Durante la terza età la solitudine danneggia la salute ancora più delle ristrettezze economiche o dell'obesità. A portare l'attenzione sull'argomento è lo psicologo John Cacioppo, che durante il congresso annuale dell'American Asociation for the Advancement of Science ha presentato i risultati delle ricerche condotte con i suoi colleghi all'Università di Chicago, spiegando che il senso di isolamento aumenta del 14% il rischio di morire prematuramente, un impatto circa doppio rispetto a quello dell'obesità e non molto diverso da quello delle difficoltà finanziare, che aumentano tale rischio del 19%.

 

Cacioppo e colleghi hanno analizzato il fenomeno concentrandosi sull'effetto di relazioni interpersonali soddisfacenti sullo sviluppo della resilienza, ossia della capacità di superare le difficoltà e di uscirne in qualche modo fortificati. Dalle analisi condotte è apparso chiaro il legame tra la solitudine e l'aumento di problemi del sonno, della pressione sanguigna, dei livelli del cortisolo – l'ormone dello stress - al risveglio e dei sintomi della depressione. Non solo, i ricercatori hanno scoperto che la solitudine altera l'espressione dei geni nelle cellule del sistema immunitario e compromette il benessere generale degli anziani.

 

Il problema è accentuato in presenza di alcuni disturbi tipicamente associati all'invecchiamento, come la perdita della vista o dell'udito. L'effetto, invece, non dipende dal fatto di vivere o meno da soli. Infatti quando gli anziani che vivono soli mantengono relazioni sociali e si godono la compagnia di familiari e amici il senso di solitudine può venire facilmente meno. Per questo è fondamentale continuare a mantenere vive le relazioni interpersonali anche durante la terza età: rimanere in contatto con i propri ex colleghi anche dopo il pensionamento, continuare a partecipare alle tradizioni di famiglia e condividere parte del proprio tempo con familiari ed amici sono buone strategie per evitare quel senso di solitudine che potrebbe rivelarsi fatale.

 

FONTE: http://www.salute24.ilsole24ore.com/articles/16412-terza-eta-la-solitudine-danneggia-gravemente-la-salute?refresh_ce

L'infarto del miocardio è causato da un restringimento improvviso o dall'occlusione completa dei vasi coronarici che portano sangue ossigenato e ricco di nutrienti alle cellule cardiache. L'interruzione improvvisa del flusso sanguigno porta in pochi minuti alla sofferenza cellulare e seguentemente alla morte del tessuto vascolarizzato da tali arterie. La zona infartuata può avere dimensioni variabili e a seconda della sua estensione la funzionalità cardiaca residua sarà migliore o peggiore.

Il riconoscimento tempestivo della sintomatologia e il trattamento precoce riducono i danni a carico del miocardio e la mortalità.

 

Cause e fattori di rischio

 

La causa più frequente di occlusione è la trombosi, solo raramente essa è dovuta ad uno spasmo delle coronarie.

La trombosi è una conseguenza naturale dell'aterosclerosi (formazione di placche ateromatose sulla superficie interna dei vasi), processo di lunga durata favorito da comportamenti ed abitudini di vita scorrette, che si sommano a familiarità e a patologie più o meno note.

 

Elenchiamo a questo punto i principali fattori di rischio:

 

- Fumo di sigaretta

- Dislipidemie (ipercolesterolemia, ipertrigliceridemia)

- Ipertensione arteriosa

- Diabete Mellito

- Sovrappeso ed obesità

- Sindrome metabolica

- Stile di vita sedentario

- Sesso maschile

- Età (uomo > 50 anni, donna > 60)

 

Cosa fare di fronte al sospetto di infarto?

 

La persona che crede di trovarsi di fronte ad un soggetto colpito da infarto deve chiamare immediatamente il 118 e, tenendosi in contatto con questo, eseguire le manovre necessarie nell'attesa dell'arrivo dei soccorsi. Nell'eventualità che all'infarto segua l'arresto cardiocircolatorio è infatti indispensabile iniziare subito il massaggio cardiaco.

Il fattore tempo in questa situazione diventa infatti l'elemento più importante e la probabilità di successo della defibrillazione diminuisce rapidamente al passare di ogni minuto.

