Finalmente una buona notizia per l’Italia, un primato che invita all’ottimismo. Secondo i dati pubblicati da Eurostat in occasione della giornata internazionale delle persone anziane in programma il primo ottobre, l'Italia sarebbe il paese europeo con il maggior numero di anziani: infatti secondo i dati del rapporto, il 21,4% della popolazione italiana ha più di 65 anni, ben al di sopra della media Ue che è del 18,5%. Un primato che si conferma anche per l’età più avanzata.

 

L’Italia è infatti in testa anche per ciò che riguarda gli ultraottantenni con un discreto 6,8% rispetto al 5,1% dell’Europa. Un primato che tuttavia non sarebbe però destinato a durare. Il rapporto infatti guarda anche oltre, addirittura al 2080, quando si presume che gli anziani sopra i 65 anni saranno il 30% della popolazione europea. L’Italia però sarà nel frattempo superata da Slovacchia, Portogallo e Germania. Sempre per quella data avrà superato gli ottant’anni il 12% della popolazione. Per ciò che riguarda le prospettive di vita al raggiungimento dei 65 anni, attualmente sono di 21 anni per le donne e 17 per gli uomini in Europa: In Italia però la media è più alta; 22 per le donne e 18 per gli uomini. Tuttavia maggiore è la durata della vita e maggiore è l’esigenza di offrire prospettive di vita migliore agli anziani. Anche di questo si è occupato il rapporto Eurostat. In Europa il 25,9 % delle persone al di sotto dei 65 anni è a rischio povertà, soglia che si abbassa al 18,2% per quelli che l’età l’hanno già superata. Purtroppo anche in questo l’Italia ha il suo primato. Il rischio povertà è del 29,9% per chi ha meno di 65 anni e del 22,6% per gli altri, anche se la possibilità di superare la soglia di povertà è maggiore in paesi come Bulgaria, Estonia, Croazia, Lettonia, Lituania, Slovenia e Finlandia.

 

Primato negativo invece per l’accesso ad internet da parte degli anziani. In Italia infatti gli internauti al di sopra dei 65 anni sono il 20% della popolazione contro il 40% dell’Europa ma in compenso l’Italia è sopra per numero di anziani che utilizzano i social network, il 24% contro il 23% degli europei. Insomma riassumendo il tutto, l’Italia è il paese più vecchio, dove gli anziani vivono di più ma rischiano di diventare più poveri, dove sono meno alfabetizzati dal punto di vista tecnologico ma dove amano chattare di più. Insomma un rapporto a tinte grigie, bianche e nere, con una prevalenza di nero, ma tutto sommato senza troppo pessimismo.

 

FONTE: http://www.intelligonews.it/articoli/29-settembre-2015/31086/anziani-sempre-pi-social-ma-con-meno-soldi-in-tasca

 

Dalla farmacologia alla neuromodulazione, dagli innovativi device per la neuroriabilitazione alle strategie fisioterapiche della danza e del ritmo musicale. Le novita' diagnostico-terapeutiche e di gestione del paziente affetto da Parkinson sono al centro del Primo Congresso Nazionale 'Accademia Limpe-Dismov per lo Studio della Malattia di Parkinson e dei Disordini del Movimento', che si e' aperto a Torino. "La malattia di Parkinson e i Disturbi del Movimento sono in costante aumento - afferma Alfredo Berardelli,presidente dell'Accademia Limpe-Dismov e professore ordinario di Neurologia presso l'Universita' La Sapienza di Roma - soprattutto a causa dell'invecchiamento della popolazione. A oggi, non e' disponibile una cura definitiva per queste patologie, ma la ricerca scientifica in campo neurologico sta facendo registrare enormi progressi grazie ai quali e' possibile restituire ai pazienti quell'autonomia sociale che garantisce loro una buona qualita' di vita". 

