Un nuovo, recente studio condotto da un team di scienziati cinesi riferisce che le persone che consumano birra con regolarità possono prevenire la progressione delle malattie neurologiche. La ricerca, condotta dall’Università di Lanzhou, mette in risalto le proprietà benefiche della birra per la nostra salute, in quanto aiuta a proteggere le cellule celebrali dalle gravi malattie neurodegenerative come il morbo di Alzhemier e il morbo di Parkinson. “Il luppolo è stato usato per secoli come trattamento a una vasta gamma di disturbi”, riferiscono gli autori, e un suo alto consumo conserva le cellule celebrali dall’ossidazione legata alla demenza. 

 

Questa bevanda alcolica contiene, infatti, un’elevata concentrazione di un composto chiamato “Xanthohumol” che, insieme con le cellule neuronali, “pulisce” le molecole attive che causano danni celebrali, nonchè fornisce un supporto per alcuni geni altamente protettivi. Lo studio conclude che l’abitudine di bere birra è benefico per la salute, proprio a causa di questo “Xanthohumol” che funge come una sorta di antiossidante, che aiuta altresì a proteggere il cuore contro i problemi relativi all’obesità e al cancro, tra cui le molteplici funzioni farmacologiche associate.

 

FONTE: http://scienzenotizie.it/2016/01/24/bere-birra-aiuta-a-prevenire-lalzheimer-e-il-parkinson-4511669#

 

L'Alzheimer lascia una traccia olfattiva riconoscibile nelle urine dei modelli animali della malattia ben prima che si sviluppi la patologia cerebrale, con tutto il suo corollario di sintomi. Lo hanno scoperto i ricercatori del Monell Center, all'interno del Dipartimento dell'Agricoltura del governo americano (USDA) che ora suggeriscono la possibilità di diagnosticare il morbo precocemente attraverso un semplice test delle urine.

 

"Precedenti ricerche dalla USDA e del Monell Center si erano concentrate sui cambiamenti di odore del corpo a causa di fonti esogene quali virus o vaccini. Ora abbiamo la prova che le firme olfattive dell'urina possono essere modificate da cambiamenti nelle caratteristiche del cervello causati dalla malattia di Alzheimer ", ha spiegato l'autore dello studio Bruce Kimball. "Questa scoperta può avere implicazioni per altre malattie neurologiche". L'identificazione di un biomarcatore precoce per il morbo di Alzheimer potrebbe consentire ai medici di diagnosticare la malattia debilitante prima dell'inizio del declino del cervello e del deterioramento mentale, aprendo la strada per trattamenti volti a rallentare la progressione della malattia. L'Alzheimer è la forma più comune di demenza e nel 2015, secondo i dati dell'ultimo rapporto mondiale sulla malattia, ha riguardato 46,8 milioni di persone, una cifra che si stima sia destinata quasi a raddoppiare ogni 20 anni, fino i 131,5 milioni nel 2050.

 

Anche se la progressione del morbo di Alzheimer attualmente non può essere arrestata o invertita, una diagnosi precoce può dare ai pazienti e alle famiglie il tempo per pianificare il futuro e cercare trattamenti per il sollievo dei sintomi. Nello studio, pubblicato sulla rivista on-line Scientific Reports, i ricercatori hanno studiato tre modelli di topo separati, noti come topi APP, che imitano patologia cerebrale collegata all'Alzheimer. Utilizzando analisi sia comportamentali sia chimiche, i ricercatori hanno scoperto che ogni ceppo di topi APP produce profili olfattivi urinari che possono essere distinti da quelli dei topi di controllo. I cambiamenti di odore non risultano dalla comparsa di nuovi composti chimici, ma riflettono una modificazione delle concentrazioni urinarie di composti esistenti. Le differenze di odore fra topi APP e topi di controllo erano per lo più indipendenti dall'età e precedevano la comparsa di quantità rilevabili di placche nel cervello dei topi APP. Questi risultati suggeriscono che la caratteristica firma olfattiva è legata alla presenza di un gene specifico piuttosto che all'effettivo sviluppo di alterazioni patologiche nel cervello.

 

Poiché il morbo di Alzheimer è una malattia esclusivamente umana, gli scienziati creano modelli di patologia cerebrale associata per studiare la malattia nei topi. Uno degli indicatori patologici caratteristici della malattia di Alzheimer è la formazione di depositi di placche amiloidi nel cervello. Gli scienziati imitano questa patologia in modelli murini con l'introduzione di geni umani associati a mutazioni del gene che codifica per la proteina ß-amiloide nel genoma del topo. Questi geni sono poi farmacologicamente attivati per produrre la proteina amiloide-ß in eccesso, con il conseguente accumulo di placche nel cervello dei topi APP. Insmma quello che vale per questi modelli animali non è detto che sia valido al 100% anche sull'uomo. Perciò i ricercatori avvertono che saranno necessari che studi approfonditi per identificare e caratterizzare le firme olfattive correlate all'Alzheimer negli esseri umani.

