Reazione infiammatoria nei confronti di microrganismi o di prodotti microbici, che interessa il parenchima polmonare.

La polmonite è uno dei problemi di salute più frequenti e significativi negli anziani. In questa fascia di età, è la 4a causa principale di morte e la causa di morte più importante per malattia infettiva. Essa costituisce spesso l’evento terminale dopo una malattia grave di lunga durata; è stata denominata “l’amica dell’anziano”.

L’incidenza annuale negli anziani varia da 20-40/1000 per la polmonite acquisita nella collettività a 100-250/1000 per la polmonite acquisita nelle strutture assistenziali di lungodegenza. In qualunque momento, si ritiene che il 2,1% degli anziani residenti in tali strutture abbia la polmonite. La polmonite nosocomiale è frequente tra i pazienti anziani ricoverati in ospedale che sono stati sottoposti a interventi chirurgici toracici o addominali, ventilazione meccanica o alimentazione per sondino.

Il fattore di rischio principale per lo sviluppo di una polmonite nell’anziano è la presenza di altre malattie gravi. Inoltre, la probabilità che la polmonite abbia un esito sfavorevole, compresa la morte, è legata in maniera diretta al numero delle patologie concomitanti; il tasso di mortalità aumenta da 9/100 000 in assenza di altre affezioni, a 217/100 000 in presenza di un’affezione ad alto rischio e a 979/100 000 in presenza di due o più affezioni ad alto rischio. Nei pazienti anziani è probabile che insorga un maggior numero di complicanze delle polmoniti, come la sepsi, l’empiema e la meningite. 

 

Eziologia

 

Si descrivono di seguito i microrganismi identificabili che causano più frequentemente la polmonite nell’anziano. Nel 30-50% dei casi, non viene isolato alcun agente patogeno specifico. La colonizzazione delle vie respiratorie da parte di batteri potenzialmente patogeni gram – e gram + si verifica più spesso negli anziani che nelle persone più giovani, il che è dovuto in parte a fattori come le terapie antibiotiche ripetute, l’intubazione endotracheale, il fumo, la malnutrizione, gli interventi chirurgici e le terapie che riducono l’acidità gastrica, aumentando così il pH.

Steptococcus pneumoniae: lo S. pneumoniae (che causa la polmonite pneumococcica) costituisce il più frequente agente eziologico batterico della polmonite dell’anziano acquisita nella collettività. È responsabile del 15-50% di tutte le polmoniti degli adulti diagnosticate mediante coltura. Si calcola che il tasso di attacco della polmonite pneumococcica sia di 46/1000 nelle persone di età > 65 anni. I pazienti > 65 anni hanno una probabilità da 3 a 5 volte superiore di morire per questo tipo di polmonite, rispetto ai loro equivalenti più giovani. 

 

Bacilli gram –: questi agenti patogeni sono più comuni negli ambienti ospedalieri, dove la Klebsiella, la Pseudomonas aeruginosa, l’Enterobacter sp, il Proteus sp, l’Escherichia coli e altri bacilli gram – sono responsabili del 40-60% di tutte le polmoniti diagnosticate mediante coltura. I bacilli gram – possono colonizzare il faringe posteriore nei pazienti debilitati e gravemente malati.

 

Batteri anaerobi: negli anziani, gli anaerobi causano il 20% dei casi di polmonite acquisita nella collettività e il 31% dei casi di polmonite nosocomiale. La polmonite da anaerobi, generalmente è conseguente all’aspirazione. I pazienti anziani tendono ad aspirare a causa di condizioni patologiche legate all’età che alterano lo stato di coscienza, come l’uso di sedativi e le patologie mediche (p. es., malattie neurologiche, astenia). Tra gli anaerobi frequentemente coinvolti vi sono il Fusobacterium nucleatum, gli anaerobi pigmentati di nero (denominati comunemente Bacteroides melaninogenicus), i peptostreptococchi, i peptococchi e, occasionalmente, il B. fragilis.

 

Haemophilus influenzae: i ceppi di H. influenzae sono responsabili dell’8-20% delle polmoniti nell’anziano. Questi microrganismi causano più frequentemente la polmonite nei pazienti affetti da bronchite cronica.

 

Legionella sp: la predisposizione alle infezioni da Legionella (5% di tutte le polmoniti diagnosticate mediante coltura) aumenta con l’età. La L. neumophila è responsabile dell’85% circa di tutte le polmoniti da Legionella negli anziani, mentre la L. micdadei lo è di circa il 15%. Sebbene la malattia dei legionari sia un’affezione sporadica, ne sono state descritte epidemie in alberghi e ospedali.

 

Virus: le cause virali di polmonite nei pazienti anziani comprendono i virus influenzali e parainfluenzali, il virus respiratorio sinciziale e, probabilmente, gli adenovirus. I virus parainfluenzali colpiscono raramente gli adulti sani; la loro comparsa relativamente frequente tra gli anziani può essere una conseguenza del calo delle difese immunitarie.

 

L’influenza è la causa principale di polmonite nell’anziano. Nelle persone di età ³70 anni, la sua incidenza è circa 4 volte superiore a quella osservata nei soggetti < 40 anni. Circa il 90% dei decessi dovuti all’influenza, negli USA, si verifica in persone di età ³65 anni. Il decorso dell’influenza può essere complicato da una polmonite batterica secondaria.