 

Sono quasi 20mila le persone colpite da parkinsonismi atipici, disordini del movimento solo in parte simili alla malattia di Parkinson, patologia che in Italia affligge oltre 240mila persone, non solo anziani. Un paziente su quattro, infatti, ha meno di 50 anni e uno su 10 meno di 40; nei giovani la malattia ha decorso piu' veloce e aggressivita' maggiore. Tra i piu' comuni disordini del movimento c'e' il tremore essenziale, molto piu' frequente del Parkinson, con cui e' confuso nel 30-50% dei casi, caratterizzato unicamente dalla presenza di tremore con caratteristiche diverse dal tremore della Malattia di Parkinson. Su questo versante ci son, inoltre, le distonie, movimenti involontari che possono colpire parti diverse del corpo e che determinano un elevato grado di invalidita'. Tra le principali novita' al centro del convegno, il nuovo principio attivo, appena commercializzato in Europa, che sembra poter risolvere il problema delle complicanze motorie dovute all'uso prolungato e a dosi sempre maggiori del farmaco di riferimento, la levodopa.

 

La novita' terapeutica di questo nuovo principio attivo, Safinamide, consiste nell'agire contemporaneamente sul circuito dopaminergico classico (recettoridella dopamina) e, per la prima volta, sul circuito glutammatergico (recettoridel glutammato). Questo doppia azione permette di controllare sintomi e complicanze motorie a breve termine, mantenendo peraltro i benefici a lungo termine. E ancora, la stimolazione continua in gel: fondamentale nella Malattia di Parkinson e', infatti, il mantenimento di un costante livello di farmaco, dapprima praticato attraverso l'infusione intraduodenale. Recentemente e' stato invece impiegato il meno invasivo LCIG (levodopa carbidopa intestinal gel), un gel intestinale efficace sia sulle funzioni motorie sia sul sonno di pazienti in fase avanzata di malattia.

 

FONTE: http://www.agi.it/research-e-sviluppo/notizie/sanita_torino_novita_diagnostico_terapeutiche_parkinson-201509281531-eco-rt10131#

 

Per lungo tempo gli esperti hanno nutrito diversi dubbi sulla sua origine, ma oggi sembra essere stato definitivamente chiarito che anche la disfagia può essere una conseguenza dei processi di invecchiamento. Insieme alla vista, all'udito e alle altre funzioni che possono essere compromesse dallo scorrere degli anni, anche la capacità di deglutire può infatti ridursi un po' alla volta senza nascondere necessariamente un altro problema di salute. A confermarlo è un gruppo di ricercatori guidato dall'esperta di otorinolaringoiatria Teresa Lever, che ha studiato il fenomeno in una ricerca ora pubblicata sulla rivista Dysphagia.

 

“Per anni siamo riusciti solo a trattare i sintomi senza essere in grado di arrivare alle cause alle radici della disfagia”, spiega Lever. Analizzando la comparsa dei sintomi in topi sani la ricercatrice e i suoi colleghi hanno però scoperto che con lo scorrere dei mesi gli animali sviluppano molti dei sintomi di disfagia manifestati da persone sane durante l'invecchiamento. I problemi di deglutizione non sono perciò necessariamente associati a patologie come il Parkinson o la sclerosi laterale amiotrofica, ma possono comparire come naturale conseguenza del passare degli anni. In altre parole l'invecchiamento è una delle cause dei rallentamenti, dei ritardi nella deglutizione e delle difficoltà a coordinare i movimenti necessari per eglutire con cui ha a che fare chi soffre di disfagia.

 

Il problema non deve essere sottovalutato. Le persone più anziane, ma anche quelle che convivono con patologie neurodegenerative o con tumori alla testa e al collo, possono infatti rischiare la malnutrizione o patologie come la polmonite da aspirazione, dovuta all'ingresso di cibo o anche solo saliva nelle vie respiratorie facilitato dai problemi di disfagia. Questa nuova scoperta potrebbe portare all'individuazione di nuove strategie per evitare che tutto ciò accada. “Ci offre le basi – sottolinea Lever – per studiare modi per prevenire, ritardare o potenzialmente invertire i disturbi della deglutizione utilizzando nuove terapie”.