Nel caso in cui la sintomatologia sia più lieve il fattore tempo è comunque importante. La persona deve arrivare velocemente al pronto soccorso dove il medico, diagnosticato l'infarto, procederà alla disostruzione della coronaria occlusa.

In sostanza, più precocemente si interviene più alte sono le percentuali di successo, in quanto la quantità di tessuto cardiaco salvato è proporzionale alla precocità della riperfusione.

 

FONTE: http://www.my-personaltrainer.it/cardiopatia-ischemica/infarto-riconoscerlo.html

Google e Biogen Idec hanno unito le forze per la ricerca di fattori ambientali e genetici che possono causare la sclerosi multipla.

Secondo Andrew Conrad, a capo del team di Google X al lavoro sul progetto, la partnership tra le due società è finalizzata a capire come intervenire il prima possibile sul paziente, evitandogli l’obbligo di ricorrere a cure costose e spesso debilitanti quando la patologia ha già causato danni al sistema nervoso centrale in modo irreversibile. «La nostra idea è quella di cambiare la cura della salute da reattiva a proattiva. Stiamo cercando di comprendere la malattia nei suoi primi stadi, così da capire come intervenire il prima possibile.» ha detto Conrad.

Rick Rudick, vice presidente di Biogen, ha dichiarato che il progetto permetterà ai ricercatori di "raccogliere e vagliare i dati di pazienti con sclerosi multipla utilizzando sensori, software, oltre a strumenti di analisi dei dati, al fine di comprendere i diversi meccanismi di avanzamento della malattia con diversi pazienti ".
Alcuni pazienti con SM possono vivere stili di vita attivi anni dopo la diagnosi, mentre altri possono finire in case di cura, ha detto Rudick.

L'obiettivo è quello di spiegare il motivo per cui la sclerosi multipla progredisce in modo diverso da paziente a paziente, ha affermato Rick Rudick, vice presidente di Biogen delle scienze di sviluppo. «Siamo abituati a seguire i pazienti fin dalle prime fasi in cui si manifesta la malattia. Due donne potrebbero presentarsi con una neurite ottica che impedisce loro di vedere da un occhio e noteremmo alcuni punti dalla risonanza magnetica. Però, dopo dieci anni, una potrebbe diventare una campionessa di tennis e l’altra essere ricoverata in un centro specializzato. Non abbiamo mai capito il motivo di questa diversità.»

Le aziende sono alla ricerca di modi per raccogliere i dati dei pazienti "round-the-clock", cioè per tutto il giorno e la  notte, attraverso diverse innovazioni tecnologiche, come le bande da indossare o  le app sul cellulare e il tablet.

Biogen è uno dei principali produttori al mondo di farmaci per la SM, e nel suo listino ha farmaci di ampio utilizzo come interferone beta 1a e natalizumab. Nel 2013 il governo degli Stati Uniti ha approvato dimetilfumarato, farmaco orale per la SM, di prossimo arrivo anche in Italia.

Le cause della SM sono ancora  sconosciute, tuttavia, le teorie più comuni sono che la MS si verifica in pazienti geneticamente suscettibili e può essere attivata da alcuni fattori ambientali.
In tutto il mondo ci sono circa 2,5 milioni di casi di SM, 400.000 negli Stati Uniti, con circa 10.000 nuovi casi diagnosticati ogni anno. Tuttavia, la malattia è stata diagnosticata in tutto il mondo, con il più alto numero di casi in Nord America, Europa e Australia.

Questa non è la prima incursione di Google nel settore sanitario. L'azienda ha creato Google Genomics, un sistema che permette a ospedali, centri di ricerca e università di memorizzare e condividere dati genomici. Inoltre, Google ha collaborato con la Duke University per lavorare su un progetto per misurare e riclassificare le malattie in due contee del Nord Carolina.

 

FONTE: http://www.pharmastar.it/index.html?cat=6&id=17272

Sono molto interessanti i risultati della ricerca “L’eccellenza sostenibile nel nuovo welfare. Modelli di risposta top standard ai bisogni delle persone non autosufficienti”, realizzata dal Censis in collaborazione con la fondazione Generali.

E’ stato anche rilevato che 120.000 anziani non autosufficienti hanno dovuto rinunciare alla badante per motivi economici.