 

FONTE: http://www.panorama.it/scienza/salute/alzheimer-e-se-si-potesse-riconosce-dallodore/

 

I pazienti affetti da demenza dimenticano nomi di oggetti, appuntamenti rilevanti e fatti recenti della propria vita, presentando un quadro di amnesia anterograda; questi pazienti peggiorano progressivamente.

Coloro che si prendono cura del paziente sono chiamati cargivers e spesso non si accorgono subito dei problemi del paziente e dei suoi fallimenti. Per la diagnosi di demenza sono importanti:   un quadro di perdita persistente di memoria e altre abilità cognitive;  abbandono delle consuete attività quotidiane; conservazione di un normale livello di coscienza.

 

La malattia porta ad una perdita cognitiva globale e cronica. La demenza è progressiva (perché sostenuta da processi degenerativi del cervello che coinvolgono sempre più aree cerebrali) e irreversibile (perché non si può arrestare o migliorare). Nonostante ciò esistono delle eccezioni in cui molti pazienti presentano una demenza non progressiva, in cui l’area lesionata non comporta il danneggiamento di un’altra e quindi l’estensione della malattia, e reversibile, legata  a carenze alimentari o fattori metabolici.

 

Per porre la diagnosi di demenza in fase precoce, bisogna verificare che almeno due funzioni cognitive, tra cui la memoria, siano deficitarie. Oltre all’inquadramento diagnostico è importante anche uno specialista neurologo che suddivide la demenza in casi trattabili (demenza dovuta a malattie del cervello curabili) e non trattabili (non possono essere curate ma non hanno nemmeno un andamento progressivo). Diverse patologie cerebrali determinano una demenza progressiva: può essere causata da un processo degenerativo primario, degenerazione delle cellule della corteccia per una propria alterazione e non secondaria ad un’altra causa. La forma più comune della demenza degenerativa primaria è:

 

la malattia di Alzheimer = presenta dei sintomi facilmente riconoscibili e si evolve in diverse fasi:

 

a- nella fase “iniziale” il paziente e i familiari iniziano a notare difficoltà nella memoria di tutti i giorni (disturbi della memoria autobiografica recente, anomie, perdita del filo del discorso, difficoltà di calcolo e disegno) ma i sintomi vengono minimizzati; in questa fase il paziente può essere cosciente dei suoi disturbi;

 

b- nella fase intermedia i disturbi cognitivi si accentuano; accrescono i disturbi della memoria recente, il disorientamento topografico, difficoltà linguistiche e anche i primi segni di prosopagnosia per i familiari. Iniziano i disturbi del cambiamento: il paziente può diventare silenzioso, può essere aggressivo o avere allucinazioni. Si manifesta il fenomeno della testa ruotata => quando il paziente non sa rispondere si gira verso il proprio cargiver. In questa fase si può manifestare la Sindrome del “sosia”= il paziente che il proprio cargiver non sia davvero lui ma un sosia. Può manifestarsi anche l’amnesia reduplicativa = il paziente crede di essere contemporaneamente sia lì che in un altro posto.

 

c-  In fase avanzata i disturbi di memoria diventano gravissimi; si manifestano i vari tipi di aprassia, agnosia, afasia e anomia. Hanno problemi nella deambulazione, tendono alla fuga e hanno disturbi del sonno; si presenta la stereotipia, cioè comportamenti motori continui, e la bulimia/anoressia. Un disturbo legato a questa fase è la sindrome di Kluver-Bucy, caratterizzata da iperoralità (mangiare qualsiasi cosa sia commestibile o ipersessualutà).

 

Un altro tipo di demenza è la demenza fronto-temporale=  è una sindrome in cui i disturbi si evolvono rapidamente: disturbi del comportamento già nella fase iniziale (diventano impulsivi, irritabili), si ha una perdita di iniziativa, di comunicazione, una tendenza al vagabondaggio e alla fuga. I pazienti posso essere molto disinibiti, anche nella sfera sessuale. Sono presenti molti disturbi cognitivi ma quello più rilevante è il linguaggio. Presentano il fenomeno dell’acinesia (tendono a muoversi poco) e incontinenza urinaria. Un terzo tipo di demenza è la demenza dei corpi di Lewy =  demenza degenerativa caratterizzata da disturbi cognitivi e comportamentali, molto simili a quelli descritti per la demenza frontale ma si succedono con grande rapidità. Una caratteristica importante è la fluttuazione sintomatologica: un giorno i pazienti sono normali e il giorno dopo hanno disturbi cognitivi gravi.

 

Il quarto tipo di demenza è la malattia di Parkinson = disturbo degenerativo del cervello che colpisce i gangli alla base; colpisce i soggetti adulti e ha un andamento lentamente progressivo. Il passaggio a un chiaro declino cognitivo è segnato dalla comparsa di allucinazioni visive; turbe del comportamento e disturbi della memoria.

 

L’unico modo per fare una diagnosi consiste nell’esaminare la serie di sintomi manifestati dal malato. Il medico deve decidere se questi siano imputabili a una demenza o se è più probabile qualche altra spiegazione. Il medico richiede informazioni sulla salute generale del paziente e sui problemi medici precedenti. Deve conoscere eventuali difficoltà del paziente nell’esecuzione delle normali attività quotidiane, e può richiedere un colloquio con i familiari o gli amici per ottenere ulteriori informazioni. Far eseguire al paziente esami medici di base, come quelli del sangue e delle urine che possono essere utili per escluder altre patologie.

