lavori, uno chef pluristellato, Heinz Beck, ha presentato una ricetta basata sulle indicazioni fornite dai ricercatori. La ricetta è una ricciola marinata all'aceto balsamico bianco con neve di melograno.
Giacinto Miggiano, direttore dell'Unità di Dietetica del Policlinico Gemelli, ne spiega le proprietà anti-Alzheimer: “si tratta di un piatto dalle qualità organolettiche e nutrizionali particolari ad elevato contenuto di acidi grassi omega 3, di vitamine B1 e B6, altre vitamine (B12), e a ridotto contenuto di rame, indicato nelle persone con malattia neurodegenerativa, che tiene conto delle indicazioni supportate da studi scientifici eseguiti anche su campioni numerosi di popolazione".


Le indicazioni alimentari valide soprattutto per gli anziani prevedono un largo uso di frutta e verdura e una dose adeguata di vitamina E e vitamina B12.
L'alimentazione per prevenire l'Alzheimer è da sempre un interessante campo di ricerca. È in corso ad esempio un progetto di ricerca dell'Istituto Neurologico Besta di Milano per l'analisi degli effetti scaturiti da una speciale dieta “salva memoria”, basata ovviamente sui principi della dieta mediterranea.
I ricercatori del Besta, in collaborazione con il Policlinico, l'Istituto nazionale tumori e il San Raffaele di Milano, stanno testando il regime alimentare messo a punto su 350 volontari con età massima di 85 anni. I soggetti che fanno parte del campione si trovano nella fase immediatamente precedente l'insorgenza della patologia, come spiega Fabrizio Tagliavini, coordinatore della sperimentazione: “un'area grigia in cui si registrano episodi di declino cognitivo lieve e i biomarcatori del liquor cerebrospinale segnalano l'inizio di una situazione anomala, con tassi ridotti di proteina beta-amiloide (che segnalano il fatto che si è innescato il processo di deposizione nelle placche cerebrali responsabile dei danni alla memoria) e livelli innalzati di proteina Tau".


Secondo il progetto di ricerca, i pazienti verranno attivamente coinvolti frequentando corsi di cucina e mangiando almeno due volte alla settimana insieme ai ricercatori, sempre sulla base della dieta preparata, definita dagli stessi “dieta mediterranea 'rigorosa', integrata con elementi macrobiotici".
Si tratterà di un regime alimentare ipocalorico fondato sul consumo di “cereali integrali (pane, pasta e riso che contiene alcuni polifenoli antinfiammatori), legumi come fonte proteica primaria, pesce e qualche latticino (yogurt e formaggi freschi)", spiega Patrizia Pasanisi dell'Unità di medicina preventiva e predittiva dell'Int.


Del resto non è la prima volta che l'alimentazione assurge a fattore preventivo dell'Alzheimer. Modificare la propria alimentazione riducendo l'apporto di grassi saturi, infatti, può prevenire il rischio di sviluppare la demenza che precede l'Alzheimer (AD). Questo modello alimentare tuttavia non sarebbe in grado di esercitare un'influenza positiva quando si è già in presenza di sintomi di difficoltà cognitiva.
Lo sostiene una ricerca pubblicata su Archives of Neurology, sulle cui pagine gli autori avvertono: “un approccio più proficuo per lo studio dei fattori dietetici nell'AD potrebbe comportare l'utilizzo di interventi dietologici globali, che hanno validità ecologica maggiore e preservano l'ambiente nutrizionale in cui si verifica il consumo di grassi e carboidrati".


Scienziati del Veterans Affairs Puget Sound Health Care System di Seattle, guidati da Jennifer L. Bayer-Carter, hanno messo a paragone due tipi di regimi alimentari, uno con alto contenuto di grassi saturi e di carboidrati semplici, l'altro con basso contenuto degli stessi. Gli effetti sono stati valutati su un gruppo di 20 pazienti anziani sani e 29 anziani che mostravano una compromissione cognitiva lieve amnestica (aMCI), una condizione che preannuncia l'insorgenza della patologia. Durante lo studio, durato quattro settimane, 24 partecipanti hanno seguito la dieta ad alto contenuto di grassi e 25 quella a basso contenuto. I ricercatori hanno quindi testato le prestazioni dei volontari in vari test mnemonici, oltre ai livelli di biomarcatori come l'insulina, la glicemia, i componenti del liquido cerebrospinale e il colesterolo. Fra gli individui sani la dieta a basso contenuto di grassi ha determinato una riduzione di alcuni biomarcatori nel liquido cerebrospinale e i livelli di colesterolo totale, mentre lo stesso effetto non si è registrato fra chi soffriva già di aMCI. Secondo i ricercatori, “i risultati indicano che per gli adulti sani la dieta ALTA ha spinto i biomarcatori CSF in una direzione che può caratterizzare una fase presintomatica di AD. Gli effetti terapeutici di lungo termine dell'intervento dietetico possono essere una strada promettente da esplorare", concludono gli autori. "Inoltre, l'identificazione dei cambiamenti fisiopatologici alla base degli effetti dietetici possono rivelare importanti bersagli terapeutici da modulare attraverso la dieta o un intervento farmacologico mirato".

