Dal 2015, 51 persone si sono ammalate di meningite di vari ceppi, undici sono morte. Quello che sta succedendo in Toscana preoccupa e solleva tanti interrogativi. Sulla virulenza del germe, sui motivi della concentrazione di casi in un’area specifica, ma anche sull’eventualità di una diffusione e sui vaccini necessari per scongiurarla. Per chiarire i meccanismi e fare il punto sulla situazione abbiamo sentito Gianni Rezza, direttore del dipartimento Malattie infettive dell’Istituto superiore di sanità.

 

Cosa è la meningite. È un’infezione che interessa il sistema nervoso, in particolare le meningi che sono il rivestimento. Può essere determinata da virus o batteri: i più aggressivi sono i batteri. Tra questi, il meningococco C e B.

 

Come si riconosce. La malattia ha una progressione in molti casi rapidissima. Si manifesta in genere con un febbrone improvviso, un forte mal di testa, rigidità del collo e nuca. Oppure con macchioline sulla pelle. Il rischio è non riconoscere subito i sintomi che si possono confondere in alcuni casi con quelli dell’influenza. Le vaccinazioni, allora, diventano fondamentali per contrastarne la diffusione.

 

La diffusione in italia. Secondo dati dell’Istituto superiore di sanità, nel 2014 ci sono stati 163 casi di malattia invasiva da meningococco (0,27 casi per 100mila). Tra 2011 e 2014 l’andamento è stato stabile. Invece, dai dati del 2015, ancora provvisori, emerge un aumento di casi di meningococco di tipo C in giovani adulti (dei 23 che si sono verificati tra 18 e 34 anni, 18 sono stati in Toscana). C’è stato un lieve aumento anche in Lombardia. Il sierogruppo più frequente tra 2011 e 2014 è stato il tipo B, a seguire C e Y.

 

Caso Toscana: focolaio isolato? In Toscana si continuano a registrare casi tra gli adulti e gli anziani . C’è il rischio che il focolaio si allarghi?  «È difficile dirlo – dice Gianni Rezza –. Da un anno a oggi il fenomeno è locale, ristretto tra Firenze Prato Empoli e Pistoia. Ci si poteva aspettare un allargamento per contiguità o distanza, ma non è avvenuto. Si suppone che nella zona ci sia una circolazione più elevata di un ceppo particolare di meningococco C, il sottotipo St11, molto aggressivo. Se ne  registrano casi sporadici in Italia e in Europa, non si capisce come sia arrivato e perché si sia concentrato in un’area precisa della Toscana». La Regione ha cominciato da tempo a vaccinare i bambini di un anno e a richiamare gli adolescenti. A oggi nell’area interessata la vaccinazione è gratuita dagli undici anni in poi, in genere la quadrivalente per i giovani e la monovalente (C) per gli adulti. «Il registrarsi di casi tra gli adulti è strano perché quando si vaccinano gli adolescenti, oltre allaprotezione de i singoli si contribuisce a creare un'immunità di gregge», dice Rezza. Evidentemente la protezione dei più piccoli non è bastata a garantire quella di adulti e anziani.

 

I ceppi e i tre vaccini (A, B, quadrivalente). Quali sono i ceppi da cui oggi in Italia è più urgente difendersi? «Il tipo C che con la vaccinazione dei bambini si pensava sotto controllo di fatto è quello che sta causando il focolaio in Toscana - spiega Rezza-. Il B è quello più comune da quando esiste la vaccinazione contro il C. Esiste, dal primo gennaio 2014, un vaccino mirato a contrastarlo. Poi ci sono sierogruppi come A, Y, W.  Il primo circola in Africa o in Est Europa; il secondo sta un po’ aumentando in Italia e nell’Est Europa; il terzo ogni tanto compare in Europa. Contro questi tre e contro il C è stato messo a punto un vaccino quadrivalente.

 

Obbligatorietà. I vaccini contro la meningite sono raccomandati e non obbligatori. «L’obbligatorietà – spiega Rezza – dipende dall’epoca storica in cui sono stati introdotti».

 

I costi. Non tutti i vaccini contro la meningite sono gratuiti, almeno non in tutte le Regioni. È il caso di quello messo a punto contro il meningococco B. È caro, anche considerando che richiede più dosi. «È nuovo, è stato inserito nel Piano nazionale della prevenzione vaccinale 2016-2018, al momento non ancora approvato», spiega Rezza. Una volta inserito nel calendario nazionale dei vaccini, dovrebbe essere erogato gratuitamente dal Servizio sanitario nazionale. Al momento solo Basilicata, Puglia, Veneto, Toscana, Sicilia, Liguria, Friuli Venezia Giulia lo somministrano gratuitamente.

 

Gli adulti. «A un adulto vaccinarsi male non fa – dice Rezza –. Là dove c’è un focolaio come accade in Toscana, dove vengono colpiti soprattutto adulti ed anziani, sicuramente è consigliato».

 

Consigli. Ma da medico quali vaccini contro la meningite consiglia ai genitori? «Sicuramente il C, secondo il calendario nazionale nel primo anno di vita;

il il B laddove la Regione lo ha introdotto, sempre nel primo anno di vita, quando il rischio di contrarre la meningite è più alto. Il quadrivalente quando si fa un richiamo o in adolescenza, epoca in cui si viaggia».

 

FONTE: http://ilpiccolo.gelocal.it/italia-mondo/2016/02/18/news/meningite-cosa-bisogna-sapere-1.12980147?fsp=2.2519&refresh_ce

 

 

Diffuse ma ancora sottostimate e poco conosciute. È la realtà delle malattie reumatiche come l’artrite, l’artrosi, il lupus, la sclerosi sistemica, la gotta che in Italia colpiscono oltre 5 milioni di persone, in preferenza donne e in un caso su cinque in forma grave. Invalidanti, «costose» in termini assistenziali, sociali e di qualità di vita, queste patologie rappresentano in Europa la prima causa di dolore e di disabilità fra la popolazione over 65.

