Sono particelle che arrivano nel cervello e lo ripuliscono dalla placche di proteina beta-amiloide, la sostanza i cui accumuli nel tessuto cerebrale si ritiene siano all’origine del morbo di Alzheimer.
I ricercatori dell’Università di Milano-Bicocca le hanno battezzate Amyposomes, e contano di riuscire a trasformarle in un farmaco che si aggiunga allo sguarnito arsenale delle medicine contro questa terribile malattia degenerativa.

Una sfida non da poco, visto che ad oggi, nonostante gli sforzi imponenti della ricerca e i grandi investimenti dell’industria, siamo quasi al desolante punto di partenza in termini di creazione di molecole efficaci nel contrastare il morbo che colpisce ad oggi circa 30 milioni di persone nel mondo, destinate ad aumentare nei prossimi anni.

 

Risultati promettenti

 

Per ora si tratta solo di una speranza, visto che le nanoparticelle sono state testate solo in studi su animali, ma i risultati ottenuti finora, all’interno di un progetto di ricerca europeo sull’uso delle nanoparticelle contro le malattie neurodegenerative, sono stati giudicati assai promettenti. Nella sperimentazione sui topi, dopo sole tre settimane di trattamento, queste particelle delle dimensioni di miliardesimi di metro hanno fatto il lavoro di rimuovere le placche di beta amiloide dall'encefalo, e di favorire il loro smaltimento da parte del fegato e della milza. Ancora più importante: l’eliminazione dei depositi a livello cerebrale si è accompagnata a un recupero delle funzioni cognitive da parte degli animali, misurato con test specifici.  

La novità è che con questi studi i ricercatori della Milano-Bicocca cercano di passare direttamente dal laboratorio alla pratica clinica, accorciando il più possibile il passaggio tra la ricerca e il possibile sviluppo di un farmaco. A questo scopo, hanno creato uno spin-off, AmypoPharma, che si è dato delle scadenze precise e sorprendentemente vicine per cercare di raggiungere l’obiettivo: un anno per l’autorizzazione da parte del ministero della Salute e tre per avviare e concludere le due fasi di sperimentazione clinica sull’uomo. Sono circa 14 milioni di euro i fondi stimati per queste scadenze, che il team della Bicocca conta di trovare con l’aiuto della società svizzera Breslin AG, specializzata nella ricerca di fondi da investire in progetti nei campi biotech e salute, puntando anche su finanziatori italiani.

Le azioni della start-up sono detenute al 71 per cento dai docenti e ricercatori di Milano-Bicocca che hanno sviluppato il brevetto, al 19.5 per cento da Breslin. L’Ateneo partecipa con una quota del 5 per cento. Il Ceo è Francesca Re, giovane ricercatrice di biochimica in Bicocca.

 

http://www.panorama.it/scienza/salute/nanoparticelle-anti-alzheimer-brevetto-made-italy/

Solo una diagnosi precoce, al momento, può "salvare" il cervello dal morbo di Alzheimer. Quarantasette milioni sono oggi i malati nel mondo e le stime degli esperti di Alzheimer's Disease International prevedono circa 100 milioni tra quindici anni e tre volte tanto, 150 milioni, a partire dal 2050. Il morbo di Alzheimer si presenta solitamente insieme ad alcuni disordini metabolici, e legati al sistema nervoso centrale, di cui resta traccia in questa secrezione. Ed è un nuovo metodo di analisi non invasivo, che può essere ripetuto nel tempo, per scoprire se si sta subendo un deterioramento delle capacità neuronali molto prima che compaiano disturbi.

 

L'intuizione è venuta ad una dottoressa dell'Università di Alberta, Canada, Shraddha Sapkota, che ha sperimentato la tecnica tra 22 malati di Alzheimer, 25 con deterioramento cognitivo, la cosiddetta Mild Cognitive Impairment (MCI), e 35 individui sani. I tre gruppi del Victoria Longitudinal Study erano composti dal 64% di donne, con o senza disturbi cognitivi di età media attorno ai 70 anni, e malati di Alzheimer ultrasettantenni, ma non più anziani.