I risultati dalla ricerca sono stati analizzati in un articolo pubblicato su redattoresociale.it, nel quale si è fatto riferimento ad un comunicato emesso dall’agenzia Dire.

 

Secondo l’articolo citato i risultati principali della ricerca sono i seguenti: “Il 65% dei giovani non teme l’invecchiamento: perché lo considera un fatto naturale (53%) o perché pensa che invecchiando si migliora (12%). A far paura è la perdita di autonomia. Pensando alla propria vecchiaia, il 43% degli italiani giovani e adulti teme l’insorgere di malattie, il 41% la non autosufficienza. E il 54% degli anziani fa coincidere la soglia di accesso alla vecchiaia proprio con la perdita dell’autosufficienza, il 29% con la morte del coniuge e il 24% con il pensionamento”.

 

Il modello di assistenza agli anziani non autosufficienti prevalente è contraddistinto dall’essere ancora nella propria casa, accuditi dai familiari o da una badante. Le badanti sono più di 700.000 (di cui 361.500 regolarmente registrate presso l’Inps con almeno un contributo versato nell’anno) e costano 9 miliardi di euro all’anno alle famiglie.

 

Finora il modello ha funzionato, per il futuro però potrebbe non essere più un servizio “low cost”.
Del resto sono 120.000 le persone non autosufficienti che hanno dovuto rinunciare alla badante per motivi economici.
Infatti per molti l’impegno economico diventa insostenibile: 333.000 famiglie hanno utilizzato tutti i risparmi per pagare l’assistenza a un anziano non autosufficiente, 190.000 famiglie hanno dovuto vendere l’abitazione (spesso la nuda proprietà) per trovare le risorse necessarie, 152.000 famiglie si sono indebitate per pagare l’assistenza. E sono oltre 909.000 le reti familiari che si “autotassano” per pagare l’assistenza del familiare non autosufficiente.

E anche quando si ricorre alla badante, l’85% degli italiani sottolinea che è comunque necessario un massiccio impegno dei familiari per coprire giorni di riposo, festivi, ferie.


Per quanto riguarda le residenze per anziani (case di riposo e simili), non piacciono agli italiani.
Sono ospiti di strutture residenziali 200.000 anziani non autosufficienti, mentre 2,5 milioni vivono in famiglia, in casa propria o di parenti.

Le residenze per anziani non piacciono perché sono solo parcheggi per vecchi che provocano malinconia.

Ma 4,7 milioni di anziani sarebbero favorevoli ad andare in residenze se la loro qualità migliorasse.

Comunque al di là della scelta di assistere gli anziani nella propria casa o nelle cosiddette case di risposo, io credo che vi sia la necessità di lasciare meno sole le famiglie nel rapporto con gli anziani. Dovrebbe essere sviluppata notevolmente l’assistenza domiciliare e dovrebbero essere maggiori anche i contributi economici per l’assistenza agli anziani.

Sono consapevole che sarebbero necessarie risorse finanziarie consistenti e crescenti, in considerazione del costante aumento dell’invecchiamento della popolazione. Ma occorre trovare il modo per reperire tali risorse perché effettivamente il peso economico per gli anziani e per le loro famiglie è davvero notevole, ed anche quando si uscirà dalla crisi, sarà difficilmente sostenibile in molti casi.

 

FONTE: http://www.agoravox.it/120-000-anziani-costretti-a.html

Uno scheletro super tecnologico, indossato dall’anziano, riequilibra la postura logorata dalle malattie senili tramite impulsi nervosi. Stimoli cerebrali che dal sistema periferico raggiungono quello nervoso centrale per essere rielaborati ai fini della ricostruzione dell’immagine motoria a livello di cervelletto. Non è fantamedicina bensì uno degli ultimi ritrovati, presentato ieri all’Aquila, durante un meeting formativo all’ospedale San Salvatore, promosso da Marco Pozone, direttore di Geriatria e da Giorgio Spacca, responsabile della riabilitazione ospedaliera, da titolo: «La multimorbilità nel paziente anziano, una sfida per una società che invecchia».