 

Progetti

 

Cinque i progetti di ricerca, sviluppati dalla Società Italiana di reumatologia (SIR), per aumentare l’attenzione alle malattie reumatiche i cui numeri, costi diretti e indiretti sono stimati in crescita nei prossimi anni a causa dell’allungamento della vita media e dell’incremento dell’obesità, uno fra i potenziali fattori di rischio e aggravanti della malattia . Obiettivi comuni de progetti: promuovere la ricerca clinica sulle malattie reumatiche; arrivare, dove possibile, ad una diagnosi precoce; testare l’efficacia delle terapie oggi in atto a breve e lungo termine; studiare nuovi farmaci. E una chiara prospettiva: monitorare l’impatto della malattia per migliorare la qualità di vita di chi ne soffre, ma anche istituire dei Registri Nazionali che consentano la gestione e la cura, uniforme e standardizzata, delle svariate malattie reumatiche su tutto il territorio. «Le malattie reumatiche – dichiara Ignazio Olivieri, presidente della SIR - nel 10% dei casi sono causa di invalidità lavorativa totale e permanente dopo due anni dall’insorgenza, nel 30% a cinque anni di distanza e, se non trattate, nel 50% dei casi dopo dieci anni». Percentuali importanti che attestano la necessità di arrivare a una diagnosi precoce e a cure più efficaci.

 

Artrite reumatoide

 

Cinque le malattie reumatiche, più diffuse o più gravi, su cui la SIR intende concentrare gli sforzi dedicando ad ognuna un progetto, il primo è stato battezzato Mitra (Methotrexate in Italian patients with Rheumatoid Arthritis). Obiettivo: l’artrite reumatoide e il trattamento con metotrexate, identificato come farmaco «ancora» dalle recenti Linee Guida dell’Eular (European League Against Rheumatism). Il farmaco, a seconda dei casi, può essere utilizzato da solo o in combinazione con altri medicinali tradizionali (DMARDs - Disease-modifying antirheumatic drugs) per modificare l’evoluzione della malattia, o con i farmaci biologici. Lo scopo dello studio, che arruola pazienti con diagnosi di artrite reumatoide iniziale, è valutare il tempo che intercorre tra l’esordio della malattia, l’inizio del trattamento con Methotrexate e la risposta alla terapia in termine di remissione o di raggiungimento dello stato di bassa attività di malattia nell’arco dei 12 mesi successivi.

 

Lupus eritematoso sistemico

 

Lire (Lupus Italian Registry) è l’acronimo che identifica il lavoro che riguarderà il Lupus.eritematoso sistemico Les) Primo obiettivo: l’istituzione di un registro multicentrico che raccolga le caratteristiche socio-demografiche, cliniche e sierologiche dei pazienti affetti da Lupus eritematoso sistemico trattati nei centri italiani. Non meno importante è l’analisi dell’efficacia e della sicurezza delle terapie attualmente in uso, specie di quelle più innovative (Micofenolato Mofetile, Rituximab, Belimumab) di cui non tutti gli effetti potrebbero essere ancora noti. Attack (Assessing of The diagnosis and TreAtment of Crystal-induced arthritis).

 

Gotta

 

Si rivolge a pazienti affetti dalle cosiddette artriti da microcristalli, quali la gotta e l’artrite da pirofosfato di calcio, due malattie con prevalenza maschile, ma in crescita anche tra le donne. Sebbene svariati studi epidemiologici abbiano identificato queste forme di artriti infiammatorie come quelle più diffuse fra la popolazione italiana, restano sotto-diagnosticate, sotto-trattate o mal trattate a discapito della qualità di vita dei pazienti e di una maggiore esposizione al rischio di eventi avversi ai farmaci. È dunque prioritario arrivare ad una loro migliore conoscenza diagnostica e terapeutica, per sviluppare approcci strategici e nuovi farmaci che consentano una migliore gestione e controllo dell’evoluzione di tali malattie.

 

Sclerosi sistemica

 

Spring sta per Systemic sclerosis Progression InvestiGation. La sclerosi sistemica è una malattia causata da diversi fattori, molti dei quali ancora poco noti. Alla complessità della diagnosi si associa anche la difficoltà di trattamento. Pertanto il progetto mira alla creazione di un registro che attraverso la raccolta dei dati (clinici, di laboratorio e strumentali) di pazienti afferenti ai centri ospedaliero-universitari e territoriali, consenta di studiare la distribuzione geografica della malattia, le sue componenti genetiche e/o ambientali e ogni altra informazione utile a fare chiarezza sulle esistenti criticità dalle fasi iniziali (pre-sclerodermiche) fino alla malattia conclamata.

 

Artrosi

 

Esort ovvero : Early symptomatic Osteoarthiris RegisTer. Sotto indagine l’artrosi, una malattia multifattoriale, strettamente associata al rischio di sovraccarico meccanico e obesità. Tra le malattie reumatiche è forse quella con maggiore espansione nelle diverse fasce di popolazione anche a causa dell’aumento dell’obesità e dell’età media. Il progetto nasce per studiare la storia naturale dell’osteoartrosi, dalle fasi precoci (pre-radiografiche) ai fattori di rischio di progressione, sino all’influenza del trattamento sulla malattia e agli esiti terapeutici a lungo termine. Inoltre il progetto intende promuovere, disegnare, coordinare uno studio internazionale sull’osteoartrosi precoce con lo scopo di ridurre morbilità e costi di questa patologia.

 

FONTE: http://www.corriere.it/salute/reumatologia/16_gennaio_26/artrite-artrosi-lupus-gotta-ricerca-terapie-64029f4a-c43b-11e5-8e0c-7baf441d5d56.shtml

 

Tra i tanti rapporti a tinte fosche che profetizzano un'imminente epidemia della malattia di Alzheimer e altre demenze, nuove ricerche offrono un promettente cambio di prospettiva. Recenti studi condotti in Nord America, nel Regno Unito e in Europa indicano che in alcuni paesi ricchi il rischio di demenza tra gli anziani è costantemente diminuito negli ultimi 25 anni.