 

Gli  esami neuropsicologici  sono test utili per valutare la memoria,  l’attenzione, la capacità di risolvere problemi,  il linguaggio e la capacità di calcolo, e aiutano il medico a identificare i problemi specifici del paziente. Il medico può decidere di eseguire un esame speciale, denominato scansione cerebrale, per ottenere un’immagine del cervello. Da queste immagini del cervello del paziente il medico è in grado di individuare eventuali anomalie.  I risultati di tutti gli esami eseguiti permettono al medico di  fare una anamnesi più precisa ed escludere altre possibili cause dei sintomi. Ad esempio i problemi alla tiroide, i tumori cerebrali  e alcune reazioni provocate da farmaci  possono causare sintomi di demenza e alcune di queste condizioni possono essere curate.

 

L’assistenza a queste persone spesso si rivela molto faticosa ed impegnativa ed è necessario avere dei gruppi di supporto per i familiari e le persone che gravitano intorno al paziente, questo per metterle in condizione di aiutare il paziente in maniera funzionale e rendere l’assistenza meno complessa e stressante.

 

FONTE: http://magazinepragma.com/psicologicamente/declino-cognitivo-globale-le-demenze/

 

Alcuni ricercatori australiani hanno sviluppato una tecnologia ad ultrasuoni non invasivache cancella le placche amiloidi neurotossiche dal cervello. Le placche amiloidi sono una delle strutture responsabili della perdita di memoria nei pazienti di Alzheimer, con conseguente declino delle funzioni cognitive. Al momento il tasso di successo di questa tecnologia sui topi di laboratorio è del 75%. Solitamente, la causa per la quale una persona è affetta dal morbo di Alzheimer, deriva da due tipi di lesioni – le placche amiloidi e i grovigli neurofibrillari. Le placche amiloidi, note anche con il nome di placche senili, risiedono tra i neuroni e finiscono come densi ammassi di molecole di beta-amiloide, un appiccicoso tipo di proteina che agglutina insieme e forma le placche. I grovigli neurofibrillari si trovano all’interno dei neuroni del cervello, e sono causate da proteine ​​tau difettose che si aggregano in una spessa massa insolubile. In questo modo i minuscoli filamenti, chiamati microtubuli, diventano tutti intrecciati, interrompendo il trasporto di materiali essenziali, come i nutrienti e gli organelli, proprio come quando si torce il tubo aspirapolvere. In tutto il mondo, quasi 44 milioni di persone hanno il morbo di Alzheimer o una demenza ad esso correlata. “Trovare un modo per trattare questo tipo di malattia è stata una vera lotta”, spiegano i ricercatori australiani. 

 

Tuttavia, la maggior parte dei ricercatori ritengono che l’inizio del trattamento preveda la rimozione dell’accumulo di proteine tau e ​​beta-amiloide difettose, nel cervello del paziente. Questo nuovo trattamento sviluppato dal Queensland Brain Institute (QBI) presso l’Università di Queensland è basato sulla rimozione di queste dannose placche nel modo più sicuro possibile. Nella pubblicazione, avvenuta su Science Translational Medicine, il team descrive la tecnica che prevede l’utilizzo di un particolare tipo di ultrasuoni, chiamato ultrasuono terapeutico mirato, non invasivo per il tessuto cerebrale. L’oscillazione super-veloce di queste onde sonore è in grado di aprire delicatamente la barriera emato-encefalica, uno strato che protegge il cervello dai batteri, e stimola l’attivazione delle cellule microgliali del cervello. Le cellule microgliali sono fondamentalmente i rifiuti rimossi dalle cellule, in modo che esse siano in grado di cancellare i gruppi tossici di beta-amiloide, responsabili dei più gravi sintomi del morbo di Alzheimer. 

 

In sostanza, aiutano il corpo a guarire se stesso ed i risultati sono fantastici. Nel 75% dei topi di laboratorio, hanno completamente ripristinato la funzione della memoria con zero danni al tessuto cerebrale circostante. I topi che sono stati testati hanno mostrato un miglioramento in tre tipi di test per la memoria: un labirinto, il riconoscimento di nuovi oggetti, e il riconoscimento di luoghi da evitare. “Siamo estremamente entusiasti di questo trattamento innovativo per la cura del morbo di Alzheimer senza l’utilizzo di terapie farmacologiche”, ha dichiarato in un comunicato stampa Jürgen Götz, uno dei membri del team. “La parola “svolta” viene spesso abusata, ma credo proprio che questo sia il caso per utilizzarla, perché questa tecnologia non invasivapotrebbe davvero cambiare sostanzialmente la nostra comprensione su come trattare questa malattia, e prevedo un grande futuro con questa sperimentazione”. Il team spera che la sperimentazione umana abbia inizio nel 2017.