 

«L’esoscheletro», si legge in un comunicato, «è stato indossato, per una dimostrazione pratica, da alcuni anziani nel corso del convegno formativo . A illustrarne nel dettaglio le proprietà è stato il suo inventore, Maurizio Ripani, docente di anatomia dell’università di Foro Italico di Roma. La speciale tuta è stata testata da un gruppo di lavoro italiano e riconosciuta dal Ministero della Salute e, nei prossimi giorni, sarà in commercio in Italia. Si potrà acquistare privatamente o tramite convenzioni con le Asl che decideranno di avvalersene. Lo speciale scheletro viene impiegato su una serie applicazioni che spaziano dall’attività agonistica alle problematiche posturali dell’anziano ma anche in malattie neurologiche come la Sla e fenomeni del Parkinson.

 

I primi risultati sono incoraggianti, secondo Ripani, ma «occorre andare avanti nella ricerca». Secondo uno studio del Dipartimento scienze dell’invecchiamento della Sapienza di Roma i pazienti con età media 65 anni, che hanno indossato la tuta per 30-40 minuti al giorno nell’arco di un mese, hanno raddoppiato la capacità motoria. «Il merito d’aver portato all’attenzione dell’Abruzzo questa novità», prosegue la nota, «riguardante il riallineamento della postura, spetta agli organizzatori Pozone e Spacca. Col convegno didattico l’Asl ha voluto ribadire l’impegno con cui segue le continue evoluzioni tecnologiche legate al mondo degli anziani».

 

FONTE: http://ilcentro.gelocal.it/laquila/cronaca/2015/02/15/news/uno-scheletro-supertecnologico-per-curare-gli-anziani-1.10870454

L’ictus cerebrale si ha quando il flusso di sangue non arriva in modo corretto al cervello e le cellule di quest’ultimo subiscono un danno dovuto alla mancanza di ossigeno. Quando il flusso si riduce o s’interrompe le cellule nervose perdono in parte o completamente le loro funzioni con conseguenze importanti come infermità che richiedono assistenza sia da parte della famiglia che di strutture specializzate.

L’ictus può essere di due tipi:

- ischemico, quando si restringe o si chiude improvvisamente un’arteria che porta il sangue al cervello con conseguente sofferenza o morte di cellule cerebrali;
- emorragico, quando si rompe un’arteria cerebrale a causa dell’aumento della pressione sanguigna arteriosa o per una malformazione di una parete dell’arteria stessa.

I sintomi

I sintomi dell’ictus si presentano all’improvviso e sono dovuti alla perdita temporanea o definitiva di alcune funzioni cerebrali, che dipendono dalla parte del cervello danneggiata dall’interruzione del flusso di sangue.

In particolare, è necessario rivolgersi immediatamente al pronto soccorso medico quando si riscontrano uno o più di questi segnali che riguardano o la parte sinistra o quella destra del corpo:

- perdita di sensibilità di una parte del corpo o del volto;
- difficoltà a muovere o paralisi di un lato del corpo o del volto;
- perdita della vista o visione sdoppiata;
- difficoltà a parlare o articolare il linguaggio;
- vertigini, vomito o perdita dei sensi, mal di testa acuto.

La prevenzione

Prevenire l’ictus è molto importante. Questa patologia rappresenta infatti la terza causa di mortalità in Italia. E allora è essenziale:

- non fumare;
- controllare la pressione arteriosa, soprattutto quando si soffre di ipertensione;
- tenere sotto controllo il livello del colesterolo e quello della glicemia, con una dieta sana ed equilibrata e con un giusto esercizio fisico.

 

FONTE: http://www.intrage.it/SaluteEPrevenzione/ictus_cerebrale

Nonostante sia uno fra i tumori più metastatici, il mieloma multiplo è portato a diffondersi all’interno del corpo del paziente solo da un sottoinsieme di cellule neoplastiche. La scoperta è dei ricercatori del Dana-Farber Cancer Institute, che hanno presentato lo studio al meeting annuale della American Society of Hematology (ASH),


Lo studio – come riporta la rivista Science Daily – suggerisce che attaccare quei sottoinsiemi con farmaci mirati possa diminuire la capacità della malattia di diffondersi in tutto il midollo osseo dei pazienti colpiti. La scoperta è stata fatta con lo sviluppo di un modello murino della malattia: ciò ha permesso ai ricercatori di monitorare quale dei quindici gruppi genetici – o sottocloni – di cellule del mieloma si fosse diffuso oltre il loro sito iniziale, nelle zampe posteriori degli animali. Con l’etichettatura dei diversi sottogruppi con l’uso di coloranti fluorescenti, i ricercatori hanno determinato che solo uno dei subcloni era responsabile per la metastasi della malattia.