 

L'analisi ha rivelato 1515 composti chimici (metaboliti) nella saliva e, soprattutto, una chiara differenza di 18 tra loro a secondo dello stato di salute delle persone. Dunque si è potuto stabilire un “pattern”, vale a dire uno schema di quali metaboliti sono indicatori di malattia cognitiva. Ad esempio, un composto appare superiore nei casi di MCI, un altro in quelli di Alzheimer, e quando gli stessi venivano esaminati nel prelievo a soggetti sani i livelli risultavano più alti in coincidenza con prove di memoria peggiori, così come un altro associato all'Alzheimer appariva in concentrazione superiore quando la rapidità cognitiva diminuiva. “Il test della saliva potrebbe essere un esame alla portata di tutti, anche nei piccoli centri, ha sottolineato la dottoressa Sapkota”. Ora lo studio sarà approfondito su un campione più numeroso di volontari.

 

FONTE: http://www.affaritaliani.it/medicina/alzheimer-la-saliva-rivela-l-inizio-della-malattia-376209.html

 

Non solo l’olio extra vergine, anche le foglie d’olivo sono preziose per la salute. Contengono, infatti, una nuova possibile arma di contrasto all’Alzheimer, la più comune forma di demenza senile che, secondo l’Oms, è destinata a colpire 76 milioni di persone entro il 2030. Ne sono convinti i ricercatori italiani dell’Università di Firenze, che sulle proprietà benefiche dell’olivo hanno pubblicato diversi studi in questi anni, l’ultimo dei quali sul “Journal of Alzheimer’s Disease”.

 

Al centro delle loro ricerche una molecola antiossidante, un polifenolo denominato “oleuropeina”, presente solo in minima percentuale nell’olio, che nei topi si è dimostrato efficace contro la malattia neurodegenerativa. “Gli animali mantengono più a lungo le loro capacità cognitive e hanno nel cervello meno placche di proteine anomale – spiega Massimo Stefani, che coordina il team di biochimici fiorentini -. Questa molecola, infatti, è in grado di stimolare l’autofagia cellulare”. In pratica, la cellula consuma quelle proteine che potrebbero accumularsi pericolosamente, portando alla formazione di aggregati tossici. Come le placche della proteina beta-amiloide tipiche dell’Alzheimer, una patologia la cui origine inizia a essere meno sconosciuta agli studiosi.

 

Molte ricerche, infatti, negli ultimi mesi si stanno concentrando sull’individuazione dei fattori che favoriscono la comparsa della malattia, sulla sua diagnosi precoce, o lo studio di marcatori e molecole in grado di frenarne la progressione. Inoltre, in seguito all’utilizzo di oleuropeina, i biochimici fiorentini hanno riscontrato, in studi clinici condotti sui topi, risultati positivi anche contro il diabete di tipo 2. Stanno, quindi, pensando di passare alla sperimentazione sull’uomo. Nei prossimi mesi inizieranno a produrre un integratore, a partire dall’oleuropeina importata dalla Cina. Ma, in futuro, non è escluso che la produzione dell’antiossidante possa avvenire anche nel nostro stesso Paese, dato che nei frantoi le foglie di ulivo sono in genere un prodotto di rifiuto della spremitura delle olive.

 

FONTE: http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/07/01/alzheimer-nelle-foglie-dulivo-un-potente-antiossidante-contro-la-malattia/1826421/

Tra 15 anni (nel 2030) saranno oltre 75 milioni nel mondo le persone che soffriranno di problemi cerebrali, di malattie neurodegenerative, di demenze. Un numero che andrà a crescere anche negli anni successivi fino a sfiorare i 135 milioni. Non è un problema di contagi, dato che si tratta di malattie autonome legate ai neuroni, ma un problema sociale. Il mondo invecchia rapidamente e sono troppo pochi i giovani a far da ricambio.

 

Nell’ambito di un progetto inglese che mira a valutare la situazione del mondo, a questo riguardo, la nostra Agenzia Italiana del Farmaco ha ospitato il nuovo incontro denominato «Dementia Integrated Development», per confrontarsi tra nazioni su un problema che non riguarda più solo Italia, Grecia e Spagna (i Paesi “vecchi” per eccellenza) ma anche il Giappone dei centenari, gli Stati Uniti e la ricca Svizzera. Questi e altri stati hanno discusso insieme delle prospettive e dei possibili rimedi per recuperare un po’ queste cifre drammatiche.