 

FONTE: http://www.centrometeoitaliano.it/salute/alzheimer-niente-piu-farmaci-arriva-la-nuova-tecnologia-per-ripristinare-la-memoria-02-01-2016-34783/?refresh_cens

 

Secondo una ricerca condotta da alcuni scienziati statunitensi, un aiuto consistente nella lotta contro alcune malattie neurodegenrative come Parkinson, Alzheimer e Huntington potrebbe arrivare da un composto chimico noto come acido salicilico. Che, per chi non lo sapesse, è l'elemento fondante dell'acido acetilsalicilico, ossia il principio attivo di uno dei più comuni medicinali al mondo: l'aspirina. 

 

I ricercatori della John Hopkins University e del Boyce Thompson Institute della Cornell University hanno scoperto la capacità dell'acido salicilico di legarsi al GAPDH, impedendogli quindi di raggiungere il nucleo della cellula, dove ne innescherebbe la morte. La gliceraldeide-3-fosfato deidrogenasi, o GAPDH) è un enzima fondamentale nella glicolisi (il processo metabolico del glucosio), ma che in particolari condizioni, come ad esempio uno stress ossidativo causato da un eccesso di radicali liberi, possono penetrare nel nucleo dei neuroni, causandone la morte. 

 

Si tratta di un meccanismo già noto tra i ricercatori nell'ambito delle malattie neurodegenrative: composti come la selegilina hanno infatti lo scopo di bloccare l'ingresso nel nucleo cellulare del GAPDH, rallentando gli effetti di malattie come il Parkinson, la depressione e la demenza senile. Quest'ultima ricerca, pubblicata su PLOS One, ha mostrato come un risultato simile potrebbe essere ottenuto grazie all'acido salicilico. 

 

"È adesso noto che l'enzima GAPDH, del quale si è pensato a lungo che funzionasse soltanto nel metabolosimo del glucosio, partecipi al passaggio dei segnali tra le cellule", spiega Solomon Snyder, professore di neuroscienze alla Johns Hopkins University, tra gli autori della ricerca. "Il nuovo studio mostra come questo enzima sia un bersaglio per i farmaci salicilati connessi all'aspirina, e quindi potrebbe essere rilevante per le azioni terapeutiche di questi medicinali". 

 

Gli studi sulle malattie neurodegenerative stanno ottenendo ottimi risultati sia dal punto di vista dei farmaci in grado di combatterle, come nel caso del paper statunitense, che nell'analisi dei meccanismi che le causano. In quest'ultimo caso è di una certa importanza una ricerca svolta dall'altra parte del mondo, e precisamente nell'australiana University of New South Wales. 

 

Come spiegato in un paper pubblicato su Nature Communications, gli scienziati coinvolti hanno verificato come i livelli nelle sinapsi di una proteina nota come NCAM2 siano significativamente più bassi nei soggetti affetti da Alzheimer, suggerendo quindi una connessione con l'insorgere della malattia ed il suo avanzamento.

 

FONTE: http://it.ibtimes.com/aspirina-combattere-alzheimer-e-parkinson-possibile-secondo-scienziati-usa-1428261

 

Tanti sono i benefici dell’attività sportiva, soprattutto se si è superati i 65 anni di età. Una fase della vita delicata, tanto che spesso la parola “anzianità” fa rima con “pigrizia”. Eppure fare regolare movimento (basta solo camminare) o dedicarsi a un vero e proprio sport è particolarmente indicato perché riduce: il rischio di disturbi cardiaci e infarto, previene il diabete, l’ipertensione, la possibilità di sviluppare l’Alzheimer e altre malattie legate all’invecchiamento.

 

Mantenersi giovani nel fisico e nello spirito è quindi una missione possibile a tutte le età, ma otto anziani su dieci ritengono che fare attività sportiva e correggere il proprio stile di vita sia inutile, arrivati a una certa età, tanto più se si è colpiti da tumore. Il 40% dei pazienti oncologici e i loro familiari pensano che l’attività fisica non apporti alcun beneficio, il 23% addirittura è convinto che aggravi la malattia.

 

“Si tratta di dati significativi, frutto di miti sbagliati – spiega il prof. Carmine Pinto, presidente nazionale dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM) e direttore dell’Oncologia Medica dell’IRCCS di Reggio Emilia – che testimoniamo quanto sia sempre più importante informare sulla patologia ed educare a stili di vita corretti non solo il paziente, ma anche chi interviene nella gestione quotidiana della malattia”.

 

Per rispondere a questo crescente bisogno informativo l’AIOM promuove Prostata: sul tumore vince chi gioca d’anticipo, un vero e proprio “Tour della prevenzione” in venti città, che porta gli oncologi a parlare esclusivamente agli anziani di lotta alle neoplasie nei centri ricreativi per la terza età. 

 

“Con questa campagna – continua il prof. Pinto – la prima nel suo genere in Italia, abbiamo scelto di focalizzarci su un tumore solido che interessa maggiormente la terza età e per il quale non esistono finora programmi di informazione e di screening adeguati. Abbiamo realizzato anche un opuscolo informativo da diffondere in ogni incontro che consente ai malati e alle loro famiglie di conoscere la patologia, capire cos’è e quando può essere fatto il controllo del PSA e fornisce consigli pratici su come gestire il forte impatto che la malattia ha nella quotidianità della persona”.

