La proteina β-amiloide inizia ad accumularsi in alcune aree nel cervello ben prima di quanto si pensasse, già a partire dai vent’anni. A rilevare la precoce presenza di accumuli della molecola, che diventa tossica quando si aggrega in oligomeri che sono considerati una delle principali cause del danno neurale nella malattia di Alzheimer, sono stati ricercatori della Northwestern University negli Stati Uniti.

 

Nello studio, i cui risultati sono appena stati pubblicati sulla rivista Brain, gli scienziati hanno osservato per la prima volta la proteina nei neuronicolinergici del complesso del prosencefalo basale, cellule che sono i primi bersagli della malattia di Alzheimer, anche nei cervelli giovani. Attraverso l’uso di tecniche di immuno istochimica, i ricercatori hanno analizzato i cervelli di 13 adulti (22-66 anni) cognitivamente intatti, 16 anziani (70-99) non dementi e 21 con Alzheimer (età 60-95). Soltanto nelle cellule colinergiche del proencefalo basale, e non in altre regioni osservate, i ricercatori hanno notato un accumulo di amiloide con placche e aggregati di dimensione crescente all’aumentare dell’età del soggetto, indipendentemente dal decadimento cognitivo.

 

È noto  che nell’Alzheimer l’iperproduzione della proteina β-Amiloide ne causa l’accumulo in aggregati che vanno poi aformare le celebri placche; queste, insieme agli ammassi neurofibrillari determinati dall’iperfosforilazione della proteina Tau, attivano la neuro infiammazione alla base della degenerazione neurale e inducono nell’uomo la morte neuronale e il decadimento cognitivo. Insomma, il danno neurale è determinato da più vie parallele che agiscono contemporaneamente.


«Aver osservato per la prima volta la presenza del peptide in quei neuroni, quelli colinergici, che sono i primi ad esser attaccati dall’Alzheimer, è un passo avanti nella conoscenza del ruolo di queste cellule nel progredire della malattia», ha spiegato Carlo Ferrarese, direttore della clinica neurologica del San Gerardo di Monza e direttore del Centro di Neuroscienze di Milano (NeuroMi) dell’Università Milano Bicocca, non coinvolto nello studio. «Vale la pena ricordare che le terapie già approvate per il rallentamento della malattia e del decadimento cognitivo intendono aumentare sintesi e rilascio dell’acetilcolina, neurotrasmettitore prodotto proprio dai neuroni colinergici, o bloccarne la degenerazione».

 

Nel frattempo, i ricercatori sono al lavoro per identificare dei marcatori precoci della malattia che oggi viene diagnosticata attraverso la somministrazione di test neuropsicologici per la valutazione dei disturbi cognitivi. La fase preclinica precede di 10-20 anni l’esordio della malattia e riuscire ad individuare l’inizio del percorso patologico che porterà all’Alzheimer permetterebbe di intervenire per ritardarne la comparsa. Si stima che posticipare l'insorgenza della demenza di soli 5 anni porterebbe ad una diminuzione del 50% nella prevalenza della demenza.
Con 36 milioni di pazienti nel mondo, destinati a triplicare entro il 2050, e 500mila in Italia, l’Alzheimer costituisce per un esercito di ricercatori una sfida dal tremendo fardello socioeconomico. La prevenzione gioca dunque un ruolo fondamentale. E l'edizione di quest'anno della Brain Awareness Week (La Settimana del Cervello), che si svolgerà dal 16 al 22 marzo 2015 in tutto il mondo, nel nostro paese sarà organizzata dalla SIN Società Italiana di Neurologia, di cui il professor Ferrarese è segretario, e sarà dedicata alla prevenzione delle demenze attraverso l'alimentazione, come recita il titolo: «Nutrire il cervello. Dieta e malattie neurologiche».