 

La demenza infatti sta per diventare la malattia per eccellenza del prossimo secolo e per fermarla, oltre a ripopolare il mondo con più bambini, occorre frenarne i sintomi degli anziani già presenti. Promuovere allora programmi per la terza età che inducano la gente a mantenersi sana, non solo nel corpo ma anche mentalmente: esercizio fisico, interessi esterni alla solita TV o ai lavori di casa, socializzazione, ma anche impegno (università della terza età, circoli ricreativi, teatro). Tutto questo unito a una dieta sana e non troppo grassa e ai giochi di enigmistica che mantengono il cervello vivo e attivo a lungo.

 

FONTE: http://benessere.guidone.it/2015/06/16/la-malattia-del-futuro-la-demenza/?refresh_ce

UNA PROTEINA nel sangue potrebbe predire con decine di anni di anticipo l'insorgenza dell'Alzheimer. Lo afferma uno studio del King's College di Londra che ha analizzato i livelli di 1.129 sostanze in 200 coppie di gemelli. La ricerca è stata pubblicata su Translational Psychiatry. I livelli di questa proteina, che si chiama MAPKAPK5, potrebbero essere 'una spia' per capire se il cervello sta invecchiando troppo precocemente.

Dieci anni di test. I pazienti sono stati seguiti per dieci anni dai ricercatori, monitorando periodicamente i valori nel sangue e le capacità cognitive con dei test. Dallo studio è emerso che la proteina MAPKAPK5, coinvolta in alcuni segnali cellulari, tende ad essere meno abbondante in chi nel corso degli anni ha una diminuzione delle abilità cognitive.

"Questo è un buon punto di partenza, ad esempio per scegliere chi parteciperà a sperimentazioni cliniche o studi sull'Alzheimer - ha spiegato Steven Kiddle, uno dei ricercatori coinvolti -, ma un test del sangue che predice il rischio di Alzheimer è ancora lontano. Bisognerà continuare a monitorare i soggetti ancora per molti anni per capire se la proteina è effettivamente legata al rischio di Alzheimer. I gemelli dello studio dovranno essere seguiti per molti anni, per verificare se i livelli della proteina sono così accurati nel prevedere l'Alzhemier". La proteina MAPKAPK5 è coinvolta nella trasmissione di messaggi chimici all'interno del corpo, ma la sua connessione con l'invecchiamento cerebrale non è ancora chiara.

LEGGI I sette consigli che preservano la nostra memoria

L'altro studio. Pochi mesi fa un gruppo di ricercatori statunitensi della Duke University è riuscito a identificare una delle possibili cause dell'Alzheimer. Nelle sperimentazioni si è visto che un tipo di cellule del sistema immunitario del cervello, le microglia, quando iniziano a consumare dosi abnormi di un nutriente, un aminoacido che si chiama arginina, iniziano a dividersi e cambiare. In quel momento incomincia ad apparire l'Alzheimer.

Mezzo milione di malati in Italia. La demenza di Alzheimer oggi colpisce circa il 5% delle persone con più di 60 anni e in Italia le stime ufficiali parlano di circa 500mila ammalati. È la forma più comune di demenza senile, uno stato provocato da una alterazione delle funzioni cerebrali che implica serie difficoltà per il paziente nel condurre le normali attività quotidiane. Entro il 2050 il numero di persone che nel mondo soffriranno di demenza salirà a circa 135 milioni di persone.

 

FONTE: http://www.repubblica.it/salute/medicina/2015/06/17/news/identificata_una_proteina_nel_sangue_che_potrebbe_predire_il_rischio_di_alzheimer-117075314/

Potrebbe esserci un legame tra diabete e malattia di Alzheimer. A suggerirlo è un nuovo studio sperimentale in cui si è visto che livelli elevati di glucosio nel sangue possono aumentare rapidamente i livelli di beta-amiloide, componente chiave delle placche cerebrali che caratterizzano i malati di Alzheimer e il cui accumulo è ritenuto un driver precoce della complessa serie di cambiamenti che portano allo sviluppo della malattia

"I nostri risultati suggeriscono che il diabete o altre condizioni nelle quali è difficile tenere sotto controllo la glicemia possono avere effetti nocivi sulla funzionalità cerebrale e aggravare malattie neurologiche come il morbo di Alzheimer" spiegano gli autori, coordinati da Shannon Macauley, della Washington University di St. Louis. "Il legame che abbiamo scoperto potrebbe portare a delineare futuri obiettivi terapeutici in grado di ridurre questi effetti".