 

Patogenesi

 

Due dei fattori principali che predispongono gli anziani alla polmonite sono la colonizzazione orofaringea e l’aspirazione inavvertita. La colonizzazione dell’orofaringe da parte di diversi bacilli gram – è particolarmente frequente nei pazienti ricoverati in condizioni critiche. I fattori predisponenti comprendono la scarsa igiene orale, le anomalie della deglutizione, l’aumento dell’adesività dei bacilli gram – alle cellule mucose, la debilitazione dovuta a malattie cardiache, respiratorie o neoplastiche, la riduzione della deambulazione e l’assunzione di antibiotici ad ampio spettro. L’aspirazione inavvertita delle secrezioni orofaringee è legata spesso all’alcolismo, all’uso di sedativi o narcotici, alle malattie cerebrovascolari, ai disturbi esofagei e all’intubazione nasogastrica.

 

I microrganismi raggiungono l’albero tracheobronchiale attraverso quattro vie: inalazione, aspirazione, inoculazione diretta da sedi contigue, diffusione ematogena. Tra quelli elencati, i meccanismi più frequenti sono l’inalazione e l’aspirazione.

 

Polmonite da inalazione: gli agenti patogeni contenuti nelle goccioline di aerosol, che vengono inalati fino alle vie respiratorie inferiori sotto forma di microparticelle, comprendono il Mycobacterium tuberculosis, la Legionella sp e il virus dell’influenza. Il M. tuberculosis e il virus influenzale vengono trasmessi attraverso le secrezioni aerosolizzate prodotte con la tosse. Sebbene nella maggior parte dei casi la polmonite pneumococcica venga acquisita per aspirazione, in rari casi, specialmente in corso di epidemia, il microrganismo viene inalato. L’infezione da Legionella non si trasmette per contagio interumano, ma piuttosto viene acquisita inalando particelle di aerosol infette provenienti da fonti a contatto con l’acqua (p. es., condizionatori d’aria o diffusori delle docce). I microrganismi veicolati dalle particelle di aerosol possono essere introdotti nelle vie aeree inferiori dalla strumentazione chirurgica oppure esservi depositati dalle microparticelle aerosoliche provenienti da un nebulizzatore con serbatoio contaminato usato con l’equipaggiamento per la ventilazione. 

 

Polmonite da aspirazione: nella polmonite da aspirazione acquisita nella collettività, gli agenti patogeni abituali sono i batteri anaerobi che risiedono normalmente nei solchi gengivali (p. es., peptostreptococchi, fusobatteri, anaerobi melaninogenici). Nella polmonite da aspirazione nosocomiale, i patogeni abituali sono i bacilli gram –, talvolta in associazione con gli anaerobi. La maggior parte dei casi di polmonite pneumococcica e da bacilli gram – consegue probabilmente alla microaspirazione, in cui un inoculo di batteri abbastanza piccolo si propaga dal faringe posteriore ai polmoni. L’aspirazione di volumi maggiori porta alla diffusione di un inoculo relativamente grande di batteri orofaringei nelle vie aeree inferiori e si verifica in presenza di condizioni che compromettono lo stato di coscienza o che causano disfagia. 

 

Sintomi, segni e diagnosi 

 

Le caratteristiche cliniche tipiche della polmonite (febbre, tosse e produzione di escreato) spesso sono sfumate e non completamente manifeste nei pazienti anziani. Solo nel 33-60% dei pazienti anziani la malattia esordisce con febbre elevata. Invece, negli anziani la polmonite esordisce comunemente con confusione o delirio acuti e con deterioramento della funzione basale. Possibili segni di esordio sono la tachipnea e la tachicardia.

 

La radiografia del torace, di solito, permette di fare la diagnosi, ma non dà indicazioni sull’eziologia. Nei pazienti anziani è più frequente osservare la progressione della malattia e il coinvolgimento di più lobi, mentre la leucocitosi con presenza di globuli bianchi immaturi compare più raramente. È necessaria l’esecuzione routinaria delle emocolture.

Per porre la diagnosi non bisogna basarsi sull’espettorato, perché esso non consente la distinzione tra una contaminazione esterna e una vera infezione polmonare. Tuttavia, l’espettorato è utile per la coltura del M. tuberculosis, dei funghi patogeni (Histoplasma, Blastomyces e Coccidioides) e della Legionella sp. La colorazione di Gram dei campioni dell’espettorato può essere utile, se si osserva la predominanza di un solo microrganismo accanto a un grande numero di neutrofili. L’aspirazione transtracheale (ottenimento di un campione di escreato mediante una cannula fatta procedere fino alle vie aeree inferiori con una puntura percutanea a livello della membrana cricotiroidea), l’aspirazione transtoracica e la broncoscopia a fibre ottiche con una spazzola schermata possono fornire risultati attendibili, ma vengono utilizzate di rado negli anziani per l’esame diagnostico di routine. Ottenere un campione per le colture in anaerobiosi e la relativa identificazione eziologica spesso è problematico, a causa della contaminazione dell’espettorato da parte della flora saprofitica normale delle vie aeree superiori.

 

Prevenzione

 

Si possono prevenire due tipi di polmonite: quella influenzale e quella pneumococcica. I vaccini annuali contro l’influenza (Vedi: "VACCINO ANTINFLUENZALE" .) sono altamente protettivi. Anche quando il vaccino non riesce a prevenire l’infezione, la gravità della malattia e la frequenza delle complicanze sono ridotte. Il vaccino pneumococcico è raccomandato per tutte le persone di età ³ 65 anni. Negli adulti immunocompetenti, il tasso di protezione è del 60%. Negli anziani sani, si suppone che la protezione duri per tutta la vita; quindi, non è necessario procedere a richiami vaccinali. Tuttavia, negli anziani ad alto rischio, compresi quelli con insufficienza renale cronica, diabete mellito, scompenso cardiaco, pneumopatia cronica ostruttiva (Chronic Obstructive Pulmonary Disease, COPD) o affetti da una neoplasia sottostante, è raccomandata la reimmunizzazione con vaccino pneumococcico ogni 6-10 anni.