 

FONTE: http://www.salute24.ilsole24ore.com/articles/17642-disfagia-fra-le-cause-anche-l-invecchiamento?refresh_ce

 

Il Diabete è una malattia cronica che, a causa di una carenza di insulina nell’organismo, comporta un’elevata concentrazione di glucosio nel sangue. La patologia può essere di due tipi:

 

- il Diabete di tipo 1 (o “diabete giovanile”): è una malattia autoimmune, e le cause sono relative alla genetica, all’ambiente e al sistema immunitario; un insieme di fattori che, con il passare del tempo, porta alla distruzione delle cellule beta pancreatiche. Vi è una carenza assoluta di insulina.

 

- Diabete di tipo 2 (o “diabete dell’adulto”): è una malattia metabolica caratterizzata da glicemia alta, ma l’insulino-deficienza è “relativa”, cosa che la distingue dal diabete di tipo 1.

 

Il Diabete di tipo 1 è il più grave ed invalidante, essendo obbligato il soggetto ad un continuo monitoraggio e ad una somministrazione giornaliera di iniezioni di insulina. L’incapacità dell’organismo di controllare il livello degli zuccheri nel sangue pone le persone che ne soffrono a rischi notevoli e a possibili morti premature, a seguito di attacchi cardiaci, gravi problemi circolatori, danni ai nervi ecc…

Gli studiosi, negli anni, hanno cercato di trovare una soluzione per rendere migliore la qualità della vita dei malati di diabete, e finalmente sembra che l’abbiano trovata.

 

Dei recenti studi clinici hanno ideato un nuovo sistema capace di misurare costantemente i livelli di glucosio nel flusso sanguigno e, contemporaneamente, avvisa di introdurvi insulina quando necessario.

Un analizzatore automatico di glucosio; non è un’idea nuova, poiché versioni “invasive” del prodotto sono già state introdotte ma la novità sta nella tecnologia wireless di questo nuovo dispositivo: un piccolo e semplicissimo recettore elettronico di glucosio che viene impiantato sotto pelle, monitora il sangue del paziente e i risultati sono visionabili sul proprio PC o Smartphone.

 

Un’idea decisamente geniale e soprattutto “comoda” per coloro che sono costretti, tutti i giorni, a impiegare moltissimo tempo della loro giornata ad analizzare il loro sangue con i metodi tradizionali.

Il dispositivo è stato rinominato “Pancreas Artificiale” poiché ha un’efficienza di 24h su 24, con un’incidenza di errori praticamente pari allo zero. Un vero e proprio organo “senza fili”.

 

Le sperimentazioni finora effettuate, tutte su pazienti adulti dai 6 ai 16 anni, hanno dato esito positivo e si spera che un successo scientifico come questo possa portare, al più presto, una commercializzazione di questo prodotto.

 

FONTE: http://www.laltrapagina.it/mag/ideato-un-pancreas-artificiale-per-la-lotta-contro-il-diabete/

 

 

 

 

 

E’ stato pubblicato sul sito della rivista scientifica Neurological Disorders un articolo intitolato “A Current Understanding of Alzheimer’s Disease and the Prospects of Phytopharmacological Intervention as a Management Strategy” (Una comprensione corrente della malattia di Alzheimer e delle prospettive di intervento con fitofarmaci come strategia di gestione). Secondo il prof. Kelvin Kisaka Juma dell’Università di Nairobi (Kenya), la malattia di Alzheimer è un disturbo mentale che rappresenta il 60-70% delle demenze.

 

Le sue cause specifiche fino ad oggi non sono state determinate. Resta inteso che come per le altre malattie neurodegenerative peggiora progressivamente nel tempo. E’ caratterizzata dalla perdita di memoria a breve termine, dal disorientamento del linguaggio, da disturbi dell’umore, dalla mancanza di motivazioni e della cura di sé, e da cambiamenti comportamentali. Le strategie di gestione dellla MA sono limitate e non sono efficaci. I meccanismi terapeutici comuni hanno come bersaglio l’inibizione della acetilcolinesterasi e N-metil D aspartato (NMDA). La valutazione post mortem e tecniche di risonanza magnetica hanno dimostrato somiglianze tra la sclerosi multipla e la malaattia di Alzheimer nella patogenesi della malattia attraverso la neurodegenerazione e l’infiammazione.