 

FONTE: http://www.italiasalute.it/8861/pag2/Ecco-ricetta-anti-Alzheimer.html

"Le malattie croniche in evoluzione creano sempre l'esigenza dell'assistenza. Sono infatti patologie che non procedono quasi mai verso la guarigione e che accompagnano molti anziani fino alla fine. Qualcuno potrebbe pensare che sono perciò malattie che lasciano i pazienti senza speranza. Può accadere, ma è proprio ciò che dobbiamo evitare. La vita, anche in età avanzata, ha infatti sempre un futuro. E questo futuro bisogna capirlo, afferrarlo e volerlo".  Il presidente della Pontificia Accademia per la Vita, il vescovo Ignacio Carrasco de Paula, presenta la tematica dell'imminente Assemblea Plenaria dell'organismo vaticano, in programma dal 5 al 7 marzo nell'Aula Nuova del Sinodo e caratterizzata da un Workshop aperto al pubblico nella giornata di venerdì 6. La Plenaria avrà come tema "L'assistenza agli anziani e le cure palliative", con l'obbiettivo di avvicinare scienza e fede al servizio di tutti coloro che aiutano gli anziani o hanno bisogno di cure palliative.

 

Gli anziani come sapienti

"Quando si assistono persone anziane nella fase del fine vita - spiega mons. Carrasco de Paula - bisogna tenere conto soprattutto che sono persone che hanno una lunga vita dietro le spalle. Bisogna considerarli come dei sapienti, dei saggi, persone che hano vissuto tante esperienze e sono in grado, più di quanto uno possa sospettare, di interpretare in modo giusto anche questa nuova esperienza che si presenta in un momento particolarmente delicato". 

 

Aumentano i pazienti bisognosi di cure palliative

"Le cure palliative sono una realtà piuttosto recente. Sono nate in un'epoca in cui l'attenzione etica è stata, e continua a essere, molto forte. Quindi, in generale, non possiamo lamentarci di come sono gestite. Il vero problema è l'aumento continuo dei pazienti anziani bisognosi, non solo di un accompagnamento, ma proprio di cure specifiche per alleviare i sintomi che possono accompagnare l'invecchiamento. Con il prolungarsi dell'età media è sempre più probabile che un anziano contragga in età avanzata una malattia che lo accompagnerà fino alla fine dei suoi giorni. E in tutti questi casi è necessario assicurare a queste persone una qualità di vita che sia accettabile".  

 

Riconoscere nell'anziano malato una persona

Il Workshop in programma durante la Plenaria dell'Accademia per la Vita si occuperà anche delle relazioni interpersonali dell'anziano bisognoso di cure, in famiglia, nella società, in ospedale. "Ritengo che questo sia l'aspetto centrale di questa problematica", spiega il Presidente dell'Accademia Pontificia. "Tenendo conto però - precisa - che prima ancora di vedere nell'anziano una persona bisognosa di cure, bisogna vedere in lui una persona e basta". "L'anziano non deve essere considerato un optional nella società, ma fino alla fine è un soggetto. E ciò non solo riguardo alla sua dignità, ma anche rispetto alle sue reali possibilità di continuare a essere protagonista non solo della sua vita, ma  anche di quella che condivide con molte altre persone, nella famiglia, nella società, nel lavoro". 