 

Le anomalie genetiche nel tessuto del mieloma iniziale sono state poi confrontate con quelle nei tumori metastatici, scoprendo che 238 geni erano significativamente meno attivi in quest’ultimo gruppo, compreso un gene “firma” del mieloma metastatico.

 

“Di tutti i geni che sono stati diversamente espressi nei due gruppi, ne abbiamo trovato undici che hanno svolto un ruolo funzionale nella metastasi e che quindi possono essere il fattore scatenante della malattia”, ha detto Irene Ghobrial, del Dana-Farber Cancer Institute, autore senior dello studio. “Se studi futuri confermeranno quel ruolo – ha aggiunto – i geni potrebbero diventare bersagli per terapie che blocchino le metastasi del mieloma”.

 

FONTE: http://www.osservatoriomalattierare.it/mieloma-multiplo/7510-2015-02-02-14-48-44

Stavolta, evidentemente, ci siamo fatti influenzare. Anche e soprattutto da queste parti, dove l’elevata età media, l’alto tasso di anziani rende il vaccino anti-influenzale ancor più consigliato e importante che altrove. Parafrasando alla rovescia il più fortunato degli slogan del passato delle campagne pro-vaccino stagionale, vien proprio da dire questo. La puntura di Vespa (quella che il conduttore si è volutamente lasciato praticare davanti alle telecamere di Rai Uno a inizio dicembre) non ha fatto il miracolo. Un po’ ovunque infatti s’è registrata una contrazione del numero totale di persone che quest’anno hanno deciso di vaccinarsi, dopo che alle porte dell’inverno alcune morti sospette (che poi è stato accertato non essere dipendenti dal farmaco anti-influenzale) avevano ingenerato diffidenza, se non vera e propria psicosi, nei confronti del vaccino.

 

Trieste non ha fatto eccezione. Anzi. Più che di contrazione, qui si può parlare di crollo. «Quest’anno - spiega Fulvio Zorzut, direttore della struttura Igiene e sanità pubblica dell’Azienda sanitaria - la percentuale degli ultrasessantacinquenni che si sono vaccinati in provincia è scesa dal 49,1 al 42,8%. Nel contempo si sono ammalate generalmente più persone, alcune migliaia in più rispetto ai precedenti inverni. Ciò non vuol dire automaticamente che la causa sia stato proprio il calo delle vaccinazioni. Questa in effetti è l’epidemia più aggressiva degli ultimi anni. Si stima che ogni mille abitanti gli ammalati siano 11. Per trovare un tasso di contagi così elevato bisogna risalire alla cosiddetta “post-pandemica” del 2010, quando di malati se n’erano contati 15 ogni mille assistiti».

 

Le proiezioni statistiche, fa notare Zorzut, dicono che sarà proprio questa, più o meno dappertutto e dunque anche dalle nostre parti, la settimana col picco più alto di contagi. Poi il virus inizierà la sua lenta ritirata. A livello di aggressività siamo nella media, dietro Emilia Romagna, Trentino e Marche, che risultano essere quest’anno le regioni in cui si stanno registrando più casi. Ad ammalarsi di più, come sempre, sono i bambini al di sotto dei 4 anni mentre la fascia d’età meno interessata dal virus, anche perché è quella che malgrado tutto si vaccina di più, appartiene agli over 65.

 