 

Allo stesso modo, uilizzando la tecnica ecocolordoppler e la risonanza magnetica insieme ad altre tecniche, i risultati hanno dimostrato una forte associazione tra lo sviluppo dell’insufficienza venosa cronica cerebrospinale (CCSVI) e la sclerosi multipla (SM) derivante dal danno vascolare delle vene giugulari che portano a cambiamenti nell’emodinamica nel cervello.

 

A causa della somiglianza nel meccanismo della patogenesi che promuove la neurodegenerazione; è possibile che la malattia di Alzheimer sia anche associata con insufficienza venosa cronica cerebrospinale. Poco si sa sulla gestione alternativa della malattia di Alzheimer utilizzando estratti di erbe di piante. Con l’utilizzo di questi nuovi risultati nella SM e la sua relazione con la MA, è possibile che possano servire come un nuovo bersaglio terapeutico per la gestione della SM e quindi della MA. Questo studio è quindi una recensione dell’attuale comprensione della malattia di Alzheimer, della diagnosi, delle strategie di gestione e delle prospettive di studi su fitofarmaci a offrendo soluzione alternativa per la gestione della malattia di Alzheimer.

 

FONTE: http://mediterranews.org/2015/09/similitudini-tra-sclerosi-multipla-malattia-di-alzheimer-e-ccsvi/

Il Parkinson è una malattia presente in tutto il mondo e colpisce in media verso i 60 anni circa il 2% della popolazione e la percentuale sale al 3-5% quando l’età è superiore agli 85. In Italia i malati di Parkinson sono circa 300.000, per lo più maschi (1,5 volte in più). Le cause sono ancora poco note e per saperne qualcosa di più ne abbiamo parlato, nel corso del 15° Congresso Mondiale di Neurochirurgia, con Andrea Landi, Responsabile neurochirurgia funzionale della Società Italiana di Neurochirurgia

 

Professore, ci sono nuove prospettive per la terapia del Parkinson?
“Le prospettive immediate più interessanti riguardano la neuromodulazione: tecniche chirurgiche invasive (DBS e MCS) e la FUSS. La DBS (Deep Brain Stimulation), già da diversi anni considerata come terapia di scelta nelle forme di PD scompensato, mediante la stimolazione di Nuclei talamici, del Subtalamo e del Globo Pallido è in grado di controllare i maggiori sintomi della malattia. Recentemente la DBS viene indicata anche in pazienti con storia di malattia non superiore ai sette anni (cosiddetta “early stim-therapy”): questo nuovo atteggiamento terapeutico è stato ampiamente accolto in Europa e successivamente, e con qualche limite, anche in Italia. Nuove tecnologie applicate alla DBS, come nuovi parametri di stimolazione (interleaving, bursts), nuove configurazioni di elettrodi (multipolari, direzionali) e nuove “filosofie” di stimolazione (la adaptive DBS che sfrutta feedbacks neuronali per adattare la stimolazione alle diverse fasi di attività dell’encefalo), sicuramente contribuiranno a migliorare il rendimento, già elevato, di questa terapia. La Stimolazione Corticale Motoria (MCS – Motor Cortex Stimulation), un’esperienza nella quale i gruppi italiani sono da sempre pionieri, viene oggi rivalutata nel trattamento dei disturbi assiali, come i disturbi della marcia o quelli di postura. La FUSS (Focused Ultrasound Steretoactic Surgery), di recente introduzione, è una metodica non invasiva che utilizza ultrasuoni altamente focalizzati per generare lesioni tissutali controllate. È attualmente indicata per il solo trattamento del tremore, ma una volta verificatane l’efficacia, potrà essere utilizzata nel trattamento di tutti i sintomi della malattia”.