 

Una pastorale programmata

"Non c'è dubbio che, specie negli ultimi dieci anni, si siano fatti passi in avanti enormi nel campo delle cure palliative", spiega Carrasco de Paula. "Soltanto dieci, quindici anni fa, questo tipo di cure erano molto più marginali di adesso". "Certo, bisogna fare sempre di più. Perché oggi gli anziani sono i primi candidati  - come dice Papa Francesco - a essere vittime della cultura dello scarto". "Dal punto di vista spirituale - aggiunge il vescovo - è importante stabilire una pastorale programmata rivolta agli anziani". "Se infatti, quando una persona è giovane, la malattia è un evento inatteso, nel caso degli anziani è possibile prevedere una pastorale specifica per accompagnarli nella fase del fine vita, in presenza di malattie croniche". "Come dice il Vangelo 'La messe è molta ma gli operai sono pochi'. Quindi ci sono dei limiti, ma sul problema oggi c'è una coscienza particolarmente viva nella Chiesa".

 

Eutanasia e uso proporzionato dei mezzi terapeutici

Alcuni articoli di giornale hanno denunciato il ricorso all'eutanasia in alcuni ospedali italiani, anche nei casi di anziani nella fase di fine vita. "In queste circostanze -  commenta mons. Carrasco de Paula - bisogna essere molto cauti. Ci sono infatti alcuni interventi medico-sanitari, nei casi di pazienti anziani o di malati terminali, che a un certo punto si rivelano inefficaci e si debbono interrompere, perché creano più disagio che aiuto. In questo caso non si può parlare di scelte eutanasiche". "Sul tema - spiega il presidente della Pontificia Accademia per la Vita - c'è un documento del 1980 molto efficace e preciso della Congregazione per la dottrina della fede, purtroppo poco conosciuto". "Nella seconda parte del documento si spiega bene in cosa consiste un uso proporzionato dei mezzi terapeutici. In alcuni casi si possono interrompere, quindi, determinate cure. Quello che non si può fare mai, dal punto di vista etico, è interrompere le cure di base: quelle di cui hanno bisogno tutti, sia i pazienti che i medici, come la nutrizione, l'idratazione, l'igiene, ecc.. Il guaio è che spesso non si è capaci di individuare quali sono queste cure di base, che pure il documento descrive bene. Nel caso di un anziano che non può provvedere a sé stesso, queste cure gli vanno senz'altro offerte fino alla fine". "Pertanto - conclude il vescovo - dobbiamo fare molta attenzione  a non interpretare l'interruzione di certe cure come abbandono del malato o dell'anziano. Il pericolo dell'abbandono c'è sempre in campo medico, specie nei casi di pazienti per così dire ostici. Ma possiamo dire che in paesi mediterranei come l'Italia e la Spagna oggi non abbiamo molti poblemi di vera eutanasia".

 

FONTE: http://it.radiovaticana.va/news/2015/03/03/accademia_per_la_vita_gli_anziani_persone_fino_alla_fine/1126776

Stavolta, evidentemente, ci siamo fatti influenzare. Anche e soprattutto da queste parti, dove l’elevata età media, l’alto tasso di anziani rende il vaccino anti-influenzale ancor più consigliato e importante che altrove. Parafrasando alla rovescia il più fortunato degli slogan del passato delle campagne pro-vaccino stagionale, vien proprio da dire questo. La puntura di Vespa (quella che il conduttore si è volutamente lasciato praticare davanti alle telecamere di Rai Uno a inizio dicembre) non ha fatto il miracolo. Un po’ ovunque infatti s’è registrata una contrazione del numero totale di persone che quest’anno hanno deciso di vaccinarsi, dopo che alle porte dell’inverno alcune morti sospette (che poi è stato accertato non essere dipendenti dal farmaco anti-influenzale) avevano ingenerato diffidenza, se non vera e propria psicosi, nei confronti del vaccino.

 

Trieste non ha fatto eccezione. Anzi. Più che di contrazione, qui si può parlare di crollo. «Quest’anno - spiega Fulvio Zorzut, direttore della struttura Igiene e sanità pubblica dell’Azienda sanitaria - la percentuale degli ultrasessantacinquenni che si sono vaccinati in provincia è scesa dal 49,1 al 42,8%. Nel contempo si sono ammalate generalmente più persone, alcune migliaia in più rispetto ai precedenti inverni. Ciò non vuol dire automaticamente che la causa sia stato proprio il calo delle vaccinazioni. Questa in effetti è l’epidemia più aggressiva degli ultimi anni. Si stima che ogni mille abitanti gli ammalati siano 11. Per trovare un tasso di contagi così elevato bisogna risalire alla cosiddetta “post-pandemica” del 2010, quando di malati se n’erano contati 15 ogni mille assistiti».