 

FONTE: http://www.lastampa.it/2015/03/02/scienza/benessere/alzheimer-pu-attaccare-anche-il-cervello-di-un-ventenne-j7FgirXzsvbtEoPyUdFlrI/pagina.html

 

Stavolta, evidentemente, ci siamo fatti influenzare. Anche e soprattutto da queste parti, dove l’elevata età media, l’alto tasso di anziani rende il vaccino anti-influenzale ancor più consigliato e importante che altrove. Parafrasando alla rovescia il più fortunato degli slogan del passato delle campagne pro-vaccino stagionale, vien proprio da dire questo. La puntura di Vespa (quella che il conduttore si è volutamente lasciato praticare davanti alle telecamere di Rai Uno a inizio dicembre) non ha fatto il miracolo. Un po’ ovunque infatti s’è registrata una contrazione del numero totale di persone che quest’anno hanno deciso di vaccinarsi, dopo che alle porte dell’inverno alcune morti sospette (che poi è stato accertato non essere dipendenti dal farmaco anti-influenzale) avevano ingenerato diffidenza, se non vera e propria psicosi, nei confronti del vaccino.

 

Trieste non ha fatto eccezione. Anzi. Più che di contrazione, qui si può parlare di crollo. «Quest’anno - spiega Fulvio Zorzut, direttore della struttura Igiene e sanità pubblica dell’Azienda sanitaria - la percentuale degli ultrasessantacinquenni che si sono vaccinati in provincia è scesa dal 49,1 al 42,8%. Nel contempo si sono ammalate generalmente più persone, alcune migliaia in più rispetto ai precedenti inverni. Ciò non vuol dire automaticamente che la causa sia stato proprio il calo delle vaccinazioni. Questa in effetti è l’epidemia più aggressiva degli ultimi anni. Si stima che ogni mille abitanti gli ammalati siano 11. Per trovare un tasso di contagi così elevato bisogna risalire alla cosiddetta “post-pandemica” del 2010, quando di malati se n’erano contati 15 ogni mille assistiti».

 

Le proiezioni statistiche, fa notare Zorzut, dicono che sarà proprio questa, più o meno dappertutto e dunque anche dalle nostre parti, la settimana col picco più alto di contagi. Poi il virus inizierà la sua lenta ritirata. A livello di aggressività siamo nella media, dietro Emilia Romagna, Trentino e Marche, che risultano essere quest’anno le regioni in cui si stanno registrando più casi. Ad ammalarsi di più, come sempre, sono i bambini al di sotto dei 4 anni mentre la fascia d’età meno interessata dal virus, anche perché è quella che malgrado tutto si vaccina di più, appartiene agli over 65.

 

«Non è il primo anno - rileva ancora Zorzut - che si registra un calo nelle vaccinazioni nella nostra provincia, così come nel resto del Friuli Venezia Giulia e in tutta Italia. A parte un’inversione di tendenza proprio l’anno scorso, i primi segni di cedimento nei cosiddetti tassi di copertura sono comparsi già nel 2009, in seguito all’allarmismo legato alla “suina”. Nella gente si era allora fatto strada un certo sconcerto di fronte a un allarme preventivo cui aveva fatto seguito però un virus che non si era rivelato tanto più aggressivo che in altre occasioni. Tre anni fa, quindi, un ulteriore calo è coinciso con una campagna influenzale in cui erano state ritirate dosi di vaccino a milioni, poi controllate, ritenute sicure e rimesse a disposizione delle aziende sanitarie». Un po’ com’è successo quest’anno: l’Aifa, l’Agenzia del farmaco, dopo le morti sospette si è ripresa le fiale, le ha ricontrollate e le ha rispedite ai presidi sanitari, pronte a essere somministrate agli assistiti. «L’evento - chiude Zorzut - ha dimostrato come la vigilanza dell’Aifa funzioni e sia efficace. Certo ha aumentato il grado d’incertezza nella gente, alimentata anche da alcune informazioni a mio avviso eccessivamente allarmistiche». E l’opinione pubblica, a quel punto, non è tornata indietro in massa. Neanche davanti alla puntura di Vespa in tv.

 

FONTE: http://ilpiccolo.gelocal.it/trieste/cronaca/2015/02/10/news/triesteinfluenza-giu-il-numero-degli-anziani-vaccinati-1.10833447

Gli anziani necessitano di una razione giornaliera doppia di proteine rispetto alla dose giornaliera raccomandata. A suggerirlo, in uno studio pubblicato sulla rivista American Journal of Physiology—Endocrinology and Metabolism, sono i ricercatori della University of Arkansas for Medical Sciences di Little Rock (Usa), secondo cui non conta come sia distribuito il consumo di proteine nell'arco della giornata, ciò che importa è aumentarne la quantità per poter conservare un'adeguata massa muscolare.