 

I farmaci ora in uso per la terapia della malattia di Parkinson quanto sono in grado di migliorarne i sintomi?
“Nelle fasi iniziali di malattia, i farmaci sono in grado di controllare perfettamente tutti i principali sintomi. Recentemente si è rivalutata la possibilità di introdurre precocemente la terapia sostitutiva con LDopa, in quanto sembra meno importante la sua responsabilità nella genesi di complicanze tardive come le discinesie. Nelle fasi più avanzate di malattia la terapia farmacologica perde efficacia, sia per la comparsa di effetti collaterali sia per la comparsa di sintomi non controllabili con la terapia medica stessa come il freezing della marcia, i disturbi di equilibrio e i disturbi disautonomici”.

 

Quanto l’età è un importante fattore di rischio per la malattia di Parkinson?
“Le fasce di insorgenza del PD primario sono diverse. La maggiore incidenza è in 5/6 decade ma negli ultimi anni si assiste all’incremento delle forme cosiddette giovanili cioè a insorgenza sotto i 40 anni”.

 

Professore, è vero che la depressione potrebbe essere uno dei primi sintomi della malattia di Parkinson?
“Vi sono evidenze epidemiologiche suggestive che almeno nel 60% dei casi (ma forse più spesso) un episodio depressivo importante preceda di mesi l’insorgenza dei sintomi motori”.

 

Quali sono gli altri segnali che potrebbero diagnosticare la malattia del Parkinson?
“Un disturbo frequentemente riportato, ma che in genere viene valorizzato dopo l’insorgenza dei disturbi motori, è l’iposmia o l’anosmia. Altri segni prodromici possono essere: disturbi del ciclo sonno-veglia e comparsa di incubi molto vivaci; oltre alla già citata depressione, alterazioni psichiche, come moderata compulsività e modifiche del comportamento; alterazioni della scrittura (micrografia): disturbi sensitivi vari, in genere dolori mal definibili e talora migranti (5% dei casi); stipsi. Si tratta comunque di sintomi aspecifici e quasi mai considerati come un campanello d’allarme, fino a che non subentrano i segni più tipici della malattia”.

 

FONTE: http://www.insalutenews.it/in-salute/parkinson-nel-40-dei-casi-un-episodio-depressivo-puo-anticiparne-i-sintomi/

 

l test del Dna può predire malattie come il cancro e la demenza. Basta una goccia di sangue per capire già a 40 anni se si sarà uno di quegli anziani che dimostrano 20 anni di meno o se al contrario l’età biologica avanza molto più velocemente di quella anagrafica, con il suo carico di malattie. Lo hanno scoperto i ricercatori del King’s college di Londra, del Karolinsaka di Stoccolma e della Duke University, con uno studio che pur non indicando come rallentare un eventuale invecchiamento precoce può dare delle indicazioni utili su come prevenirne gli effetti. A riportarlo è l’Ansa.

 

Per capire quali siano i geni ‘sentinella’ dell’invecchiamento i ricercatori sono partiti dall’analisi dei marker nel sangue dell’attività di 54mila geni in una popolazione di persone sane tra 25 e 65 anni, scartando le porzioni di Dna legate alla longevità estrema o all’associazione ad alcune malattie, e concentrandosi invece sugli indicatori genericamente legati a una buona salute.

 

Dal confronto fra i soggetti sono stati poi isolati i 150 geni più predittivi, scoprendo ad esempio che i soggetti con un basso ‘punteggio’ nella loro attività avevano un maggior declino cognitivo, una relazione che potrebbe essere usata per sviluppare un test per il rischio di demenze molto più preciso di quelli attuali. Il pool trovato è stato poi testato in un gruppo di persone intorno ai 70 anni in Svezia, di cui è stato possibile predire esattamente il rischio di malattia e di morte nei cinque anni successivi.

 

Il ‘punteggio’, spiegano gli autori, non è legato al rischio di malattie riconducibili più allo stile di vita, come quelle cardiovascolari o il diabete, segno che la velocità di invecchiamento è un parametro indipendente dagli stili di vita, mentre entrambi presi insieme determinano la salute globale della persona. “Data la complessità del processo di invecchiamento finora non è mai stata trovata una via affidabile per misurare quanto bene una persona sta invecchiando rispetto a un coetaneo – spiega Jamie Timmons, uno degli autori -. Spesso si usano per gli anziani parametri fisici come la forza o l’eventuale presenza di malattie allo stadio iniziale, ma con questo metodo possiamo vedere come procede l’invecchiamento prima che appaiano questi sintomi”.