 

Se fosse dovuta a fattori che intervengono nel corso della vita come la costituzione di una “riserva di cervello” e il mantenimento della salute cardiaca, come ipotizzano alcuni esperti, questa tendenza potrebbe confermare che mantenersi mentalmente impegnati e assumere farmaci per il controllo del colesterolo sono misure preventive efficaci.

 

A prima vista, il messaggio complessivo potrebbe confondere. La maggiore aspettativa di vita e il crollo della natalità stanno facendo aumentare la popolazione anziana globale. “Se ci sono più persone di 85 anni, è quasi certo che ci saranno più malattie legate all'età”, spiega Ken Langa, professore di medicina interna dell'Università del Michigan. Secondo il World Alzheimer Report 2015, in tutto il mondo l'anno scorso 46,8 milioni di persone hanno sofferto di demenza, e ci si aspetta che loro numero raddoppi nei prossimi 20 anni.

 

Guardando più da vicino, tuttavia, i nuovi studi epidemiologici rivelano un andamento che può lasciare spazio alla speranza. “Le analisi condotte nell'ultimo decennio in Stati Uniti, Canada, Regno Unito, Paesi Bassi, Svezia e Danimarca indicano che un soggetto di età compresa tra 75 e 85 anni ha un un minor rischio di avere l'Alzheimer oggi rispetto a 15 o 20 anni fa”, ha spiegato Langa, che ha discusso la ricerca sulla diminuzione dei tassi di demenza in un articolo apparso nel 2015 su “Alzheimer’s Research & Therapy”.

 

La prova più evidente emerge dal Cognitive Function and Aging Study (CFAS), guidato da Carol Brayne, docente di medicina dell'Università di Cambridge. Lo studio ha monitorato adulti britannici di età maggiore di 65 anni di tre città negli anni novanta e nuovamente nel 2010.

 

Durante quel periodo, i tassi di demenza nella popolazione più anziana sono diminuiti del 24 per cento in termini relativi, e dall'8,3 al 6,5 per cento in termini assoluti. In altre parole, se nello stesso periodo la frequenza delle demenze nei senior fosse rimasta la stessa, ci sarebbero state 214.000 persone con demenza in più oltre le 670.000 documentate.

 

Gli studi in Canada, così come nei Paesi Bassi, in Svezia e in altre parti d'Europa, indicano anche che il rischio di demenza è diminuito negli ultimi decenni. Langa e colleghi hanno riferito su “Alzheimer’s & Dementia” che negli Stati Uniti la percentuale di adulti oltre i 70 anni di età con deficit cognitivo è diminuita dal 12,2 all'8,7 per cento tra il 1993 e il 2002. I soggetti erano parte di uno studio longitudinale finanziato dal National Institute on Aging (NIA), che ha monitorato un campione rappresentativo di 20.000 adulti ogni due anni.

 

Eppure, altre ricerche non non confermano questa tendenza. Uno studio guidato da Denis Evans, direttore del Rush Institute for Healthy Aging di Chicago manda un messaggio più equilibrato. Evans e colleghi hanno stimato i nuovi casi di Alzheimer tra il 1997 e il 2008 e non hanno trovato alcun cambiamento nel tempo. Un altro studio ha stimato, sulla base dei dati del Census Bureau degli Stati Uniti, che il numero di persone con Alzheimer approssimativamente triplicherà entro il 2050 e la percentuale di anziani con demenza tenderà ad aumentare.

 

Tutto considerato, Langa concorda sul fatto che sia molto probabile che a causa della maggiore aspettativa di vita, il numero assoluto di persone con Alzheimer e altre forme di demenza salirà nei prossimi anni. Egli nota tuttavia che se il rischio di demenza di un adulto anziano continua a diminuire, come si è verificato in alcuni paesi sviluppati negli ultimi decenni, “l'incremento nel numero di casi può essere un po' meno sorprendente di quello che sarebbe stato se il rischio fosse rimasto lo stesso”.

 

I differenti risultati potrebbero derivare dalle differenti premesse: Evans assume che il numero di nuovi casi di demenza rimarranno gli stessi nei prossimi decenni, mentre Langa tiene in considerazione la possibilità che il rischio di demenza potrebbe diminuire a causa dei cambiamenti negli stili di vita e nelle misure di prevenzione nell'ultimo quarto di secolo.

 

Che cosa potrebbe causare il trend verso la diminuzione della frequenza di demenza? Anche se la questione non può trovare una risposta definitiva, altre analisi hanno collegato il fenomeno a un migliore controllo dei fattori di rischio cardiovascolare, come l'ipertensione e un elevato livello di colesterolo, alla costruzione di una “riserva cognitiva” conseguente a un più elevato livello di scolarità. Le persone con patologie croniche, tuttavia, contribuiscono a complicare il quadro. I soggetti con diabete di tipo 2, per esempio, sono a più elevato rischio di demenza. Alla luce dell'incremento dei livelli di diabete e di obesità, è possibile che queste condizioni possano compensare o addirittura sovra-compensare la tendenza al miglioramento, spiega Langa.

 

In questi studi epidemiologici, inoltre, il numero di casi riportati di demenza potrebbe essere influenzato artificiosamente da diversi fattori. Il primo è semplicemente la crescente consapevolezza della malattia di Alzheimer, che aumenta la probabilità che i medici pongano questa diagnosi rispetto ad alcuni decenni fa, anche a parità di deficit cognitivo. E potrebbe anche essere più probabile che gli stessi medici indichino l'Alzheimer come causa di decesso nei certificati di morte.