 

Terapia

 

Il trattamento comprende la terapia farmacologica antimicrobica, la terapia respiratoria di supporto, l’adozione di altre misure di sostegno e il drenaggio degli empiemi e dei versamenti pleurici di grandi dimensioni.

Le raccomandazioni per la somministrazione dei farmaci antimicrobici dipendono dall’agente eziologico specifico (v.  TABELLA 76-1). Esse sono simili tra le diverse fasce di età, anche se gli anziani richiedono un monitoraggio terapeutico più stretto. I farmaci potenzialmente nefrotossici, soprattutto gli aminoglicosidi, necessitano di un monitoraggio sierico assiduo e di valutazioni frequenti della funzionalità renale; devono essere evitati, a meno che non sia impossibile l’impiego di un farmaco non nefrotossico. Dal momento che le persone anziane hanno una riserva cardiaca ridotta, i liquidi e gli elettroliti EV e le altre forme di carico osmotico devono essere somministrati con cautela. Con l’età, il rischio di diarrea o di colite da antibiotici aumenta, se si utilizzano l’ampicillina, le cefalosporine o la clindamicina. Gli antimicrobici possono interagire con altri farmaci (p. es., warfarin) usati comunemente per il trattamento degli anziani. È necessario evitare i sedativi che inibiscono l’inspirazione profonda e la tosse.

La percussione del torace e le misure di igiene polmonare spesso sono utili negli anziani debilitati con diminuzione del riflesso della tosse. Tali misure facilitano l’eliminazione delle secrezioni più dense, riducendo così il rischio di formazione dei tappi mucosi, che provocano spesso il collasso del polmone.

 

Aspetti relativi al paziente e alla sua assistenza

 

I pazienti anziani affetti da polmonite, se sono in condizioni cliniche stabili e se non hanno patologie concomitanti, spesso possono essere trattati ambulatorialmente. Il ruolo di chi presta loro assistenza è quello di assicurarsi che le prescrizioni vengano seguite e che lo schema terapeutico venga completato. I pazienti anziani debilitati e costretti a letto, per i quali si prende in considerazione la terapia a domicilio, possono avere bisogno di un servizio di assistenza sanitaria domiciliare. Nelle persone anziane, spesso è aumentato il rischio di un delirio dovuto all’infezione, di una scarsa osservanza delle prescrizioni e di un ricorso alla polifarmacia, che può provocare interazioni farmacologiche. Bisogna sottolineare l’importanza di una comunicazione regolare tra il medico, da una parte, e il paziente e la persona che lo assiste, dall’altra.

 

Aspetti relativi ai pazienti terminali

 

Nell’anziano, la polmonite è spesso l’evento terminale di diverse patologie concomitanti, come il diabete mellito, la COPD, lo scompenso cardiaco, le neoplasie maligne e la demenza. I pazienti anziani affetti da altre malattie hanno maggiori probabilità di andare incontro a complicanze, p. es., la sindrome da distress respiratorio dell’adulto, l’empiema e lo shock settico. In alcuni casi, le misure di sostegno possono essere più appropriate degli antibiotici. In questi casi gravi, spesso la comunicazione anticipata, da parte del paziente, della propria volontà riguardo alle eventuali terapie future può aiutare il medico a prendere decisioni adeguate riguardo alle misure rianimatorie. Quando l’obiettivo della terapia è rappresentato dalle cure palliative, spesso gli oppioidi sono di giovamento per i pazienti dispnoici.

 

FONTE: http://www.msd-italia.it/altre/geriatria/sez_10/sez10_76b.html

 

L’artrite e l’artrosi sono delle malattie reumatiche che interessano le articolazioni, i sintomi che appaiono sono molto simili in quanto si ha una limitazione del movimento, forti dolori accompagnati a rigidità. Queste malattie posso rivelarsi e comparire a qualsiasi età, dall’infanzia all’adolescenza, dall’età adulta all’anzianità poiché si tratta di patologie croniche infiammatorie autoimmuni. Le differenze per queste due patologie sono tante ma non staremo qui a spiegarle, anche la prevenzione e le cure sono differenti. Importante è non prendere peso e mantenere uno stile di vita sano ed equilibrato favorendo anche un’attività fisica leggera.

 

Il Food and Nutrition Information Center ha diramato una serie di informazioni e raccomandazioni per i pazienti che soffrono di artrite e artrosi. Innanzitutto occorre mangiare alimenti con fibre, perché oltre a dare un maggior senso di sazietà, aiutano ad abbassare i livelli di colesterolo e a prevenire il diabete. Inoltre contengono vitamine e grassi salubri. Ottimi i legumi, le carote e la frutta secca. Anche l’omega 3 è importante, contenuto nel pesce e nell’olio, questi grassi aiutano a ridurre i danni provocati dall’infiammazione di artrosi e artrite perchè riduce i livelli di due proteine, proteina C-reattiva e l’interleuchina-6, Molto importante quindi mangiare salmone, tonno, sardine, trota, acciughe, aringhe, merluzzo e lo sgombro. Mangiare tra gli 80 e i 160 grammi almeno quattro volte a settimana riduce l’infiammazione e protegge anche il cuore.