 

L’analisi andrà in sperimentazione in alcuni centri trapianti per stabilire se una persona teoricamente troppo anziana per poter donare gli organi è in realtà ancora ammissibile, ma potrebbe essere usata per molti altri scopi. “Potrebbe modificare il modo di fare gli screening per i tumori – spiega Timmons – perché nelle persone che invecchiano più in fretta andrebbero fatti prima. E può essere uno strumento utilissimo per predire l’insorgere delle demenze”.

 

FONTE: http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/09/07/dna-ricercatori-test-puo-predire-malattie-come-cancro-e-demenza/2015867/

 

Le patologie ostruttive croniche delle vie respiratorie rappresentano un problema rilevante per la sanità pubblica. A confermarlo è il Rapporto Osmed 2014 sul consumo di farmaci in Italia, realizzato dall’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFa), secondo il quale la prevalenza di asma in Italia è passata dal 3,6% nel 2005 al 6,9% nel 2013. Nello stesso periodo di tempo i tassi di prevalenza di BPCO nel nostro paese sono passati dal 2.5% al 3%. Il dato Osmed riferisce di 1,3 milioni di pazienti che hanno ricevuto almeno una prescrizione di un farmaco per le malattie respiratorie costruttive. Di questi solo il 13,9% segue regolarmente la terapia: esattamente l’11,2% dei pazienti affetti da asma e il 27,9% di quelli affetti da BPCO. Cioè si stanno curando abbastanza bene 180.700 pazienti in tutta Italia, contro una cifra attesa, secondo l’epidemiologia, di circa 5.000.000 di pazienti. Secondo gli autori del documento la mancata aderenza alla terapia sarebbe da imputare a un uso scorretto dei farmaci prescritti o ai diversi regimi terapeutici previsti per il trattamento di queste patologie.

 

Il parere degli pneumologi. “I fattori che spiegano la mancata aderenza alla terapia sono molteplici – commenta Andrea Rossi, direttore dell’Unità di Pneumologia dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Integrata di Verona e Past President dell’Associazione Italiana Pneumologi Ospedalieri (AIPO) – Una prima causa è sicuramente riconducibile alla difficoltà del paziente di accettare l’idea di avere una malattia cronica. Alla scomparsa dei sintomi il paziente interrompe la terapia perché si sente bene. Non accetta la cronicità della sua condizione”. “Una seconda causa – spiega ancora Rossi – è da imputare all’età avanzata della maggior parte dei pazienti che trattiamo. Molti sono anziani e presentano comorbidità pertanto devono assumere molti farmaci e spesso sospendono le terapie perché ritengono che troppi medicinali possano fare male”.

 

“Una terza causa è legata ai costi – continua Andrea Rossi – Se in famiglia sono presenti più anziani affetti da più di una patologia i costi possono diventare problematici da sostenere. Per questa ragione è importante che la BPCO venga riconosciuta come malattia sociale in maniera tale da favorire l’accesso al trattamento farmacologico regolare, eliminando i ticket (per ricette e farmaci) a carico del paziente”. AIPO, in qualità di società scientifica, ribadisce il proprio impegno affinchè la BPCO venga riconosciuta come malattia sociale e l’accesso ai farmaci per il trattamento di questa patologia possa essere facilitato. L’Associazione richiama allo stesso impegno anche le altre società scientifiche e le associazioni di pazienti perché si possa lavorare insieme al fine di raggiungere questo importante risultato. “In qualità di medici il nostro obiettivo primario è quello di curare i pazienti – continua Andrea Rossi – non dimentichiamo però, in un’ottica di razionalizzazione e possibile contenimento della spesa pubblica, che una ridotta aderenza alla terapia con conseguente peggioramento della patologia si traduce in un incremento dei ricoveri e degli accessi al Pronto soccorso con aumentati costi legati all’assistenza ospedaliera” conclude Rossi.