 

In secondo luogo, la ricerca nel campo del neuroimaging e la ricerca di base tese a identificare potenziali trattamenti sta spostando l'attenzione verso le fasi precoci dell'evoluzione della malattia, nella convinzione che intervenire precocemente sia la più grande chance per le persone che ancora non patiscono un deficit troppo grave. Per l'Alzheimer non esistono cure, anche se alcuni farmaci possono alleviarne i sintomi. “Dal punto di vista clinico, il concetto di sindrome da demenza è cambiata”, dice Brayne. “Utilizzando gli attuali criteri, le diagnosi avvengono a uno stadio molto più precoce”.

 

Anche se è plausibile un'influenza dell'aumentata consapevolezza della malattia e dei cambiamenti negli standard diagnostici, i maggiori problemi con la valutazione della demenza potrebbero essere di tipo metodologico, spiega John Haaga, vicedirettore del NIA per la ricerca comportamentale e sociale. Diversi laboratori utilizzano differenti misure, e a distanza di 15 anni lo stesso gruppo potrebbe utilizzare due misure diverse. “Quanta parte del cambiamento è reale e quanta parte è dovuta alle differenze di misurazione?”, si chiede Haaga.

 

Evans vede un problema più profondo negli studi epidemiologici sulle malattie croniche nei pazienti anziani. Anche se la malattia viene catalogata in modo binario, cioè come presente o non presente, le cause sottostanti sono spesso un processo continuo. “Quando si diagnostica la malattia di Alzheimer, si stabilisce un valore di soglia su una curva della funzione cognitiva, che ha una forma a campana”, spiega Evans. “Il altre parole, si sta separando la 'coda' della curva dei casi di Alzheimer da quella dei casi non-Alzheimer; ora, porre il valore di soglia nello stesso punto ogni volta è difficile: anche ricercatori ben addestrati possono fare cose diverse in momenti differenti”, spiega Evans. Inoltre, poiché il punto si trova in un punto della curva molto pendente, “anche una piccola differenza nel punto scelto può fare una grande differenza nel modo in cui si distinguono le due parti della curva”

 

Haaga ritiene che, complessivamente, i dati epidemiologici stiano migliorando. “Mentre nel passato spesso estrapolavamo dati da piccoli campioni, stiamo iniziando ora a parlare di trend in popolazioni nazionali”. In più, sono in corso progetti per armonizzare gli insiemi di dati, il che dovrebbe rendere più facile il confronto di risultati di differenti studi. Questo diventerà particolarmente importante via via che saranno disponibili dati di altre parti del mondo, come i paesi sviluppati, dove si prevedere che la crescita relativa dei casi di demenza supererà quella delle nazioni a elevato reddito.

 

Due terzi (66 per cento) delle persone con demenza vivono nei paesi a basso e medio reddito, dove sono stati condotti meno del 10 per cento degli studi di popolazione. Come suggerisce il nome, lo studio 10/66 sta analizzando i trend della demenza e dell'invecchiamento in queste regioni. In India, per esempio, le persone non vivono a lungo quanto i cittadini di molti paesi sviluppati, ma l'aspettativa di vita cresce costantemente, determinando un più brusco aumento del numero di casi di demenza tra gli anziani. "Per avere l'Alzheimer o altre demenze, devi vivere abbastanza a lungo", dice Langa.

 

Ma i cambiamenti nell'aspettativa di vita possono avere effetti differenti su diverse malattie. Eileen Crimmins, gerontologa della University of Southern California, studia in che modo l'aspettativa di vita influenza il carico delle malattie croniche, misurato dal momento in cui una persona ha bisogno di aiuto e di cure. Due fattori contribuiscono a questo fenomeno: le variazioni nella mortalità e le variazioni nell'età d'insorgenza della malattia.

 

"Ritardando la morte, è possibile ritrovarsi con più persone malate per un tempo più lungo", ha detto Crimmins a "Scientific American". "Questo è quanto è successo con le malattie cardiache". Attualmente negli Stati Uniti, sempre più persone sono affette da cardiopatie rispetto a decenni fa, anche se la mortalità per malattie cardiache sono diminuiti. i trend di mortalità e d'insorgenza delle malattie, tuttavia, hanno avuto un ruolo più favorevole per la demenza. Al giorno d'oggi, il numero delle persone con un deficit cognitivo e inferiore, e le persone non vivono più a lungo con deterioramento cognitivo, spiega Crimmins.

 

Crimmins, Brayne e Langa discuteranno le ricerche sul crollo del rischio di demenza in un incontro il 13 febbraio in occasione della riunione annuale dell'American Association for the Advancement of Science a Washington. “La tendenza è interessante", sottolinea Haaga, che modererà l'incontro. “Tuttavia, non voglio dare l'impressione che in qualche modo il problema ora sia risolto”. Anche se la demenza si riscontra in percentuali sempre più basse nella popolazione anziana, che è sempre più ampia, spiega Haaga, il morbo di Alzheimer "è già la malattia più costosa negli Stati Uniti, e i suoi costi continueranno a crescere".

 

In tutto il mondo, il costo della demenza nel 2015 è stato stimato in 818 miliardi di dollari. Entro il 2030, si prevede che diventerà una malattia da 2000 miliardi di dollari. Per quanto riguarda il rischio individuale, tuttavia, "le cose non stanno peggiorando", spiega Crimmins. "Anche se si tratta solo dell'inizio di una tendenza, la probabilità che ciascuno di noi vada incontro a demenza diventa sempre più piccola”.

 

FONTE: http://www.lescienze.it/news/2016/02/06/news/tendenza_diminuzione_demenza_mondo-2960821/

 

 

 

Chi l’ha detto che un trauma cranico non lascia conseguenze? Secondo uno studio pubblicato dalla prestigiosa rivista Neurology, ad opera dei ricercatori dell’Imperial College di Londra, i traumi subiti alla testa possono aumentare la probabilità di andare incontro a demenza senile e Alzheimer attraverso la formazione di placche amiloidi nel cervello. Un risultato, seppur preliminare e ottenuto su un numero molto piccolo di persone, potrebbe essere sfruttato in futuro nella prevenzione di queste malattie.