 

Il tour questa settimana toccherà le città di Milano (27 ottobre), Trieste (27 ottobre), Genova (28 ottobre) e Roma (30 ottobre), e ancora Reggio Emilia e Ancona per ripartire prima di fine anno con altre 10 tappe a Padova, Trento, Pescara, Terni, Chieti, poi ancora Bari, Cosenza, Palermo, Nuoro e Como. Il progetto è reso possibile grazie al contributo incondizionato di Janssen.

 

“Le campagne focalizzate sulla prevenzione e sulla creazione di cultura sui tumori rappresentano la nuova frontiera nella collaborazione tra società scientifiche e aziende farmaceutiche – afferma il dott. Massimo Scaccabarozzi, Presidente e Amministratore Delegato Janssen, che rende possibile l’intero progetto –. Lavoriamo per migliorare l’efficacia e la tollerabilità dei farmaci esistenti, sintetizzare nuove molecole per realizzare medicinali innovativi. Il nostro scopo è fornire ai pazienti le migliori terapie possibili e garantire la sostenibilità del sistema”.

 

FONTE: http://sport.sky.it/sport/ritratto_della_salute/2015/10/27/tour-aiom-prostata.html

 

Non si arresta l’epidemia delle malattie neurologiche, in continua crescita complici l’invecchiamento della popolazione e l’allungamento dell’aspettativa di vita. Si stima che nei prossimi anni ad essere colpiti da malattie neurodegenerative saranno centinaia di milioni di persone. Di fronte a cifre così importanti, le sfide principali dei neurologi italiani, riuniti nel 46esimo congresso della SIN Società Italiana di Neurologia a Genova dal 10 al 13 ottobre, sono la diagnosi preclinica ai primi stadi della malattia e la diagnosi precoce quando ancora i segni clinici sono incerti o sfumati.

 

«Poter giungere ad un’analisi preclinica della malattia, quindi prima ancora che essa si manifesti, permetterebbe di indirizzare i pazienti verso trattamenti tempestivi e di lavorare all’individuazione di efficaci farmaci neuroprotettivi, che fin qui hanno ottenuto scarsi risultati forse perché somministrati a decorso patologico avviato» ha spiegato il professor Aldo Quattrone, presidente della SIN e Rettore dell’Università Magna Graecia di Catanzaro.

 

PARKINSON: ALLA RICERCA DEI CAMPANELLI D’ALLARME 

 

Sono 240mila i pazienti affetti da Morbo di Parkinson nel nostro paese e 50mila quelli con parkinsonismi. «Il nostro obiettivo è oggi riuscire a studiarli prima ancora della comparsa dei sintomi motori, quando presumibilmente le cellule dopaminergiche sono ancora intatte» ha spiegato Quattrone. «Al congresso discuteremo alcuni segnali promettenti, come i disturbi del sonno REM o dell’olfatto, anche se non sono specifici della malattia».

 

ALZHEIMER: I PRIMI RISULTATI ENTRO UN PAIO D’ANNI 

 

In Italia sono 1 milione i casi di demenza, di cui 600mila quelli colpiti da malattia di Alzheimer, per la quale non esiste alcun trattamento in grado di curare o arrestare il progredire della malattia. Si stima che nel 2050 ne saranno affette oltre 100 milioni di persone. «Oggi, grazie alla PET riusciamo a osservare la presenza dell’accumulo progressivo della proteina beta-amiloide nel cervello in modo meno invasivo rispetto all’analisi del liquor che richiede un’iniezione lombare» ha spiegato Carlo Ferrarese, direttore scientifico del Centro di Neuroscienze di Milano. 

La proteina beta amiloide è sicuramente causa della demenza ma non è chiaro quando la malattia si manifesterà e con che severità. «Una volta documentato l’accumulo della proteina, possiamo somministrare farmaci in grado di bloccarne la produzione – gli inibitori della beta secretasi – oppure somministrare anticorpi monoclonali per la sua rimozione. Avremo i primi risultati della sperimentazione tra un paio d’anni» ha spiegato Ferrarese. 

Alcuni studi PET sono già in corso anche su soggetti sani, con familiarità alla malattia, con l’obiettivo di misurarne la beta-amiloide e monitorare lo sviluppo della malattia. Infatti, «bloccare la proteina beta amiloide si è fin qui dimostrato inefficace quando la malattia è già in corso, pur nelle sue fasi iniziali». Un limite alla diffusione di questo esame PET è anche il costo del tracciante che lega la proteina, che aumenta con la distanza dal sito di produzione.