 

FONTE: http://www.liberoquotidiano.it/news/salute/11825896/Troppi-pazienti-con-asma-e-BPCO.html

 

Sospendere la somministrazione dei farmaci antipertensivi non migliora la memoria o altri outcome cognitivi, psicologici o generali nei pazienti anziani che presentano un lieve declino cognitivo, secondo i risultati di uno studio randomizzato e controllato pubblicato su Jama Internal Medicine.

Lo studio della durata di 16 settimane è stato condotto perché alcuni dati precedenti avevano mostrato che avere livelli pressori elevati in età avanzata può proteggere dal declino cognitivo. Lo studio è il primo trial randomizzato a valutare l’effetto dell’interruzione dei farmaci antipertensivi sugli outcome di tipo cognitivo in pazienti con età superiore ai 75 anni.


Nello studio, rispetto ai pazienti che hanno continuato a prendere i farmaci nei 4 mesi di follow up, i soggetti che hanno interrotto il trattamento hanno presentato un aumento dei livelli pressori ma senza mostrare alcun beneficio per quanto riguarda alcuni outcome cognitivi, inclusa la memoria e la depressione.
Lo studio ha valutato 385 pazienti di età uguale o superiore ai 75 anni con deficit cognitivi lievi (Mini-Mental State Examination score, 21-27), in terapia con farmaci antipertensivi.

L’endpoint primario dello studio era il cambiamento dello status cognitivo generale, mentre gli endpoint secondari hanno incluso il punteggio Geriatric Depression Scale-15, Apathy Scale, Groningen Activity Restriction Scale (status funzionale) e Cantril Ladder (qualità della vita).

 

In totale, 176 partecipanti randomizzati a continuare il trattamento con antipertensivi e 180  che hanno interrotto il trattamento hanno completato lo studio.
Rispetto ai controlli, i soggetti che hanno interrotto i farmaci hanno mostrato un aumento dei livelli pressori: pressione sistolica (differenza 7,36, IC 95% 3,02-11,69 mmHg, P=0,001) e diastolica (differenza 2,63, IC 95% 0,34-4,93 mmHg, P=0,03).

Non è stata osservata alcuna differenza fra i gruppi per quanto riguarda l’outcome primario (0,01; 95% CI -0,14 – 0,16 vs -0,01; 95% CI -0,16 – 0,14; differenza 0,02; 95% CI -0,19 – 0,23: P=0,84) e gli outcome secondari dello studio.


Anche gli eventi avversi erano egualmente distribuiti tra entrambi i gruppi.

“I nostri dati non dimostrano alcun beneficio dall’interruzione del trattamento antipertensivo. Non possiamo escludere, però, che un aumento sostenuto della pressione sanguigna in un periodo prolungato possa prevenire danni strutturali nel lungo periodo come l’infarto lacunare o lesioni della materia bianca e prevenire anche il deterioramento cognitivo”, spiegano gli autori. “Inoltre, il nostro trial non ha valutato i benefici potenziali dell’interruzione della terapia antipertensiva nelle persone anziane in termini di ipotensione ortostatica, vertigini, cadute e flusso sanguigno cerebrale. Ulteriori studi sono quindi necessari per chiarire questi aspetti”.

 

FONTE: http://www.pharmastar.it/?cat=32&id=19236

 

La Federazione Alzheimer Italia, rappresentante per il nostro Paese di ADI - Alzheimer’s Disease International, presenta in Italia il Rapporto Mondiale Alzheimer 2015.
Intitolato “L’impatto Globale della Demenza: un’analisi di prevalenza, incidenza, costi e dati di tendenza”, il Rapporto rileva che ci sono nel mondo 46,8 milioni di persone affette da una forma di demenza (la malattia di Alzheimer rappresenta il 50-60% delle demenze). Questa cifra è destinata quasi a raddoppiare ogni 20 anni, fino a raggiungere 74,7 milioni di persone nel 2030 e 131,5 milioni nel 2050. Sono oltre 9,9 milioni i nuovi casi di demenza ogni anno, vale a dire un nuovo caso ogni 3,2 secondi.