Per capire in che modo valori di glicemia elevati potrebbero influenzare il rischio di malattia di Alzheimer,  i ricercatori hanno sottoposto a infusioni di glucosio topi allevati in modo da sviluppare una condizione simile all’Alzheimer. Hanno così scoperto che in topi giovani senza placche amiloidi nel cervello al basale, un raddoppio dei livelli della glicemia portava a un aumento dei livelli di beta amiloide nel cervello del 20%.

Quando gli scienziati hanno ripetuto l'esperimento in topi anziani che già avevano sviluppato placche cerebrali, i livelli di beta-amiloide sono risultati aumentati del 40%. Ulteriori esperimenti hanno poi dimostrato che i picchi glicemici hanno portato a un aumento dell’attività neuronale, che ha a sua volta promosso la produzione di beta-amiloide.

L’aumento della glicemia, hanno visto gli autori, ha influenzato l’attività neuronale provocando la chiusura dei canali del potassio sensibili all’ATP (KATP)sulla superficie delle cellule cerebrali, determinandone l’eccitazione e aumentando la probabilità di trasmissione del segnale (firing). Un firing eccessivo da parte dei neuroni in particolari aree del cervello può aumentare la produzione di beta-amiloide, la quale, in ultima analisi, può portare all’accumulo di placche amiloidi e, quindi, a favorire lo sviluppo della malattia di Alzheimer.

Per dimostrare che i canali del potassio sensibili all’ATP sono responsabili delle variazioni della beta-amiloide nel cervello quando la glicemia è elevata, i ricercatori hanno somministrato agli animali diazossido, un agente usato comunemente per il trattamento dell’ipoglicemia. Per aggirare la barriera emato-encefalica, il farmaco è stato iniettato direttamente nel cervello, dove ha determinato l’apertura dei canali del potassio sensibili all’ATP anche in condizioni di glicemia elevata. In questo caso, la produzione di beta-amiloide è rimasta costante, al contrario di ciò che si osserva durante un picco glicemico, a dimostrazione del fatto che esiste un collegamento diretto tra i canali del potassio ATP-sensibili, la glicemia, l’attività neuronale e la beta-amiloide.

"Dato che i canali del potassio ATP-sensibili sono il modo con cui il pancreas secerne insulina in risposta all’aumento della glicemia, è interessante aver trovato un collegamento tra l'attività di questi canali nel cervello e produzione della beta-amiloide" scrivono la Macauley e i colleghi. Inoltre, aggiungono, “quest’osservazione apre una nuova via di ricerca per capire in che modo la malattia di Alzheimer si sviluppa nel cervello, oltre a offrire un nuovo bersaglio terapeutico per il trattamento di questa malattia neurologica devastante".

I ricercatori stanno anche studiando in che modo i cambiamenti causati da un aumento dei livelli glicemici influenzano la capacità delle regioni cerebrali di interconnettersi tra loro e completare le attività cognitive.

Anche se lo studio è stato effettuato sul modello animale, "abbiamo scoperto che un aumento della glicemia a livelli solo 2-3 volte superiori alla norma, non solo ha determinato un aumento dei livelli di beta-amiloide, ma anche un aumento dell’attività delle cellule nervose al di sopra del normale" ha affermato David M. Holtzman, direttore del dipartimento di neurologia della Washington University, nonché autore senior dello studio.

Nei malati di Alzheimer, ha aggiunto il neurologo, un aumento eccessivo dell’attività neuronale rischia di danneggiare ulteriormente la funzionalità cerebrale.

Pertanto, ha sottolineato Holtzman, "le implicazioni di parte del nostro studio per i pazienti attualmente affetti da malattia di Alzheimer sono che un buon controllo glicemico può prevenire il peggioramento delle funzioni cognitive in tempo reale, giorno dopo giorno, nei pazienti con livelli elevati di glicemia e malattia di Alzheimer".