 

Le proiezioni statistiche, fa notare Zorzut, dicono che sarà proprio questa, più o meno dappertutto e dunque anche dalle nostre parti, la settimana col picco più alto di contagi. Poi il virus inizierà la sua lenta ritirata. A livello di aggressività siamo nella media, dietro Emilia Romagna, Trentino e Marche, che risultano essere quest’anno le regioni in cui si stanno registrando più casi. Ad ammalarsi di più, come sempre, sono i bambini al di sotto dei 4 anni mentre la fascia d’età meno interessata dal virus, anche perché è quella che malgrado tutto si vaccina di più, appartiene agli over 65.

 

«Non è il primo anno - rileva ancora Zorzut - che si registra un calo nelle vaccinazioni nella nostra provincia, così come nel resto del Friuli Venezia Giulia e in tutta Italia. A parte un’inversione di tendenza proprio l’anno scorso, i primi segni di cedimento nei cosiddetti tassi di copertura sono comparsi già nel 2009, in seguito all’allarmismo legato alla “suina”. Nella gente si era allora fatto strada un certo sconcerto di fronte a un allarme preventivo cui aveva fatto seguito però un virus che non si era rivelato tanto più aggressivo che in altre occasioni. Tre anni fa, quindi, un ulteriore calo è coinciso con una campagna influenzale in cui erano state ritirate dosi di vaccino a milioni, poi controllate, ritenute sicure e rimesse a disposizione delle aziende sanitarie». Un po’ com’è successo quest’anno: l’Aifa, l’Agenzia del farmaco, dopo le morti sospette si è ripresa le fiale, le ha ricontrollate e le ha rispedite ai presidi sanitari, pronte a essere somministrate agli assistiti. «L’evento - chiude Zorzut - ha dimostrato come la vigilanza dell’Aifa funzioni e sia efficace. Certo ha aumentato il grado d’incertezza nella gente, alimentata anche da alcune informazioni a mio avviso eccessivamente allarmistiche». E l’opinione pubblica, a quel punto, non è tornata indietro in massa. Neanche davanti alla puntura di Vespa in tv.

 

FONTE: http://ilpiccolo.gelocal.it/trieste/cronaca/2015/02/10/news/triesteinfluenza-giu-il-numero-degli-anziani-vaccinati-1.10833447

Colf e badanti a lezione di sicurezza domestica. Perché sono loro la categoria più a rischio e vulnerabile degli ultimi anni, ed è proprio ai lavoratori di questo settore che è dedicata l’agenda “Casa sicura”. Tradotta in cinque lingue- romeno, inglese, polacco, spagnolo e russo- è disponibile presso le sedi dell’Api-colf( viale Gambaro 11 aperto il martedì, giovedì e venerdì dalle 15,30 fino alle 18,30) e la Federcolf.


Secondo fonti Inps nel 2013 le colf denunciate in tutta la Liguria erano 31.551 di cui quasi duemila solo a Genova. L’attenzione delle associazioni si rivolgono verso tutte le attività che si svolgono all’interno delle abitazioni e che coinvolgono maggiormente la popolazione femminile: gli infortuni a badanti e colf sono al terzo posto nella classifica degli infortuni ad immigranti donne + 6,5 % del totale dopo circa il 20% degli addetti a servizi di pulizia  e a circa il 7% delle infermiere. Gli infortuni hanno colpito le donne per circa il 34% degli infortuni totali denunciati


E proprio per prevenire gli infortuni che nasce nel 2012 l’agenda “Casa sicura” , tra una collaborazione tra l’Inail (istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro) e la Fondazione Labos ( laboratorio per le politiche sociali) con l’obbiettivo di promuovere la cultura della prevenzione e della sicurezza tra colf e badanti- la maggior parte di origine straniera- residenti in Italia ma anche per sensibilizzare le famiglie dove lavorano cercando così di ridurre i rischi di infortuni domestici. Infatti, questa “nuova” categoria lavorativa, seppur tutelata per eventuali infortuni non sono destinatari della normativa di riferimento in materia di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro.