 

La frutta e la verdura sono importanti perchè contengono antiossidanti che aiutano il sistema immunitario a lavorare meglio. Bisogna assumere almeno 5 porzioni al giorno. I frutti da preferire sono quelli rossi, l’avocado, l’anguria, l’uva, soprattutto quella nera. L’anguria in particolare riduce i livelli della proteina C-reattiva, colpevole dell’infiammazione e l’uva nera contiene resveratrolo, un potente antinfiammatorio.

 

Per combattere i radicali liberi mangia crucifere, broccoli e spinaci sono da preferire in quanto sono pieni di antiossidanti come vitamina A, C e K e contengono inoltre alti contenuti di calcio, essenziale per chi soffre di artrosi e artrite. Oltre a broccoli e spinaci, anche i cavoletti di Bruxelles e i cavolfiori contengono sulforafano che blocca il processo infiammatorio e i danni alla cartilagine. Altro alimento da preferire per coloro che soffrono di queste patologie sono i peperoni, grande fonte di vitamina C che pone attenzione alle ossa ed è fondamentale per proteggere la cartilagine. E’ importante che si prediliga la cottura a vapore sulle altre poiché quella a vapore preserva tutti i nutrienti delle verdure come vitamine e antiossidanti. L’olio d’oliva extravergine è un potente antinfiammatorio naturale poiché contiene oleocantale.

 

Come detto prima, fare un leggero esercizio fisico come passeggiate è la cosa migliore perché apporta benefici alle articolazioni, abbassa la pressione del sangue, rafforza il cuore e diminuisce il rischio di fratture. Mezz’ora di camminata al giorno sarà sufficiente per avere un miglioramento dei sintomi.

 

FONTE: http://www.meteoweb.eu/2016/06/artrite-e-artrosi-ecco-cosa-mangiare-per-sentirsi-meglio/704784/

L'allenamento mentale permette al cervello di restare giovane. Aiuta, infatti, a prevenire la perdita della memoria e a ridurre il rischio di declino cognitivo e demenza. Lo spiegano i ricercatori dell’Irccs Inrca - Istituto di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico per Anziani di Ancona, che hanno elaborato un “training cognitivo multidimensionale” per la terza età. Si tratta di una serie di esercizi volti ad aiutare gli anziani a conservare la memoria senza ricorrere all'uso dei farmaci. 

“Con l’aumentare dei casi di demenza, la ricerca impone di individuare cure non farmacologiche per prevenire le malattie neurodegenerative - spiega Fabrizia Lattanzio, Direttore scientifico dell'Inrca e autrice dello studio -. È prioritario educare, fin dall’età adulta, ad uno stile di vita fisicamente e mentalmente attivo, anche nello svolgimento delle semplici attività quotidiane”. 

L'efficacia del metodo elaborato dagli scienziati italiani è stata testata durante uno studio finanziato dal Ministero della Salute e dalla Regione Marche, i cui risultati sono pubblicati sulla rivista Rejuvenation Researc. Gli autori hanno invitato 321 persone di età superiore a 65 anni a seguire, per tre anni, un programma di allenamento mentale. I partecipanti sono stati suddivisi in tre diversi gruppi, a seconda del loro stato cognitivo: soggetti sani interessati a scoprire come prevenire la perdita della memoria, individui con lievi disturbi e malati di Alzheimer. 

Il training cognitivo comprende diversi esercizi. Per esempio, prevede tecniche mnemoniche, metodi di concentrazione e di orientamento, strategie per ricordare eventi e appuntamenti, impiego della scrittura per favorire la memorizzare, uso di liste, calendari e agende. Contempla anche la creazione di brevi racconti, che aiutano a fissare i ricordi e migliorano la padronanza del linguaggio. Infine, include passatempi comuni come le parole crociate, il gioco a carte e il sudoku. 

“Il training cognitivo rappresenta un’innovazione nel campo delle terapie contro le demenze - spiega Cinzia Giuli, psicologa dell’Unità operativa di geriatria Inrca di Fermo e responsabile del progetto -, poiché non ha effetti collaterali o controindicazioni, ed è altamente personalizzabile, con esercizi mirati per il singolo caso”.

Al termine della sperimentazione, è emerso che il 70% dei soggetti affetti da Alzheimer ha mostrato un significativo miglioramento delle performance cerebrali e dello stato psicologico. Questa evidenza è stata confermata anche dalla batteria Adas (Alzheimer’s disease assessment scale), che valuta la gravità della malattia attraverso indicatori quali memoria, linguaggio e orientamento. 

Inoltre, il programma sembra in grado di prevenire il declino cognitivo e l'insorgere della demenza: “Nei soggetti affetti da lievi disturbi di memoria e concentrazione, una forma pre-clinica di Alzheimer nota come Mild Cognitive Impairment - ha evidenziato la dottoressa Giuli -, ha aumentato in circa il 50% dei casi la percezione positiva sulle proprie capacità di memoria, che influisce sulla probabilità di ammalarsi a distanza di qualche anno”. Nei soggetti sani questo fenomeno è apparso ancor più evidente: ha, infatti, interessato l’81% del campione. 

Il training, concludono gli esperti, ha determinato effetti positivi anche sull’umore, sul livello di stress e sul benessere percepito dei partecipanti. Tanto che molti anziani hanno manifestato il desiderio di proseguire il programma anche dopo la fine della sperimentazione.

 

FONTE: http://salute24.ilsole24ore.com/articles/18808-meditazione-aiuta-il-cervello-a-restare-giovane?refresh_ce

 

Il diabete non va in vacanza. Anzi, in estate, complice le temperature più elevate, i cambiamenti negli abitudinari stili di vita, la mancata aderenza alla terapia (vissuta come un peso da ricordare anche nei luoghi di villeggiatura) e la sottovalutazione di alcune possibili condizioni climatiche o ambientali sono tutti fattori che possono scompensare la malattia. E oltrepassare le soglie di guardia significa incorrere in pericoli invece evitabili.