 

Ventisei milioni di malati nel mondo, 800 mila soltanto in Italia. Numeri che, secondo gli esperti, sono destinati a crescere sempre di più, complice l’innalzamento dell’aspettativa di vita media. E’ questa la radiografia del morbo di Alzheimer. Per gli scienziati il principale responsabile della patologia sarebbe una forma alterata della proteina beta amiloide. Questa, proprio perché aberrante, si accumulerebbe nel cervello sotto forma di placche causando la morte dei neuroni.

 

Ed proprio sulla formazione di queste placche amiloidi che si è concentrata l’attenzione dei ricercatori inglesi. Precedenti studi hanno dimostrato che in seguito ad un forte trauma cranico nel cervello è possibile rilevarne la presenza mediante risonanza magnetica. Altri studi epidemiologici hanno rilevato che le persone che hanno subito un trauma cranico sono maggiormente predisposte a sviluppare demenza senile. Partendo da questa evidenza gli autori dello studio hanno voluto verificare se a distanza di anni dal trauma il cervello mostra ancora i segni del colpo subito.

 

Dalle analisi, effettuate su un campione ristretto di persone sane, malate di Alzheimer e in buona salute ma con un passato di «trauma cranico» è emerso che anche a distanza di 10 anni è possibile riscontrare la presenza di quelle placche già rilevate immediatamente dopo l’incidente. Attenzione però a interpretare i risultati: il dato non indica che chi ha subito un trauma necessariamente va incontro a demenza senile. Il risultato, anche se dovrà essere confermato su un più ampio numero di casi, fornirà indicazioni utili ai ricercatori sulle persone a rischio e potrà essere utilizzato per cercare -quando saranno disponibili i farmaci- di rallentare il più possibile la formazione di queste placche in seguito ad un incidente.

 

FONTE: https://www.lastampa.it/2016/02/04/scienza/benessere/i-traumi-cranici-aumentano-il-rischio-di-alzheimer-s29FITly4u4wOAvz7YFEpO/pagina.html

 

Nell'attesa dell'avanzata di robot umanoidi-badanti, alla Scuola Superiore Sant'Anna si lavora a un robot capace di fornire assistenza domiciliare a persone affette da deterioramento cognitivo lieve, a Bologna all'interno del Centro Interdipartimentale per la Ricerca Industriale in Scienze della Vita e Tecnologie per la Salute, è attivo il laboratorio “Eng4Health&Wellbeing” che progetta dispositivi per migliorare l'attività motoria negli anziani. 

Lorenzo Chiari, professore di Ingegneria Biomedica e direttore del laboratorio, è anche tra i soci fondatori dello spin off mHealth Technologies. La startup, pluripremiata, ha messo a punto Gait Tutor, un fisioterapista virtuale, che rileva e monitora i movimenti attraverso dei sensori inerziali e, con una app, fornisce un tutoraggio costante alle persone con disabilità. Il tutor è solo il primo di tanti progetti a servizio della terza età in fase di realizzazione al C.I.R.I resi possibili dai contributi europei e dalla regione. Il prossimo passo, ci racconta il prof. Chiari, è l'elaborazione di un algoritmo che, partendo dall'analisi dei dati raccolti sul movimento, possa valutare e quindi prevenire il rischio di cadute e l'insorgenza di malattie senili quali Parkison e l'Alzheimer. “Un lavoro questo possibile solo nei centri di ricerca. Tutte le apparecchiature in commercio, per quanto tecnologicamente valide, provocano un numero elevato di falsi allarmi poiché sono basati su dati raccolti da simulazioni. Il nostro algoritmo, sperimentato in Norvegia e Trentino, invece ha come fulcro elementi reali. L'Italia è all'avanguardia su questi studi e proprio per questo Bologna il prossimo mese ospiterà il festival internazionale “Eu falls” dove verranno illustrate le buone pratiche sperimentate nei centri di eccellenza da trasferire a operatori sanitari, medici, industriali e rappresentanti politici”. Il business è anche qui.

FONTE: http://www.ilsole24ore.com/art/tecnologie/2016-01-29/gait-tutor-dispositivo-migliorare-attivita-motoria-anziani-105326.shtml?uuid=ACTJMoJC

 

È uno dei settori che al lavoro nero «si presta con più facilità» — dice Giovanni Bucchioni, segretario generale Filcams Cgil Liguria — e che però scatena sempre di più cause e richieste di risarcimenti, «perché le badanti sono una categoria fragile, ma non sono sprovveduta, e ci chiamano per farsi mettere in regola e recuperare il dovuto». Dall'altra parte, dal punto di vista delle famiglie, è un mondo nebuloso, fatto di passaparola, e di fatica a trovare qualcuno che si occupi con competenza di chi ha bisogno.

 

A mettere qualche punto fermo, e recuperare le redini della nebulosa, prova ora la Regione con un emendamento alla legge di Stabilità, a firma del consigliere Pd Pippo Rossetti (espressione dunque della minoranza e dei progetti della vecchia giunta, ma approvato all'unanimità dal nuovo consiglio), che dà vita al Registro regionale degli assistenti familiari. «Un elenco, a cui potranno iscriversi persone qualificate, che avranno superato corsi di formazione o comunque l'esame di una commissione sulla base delle proprie esperienze, e a cui le famiglie potranno rifarsi in caso di bisogno», spiega Rossetti. Ottenendo — la novità che si spera faccia gola, spingendo i liguri ad agire in regola piuttosto che in nero — incentivi: «I comuni potranno ad esempio decidere di dare i contributi per l'assistenza domiciliare solo se la famiglia si avvale dell'albo, o pensare ad agevolazioni per le comunità alloggio che facciano lo stesso — continua — Allo stesso tempo, si spera che pubbliche amministrazioni, associazioni e parrocchie sensibilizzino le badanti affinché si iscrivano».