 

SLA: ANCHE QUI L’OBIETTIVO É ANTICIPARE LA DIAGNOSI

 

Tra le malattie neurodegenerative, la sclerosi laterale amiotrofica è terza per incidenza. La sfida principale è ancora quella di una diagnosi precoce, dal momento che la Sla viene riconosciuta con un ritardo medio di un anno anche a causa dell’assenza di biormarcatori specifici e ciò impedisce al paziente di iniziare tempestivamente i trattamenti farmacologici e di supporto. «Negli ultimi vent’anni, abbiamo avuto allo studio almeno sessanta farmaci e nessuno si è rivelato efficace. Spesso ci viene chiesta la ragione dell’importanza della diagnosi precoce in assenza di una cura» ha spiegato il professor Adriano Chiò, Coordinatore del Centro SLA del Dipartimento di Neuroscienze dell’Università degli Studi di Torino e dell’AOU Città della Salute e della Scienza di Torino. 

«La risposta è che permetterebbe l’inserimento dei pazienti nei trial clinici, l’ottenimento del supporto materiale e sociale loro necessario e la possibilità eventualmente di scoprire i marcatori biologici della malattia». La diagnosi presintomatica non è possibile, ma a questo fine sono già in corso degli studi su soggetti sani ma a rischio perché portatori di mutazioni genetiche associate alla SLA. Chiò ha elencato gli altri versanti su cui i ricercatori sono al lavoro: «La ricerca dei biomarcatori umorali, ad elevata sensibilità e specificità, ha fatto progressi; l’uso delle neuroimmagini, che sembrano consentirci di rilevare le lesioni nella fase presintomatica; la PET, che ci fornisce informazioni sulla componente cognitiva della malattia».

 

ICTUS: CON INTERVENTO MECCANICO DISABILITA’ RIDOTTA DEL 50%

 

Oltre alla diagnosi precoce e preclinica, le novità del congresso riguardano l’ictus e la sclerosi multipla. Se sono 200mila i nuovi casi di ictus cerebrale all’anno, dei quali l’80% nuovi casi, sono quasi 1 milione gli italiani che convivono con gli esiti che nel 30% dei casi molto invalidanti. Sono questi i dati preoccupanti diffusi dal professor Elio Agostoni, Direttore del Dipartimento di Neuroscienze e della Struttura Complessa di Neurologia e Stroke Unit dell’Ospedale Niguarda Ca’ Granda. Ma la buona notizia c’è e riguarda il trattamento dello stroke ischemico mediante disostruzione del trombo o trombo-aspirazione: «Negli ultimi dieci mesi, sono apparsi alcuni studi su riviste importanti come il New England Journal of Medicine che hanno dimostrato l’efficacia terapeutica della combinazione della tradizionale trombolisi sistemica farmacologica e della trombectomia meccanica» ha spiegato Agostoni. «Con la disostruzione meccanica dell’arteria si ottiene una riduzione della mortalità e della disabilità di circa il 50% e della conseguente aumentata autonomia dei pazienti sono testimone quotidianamente». 

Un aspetto correlato che i neurologi affronteranno sarà quello della formazione dei professionisti – neurologi, neurochirurghi e neuroradiologi - “interventisti neurovascolari” previsti h24 in ogni storke unit di secondo livello dal decreto ministeriale 70 del 2 aprile 2015. 

 

SCLEROSI MULTIPLA: LE NUOVE TERAPIE

 

Gli italiani con sclerosi multipla sono circa 60 mila, 1 ogni mille abitanti. Grazie alla crescente attenzione della ricerca, «il numero di farmaci a disposizione oggi sono una decina. Le novità riguardano tanto le terapie di prima linea, farmaci tradizionali iniettivi, molto sicuri e adeguati per i casi meno aggressivi, quanto le terapie orali, molto in uso nonostante i possibili effetti collaterali. Nei casi più aggressivi e maligni, e non sensibili alle comuni terapie, l’intensa immunosoppressione seguita da trapianto autologo di cellule staminali ematopoietiche » ha spiegato il presidente del congresso Gianluigi Mancardi, Direttore della Clinica Neurologica dell’Università di Genova. «Una sessione plenaria sarà dedicata alle classiche terapie immunosoppressive e parleremo anche dei recenti risultati ottenuti con un anticorpo monoclonale contro i linfociti B, che verranno resi pubblici a ECTRIMS a Barcellona, alcuni alquanto decisivi contro le forme primariamente progressive della malattia fin qui prive di trattamento». 

 

FONTE: http://www.lastampa.it/2015/10/08/scienza/benessere/parkinso-alzheimer-sla-cos-la-medicina-sfider-le-malattie-neurologiche-9SdgWXOEOlmyiLJBuGil5N/pagina.html

 

 

 

 

E’ stato pubblicato sul sito della rivista scientifica Neurological Disorders un articolo intitolato “A Current Understanding of Alzheimer’s Disease and the Prospects of Phytopharmacological Intervention as a Management Strategy” (Una comprensione corrente della malattia di Alzheimer e delle prospettive di intervento con fitofarmaci come strategia di gestione). Secondo il prof. Kelvin Kisaka Juma dell’Università di Nairobi (Kenya), la malattia di Alzheimer è un disturbo mentale che rappresenta il 60-70% delle demenze.