 

Il Rapporto mostra che gli attuali costi economici e sociali della demenza ammontano a 818 miliardi di dollari e ci si aspetta che raggiungano 1000 miliardi di dollari in soli tre anni. I costi globali della demenza sono cresciuti del 35% rispetto ai 604 miliardi di dollari calcolati nel Rapporto Mondiale 2010. Questo significa che, se l’assistenza per la demenza fosse una nazione, sarebbe la diciottesima economia nel mondo e il suo valore economico supererebbe quello di aziende come Apple (742 miliardi) e Google (368 miliardi).


Il Rapporto aggiorna i dati di ADI sulla prevalenza, incidenza e costi della demenza a livello mondiale e mette in luce il crescente impatto che ha sui Paesi a basso e medio reddito; percentuale destinata ad aumentare al 68% nel 2050, soprattutto a causa della crescita e dell’invecchiamento della popolazione. Si stima inoltre che per il 2050 quasi la metà delle persone affette da demenza vivranno in Asia.

Le stime aggiornate si basano su una nuova ricerca condotta dal prof. Martin Prince del King’s College di Londra per il Global Observatory for Ageing and Dementia Care. Queste nuove scoperte tengono in considerazione sia il crescente numero di persone anziane (invecchiamento della popolazione), sia le nuove e più aggiornate evidenze sul numero dei malati con demenza e i costi ai quali vanno incontro.
Martin Prince afferma: “Ora possiamo dire di avere sottostimato la portata dell’epidemia odierna e futura di circa il 12-13% rispetto al Rapporto Mondiale 2009 e con un andamento dei costi che cresce più rapidamente del numero di persone malate”.


Alla luce di questi risultati, il Rapporto chiede che il lavoro globale di tutti gli stakeholders sia incentrato in particolare verso i Paesi a basso e medio reddito al fine di creare programmi che possano far crescere la consapevolezza e aumentino le possibilità di accesso a diagnosi tempestiva e assistenza. ADI chiede che la classe politica di tutto il mondo affronti questo problema con una visione e una partecipazione più ampia, in particolar modo delle nazioni che fanno parte del G20. Il Rapporto indica come priorità l’esigenza di maggiori fondi alla ricerca per la cura, assistenza e prevenzione della malattia.


Marc Wortmann, direttore esecutivo di ADI, commenta: “La crescita globale dei costi della demenza rappresenta una sfida per tutti i sistemi mondiali di welfare. Questi risultati dimostrano una necessità urgente di implementare strategie e legislazioni atte a permettere una migliore qualità di vita per le persone che convivono con la demenza, sia oggi sia in futuro”.


Glenn Rees, presidente di ADI, sottolinea le priorità della sua organizzazione: “Dobbiamo utilizzare queste nuove evidenze per spingere a livello internazionale un movimento che possa combattere lo stigma causato dalla demenza e che permetta la nascita e la crescita di Dementia friendly communities. Sono necessarie, inoltre, azioni mirate ad aumentare la possibilità di accesso a diagnosi tempestiva, supporto post-diagnostico e migliore accesso all’assistenza, soprattutto in Paesi a basso e medio reddito”.


Gabriella Salvini Porro, presidente della Federazione Alzheimer Italia, commenta: “Secondo il Rapporto ci sono attualmente in Italia 1.241.000 persone con demenza, che diventeranno 1.609.000 nel 2030 e 2.272.000 nel 2050. I nuovi casi nel 2015 sono 269.000 e i costi ammontano a 37.6 miliardi di euro. Alla luce di questi nuovi dati, chiediamo al nostro Governo di mettere in atto il Piano Nazionale Demenze assegnandogli i finanziamenti adeguati per supportare concretamente i malati e le loro famiglie.”

 

FONTE: http://www.osservatoriomalattierare.it/alzheimer/8860-rapporto-mondiale-alzheimer-nel-mondo-c-e-un-caso-di-demenza-ogni-3-secondi

 

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