 

UN AIUTO DAI FARMACI DI ULTIMA GENERAZIONE 

 

 

Grazie ai microinfusori e ai farmaci di ultima generazione che permettono di fare a meno dell’insulina, è possibile passare un’ottima vacanza anche con il diabete. Oggi seguire la terapia è più facile rispetto al passato, così pure godersi il tempo libero in relax e sicurezza è divenuto meno proibitivo. Fatte le eccezioni legate ai singoli casi, un paziente diabetico (il numero dei malati è raddoppiato rispetto agli Anni 80: può mangiare con gusto e fare attività fisica, senza comunque eccedere nel dispendio energetico o nella scelta di sport estremi. «Il diabete non è una controindicazione o un limite per una buona vacanza - dichiara Francesco Giorgino, direttore dell’unità operativa di endocrinologia e malattie metaboliche dell’azienda ospedaliero-universitaria Policlinico di Bari -. Ma occorre ricordare che la malattia non può essere dimenticata: va monitorata e curata con l’adeguata terapia per tutto il periodo della villeggiatura».

 

 

L’ALIMENTAZIONE EQUILIBRATA RIMANE UN CAPOSALDO 

 

 

Un atteggiamento responsabile consente di concedersi un soggiorno senza rischi beneficiando di tutti i vantaggi che la vacanza apporta all’organismo e anche alla malattia stessa. Basta rispettare cinque facili regole per tenere sotto controllo il diabete e la glicemia. 

 

La prima cosa da fare è evitare la disidratazione, più probabile soprattutto negli anziani (soprattutto tra coloro che assumono diuretici per tenere sotto controllo la pressione sanguigna) con l’aumento delle temperature e, di conseguenza, della sudorazione. «Fondamentale è monitorare con maggiore frequenza la pressione arteriosa che, in estate, tende ad essere più bassa del solito - prosegue Giorgino -. Bisogna fare attenzione ai primi campanelli di allarme che possono segnalare una possibile disidratazione: la bocca asciutta, la pelle secca, il prurito, la sensazione di mancamento e testa vuota, la stanchezza».

 

È quasi superfluo ribadire che il rimedio più efficace è rappresentato dall’acqua, da bere in quantità superiore a due litri al giorno. Quanto al cibo, invece, meglio ridurre al minimo le trasgressioni e mantenersi fedeli al proprio regime alimentare. Se si mangiano cibi insoliti, la raccomandazione è effettuare un autocontrollo più frequente della glicemia. Occorre anche fare attenzione agli orari dei pasti, perché variazioni importanti nella tabella di assunzione degli alimenti potrebbero avere implicazioni sulla terapia farmacologica. 

 

 

 

SAGGEZZA NELLA PRATICA SPORTIVA 

 

 

 

L’estate e l’aria aperta inducono a svolgere maggiore esercizio fisico, ad esempio camminate e attività sportiva. Attenzione a non lasciarsi tentare da sport estremi o da un impegno fisico troppo intenso che possono favorire l’aumento eccessivo della glicemia. Con il diabete è bene privilegiare attività moderate, di tipo aerobico, che contribuiscono a ridurre la glicemia. In estate è consigliato prepararsi all’attività sportiva monitorando sempre la glicemia per prevenire picchi o cali, alimentandosi prima della pratica con degli snack e bevendo più frequentemente (per esempio ogni 20-30 minuti), anche durante l’allenamento, per compensare la maggiore sudorazione e la perdita di liquidi e sali minerali.

 

 

 

FARMACI DA CONSERVARE AL FRESCO

 

Le più alte temperature, tipiche dell’estate, possono alterare le caratteristiche dei farmaci, riducendone l’efficacia. I farmaci quali l’insulina, ma anche terapie orali come capsule e compresse o iniettive come gli analoghi del GLP-1, devono essere conservati in frigorifero e non esposti al sole. Stessa raccomandazione vale anche per i device, sia i glucometri ma soprattutto le strisce reattive che contengono l’enzima per determinare il valore della glicemia.

 

MAI A PIEDI SCALZI

 

Il diabete, specie in persone che ne sono affette da molti anni, può comportare problemi di neuropatia, con perdita della sensibilità tattile, dolorifica e termica. Camminare a piedi nudi non è una buona pratica perché può esporre il diabetico a traumi, microferite, contusioni, ustioni, per esempio passeggiando sulla sabbia bollente o su pietre surriscaldate o poggiando il piede su oggetti taglienti senza avvertire dolore: Lesioni che, a lungo andare, possono innescare una serie di complicanze, fino al piede diabetico. La raccomandazione è quindi di indossare ciabatte o altre calzature comode per proteggere il piede dal contatto diretto con il suolo.

 

FONTE: http://www.lastampa.it/2016/08/18/scienza/benessere/sei-diabetico-ecco-le-regole-per-una-vacanza-sicura-u0BM8pUgOT0ZIb4m6JNiaO/pagina.html

 

 

 

“Nel 2015 l’Osservatorio INPS ha registrato un calo dei lavoratori domestici impiegati nelle famiglie italiane”. Lo denuncia Lorenzo Gasparrini, Segretario Generale di DOMINA, Associazione Nazionale Famiglie Datori di Lavoro Domestico. “Ad oggi in Italia – rileva – si contano 886.125 lavoratori domestici, la concentrazione maggiore si registra a Nord-ovest con il 29,8%.  Il numero complessivo di colf e badanti è diminuito di 20.518 unità rispetto all’ultima rilevazione INPS del 2014. Si tratta di un calo del 2,4 %. Può sembrare poco ma non lo è; soprattutto perché la richiesta di assistenti familiari presso gli sportelli territoriali, le parrocchie e i centri immigrazione è molto alta”.