 

FONTE: http://www.pharmastar.it/index.html?cat=34&id=18572

Attraverso l’Organizzazione Mondiale della Sanità si è iniziato a parlare delle differenze di genere già nel 1998 e, dal 2002, ha chiesto che l’integrazione delle considerazioni di genere nelle politiche sanitarie diventi pratica standard in tutti i suoi programmi.

Ma cosa si intende per “genere”’? Si considerano le “differenze sociali tra donne e uomini, apprese e modificabili nel corso del tempo, con caratteristiche diverse entro e tra le culture”.

La Medicina di genere come strumento di appropriatezza clinica, principio di equità delle cure per i bisogni di salute della donna e dell’uomo e diventa una nuova dimensione della medicina che studia l’influenza del sesso e del genere sulla fisiologia, la fisiopatologia e la patologia umana.

Prima di definire bene cos’è la medicina di genere è importante definire bene due concetti e cioè, il sesso ovvero quello che è dato dalle caratteristiche biologiche (genetiche, anatomiche e endocrine) e il genere considerato più un riferimento sociale dettato dai comportamenti, dalle attività e dagli attributi che una società considera specifici per gli uomini e per le donne.

L’influenza del genere si manifesta anche sulla salute, ci sono malattie tipiche della popolazione femminile e altre più specifiche di quella maschile.

 

Perché parlare di “Medicina di Genere” ?

 

Secondo i dati dell’ISTAT le donne si ammalano di più eppure nonostante ciò vengono sempre sottostimate negli studi di ricerca, nelle sperimentazioni farmacologiche e negli studi clinici.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità prevede che entro il 2030 il numero delle donne over 50 nel mondo raggiungerà la notevole cifra di 1 miliardo e 200 milioni circa. In Italia, su una popolazione di 60 milioni  di persone, circa 31 milioni sono donne e, di queste, circa 12 milioni hanno più di 50 anni di età.

Rispetto agli uomini (circa il 5%) l’8,3% delle donne italiane denuncia un cattivo stato di salute. Circa il doppio delle donne, confrontate con le percentuali maschili) soffre di disabilità legate e vista, udito e movimento.

Le malattie per le quali le donne presentano una maggiore prevalenza rispetto agli uomini sono:

 

- malattie cardiache

- allergie

- diabeteuomodonna

- ipertensione arteriosa

- calcolosi

- artrosi e artrite

- cataratta

- malattia di Alzheimer

- cefalea ed emicrania

- depressione ed ansietà

- malattie della tiroide

- osteoporosi

 

In conseguenza a ciò le donne consumano molti più farmaci degli uomini e sono più frequentemente soggette a reazioni avverse.

Queste differenze di genere non devono far pensare che oggi la medicina sia più orientata alla cura e all’assistenza delle donne. Gli uomini, per esempio, sono molto meno attenti alla prevenzione.

Un grosso passo avanti, che ha permesso, oggi, di avviare tutte le campagne di screening legate al tumore della mammella e del collo dell’utero, è stato fatto grazie alla Dichiarazione di Vienna del 1994. Questo ha determinato una riduzione di alcune patologie femminili e un allungamento della vita media.

In realtà, dobbiamo considerare  il concetto di gender che significa genere, maschio e femmina, superando  la contaminazione della medicina delle donne per rappresentare una medicina equamente attenta sia all’uomo che alla donna. Perché il genere ha un impatto anche sull’uomo.

Sarebbe più giusto parlare di medicina “su misura”, personalizzata, che consideri le differenze tra uomo e donna, tra la manifestazione e il decorso della malattia, variabile a seconda del sesso.

Eppure, malgrado le donne si ammalino di più, il tasso di mortalità è più elevato negli uomini, così come l’invalidità derivante dalla malattia. Tutti fattori che spesso portano i soggetti, specie quelli più anziani, all’istituzionalizzazione.