Nel prezioso taccuino sono elencati suggerimenti per come lavorare sicuri in casa. Tra le maggiori cause di infortuni domestici al primo posto si trova la caduta dall’alto, quando  per esempio non si presta attenzione a come si posiziona la scala per lavare i vetri o cambiare le tende; al secondo posto i rischi chimici che comprendono tutti i prodotti che si usano per pulire casa, l’esperto raccomanda sempre di leggere l’etichetta dove vengono riportati i vari simboli di pericolo(nell’agenda c’è una sezione apposta) mentre al terzo posto si trova la caduta a causa del pavimento bagnato o della cera appena stesa. Dati che sono emersi grazie al dialogo e all’ascolto diretto delle associazioni. In “ Casa sicura” inoltre, si potrà trovare una sezione dedicata anche al riciclaggio e smaltimento dei rifiuti, all’aggiornamento del rischio chimico, alla sfera comunicativa e relazione tra i collaboratori domestici e le famiglie e alla gestione dello stress.

 

FONTE: http://genova.repubblica.it/cronaca/2015/01/28/news/colf-106011677/

Affidarsi alla prima persona che capita può essere molto pericoloso non solo riguardo alla professionalità ma anche dal punto di vista legale. VitAssistance® srl  vi offre la totale legalità dei contratti.

 

La colf badante che presta servizio presso di voi, deve essere assunta con contratto lavoro domestico con la qualifica di colf badante per essere legale.

 

Il personale fornito da VitAssistance® srl e’ assunto direttamente da noi ed è inquadrato con contratto nazionale domestico con qualifica COLF BADANTE.

 

Il Cliente non ha rapporti contrattuali diretti con le assistenti ma solo con VitAssistance® srl, che si assume tutte le responsabilità della gestione del servizio e gli oneri previdenziali o fiscali.

 

La durata dei contratti è determinata dalla volontà del Cliente che può sospendere o interrompere del tutto il contratto a seconda del bisogno.

L'assistente familiare detta "badante" ha il compito di assistere e accudire il tuo familiare anziano o disabile. Affidarsi alla prima persona che capita può essere molto pericoloso non solo riguardo alla professionalità ma anche dal punto di vista legale.

VitAssistance® offre la totale legalità dei contratti in quanto opera con Autorizzazione del Ministero Lavoro TI n° 39/0016556.


Il personale fornito da VitAssistance® srl e’ assunto direttamente da noi ed è inquadrato con contratto nazionale domestico con qualifica COLF BADANTE.


Ecco solo alcuni delle mansioni che la badante svolge:

  • Assistenza alla cura della persona
  • Qualunque tipologia di igiene personale quotidiana
  • Spesa
  • Preparazione dei pasti
  • Semplice aiuto o completa somministrazione dei pasti
  • Semplice aiuto o completa vestizione
  • Assistenza, sostegno, vigilanza negli spostamenti in casa
  • Supervisione o somministrazione dei farmaci
  • Assistenza al riposo diurno e notturno
  • Cura e pulizia della casa
  • Bucato e stiro
  • Varie attività di gestione domestica (bollette, corrispondenza, ecc.)
  • Accompagnamento per visite mediche, commissioni, gite, ecc.

 

Assistenza e cura allo spirito ed al morale della persona:

  • Intrattenimento della persona: compagnia, conversazioni, giochi, letture, attività manuali, ecc.
  • Stimolo della memoria con attività dedicate (soprattutto per malati di Alzheimer)
  • Stimolo alla partecipazione, ove possibile, alle attività domestica (piccole pulizie, preparazione pasti, ecc.)
  • Affiancamento ed incoraggiamento alla frequentazione, ove possibile, di amici, parenti, comunità/eventi di svago e divertimento
  • Affiancamento e vigilanza durante uscite esterne

A differenza di altre aziende che si limitano ad amministrare la badante, senza assumersi, però, nessuna responsabilità o rischio dato che la badante è una tua dipendente, VitAssistance® Srl mette a tua disposizione un nostro lavoratore assunto direttamente da noi.


La durata dei contratti è determinata dalla volontà del Cliente che può sospendere o interrompere del tutto il contratto a seconda del bisogno.

Colf badante in affitto...liberi da ogni pensiero

Vitassistance® Srl, Agenzia di somministrazione lavoro specialista è una sicurezza. Pagherai solo l’usufruito in proporzione al preventivo pattuito. E' possibile recedere dal contratto senza giustificazione pagando solo il lavoro ottenuto. La nostra Società offre tutte le garanzie per le badanti che, inquadrate perfettamente a norma di legge, vengono a casa vostra a svolgere un servizio e ricevono dalla Società regolare cedolino busta paga godendo di tutte le tutele che la legge prevede.

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