«Non è il primo anno - rileva ancora Zorzut - che si registra un calo nelle vaccinazioni nella nostra provincia, così come nel resto del Friuli Venezia Giulia e in tutta Italia. A parte un’inversione di tendenza proprio l’anno scorso, i primi segni di cedimento nei cosiddetti tassi di copertura sono comparsi già nel 2009, in seguito all’allarmismo legato alla “suina”. Nella gente si era allora fatto strada un certo sconcerto di fronte a un allarme preventivo cui aveva fatto seguito però un virus che non si era rivelato tanto più aggressivo che in altre occasioni. Tre anni fa, quindi, un ulteriore calo è coinciso con una campagna influenzale in cui erano state ritirate dosi di vaccino a milioni, poi controllate, ritenute sicure e rimesse a disposizione delle aziende sanitarie». Un po’ com’è successo quest’anno: l’Aifa, l’Agenzia del farmaco, dopo le morti sospette si è ripresa le fiale, le ha ricontrollate e le ha rispedite ai presidi sanitari, pronte a essere somministrate agli assistiti. «L’evento - chiude Zorzut - ha dimostrato come la vigilanza dell’Aifa funzioni e sia efficace. Certo ha aumentato il grado d’incertezza nella gente, alimentata anche da alcune informazioni a mio avviso eccessivamente allarmistiche». E l’opinione pubblica, a quel punto, non è tornata indietro in massa. Neanche davanti alla puntura di Vespa in tv.

 

FONTE: http://ilpiccolo.gelocal.it/trieste/cronaca/2015/02/10/news/triesteinfluenza-giu-il-numero-degli-anziani-vaccinati-1.10833447

La depressione è una malattia caratterizzata da una alterazione del tono dell’umore che si manifesta con malinconia, tristezza, voglia di piangere senza motivi precisi, tendenza ad isolarsi dal resto del mondo, perdita di interesse per le cose abituali come leggere i giornali, guardare la televisione, frequentare gli amici, uscire di casa; colpisce il 15 per cento della popolazione anziana.

 

Importanza della dieta

 

È possibile prevenire la depressione cercando di evitare o risolvere eventuali fattori di rischio, ma anche seguendo una dieta sana ed equilibrata che aumenta il benessere generale dell’organismo. Recenti studi hanno svelato che, nel piatto, non devono mancare cibi ricchi di sali minerali, in particolare ferro e selenio, presenti nelle verdure verdi a foglia larga e nella golosa cioccolata. Abbondante deve essere anche l’apporto di vitamina C, di cui sono ricche le arance. Dal Giappone i ricercatori fanno sapere che un consumo di 4 tazze di tè verde al giorno migliora l'umore e allevia i sintomi della depressione in tarda età.

Sintomi e caratteristiche

 

La depressione senile è causata solitamente da malattie dovute all’invecchiamento fisico e mentale, oppure a situazioni sociali ed economiche disagiate.

I principali fattori sono:

 

  • isolamento sociale;
  • invalidità e dipendenza dall'aiuto di altre persone;
  • diminuzione delle risorse economiche;
  • perdita del proprio status sociale;
  • perdita del lavoro;
  • ripetute esperienze di lutto o di perdita;
  • cattivo adattamento alle malattie;
  • cattivi meccanismi di difesa dall'angoscia della morte.

I sintomi che caratterizzano uno stato depressivo nelle persone in età avanzata sono gli stessi che si manifestano nelle persone più giovani: senso di debolezza al minimo sforzo, mal di testa, palpitazioni, dolori, vertigini, dispnea, difficoltà respiratorie. Tuttavia, identificare la depressione senile non è sempre facile, perché i primi sintomi depressivi negli anziani vengono spesso collegati a problemi fisici e mentali dovuti all’età. Gli anziani depressi inoltre, diversamente dalle persone affette da demenza, che mostrano evidenti e frequenti disturbi del comportamento, difficilmente si fanno notare e la loro condizione di disagio raramente viene rilevata e trattata adeguatamente.

 

Prevenzione e Cura

 

Quando l’alterazione del tono dell’umore si presenta più volte in un anno e in episodidi lunga durata allora, diventa indispensabile rivolgersi a chi può fornire un aiuto a risolvere questo problema: il primo riferimento è il medico curante che può valutare i sintomi in base alla lunga conoscenza della persona e ai problemi clinici; inoltre, il rapporto di fiducia tra medico e paziente, facilita il colloquio, strumento indispensabile per la diagnosi.
 
Per curare la depressione senile, prima di ricorrere all’uso dei farmaci, è importante analizzare l’ambiente in cui la persona vive, i fattori psicologici, sociali e ambientali che lo circondano. Spesso la vecchiaia viene vissuta come una malattia, con rassegnazione e senza stimoli verso il mondo circostante, ci si chiude in sé stessi, si vive di ricordi e ci si ammala di depressione. Per evitare che si inneschi un quadro depressivo, è importante che ci sia qualcuno accanto alla persona anziana, in grado di circondarla di affetto e di considerazione.