 

La ricerca è stata condotta su 20 persone di età compresa tra i 52 e i 75 anni, che sono state suddivise in quattro diversi gruppi. I soggetti capitati nel primo dovevano assumere, per quattro giorni, la dose giornaliera raccomandata di proteine, pari a 0,8 grammi al giorno, distribuita nei tre diversi pasti in egual modo (33% a colazione, pranzo e cena). I partecipanti assegnati al secondo gruppo dovevano assumere la stessa concentrazione di proteine, ma in quantità differenti durante l'arco della giornata (15% a colazione, 20% a pranzo e 65% a cena). I volontari del terzo e del quarto gruppo, infine, dovevano consumare una razione doppia di proteine, pari a circa 1,5 g al giorno, distribuita equamente o in quantità differenti nei diversi pasti. Al termine dell'esperimento, gli studiosi hanno osservato che la suddivisione delle proteine attraverso i pasti non aveva avuto effetti significativi. Al contrario, l'introito totale assunto aveva fatto la differenza: la dose maggiore aveva aumentato il bilancio proteico e la sintesi proteica muscolare.

 

“Anche se il tipo di distribuzione delle proteine, spiegano gli autori, non ha avuto un impatto significativo, abbiamo osservato che il maggiore apporto proteico ha influenzato il bilancio e la sintesi proteica muscolare di tutto l'organismo. L'intero bilancio proteico risultava maggiore con un consumo di proteine superiore alla dose giornaliera raccomandata".

 

FONTE: http://www.salute24.ilsole24ore.com/articles/17430-anziani-quando-l-eta-avanza-la-necessita-di-proteine-raddoppia

«Una persona in casa di riposo costa in media 3.500 euro al mese, ripartiti tra la Provincia e l’assistito o la famiglia, se rimane a casa propria - nella peggiore delle ipotesi - all’ente pubblico ne costa al massimo 1.800 (la cifra corrisponde all’importo più alto dell’assegno di cura, ndr)». Luca Critelli, direttore della ripartizione politiche sociali della Provincia, spiega con le cifre, perché si cercherà di favorire al massimo il desiderio degli anziani di rimanere il più a lungo possibile a casa propria. «Lo chiedono loro - ricorda il dirigente - lo consigliano i medici per evitare un rapido peggioramento delle condizioni psico-fisiche, ma è anche una questione di sostenibilità economica, visto che la Provincia già oggi paga 195 milioni (di cui 30 messi a disposizione dalla Regione) all’anno in assegni di cura. A beneficiarne sono complessivamente 14.800 persone». Di questi 4.200 vivono in casa di riposo, gli altri, ovvero oltre 10 mila, a casa propria.

 

Ma la Provincia come pensa di affrontare la crescita esponenziale, prevista per i prossimi anni, delle persone anziane?

 

«Una volta le stime consideravano gli ultra sessantacinquenni, ma oggi sono troppi e fortunatamente sono persone che stanno bene, quindi oggi si parte dagli ultra settantacinquenni che in provincia sono 46.500, ciò significa che su una popolazione di 516 mila abitanti rappresentano circa il 9%. Una cifra destinata sicuramente ad aumentare, non bisogna però commettere l’errore di pensare che alla crescita delle persone anziane corrisponda automaticamente una un aumento del bisogno di assistenza. Fortunatamente per noi e per le casse pubbliche assieme all’età aumenta anche la qualità di vita».

 

Da quando è stato introdotto l’assegno di cura qual è stato l’aumento?

 

«Nel 2007-2008 i richiedenti erano 13.500, oggi 14.800. L’aumento c’è stato, ma non abbiamo avuto, come si temeva, un’esplosione delle domande. E comunque questa cifra non comprende solo anziani: calcoliamo che 3-4 mila di questi siano in realtà non autosufficienti adulti o addirittura giovani».

Per quanto riguarda le strategie per il prossimo futuro i piani della Provincia riguarderanno tre livelli: case di riposo, forme di residenza assistita e assistenza domiciliare.

«In Alto Adige - spiega Critelli - abbiamo circa 4.200 posti nelle case di riposo e prevediamo un aumento annuo complessivo di 50 letti, non di più. Le liste d’attesa sono ormai ridotte al minimo».