 

Tutto ciò, visto l'impegno della giunta a definire i criteri di formazione e di iscrizione al registro entro 60 giorni, «ci auguriamo parta entro qualche mese — conclude Rossetti — E, oltre a far emergere il nero, ha l'obiettivo di dare un servizio migliore a chi ha bisogno: è un lavoro delicato, bisogna far alzare gli anziani da letto, farli muovere. Con il registro si avrà la sicurezza di trovare professionisti preparati, e di poter segnalare eventuali brutte esperienze». La formazione avverrà con metodi anche innovativi — come quelli, raccontati qualche giorno fa da Repubblica, in definizione da un pool di esperti europei, guidati dall'associazione genovese Si4Life, che ha appena vinto un progetto da 1 milione di euro.

 

«Quella del registro era un'esigenza concreta, lo chiedevamo da tempo e ora speriamo di essere coinvolti nelle decisioni dei criteri — dice il portavoce del Forum Terzo settore Claudio Basso — E' un terno al lotto, oggi in Liguria, trovare da un giorno all'altro, nel momento dell'emergenza, persone competenti». Che ufficialmente non crescono: anzi, le lavoratrici domestiche (badanti e colf) iscritte all'Inps sono diminuite del 10% dal 2012 al 2014 — a quando risalgono gli ultimi dati disponibili elaborati dalla Cgil. Le badanti sono 14.300 in tutta la Liguria, 8 mila solo a Genova. Mentre il numero degli anziani, nella Regione più vecchia d'Europa, cresce, i dati ufficiali del settore dunque diminuiscono: «Segno del tanto lavoro sommerso — spiega Marco De Silva dell'ufficio economico Cgil Liguria — ma anche dell'ingente uso dei voucher al posto dei contratti». Cresce in compenso la percentuale delle badanti italiane: sono il 12,7% del totale.

 

FONTE: http://genova.repubblica.it/cronaca/2016/01/08/news/miracolo_badanti_il_numero_aumenta_ma_i_contratti_calano-130801880/

 

I pazienti diabetici anziani con valori bassi di pressione e/o di glicoemoglobina potrebbero essere trattati troppo aggressivamente. 

 

Uno studio retrospettivo di coorte ha valutato quanto frequentemente i pazienti diabetici di tipo 1 e 2 anziani (>/= 70 anni) con valori bassi di pressione arteriosa e/o emoglobina glicata vengono sottoposti ad una riduzione dell'intensità del trattamento in atto. 

 

Sono stati esaminati i dati risultanti dall' US Veterans Health Administration per un totale di quasi 212.000 soggetti. I partecipanti sono stati considerati meritevoli di riduzione dell'intensità del trattamento in atto se la pressione arteriosa e/o l'emoglobina glicata risultavano inferiori all'ultimo valore misurato nel 2012. 

 

La pressione arteriosa veniva considerata bassa quando la pressione sistolica era compresa tra 120 e 129 mmHg o quella diastolica era inferiore a 65 mmHg; veniva considerata molto bassa quando era inferiore a 120/65 mmHg.

 

L'emoglobina glicata era considerata bassa per valori compresi tra 6,0% e 6,4% e molto bassa per valori inferiori a 6%. 

 

Si è visto che dei pazienti considerati meritevoli di una riduzione del trattamento ipotensivo e/o ipoglicemizzabte perchè presentavano valori bassi o molto bassi di pressione arteriosa e/o glicoemoglobina solo il 27% veniva effettivamente sottoposto a questa pratica. 

 

Gli autori sottolineano che si tratta di una oppurtunità persa per ridurre il sovratrattamento a cui molti pazienti anziani diabetici vengono sottoposti. Gli stessi autori si augurano che in futuro le linee guida enfatizzino maggiormente questo aspetto. 

 

Il messaggio per il medico pratico è semplice: nei pazienti diabetici anziani in cui l'aspettativa di vita è ridotta per il coesistere di altre gravi patologie oppure nei casi in cui si sia in presenza di valori bassi o molto bassi di pressione arteriosa e/o di emoglobina glicata si deve porre particolare attenzione al trattamento effettuato che deve essere riconsiderato per una eventuale riduzione farmacolgica. Questo permetterebbe di evitare effetti collerarali (crisi ipoglicemiche, importante ipotensione) cui gli anziani sono particolarmente sensibili e che possono avere conseguenze potenzialmente gravi.

 

FONTE: http://www.pillole.org/public/aspnuke/news.asp?id=6470

 

Da pochi giorni, anche nel nostro Paese è disponibile ibrutinib, un nuovo farmaco ematologico disponibile per via orale e alternativo alla chemioterapia, destinato ai pazienti colpiti da due forme di neoplasie delle cellule B, una cronica e l’altra aggressiva: la leucemia linfatica cronica e il linfoma mantellare. 

 

Ai fini della rimborsabilità da AIFA, ibrutinib ha ricevuto la classificazione per il trattamento dei pazienti con leucemia linfatica cronica che abbiamo ricevuto almeno una precedente terapia o in prima linea in caso di presenza della delezione del 17p o della mutazione TP53 mutazioni genetiche per cui la chemio-immunoterapia non è appropriata, e dei pazienti con linfoma mantellare recidivato o refrattario. 

 

Il farmaco, che era già stato designato dall’Fda come “breakthrough therapy”, ha dimostrato risultati mai osservati prima in termini di efficacia e sicurezza: nello studio di fase 3, sui pazienti con leucemia linfatica cronica pretrattati, ha mostrato ad un follow-up di 19 mesi una riduzione del rischio di progressione di malattia del 90% e un dimezzamento del rischio di morte (riduzione del 53%), rispetto ad ofatumumab. 

 

Anche per il linfoma mantellare (Ibrutinib è stato approvato per il trattamento di pazienti recidivati o refrattari ad altre terapie) nel 67% di casi si è riscontrata una risposta positiva al farmaco, e di questi, nel 23% dei casi, la risposta è stata completa, con scomparsa dei sintomi della malattia. Il tempo mediano di sopravvivenza libero di progressione di malattia è stato di 13 mesi e la sopravvivenza globale di 22,5 mesi. 