 

“La paura – prosegue Gasparrini – è che per risparmiare sui contributi i datori interrompano i rapporti di lavoro domestico solo formalmente per poi continuare ad usufruire dei servizi di colf e badanti senza un regolare contratto. Pratica molto pericolosa poiché, se inizialmente la spesa è minore, la conclusione è quasi sempre una vertenza. Inoltre, le lavoratrici, indispettite dal licenziamento, oltre alla vertenza per il periodo lavorato senza regolare contratto, spesso decidono di richiedere al datore differenze retributive legate al livello di inquadramento e all’orario per il periodo di lavoro svolto regolarmente”.

 

“I datori di lavoro domestico – conclude la nota – devono comprendere che il contratto non è un nemico bensì uno strumento di tutela, sia per il datore sia per il lavoratore domestico, e che non è possibile risparmiare sulla sicurezza e il benessere della famiglia”.

 

FONTE: http://www.farodiroma.it/2016/08/06/badanti-aumenta-il-nero/

 

Queste patologie avrebbero un comune difetto: l'incapacità di alcuni neuroni di tornare alla posizione "zero"

Patologie tra loro diverse - sia come origine che caratteristiche - come malattia di Parkinson, distonia e malattia di Huntington, hanno degli elementi comuni, ovvero i movimenti incontrollati del corpo in chi ne è colpito. Ora una ricerca sembra aver compreso il funzionamento di questi movimenti involontari, che accomunerebbe queste patologie: i responsabili sarebbero alcuni neuroni, i quali, dopo essere stati stimolati per apprendere un movimento, non sarebbero più in grado di ritornare alla "posizione zero", ovvero a riposo.

Sono giunti a questa scoperta i ricercatori della Fondazione Santa Lucia Irccs e dell'Università di Perugia, coordinati dal Professore Paolo Calabresi, insieme al gruppo di ricerca del Professor Antonio Pisani, dell'Università di Tor Vergata, e ai colleghi inglesi e spagnoli dello University College di Londra e dell'Istituto Carlos III di Madrid. Lo studio Hyperkinetic disorders and loss of synaptic downscaling è stato pubblicato dalla rivista Nature Neuroscience.

 

NEURONI E APPRENDIMENTO DEL MOVIMENTO - I neuroni coinvolti, spiegano, sono quelli di una regione interna del nostro cervello, detta striato, deputata ad organizzare il movimento. Gli stimoli elettrici che sollecitano questi neuroni, producono effetti di due tipi, positivi e negativi, chiamati LTP (long term potentiation) e LTD (long term depression). Quando il neurone è a riposo, è come se fosse sullo zero. Questa alternanza di impulsi fa sì che noi impariamo da bambini, per progressivi aggiustamenti, a muovere mani e braccia, a camminare, ad andare in bicicletta. Poi, per tutta la vita, grazie ai medesimi impulsi, i neuroni del nostro cervello guidano i movimenti, li adattano all'ambiente, ne correggono quando necessario la traiettoria e in generale li tengono sotto controllo come movimenti volontari.

 

UN MECCANISMO CHE SI INCEPPA - "Questo meccanismo - spiega la dottoressa Veronica Ghiglieri, ricercatrice presso il Laboratorio di Neurofisiologia della Fondazione Santa Lucia - funziona tuttavia solo finché i nostri neuroni conservano la capacità di tornare alla posizione "zero" dopo ogni LTP o di poter esprimere un comportamento del tipo LTD. Ed è proprio questa incapacità di "downscaling" che abbiamo dimostrato essere comune ai pazienti affetti da malattia di Parkinson, distonia e malattia di Huntington".

 

CAUSA COMUNE DELL'IPERCINESIA- L'aspetto più caratteristico dello studio è il fatto che una causa comune dell'ipercinesia sia stata riconosciuta in pazienti con patologie di origine tanto diversa, come appunto una malattia neurodegenerativa con cause multifattoriali, quale è la malattia di Parkinson, accanto a patologie di origine genetica come distonia e malattia di Huntington.

"In effetti, le nostre ricerche sono partite anni fa proprio dalla malattia di Parkinson studiando gli effetti collaterali della terapia più utilizzata per questo disturbo: la levodopa - spiega il Professor Paolo Calabresi - Il tratto comune a queste ipercinesie è che il meccanismo interessa i recettori dopaminergici. Questo studio tuttavia dimostra che all'origine dei movimenti incontrollati c'è una disfunzione che si presenta identica anche in pazienti con patologie che non sono causate dalla mancanza di dopamina".

 

COME INTERVENIRE - Essendo questa incapacità dei neuroni di tornare nella posizione "zero" dopo ogni stimolazione la causa dei movimenti incontrollati, è proprio nel trovare il modo di rifarli funzionare correttamente uno degli obiettivi futuri della ricerca.

"Senza questa capacità (di "downscaling", ndr) - osserva la dottoressa Barbara Picconi, ricercatrice del Laboratorio di Neurofisiologia della Fondazione Santa Lucia - è come se i neuroni, chiamati a compiere un nuovo movimento, portassero con sé gli stimoli ricevuti per movimenti precedenti, creando una confusione nel messaggio di controllo. Immaginiamoci in queste condizioni un rumore di sottofondo che si traduce in movimenti incontrollati e impedisce quelli corretti".