 

A Bolzano comunque c’è un progetto di realizzare una novantina di posti, di cui 30 all’interno di alloggi protetti, nel programma di radicale ristrutturazione del Grieserhof, un’altra ottantina si dovrebbero costruire sulla via Castel Firmiano, dove la famiglia Waldner, proprietaria in via Col di Lana di Villa Melitta, vuole costruire un centro di riabilitazione d’avanguardia.

Ma la casa di riposo sarà sempre più l’ultima spiaggia, ovvero il luogo dove si approda quando proprio non ci sono alternative. «Si farà di tutto per favorire la permanenza a casa degli anziani anche se in futuro, con famiglie sempre più piccole, spesso disgregate e con le donne che lavorano, bisognerà affidarsi alle badanti. Di buono c’è che sul territorio ci si sta organizzando: ci sono già 6-7 associazioni che ne curano la formazione, fanno i contratti, tengono i rapporti con le famiglie degli assistiti. La crisi poi sta facendo sì che il lavoro di badante cominci ad interessare anche agli altoatesini».

 

FONTE: http://altoadige.gelocal.it/bolzano/cronaca/2015/02/02/news/il-futuro-degli-anziani-e-a-casa-costa-meno-e-si-vive-meglio-1.10789196

Colf e badanti a lezione di sicurezza domestica. Perché sono loro la categoria più a rischio e vulnerabile degli ultimi anni, ed è proprio ai lavoratori di questo settore che è dedicata l’agenda “Casa sicura”. Tradotta in cinque lingue- romeno, inglese, polacco, spagnolo e russo- è disponibile presso le sedi dell’Api-colf( viale Gambaro 11 aperto il martedì, giovedì e venerdì dalle 15,30 fino alle 18,30) e la Federcolf.


Secondo fonti Inps nel 2013 le colf denunciate in tutta la Liguria erano 31.551 di cui quasi duemila solo a Genova. L’attenzione delle associazioni si rivolgono verso tutte le attività che si svolgono all’interno delle abitazioni e che coinvolgono maggiormente la popolazione femminile: gli infortuni a badanti e colf sono al terzo posto nella classifica degli infortuni ad immigranti donne + 6,5 % del totale dopo circa il 20% degli addetti a servizi di pulizia  e a circa il 7% delle infermiere. Gli infortuni hanno colpito le donne per circa il 34% degli infortuni totali denunciati


E proprio per prevenire gli infortuni che nasce nel 2012 l’agenda “Casa sicura” , tra una collaborazione tra l’Inail (istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro) e la Fondazione Labos ( laboratorio per le politiche sociali) con l’obbiettivo di promuovere la cultura della prevenzione e della sicurezza tra colf e badanti- la maggior parte di origine straniera- residenti in Italia ma anche per sensibilizzare le famiglie dove lavorano cercando così di ridurre i rischi di infortuni domestici. Infatti, questa “nuova” categoria lavorativa, seppur tutelata per eventuali infortuni non sono destinatari della normativa di riferimento in materia di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro.


Nel prezioso taccuino sono elencati suggerimenti per come lavorare sicuri in casa. Tra le maggiori cause di infortuni domestici al primo posto si trova la caduta dall’alto, quando  per esempio non si presta attenzione a come si posiziona la scala per lavare i vetri o cambiare le tende; al secondo posto i rischi chimici che comprendono tutti i prodotti che si usano per pulire casa, l’esperto raccomanda sempre di leggere l’etichetta dove vengono riportati i vari simboli di pericolo(nell’agenda c’è una sezione apposta) mentre al terzo posto si trova la caduta a causa del pavimento bagnato o della cera appena stesa. Dati che sono emersi grazie al dialogo e all’ascolto diretto delle associazioni. In “ Casa sicura” inoltre, si potrà trovare una sezione dedicata anche al riciclaggio e smaltimento dei rifiuti, all’aggiornamento del rischio chimico, alla sfera comunicativa e relazione tra i collaboratori domestici e le famiglie e alla gestione dello stress.

 

FONTE: http://genova.repubblica.it/cronaca/2015/01/28/news/colf-106011677/

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  • Stimolo alla partecipazione, ove possibile, alle attività domestica (piccole pulizie, preparazione pasti, ecc.)
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  • Affiancamento e vigilanza durante uscite esterne

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