 

FONTE: http://www.anzianievita.it/salute-e-benessere/salute-donne-contro-uomini/?lang=it

Sono tanti gli anziani che assumono farmaci anti-psicotici per curare una varietà di situazioni: sintomi della demenza senile e dell’Alzheimer, deliri e disturbi mentali legati a una precedente ospedalizzazione che non si sono risolti, stati di agitazione psicomotoria che si manifestano quando l’organismo è debilitato da una malattia, alterazioni dell’umore, allucinazioni, perdita di memoria. Stiamo parlando dei farmaci antipsicotici cosiddetti atipici che si chiamano, per esempio, risperidone, olanzapina, quietapina e aripiprazolo. Funzionano ma comportano vari effetti collaterali Registrati per il trattamento di una serie di condizioni cliniche che vanno dalla schizofrenia ai disturbi bipolari (depressione alternata a mania) vengono però prescritti anche off label , per trattare cioè situazioni diverse da quelle previste nei foglietti illustrativi e che, appunto, riguardano soprattutto l’anziano. Non solo, dunque, non sono autorizzati, ma possono avere effetti collaterali che si manifestano nel 21,3 per cento dei casi nei pazienti fra i 70 e i 79 anni e nel 18,6 per cento dei casi in quelli fra gli 89 e gli 89 anni. E gli effetti collaterali comprendono: l’incremento di peso, una riduzione della pressione del sangue, un danno ai tessuti muscolari, un aumento del rischio di andare incontro a disturbi cardiaci e anche a problemi renali, come ha dimostrato una ricerca pubblicata recentemente su Annals of Internal Medicine e condotta da un gruppo di studiosi canadesi.

 

Però funzionano e in molti casi sono indispensabili. Attenzione ai rischi per il cuore «Quando ci si trova di fronte a un paziente anziano agitato e delirante per i motivi più diversi - commenta Costanzo Gala Direttore dell’Unità Operativa Psichiatrica I dell’Ospedale San Paolo di Milano - si deve necessariamente prendere in considerazione l’uso di antipsicotici. Il beneficio sulla riduzione dei sintomi è sempre maggiore dei rischi». E la scelta cade appunto sugli antipsicotici (le benzodiazepine, invece, vanno evitate perché nel cervello dell’anziano aumentano la confusione e il disorientamento). «È sempre bene comunque discutere la terapia con i familiari del paziente -- continua Gala -- in modo che ci sia un consenso informato. E proprio perché sono farmaci non indenni da rischi e soprattutto alcuni possono comportare rischi cardiaci è opportuno eseguire un elettrocardiogramma ogni quindici giorni. In ogni caso questi trattamenti non vanno utilizzati a lungo. Dopo due mesi è opportuno rivalutare il paziente». ] Sono tanti gli anziani che assumono farmaci anti-psicotici per curare una varietà di situazioni: sintomi della demenza senile e dell’Alzheimer, deliri e disturbi mentali legati a una precedente ospedalizzazione che non si sono risolti, stati di agitazione psicomotoria che si manifestano quando l’organismo è debilitato da una malattia, alterazioni dell’umore, allucinazioni, perdita di memoria. Stiamo parlando dei farmaci antipsicotici cosiddetti atipici che si chiamano, per esempio, risperidone, olanzapina, quietapina e aripiprazolo.

 

Funzionano ma comportano vari effetti collaterali

 

Registrati per il trattamento di una serie di condizioni cliniche che vanno dalla schizofrenia ai disturbi bipolari (depressione alternata a mania) vengono però prescritti anche off label , per trattare cioè situazioni diverse da quelle previste nei foglietti illustrativi e che, appunto, riguardano soprattutto l’anziano. Non solo, dunque, non sono autorizzati, ma possono avere effetti collaterali che si manifestano nel 21,3 per cento dei casi nei pazienti fra i 70 e i 79 anni e nel 18,6 per cento dei casi in quelli fra gli 89 e gli 89 anni. E gli effetti collaterali comprendono: l’incremento di peso, una riduzione della pressione del sangue, un danno ai tessuti muscolari, un aumento del rischio di andare incontro a disturbi cardiaci e anche a problemi renali, come ha dimostrato una ricerca pubblicata recentemente su Annals of Internal Medicine e condotta da un gruppo di studiosi canadesi. Però funzionano e in molti casi sono indispensabili.

 

Attenzione ai rischi per il cuore

 

«Quando ci si trova di fronte a un paziente anziano agitato e delirante per i motivi più diversi - commenta Costanzo Gala Direttore dell’Unità Operativa Psichiatrica I dell’Ospedale San Paolo di Milano - si deve necessariamente prendere in considerazione l’uso di antipsicotici. Il beneficio sulla riduzione dei sintomi è sempre maggiore dei rischi». E la scelta cade appunto sugli antipsicotici (le benzodiazepine, invece, vanno evitate perché nel cervello dell’anziano aumentano la confusione e il disorientamento). «È sempre bene comunque discutere la terapia con i familiari del paziente -- continua Gala -- in modo che ci sia un consenso informato. E proprio perché sono farmaci non indenni da rischi e soprattutto alcuni possono comportare rischi cardiaci è opportuno eseguire un elettrocardiogramma ogni quindici giorni. In ogni caso questi trattamenti non vanno utilizzati a lungo. Dopo due mesi è opportuno rivalutare il paziente».