 

Come agisce ibrutinib

Primo di una nuova classe di farmaci, ibrutinib è un inibitore selettivo dell’enzima BTK (tiron chinasi di Bruton) che interferisce con la via di segnale che promuove la proliferazione, la differenziazione e la sopravvivenza delle cellule neoplastiche. Il meccanismo della molecola provoca la morte della cellula B maligna e impedisce la sua migrazione e adesione nei linfonodi, favorendo il rilascio delle cellule maligne nel circolo ematico. Le cellule maligne trovandosi nel sangue e non nel linfonodo, che è il loro ambiente naturale, non riescono a sopravvivere e muoiono. 

 

Leucemia linfatica cronica 

La leucemia linfatica cronica (o CLL) è una neoplasia delle cellule B di tipo indolente, caratterizzata da un decorso cronico a lenta progressione. E’ la leucemia più frequente nel mondo occidentale. Oggi in Italia si contano circa 3000 nuovi casi diagnosticati all’anno e l’incidenza è leggermente superiore negli uomini. È una patologia in graduale aumento, che colpisce prevalentemente la popolazione anziana. Un dato importante se raffrontato al fatto che l’Italia è il Paese più longevo d’Europa. 

 

Linfoma mantellare

Il linfoma mantellare (o MCL) è, invece, una neoplasia aggressiva delle cellule B, caratterizzata da una ridotta sopravvivenza mediana nonostante le terapie intensive; è diagnosticata più comunemente negli uomini che nelle donne e l’incidenza aumenta con l’età. I pazienti hanno un’età mediana alla diagnosi di 65 anni e la sopravvivenza globale mediana è oggi di 3 – 4 anni. 

 

FONTE: http://www.pharmastar.it/?cat=2&id=20370

 

I pazienti con infezione da HCV mostrano un rischio significativamente aumentato di sviluppare la malattia di Parkinson (PD). È quanto emerge da un ampio studio basato sulla popolazione nazionale condotto a Taiwan e pubblicato online su Neurology. 

Ovviamente tale rischio è multifattoriale, specifica il principal investigator, Hsin-Hsi Tsai, dell’Ospedale universitario nazionale di Taiwan, a Taipei. Però l’associazione positiva riscontrata tra infezione da HCV e PD può avere implicazioni cliniche in aree ad alta endemia di HCV. In questi casi, fa notare il ricercatore, «test neurologici più approfonditi ed esami di imaging funzionale potrebbero aiutarci a riconoscere il PD in fase precoce in pazienti anti-HCV positivi». 

 

Lo studio di coorte nazionale basato sulla popolazione si è fondato su dati ottenuti dal database di ricerca dell’Ente assicurativo nazionale taiwanese relativi al periodo compreso tra il 2000 e il 2010. In totale sono stati inclusi nell’analisi quasi 50mila pazienti affetti da epatite virale. In particolare 35.619 soggetti con HBV (71,3%), 10.286 con HCV (20,65) e 4.062 con entrambe le infezioni (8,1%). I pazienti, seguiti per 12 anni, avevano un’età media di 46 anni ed erano donne nel 43,5% dei casi. Per i confronti (popolazione controllo) sono stati considerate 199.868 persone senza epatite virale.

 

I pazienti sono stati ulteriormente suddivisi in 3 sottogruppi: HBV-infetti, HCV-infetti e HBV-HCV-coinfetti. In ogni sottocoorte è stata calcolata l’incidenza di PD. Il gruppo guidato da Tsai ha così riscontrato un rischio aumentato di 2,5 volte di PD nei pazienti HCV-infetti rispetto ai controlli (non infetti da HCV o da HBV). Il valore dell’hazard ratio (HR) si confermava sostanzialmente dopo aggiustamento per età, genere e un’ampia serie di possibili comorbilità (soprattutto cardiovascolari e neurologiche).

Tale cifra non ha raggiunto la significatività statistica ma questo – secondo gli autori – a causa dell’insufficienza numerica di casi di PD in entrambe le popolazioni analizzate. Da notare che il rischio si manifestava, seppure a livello minore, nella sottopopolazione coinfetta da HCV e HBV, con un HR pari a 1,28. Un’analisi stratificata per età, genere e comorbilità ha messo poi in luce che l’associazione si manteneva nei pazienti sotto i 65 anni, nei maschi e nei soggetti con qualsiasi comorbilità. Appartenere al genere maschile e avere una comorbilità sembra rappresentare un “colpo” nella teoria del “secondo colpo” del PD.

 

Questa teoria, spiegano gli autori, prevede che l’HCV entri nel sistema nervoso centrale (SNC) distruggendo l’integrità della barriera ematoencefalica, che risulta in un danno neuronale. Tale danno costituirebbe il primo “colpo” con secondi “colpi” probabilmente costituiti da età, genere maschile, altre esposizioni ambientali (come pesticidi) e traumi cranici. Il legame tra l’infezione da HCV e il PD è supportato dal riscontro che l’infezione può causare il rilascio di citochine infiammatorie correlate alla patogenesi del PD, afferma Tsai. 

 

Da notare, inoltre, che ci sono prove di un legame tra l’HCV e un’altra patologia neurodegenerativa, quale l’Alzheimer, mentre non esistono evidenze che l’HBV, virus a DNA (contrariamente all’HCV, a RNA), sia neuroinvasivo. Altri virus che invece appaiono legati al PD sono lo storico virus influenzale pandemico del 1918 (tipo A H1N1) e l’HIV (che causa PD tra il 5% e il 50% dei pazienti con AIDS).

 

Lo studio ha un limite, ammesso dagli stessi ricercatori: dai dati disponibili non è stato possibile risalire alle modalità di trasmissione del virus (trasfusione, iniezione di sostanze d’abuso tramite siringa infetta): ciò, secondo vari commentatori, impone cautela nell’interpretazione dei risultati, così come il fatto che non si sia verificato se il trattamento dell’infezione da HCV riducesse il rischio di sviluppare il PD.