 

QUANTO ALLA CURA: "È possibile cercare soluzioni terapeutiche sviluppando farmaci, oppure adeguati metodi di neurostimolazione profonda o stimolazione magnetica transcranica che restituiscano una corretta plasticità ai neuroni. Va tuttavia anche considerato che la nostra conoscenza del cervello fisiologico è oggi ancora incompleta. Ogni nuova conoscenza di base è già per sé importante".

 

FONTE: http://www.disabili.com/medicina/articoli-qmedicinaq/scoperta-la-causa-dei-movimenti-incontrollati-in-parkinson-distonia-e-malattia-di-huntington

Una stimolazione elettrica del cervello capace di migliorare la qualità di vita dei pazienti con Parkinson. Si chiama Infinity ed è "l'ultima frontiera nel campo della stimolazione cerebrale profonda". Si tratta di un dispositivo impiantato «per la prima volta in Italia» grazie a una collaborazione tra il Centro Parkinson dell'Istituto Neurologico Mondino di Pavia e la Neurochirurgia Funzionale dell'IRCCS Istituto Ortopedico Galeazzi di Milano. 

 

Una malattia nota per aver colpito numerosi personaggi celebri, come Papa Giovanni Paolo II e Muhammad Ali (nella foto). Di Parkinson si ammalano in Italia da 8mila a 12mila nuove persone ogni anno, "tra cui anche molti giovani con meno di 50 anni", spiega Claudio Pacchetti, direttore del Centro Parkinson del Mondino. "I farmaci disponibili consentono di contrastare efficacemente e per lunghi periodi i sintomi, migliorando notevolmente la qualità della vita delle persone. Ma nelle fasi più severe della malattia, quando la terapia farmacologica non è più sufficiente, viene proposta la stimolazione cerebrale. Attraverso degli elettrodi è possibile erogare impulsi capaci di 'liberarè la corteccia cerebrale motoria, migliorando i sintomi della malattia, le abilità e la qualità di vita". 

 

L'innovazione di Infinity sta proprio nei suoi elettrodi, che possono calibrare in modo molto fine la stimolazione elettrica e adattarla il più possibile alle esigenze di uno specifico paziente. "I nuovi elettrodi - conclude Domenico Servello, direttore della Neurochirurgia Funzionale al Galeazzi - rappresentano un ulteriore strumento per ottimizzare la stimolazione e quindi l'efficacia della procedura riducendo i rischi di effetti collaterali indesiderati".

 

FONTE: http://www.ilgiorno.it/milano/parkinson-istituto-neurologico-mondino-istituto-ortopedico-galeazzi-infinity-1.2362431

 

 

Le statine avrebbero un effetto protettivo nei confronti dell’insorgenza delle malattie croniche infiammatorie intestinali (IBD). E’ quanto emerge da uno studio, pubblicato sulla rivista American Journal of Gastroenterology, in cui gli autori precisano che questo effetto è maggiore nei pazienti con malattia di Crohn e soprattutto negli anziani.

I fattori ambientali hanno un ruolo predominante nella patogenesi delle IBD, più dei fattori genetici. Tra questi fattori emergono la dieta, la vitamina D, il fumo di sigaretta etc.

Precedenti studi suggeriscono che l’esposizione ad alcuni farmaci può essere associata con l’insorgenza di IBD (antibiotici nei bambini, pillola anticoncezionale ma anche l’aspirina rispetto alla malattia di Crohn e i FANS sulla colite ulcerosa).

 

Alcuni studi hanno suggerito che le statine possono diminuire l’uso di steroidi orali, migliorare gli indici di alcune attività cliniche e diminuire i marker infiammatori in pazienti con IBD.

Lo scopo di questo studio è stato quello di determinare l'effetto delle statine sul rischio di nuova insorgenza di IBD attingendo i dati da un grande database di salute negli Stati Uniti.

E’ stato condotto uno studio caso-controllo retrospettivo, in cui sono stati inclusi tutti i pazienti di età superiore a 18 anni con ICD-9 codice di esenzione 555.x per la malattia di Crohn (CD) o 556.x per la colite ulcerosa (UC) tra gennaio 2008 e dicembre 2012. 

 

I pazienti con IBD diagnosticati nel 2012 sono stati confrontati con i controlli per gruppi di età , sesso, razza, appaiati geograficamente. I controlli non avevano codici ICD-9 per le malattie CD, UC, o IBD e non avevano prescrizioni per i farmaci IBD-correlati.

I pazienti con IBD di nuova insorgenza sono stati definiti come aventi almeno tre codici separati ICD-9 per CD o UC. L’ esposizione alle statine è stata valutata mediante sistema uniforme “Uniform System of Classifi cation level 5 code”.

Per tenere conto del ritardo diagnostico, sono state escluse esposizioni entro 6 mesi dalla prima ICD. Esposizioni all'interno di 12 e 24 mesi sono state escluse in analisi di sensibilità.

La regressione logistica condizionale è stata utilizzata per stimare gli odds ratio (OR) e gli intervalli di confidenza al 95% (CI) per la nuova insorgenza di IBD, CD e UC.

 

Nell’analisi sono stati inclusi un totale di 9.617 casi e 46,665 controlli. Qualsiasi esposizione alle statine è risultata associata a un rischio significativamente diminuito di IBD (OR 0.68, 95% CI 0,64-0,72), CD (0,64, 95% CI 0,59-0,71), e UC (OR 0,70, 95% CI 0,65-0,76). Questo effetto era simile per le statine più specifiche (simvastatina, atorvastatina, rosuvastatina, pravastatina e lovastatina) con l’eccezione di lovastatina e rosuvastatina in UC.