 

FONTE: http://www.corriere.it/salute/neuroscienze/15_febbraio_23/anziani-quando-ricorrere-anche-farmaci-antipsicotici-fa723fbe-bb3e-11e4-aa19-1dc436785f83.shtml

Esiste una via alimentare per la prevenzione dell'Alzheimer? Molti ricercatori ne sono convinti, tanto che il Policlinico Gemelli di Roma e l'Ospedale Fatebenefratelli presso l'Isola Tiberina hanno organizzato un Congresso internazionale intitolato “Approccio non convenzionale alla malattia di Alzheimer: dalla ricerca alla cura".
Nel corso dei lavori, uno chef pluristellato, Heinz Beck, ha presentato una ricetta basata sulle indicazioni fornite dai ricercatori. La ricetta è una ricciola marinata all'aceto balsamico bianco con neve di melograno.
Giacinto Miggiano, direttore dell'Unità di Dietetica del Policlinico Gemelli, ne spiega le proprietà anti-Alzheimer: “si tratta di un piatto dalle qualità organolettiche e nutrizionali particolari ad elevato contenuto di acidi grassi omega 3, di vitamine B1 e B6, altre vitamine (B12), e a ridotto contenuto di rame, indicato nelle persone con malattia neurodegenerativa, che tiene conto delle indicazioni supportate da studi scientifici eseguiti anche su campioni numerosi di popolazione".


Le indicazioni alimentari valide soprattutto per gli anziani prevedono un largo uso di frutta e verdura e una dose adeguata di vitamina E e vitamina B12.
L'alimentazione per prevenire l'Alzheimer è da sempre un interessante campo di ricerca. È in corso ad esempio un progetto di ricerca dell'Istituto Neurologico Besta di Milano per l'analisi degli effetti scaturiti da una speciale dieta “salva memoria”, basata ovviamente sui principi della dieta mediterranea.
I ricercatori del Besta, in collaborazione con il Policlinico, l'Istituto nazionale tumori e il San Raffaele di Milano, stanno testando il regime alimentare messo a punto su 350 volontari con età massima di 85 anni. I soggetti che fanno parte del campione si trovano nella fase immediatamente precedente l'insorgenza della patologia, come spiega Fabrizio Tagliavini, coordinatore della sperimentazione: “un'area grigia in cui si registrano episodi di declino cognitivo lieve e i biomarcatori del liquor cerebrospinale segnalano l'inizio di una situazione anomala, con tassi ridotti di proteina beta-amiloide (che segnalano il fatto che si è innescato il processo di deposizione nelle placche cerebrali responsabile dei danni alla memoria) e livelli innalzati di proteina Tau".


Secondo il progetto di ricerca, i pazienti verranno attivamente coinvolti frequentando corsi di cucina e mangiando almeno due volte alla settimana insieme ai ricercatori, sempre sulla base della dieta preparata, definita dagli stessi “dieta mediterranea 'rigorosa', integrata con elementi macrobiotici".
Si tratterà di un regime alimentare ipocalorico fondato sul consumo di “cereali integrali (pane, pasta e riso che contiene alcuni polifenoli antinfiammatori), legumi come fonte proteica primaria, pesce e qualche latticino (yogurt e formaggi freschi)", spiega Patrizia Pasanisi dell'Unità di medicina preventiva e predittiva dell'Int.


Del resto non è la prima volta che l'alimentazione assurge a fattore preventivo dell'Alzheimer. Modificare la propria alimentazione riducendo l'apporto di grassi saturi, infatti, può prevenire il rischio di sviluppare la demenza che precede l'Alzheimer (AD). Questo modello alimentare tuttavia non sarebbe in grado di esercitare un'influenza positiva quando si è già in presenza di sintomi di difficoltà cognitiva.
Lo sostiene una ricerca pubblicata su Archives of Neurology, sulle cui pagine gli autori avvertono: “un approccio più proficuo per lo studio dei fattori dietetici nell'AD potrebbe comportare l'utilizzo di interventi dietologici globali, che hanno validità ecologica maggiore e preservano l'ambiente nutrizionale in cui si verifica il consumo di grassi e carboidrati".