 

FONTE: http://www.intrage.it/SaluteEPrevenzione/depressione_senile

«Una persona in casa di riposo costa in media 3.500 euro al mese, ripartiti tra la Provincia e l’assistito o la famiglia, se rimane a casa propria - nella peggiore delle ipotesi - all’ente pubblico ne costa al massimo 1.800 (la cifra corrisponde all’importo più alto dell’assegno di cura, ndr)». Luca Critelli, direttore della ripartizione politiche sociali della Provincia, spiega con le cifre, perché si cercherà di favorire al massimo il desiderio degli anziani di rimanere il più a lungo possibile a casa propria. «Lo chiedono loro - ricorda il dirigente - lo consigliano i medici per evitare un rapido peggioramento delle condizioni psico-fisiche, ma è anche una questione di sostenibilità economica, visto che la Provincia già oggi paga 195 milioni (di cui 30 messi a disposizione dalla Regione) all’anno in assegni di cura. A beneficiarne sono complessivamente 14.800 persone». Di questi 4.200 vivono in casa di riposo, gli altri, ovvero oltre 10 mila, a casa propria.

 

Ma la Provincia come pensa di affrontare la crescita esponenziale, prevista per i prossimi anni, delle persone anziane?

 

«Una volta le stime consideravano gli ultra sessantacinquenni, ma oggi sono troppi e fortunatamente sono persone che stanno bene, quindi oggi si parte dagli ultra settantacinquenni che in provincia sono 46.500, ciò significa che su una popolazione di 516 mila abitanti rappresentano circa il 9%. Una cifra destinata sicuramente ad aumentare, non bisogna però commettere l’errore di pensare che alla crescita delle persone anziane corrisponda automaticamente una un aumento del bisogno di assistenza. Fortunatamente per noi e per le casse pubbliche assieme all’età aumenta anche la qualità di vita».

 

Da quando è stato introdotto l’assegno di cura qual è stato l’aumento?

 

«Nel 2007-2008 i richiedenti erano 13.500, oggi 14.800. L’aumento c’è stato, ma non abbiamo avuto, come si temeva, un’esplosione delle domande. E comunque questa cifra non comprende solo anziani: calcoliamo che 3-4 mila di questi siano in realtà non autosufficienti adulti o addirittura giovani».

Per quanto riguarda le strategie per il prossimo futuro i piani della Provincia riguarderanno tre livelli: case di riposo, forme di residenza assistita e assistenza domiciliare.

«In Alto Adige - spiega Critelli - abbiamo circa 4.200 posti nelle case di riposo e prevediamo un aumento annuo complessivo di 50 letti, non di più. Le liste d’attesa sono ormai ridotte al minimo».

 

A Bolzano comunque c’è un progetto di realizzare una novantina di posti, di cui 30 all’interno di alloggi protetti, nel programma di radicale ristrutturazione del Grieserhof, un’altra ottantina si dovrebbero costruire sulla via Castel Firmiano, dove la famiglia Waldner, proprietaria in via Col di Lana di Villa Melitta, vuole costruire un centro di riabilitazione d’avanguardia.

Ma la casa di riposo sarà sempre più l’ultima spiaggia, ovvero il luogo dove si approda quando proprio non ci sono alternative. «Si farà di tutto per favorire la permanenza a casa degli anziani anche se in futuro, con famiglie sempre più piccole, spesso disgregate e con le donne che lavorano, bisognerà affidarsi alle badanti. Di buono c’è che sul territorio ci si sta organizzando: ci sono già 6-7 associazioni che ne curano la formazione, fanno i contratti, tengono i rapporti con le famiglie degli assistiti. La crisi poi sta facendo sì che il lavoro di badante cominci ad interessare anche agli altoatesini».

 

FONTE: http://altoadige.gelocal.it/bolzano/cronaca/2015/02/02/news/il-futuro-degli-anziani-e-a-casa-costa-meno-e-si-vive-meglio-1.10789196

Cerco badante

Richiedi un preventivo

E' gratis

Senza impegno ti invieremo un preventivo su misura per le tue esigenze.

Compila i dati

Contatti