 

In ogni caso – ha commentato Beth Vernaleo, direttore associato dei programmi di ricerca della Parkinson’s Disease Foundation – non c’è motivo d’allarme per soggetti con epatite C: per la maggior parte delle persone devono essere presenti molteplici fattori di rischio perché si sviluppi la malattia neurodegenerativa.

 

FONTE: http://www.pharmastar.it/?cat=32&id=20272

 

La sfida delle staminali contro il Parkinson è entrata nel vivo. Diversi gruppi di scienziati nel mondo, Italia compresa, ci stanno lavorando. E la speranza, secondo Erik Ch. Wolters, presidente dell'International Association of Parkinsonism and Related Disorders (Iaprd), è di "approdare a nuovi trattamenti entro 3 anni". E' con questo auspicio che si conclude a Milano il XXI Congresso mondiale sulla malattia di Parkinson e disturbi correlati. 

 

L'evento scientifico che si è svolto dal 6 al 9 dicembre nella metropoli lombarda è stato occasione per conferire un premio alla carriera - intitolato a Melvin Yahr, uno dei padri della terapia del Parkinson - ad Anders Bjorklund, neurobiologo dell'università di Lund (Svezia), considerato uno dei pionieri degli studi sui trapianti di cellule staminali embrionali in pazienti con la malattia neurodegenerativa. "A Milano abbiamo avuto 1.500 neurologi da 76 paesi del mondo per discutere dei nuovi progressi per malattie debilitanti come il Parkinson, l'Huntington e l'Alzheimer", spiega Wolters all'AdnKronos Salute. 

 

"Stiamo lavorando duramente per garantire a questi pazienti una migliore qualità di vita - prosegue - abbiamo buone speranze per il futuro prossimo riguardo al fatto che ci saranno altre strategie a disposizione, come quelle con le staminali contro il Parkinson. Ci aspettiamo siano efficaci nel rallentare la progressione della malattia e così potremo proteggere i pazienti. Se saremo in grado di identificare i malati a uno stadio iniziale potremo trattarli con staminali in via 'protettiva'. Il futuro è ricco di speranze, ma c'è ancora molta strada da fare, altra ricerca clinica. Sono coinvolto personalmente in studi con le staminali, e spero davvero che entro tre anni avremo nuovi trattamenti". A Milano Bjorklund ha mostrato in anteprima i risultati di uno studio in corso. 

 

"Tutto comincia da un'esperienza 'antica' - racconta Angelo Antonini, presidente del Congresso milanese e direttore del Centro per la malattia di Parkinson e i disturbi del movimento al'Irccs Ospedale San Camillo di Venezia - Il primo trapianto di cellule embrionali fetali risale al 1987. Bjorklund fu il primo a intuire che si potevano iniettare delle cellule, che avevano la potenzialità di svilupparsi in cellule della dopamina, nel cervello dei pazienti con Parkinson e ripristinare così una buona funzione, determinando un miglioramento della capacità motoria. I risultati all'epoca furono interessanti".

 

Nell'arco di oltre due decenni, "si è visto che purtroppo non tutti i pazienti miglioravano allo stesso modo. Bjorklund ha presentato qui a Milano il caso incredibile del recupero di un paziente trattato all'epoca: per 25 anni ha praticamente smesso di assumere la terapia farmacologica ed è morto a 83 anni. Il suo cervello è stato poi esaminato e i dati presentati dal neurobiologo in anteprima hanno mostrato come le cellule trapiantate negli anni '80 avevano ripristinato delle connessioni efficienti a livello del sistema nervoso centrale e reso possibile la mobilità nel paziente. Stessi esperimenti con tecnologie leggermente diverse sono stati eseguiti poi in questi anni in altri contesti, per esempio gli Usa. Ma alcuni pazienti miglioravano e tanti altri no". 

 

Anche in Italia "abbiamo cercato di utilizzare la metodica ma non è stato possibile per le limitazioni sull'utilizzo degli embrioni. Oggi Bjorklund ha avuto un finanziamento dalla Comunità europea per un progetto di 5 anni con cui punta a iniziare il trattamento di pazienti in una fase non troppo avanzata, in modo che le cellule possano attecchire al meglio e non trovino un ambiente troppo compromesso. L'obiettivo è arrestare l'avanzamento della malattia e magari garantire un recupero di persone che hanno manifestato i primi sintomi". A Milano Bjorklund ha presentato gli studi sugli animali, ma a Lund è già partito l'arruolamento dei pazienti. Dall'anno prossimo si cominceranno a trattare i primi soggetti selezionati accuratamente e screenati. Nell'arco di due anni si vedrà se questo tipo di sistema sarà effettivamente efficace. 

 

"L'idea dello scienziato - spiega Antonini - è di prendere cellule embrionali, pluripotenti, e di farle diventare dopaminergiche e ottenere linee cellulari che possono poi essere distribuite. E' una grande speranza perché, come ha spiegato Bjorklund, sarà possibile utilizzare queste linee cellulari anche in altri laboratori, superando le limitazioni in Paesi come il nostro dove la legislazione impedisce di derivare noi stessi staminali embrionali e di produrle. Attraverso dunque una rete scientifica già in atto, terminato lo studio europeo pilota, si potrebbe riuscire in un paio d'anni a trattare pazienti anche nei nostri ospedali, in centri dedicati. La tecnologia che si usa è in pratica la stessa della stimolazione cerebrale profonda, e con micro-cateteri si iniettano le cellule in zone precise affette da malattia. Aspettiamo i risultati, ma sono ottimista per il futuro".

 

FONTE: http://www.adnkronos.com/fatti/cronaca/2015/12/10/staminali-anti-parkinson-attesi-risultati-anni_miYRTUpVe02XKo03AzWdnJ.html

 

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