Scienziati del Veterans Affairs Puget Sound Health Care System di Seattle, guidati da Jennifer L. Bayer-Carter, hanno messo a paragone due tipi di regimi alimentari, uno con alto contenuto di grassi saturi e di carboidrati semplici, l'altro con basso contenuto degli stessi. Gli effetti sono stati valutati su un gruppo di 20 pazienti anziani sani e 29 anziani che mostravano una compromissione cognitiva lieve amnestica (aMCI), una condizione che preannuncia l'insorgenza della patologia. Durante lo studio, durato quattro settimane, 24 partecipanti hanno seguito la dieta ad alto contenuto di grassi e 25 quella a basso contenuto. I ricercatori hanno quindi testato le prestazioni dei volontari in vari test mnemonici, oltre ai livelli di biomarcatori come l'insulina, la glicemia, i componenti del liquido cerebrospinale e il colesterolo. Fra gli individui sani la dieta a basso contenuto di grassi ha determinato una riduzione di alcuni biomarcatori nel liquido cerebrospinale e i livelli di colesterolo totale, mentre lo stesso effetto non si è registrato fra chi soffriva già di aMCI. Secondo i ricercatori, “i risultati indicano che per gli adulti sani la dieta ALTA ha spinto i biomarcatori CSF in una direzione che può caratterizzare una fase presintomatica di AD. Gli effetti terapeutici di lungo termine dell'intervento dietetico possono essere una strada promettente da esplorare", concludono gli autori. "Inoltre, l'identificazione dei cambiamenti fisiopatologici alla base degli effetti dietetici possono rivelare importanti bersagli terapeutici da modulare attraverso la dieta o un intervento farmacologico mirato".

 

FONTE: http://www.italiasalute.it/8861/pag2/Ecco-ricetta-anti-Alzheimer.html

Avere fretta di andare in pensione potrebbe essere controproducente per il cervello. Uno studio degli esperti dell'Istituto di Psichiatria del King's College di Londra ha infatti dimostrato che ogni anno passato a lavorare in più rispetto alla media protegge i neuroni dalle malattie neurodegenerative per ulteriori 6 settimane.

 

Per arrivare a questa conclusione i ricercatori hanno analizzato 1320 casi di Alzheimer, scoprendo che fra i partecipanti che erano andati in pensione più tardi rispetto agli altri questa forma di demenza era comparsa più avanti nel tempo. Per questo secondo Piero Barbanti, neurologo dell’IRCCS San Raffaele Pisana, “non dobbiamo 'mandare in pensione' il nostro cervello”. I buoni motivi per evitarlo sarebbero almeno 3. “Si può dire che il lavoro è ritmo: il nostro cervello, come una macchina che non tiene il minimo e si spegne a un incrocio, va meglio quando è in funzione – spiega Barbanti – Il secondo motivo è quello dell’affettività: il lavoro è in grado di incanalare lo stress e in parte di educarlo. Certo alcuni lavori lo provocano, ma lo stress di origine familiare, per esempio, può trovare nel lavoro una sua fisiologica estinzione. Il terzo aspetto – conclude l'esperto – è quello cognitivo: quando lavoriamo non solo competiamo positivamente con gli altri, ma dovremmo competere con noi stessi alzando volta per volta l’asticella delle prestazioni. E questo, cognitivamente, è sviluppo continuo”.

 

Ad ogni regola che si rispetti corrisponde, però, un'eccezione. Secondo Barbanti in questo caso i benefici della scelta di posticipare il pensionamento potrebbero venir meno se il lavoro è fatto controvoglia o se obbliga a rapporti interpersonali pericolosi per la salute psicologica. “Ma in senso stretto – conferma il neurologo – lavorare è neurologicamente un vero e proprio elisir”.

 

 

FONTE: http://salute24.ilsole24ore.com/articles/16589-altola-alla-pensione-br-lavorare-protegge-br-dall-alzheimer

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