 

Le sue cause specifiche fino ad oggi non sono state determinate. Resta inteso che come per le altre malattie neurodegenerative peggiora progressivamente nel tempo. E’ caratterizzata dalla perdita di memoria a breve termine, dal disorientamento del linguaggio, da disturbi dell’umore, dalla mancanza di motivazioni e della cura di sé, e da cambiamenti comportamentali. Le strategie di gestione dellla MA sono limitate e non sono efficaci. I meccanismi terapeutici comuni hanno come bersaglio l’inibizione della acetilcolinesterasi e N-metil D aspartato (NMDA). La valutazione post mortem e tecniche di risonanza magnetica hanno dimostrato somiglianze tra la sclerosi multipla e la malaattia di Alzheimer nella patogenesi della malattia attraverso la neurodegenerazione e l’infiammazione.

 

Allo stesso modo, uilizzando la tecnica ecocolordoppler e la risonanza magnetica insieme ad altre tecniche, i risultati hanno dimostrato una forte associazione tra lo sviluppo dell’insufficienza venosa cronica cerebrospinale (CCSVI) e la sclerosi multipla (SM) derivante dal danno vascolare delle vene giugulari che portano a cambiamenti nell’emodinamica nel cervello.

 

A causa della somiglianza nel meccanismo della patogenesi che promuove la neurodegenerazione; è possibile che la malattia di Alzheimer sia anche associata con insufficienza venosa cronica cerebrospinale. Poco si sa sulla gestione alternativa della malattia di Alzheimer utilizzando estratti di erbe di piante. Con l’utilizzo di questi nuovi risultati nella SM e la sua relazione con la MA, è possibile che possano servire come un nuovo bersaglio terapeutico per la gestione della SM e quindi della MA. Questo studio è quindi una recensione dell’attuale comprensione della malattia di Alzheimer, della diagnosi, delle strategie di gestione e delle prospettive di studi su fitofarmaci a offrendo soluzione alternativa per la gestione della malattia di Alzheimer.

 

FONTE: http://mediterranews.org/2015/09/similitudini-tra-sclerosi-multipla-malattia-di-alzheimer-e-ccsvi/

Sono passati i tempi in cui “cancro” era una parola tabu’, impronunciabile e sostituta con locuzioni come “quel brutto male” o “quella malattia”: oggi gli italiani hanno imparato a parlarne e ben quasi otto su dieci non hanno remore nel dire che e’ proprio il tumore la malattia che piu’ temono.
Questo e’ quanto e’ emerso da un’indagine condotta da Demoskopea per il portale Dottori.it (http://www.dottori.it), il piu’ grande e utilizzato sito di medici italiani, che ha chiesto a un campione rappresentativo dell’universo di riferimento in Italia, pari a circa 37milioni di individui tra 18 e 65 anni, quali fossero le tre malattie di cui hanno piu’ paura.

 

Il cancro e’ stato messo al primo posto dal 77,2% degli intervistati e le percentuali variano molto poco se si guarda alle singole fasce di eta’, segno che questa malattia spaventa tutti, dai piu’ giovani ai piu’ anziani. Al secondo posto delle patologie piu’ temute, con il 47,5% delle risposte, troviamo le malattie neurodegenerative, come la demenza o i morbi di Alzheimer e Parkinson. Seguono a poca distanza quelle cerebrovascolari (ictus, embolie), indicate dal 41% degli intervistati.

 

Se questi sono i risultati emersi a livello nazionale dalla media di tutte le risposte, nel confronto tra le fasce d’eta’ e le zone del Paese si sono riscontrate alcune differenze. Tra gli intervistati piu’ giovani, tra i 18 e i 24 anni, al terzo posto delle malattie piu’ temute aleggia lo spettro di quelle infettive, come l’Aids o l’epatite, trasmissibili sessualmente.
Se si sale con l’eta’, tra i ragazzi della fascia 24-35 anni, al terzo posto, invece, sono state indicate le malattie autoimmuni come la sclerosi multipla e l’artrite reumatoide.

 

Anche se si analizzano le risposte in base alla provenienza dell’intervistato, il cancro fa piu’ paura di ogni altra malattia a qualsiasi latitudine. Le cose cambiano quando si parla, ad esempio, di malattie infettive: dall’indagine e’ emerso che queste spaventano di piu’ al Centro e al Sud, rispetto al Nord (30,5% contro 22%). Le differenze sono presenti anche per quello che riguarda le malattie autoimmuni, piu’ temute al Nord (42,5%) che al Sud (36,3%). Se si parla di impotenza e infertilita’, i piu’ timorosi risultano essere gli abitanti delle regioni settentrionali che hanno indicato questi disturbi nell’8% dei casi contro il 3,9% di chi vive al Sud e nelle Isole.

 

“Rispetto anche solo a 20 anni fa- dichiara la dottoressa Francesca Santarelli, psicologa e psicoterapeuta- oggi l’Aids e’ una malattia che in qualche modo le persone pensano di avere maggiormente “sotto controllo” rispetto alle altre indagate nella ricerca, essendo stati per anni informati sulle sue caratteristiche, sulle modalita’ di contagio e prevenzione. Le altre patologie in oggetto, invece, spaventano per la loro componente di imprevedibilita’. Esse colpiscono chiunque, non sono controllabili, non sappiamo come prevenirle con certezza e le cure non sempre sono del tutto risolutive”.

 

FONTE: http://www.meteoweb.eu/2015/09/gli-italiani-e-le-malattie-quasi-l80-teme-il-cancro/498890/

 

 

La Federazione Alzheimer Italia, rappresentante per il nostro Paese di ADI - Alzheimer’s Disease International, presenta in Italia il Rapporto Mondiale Alzheimer 2015.
Intitolato “L’impatto Globale della Demenza: un’analisi di prevalenza, incidenza, costi e dati di tendenza”, il Rapporto rileva che ci sono nel mondo 46,8 milioni di persone affette da una forma di demenza (la malattia di Alzheimer rappresenta il 50-60% delle demenze). Questa cifra è destinata quasi a raddoppiare ogni 20 anni, fino a raggiungere 74,7 milioni di persone nel 2030 e 131,5 milioni nel 2050. Sono oltre 9,9 milioni i nuovi casi di demenza ogni anno, vale a dire un nuovo caso ogni 3,2 secondi.

 

Il Rapporto mostra che gli attuali costi economici e sociali della demenza ammontano a 818 miliardi di dollari e ci si aspetta che raggiungano 1000 miliardi di dollari in soli tre anni. I costi globali della demenza sono cresciuti del 35% rispetto ai 604 miliardi di dollari calcolati nel Rapporto Mondiale 2010. Questo significa che, se l’assistenza per la demenza fosse una nazione, sarebbe la diciottesima economia nel mondo e il suo valore economico supererebbe quello di aziende come Apple (742 miliardi) e Google (368 miliardi).


Il Rapporto aggiorna i dati di ADI sulla prevalenza, incidenza e costi della demenza a livello mondiale e mette in luce il crescente impatto che ha sui Paesi a basso e medio reddito; percentuale destinata ad aumentare al 68% nel 2050, soprattutto a causa della crescita e dell’invecchiamento della popolazione. Si stima inoltre che per il 2050 quasi la metà delle persone affette da demenza vivranno in Asia.

Le stime aggiornate si basano su una nuova ricerca condotta dal prof. Martin Prince del King’s College di Londra per il Global Observatory for Ageing and Dementia Care. Queste nuove scoperte tengono in considerazione sia il crescente numero di persone anziane (invecchiamento della popolazione), sia le nuove e più aggiornate evidenze sul numero dei malati con demenza e i costi ai quali vanno incontro.
Martin Prince afferma: “Ora possiamo dire di avere sottostimato la portata dell’epidemia odierna e futura di circa il 12-13% rispetto al Rapporto Mondiale 2009 e con un andamento dei costi che cresce più rapidamente del numero di persone malate”.


Alla luce di questi risultati, il Rapporto chiede che il lavoro globale di tutti gli stakeholders sia incentrato in particolare verso i Paesi a basso e medio reddito al fine di creare programmi che possano far crescere la consapevolezza e aumentino le possibilità di accesso a diagnosi tempestiva e assistenza. ADI chiede che la classe politica di tutto il mondo affronti questo problema con una visione e una partecipazione più ampia, in particolar modo delle nazioni che fanno parte del G20. Il Rapporto indica come priorità l’esigenza di maggiori fondi alla ricerca per la cura, assistenza e prevenzione della malattia.


Marc Wortmann, direttore esecutivo di ADI, commenta: “La crescita globale dei costi della demenza rappresenta una sfida per tutti i sistemi mondiali di welfare. Questi risultati dimostrano una necessità urgente di implementare strategie e legislazioni atte a permettere una migliore qualità di vita per le persone che convivono con la demenza, sia oggi sia in futuro”.


Glenn Rees, presidente di ADI, sottolinea le priorità della sua organizzazione: “Dobbiamo utilizzare queste nuove evidenze per spingere a livello internazionale un movimento che possa combattere lo stigma causato dalla demenza e che permetta la nascita e la crescita di Dementia friendly communities. Sono necessarie, inoltre, azioni mirate ad aumentare la possibilità di accesso a diagnosi tempestiva, supporto post-diagnostico e migliore accesso all’assistenza, soprattutto in Paesi a basso e medio reddito”.


Gabriella Salvini Porro, presidente della Federazione Alzheimer Italia, commenta: “Secondo il Rapporto ci sono attualmente in Italia 1.241.000 persone con demenza, che diventeranno 1.609.000 nel 2030 e 2.272.000 nel 2050. I nuovi casi nel 2015 sono 269.000 e i costi ammontano a 37.6 miliardi di euro. Alla luce di questi nuovi dati, chiediamo al nostro Governo di mettere in atto il Piano Nazionale Demenze assegnandogli i finanziamenti adeguati per supportare concretamente i malati e le loro famiglie.”

 

FONTE: http://www.osservatoriomalattierare.it/alzheimer/8860-rapporto-mondiale-alzheimer-nel-mondo-c-e-un-caso-di-demenza-ogni-3-secondi

 

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