L’effetto protettivo è risultato simile anche quando sono state utilizzate diverse dosi di statine, quindi era indipendente dall'intensità della terapia.

L'effetto protettivo nei confronti di una nuova insorgenza di CD era più forte tra i pazienti più anziani. L’associazione tra statine e un minor rischio di IBD è risultata simile dopo aggiustamento per l’utilizzo di antibiotici, terapia ormonale sostitutiva, contraccettivi orali, comorbilità e farmaci cardiovascolari.

 

In conclusione, le statine possono avere un effetto protettivo contro la nuova insorgenza di IBD, CD e UC. Questa diminuzione del rischio è risultata simile con l’uso della maggior parte delle statine e sembra essere più forte tra i pazienti più anziani, in particolare quelli con CD.

 

FONTE: http://www.pharmastar.it/?cat=30&id=21931

 

Non è tanto il colesterolo alto nel sangue a 'rallentare la mente', quanto le troppe variazioni nel tempo nei livelli plasmatici di colesterolo cattivo. Lo rivela una ricerca pubblicata sulla rivista Circulation secondo cui fluttuazioni elevate nel tempo della concentrazione plasmatica del colesterolo cattivo possono danneggiare le funzioni cognitive nell'anziano, con significativo rallentamento della velocità di ragionamento. 

 

Condotta presso l'Università di Leida in Olanda, la ricerca ha coinvolto 4.428 anziani di 70-82 anni, partecipanti allo studio 'PROspective Study of Pravastatin in the Elderly at Risk' (PROSPER). 

 

Gli esperti hanno preso varie volte la misura del colesterolo cattivo nel sangue dei partecipanti e calcolato le variazioni temporali di questo valore. Poi hanno sottoposto i 'nonnini' a test cognitivi semplici per scovare eventuali deficit cognitivi. 

 

È emerso ad esempio che un anziano con elevate fluttuazioni temporali della concentrazione di colesterolo cattivo nel sangue impiega quasi tre secondi in più a svolgere un esercizio semplice, come il 'test dei colori' che consiste nel leggere su un foglio i nomi di colori scritti con penne di colore di verso, ad esempio leggere la parola ''rosso'' scritta in blu. 

 

Il 'saliscendi' del colesterolo cattivo è risultato associato anche a ridotto flusso di sangue al cervello, un parametro ''pericoloso'' per le funzioni cognitive dell'anziano.

 

FONTE: http://www.ansa.it/saluteebenessere/notizie/rubriche/salute_65plus/medicina/2016/07/19/colesterolo-cattivosaliscendi-valori-rallenta-mente-anziani_369d0641-c161-4d3f-930d-d30d2ad2a3da.html

 

 

 

La tecnologia, oggi, in medicina e nell'innovazione scientifica, può viaggiare a una velocità superiore all'immaginazione umana. Robotica per le fasi operatorie e la riabilitazione, assistenti avatar per i disabili, occhiali «intelligenti» per sentire meglio, ambienti di realtà virtuale per contrastare l'Alzheimer e spartiti musicali stampati in 3D secondo le necessità e le indicazioni dei non vedenti.

 

La rivoluzione tecnologica nell'ambito medicale passa anche dalla stampa 3D, tramite le nuove tecnologie che rendono possibile la progettazione di prodotti realizzati con e per utenti colpiti da differenti disabilità: cover personalizzate di microinfusori per diabetici, dispositivi e bracci robotici con scocche sempre personalizzate, che consentono a persone con difficoltà agli arti superiori di mangiare da sole, prevedendo anche lo «spalma-nutella» per rivestire pane e fette biscottate senza sporcarsi. «Grazie alla stampa 3D consumer e al coinvolgimento di una nuova generazione di designer e di maker - spiega Marinella Levi, docente del Politecnico di Milano, che segue il progetto di ricerca +ABILITY, mirato a studiare le relazioni tra la stampa 3D, i processi di coprogettazione e la condivisione di questi con differenti abilità - i pazienti possono lavorare dal concepimento del prodotto, fino alla sua realizzazione, personalizzandolo nella sua estetica, nelle funzionalità e nelle prestazioni terapeutiche, a costi contenuti e con la necessaria precisione. Un recupero dell'accesso al fare e all'autoproduzione, a supporto e miglioramento della qualità della vita di ciascuno e di tutti».

 

Le grandi novità del settore sono state presentate al «Technology Hub», l'evento professionale delle tecnologie innovative, promossa da Senaf, a Milano, tenutosi a Fieramilanocity, per mostrare al mondo imprenditoriale le potenzialità delle nuove applicazioni e dei materiali del futuro. Presenti in fiera 150 aziende, 9 aree dimostrative, 11 iniziative speciali e 89 tra workshop e convegni. Sei i settori dedicati all'innovazione, dalla stampa 3D all'additive manufacturing, passando per l'elettronica e l'Internet delle cose, i materiali innovativi, i droni e la robotica collaborativa e di servizio.

 

Tra i progetti presentati, di ampio respiro quello di ITIA-CNR (Istituto di Tecnologie Industriali e Automazione, Consiglio Nazionale delle Ricerche) specializzato in progetti di robotica per il mondo produttivo, ma anche per la salute, l'assistenza ai malati e la riabilitazione. L'applicazione software REAPP, collegata a un dispositivo robotico multisensioriale quale il «LINarm» e a un display, serve a supportare il malato, a incoraggiarlo e gratificarlo durante la sua attività riabilitativa in casa, intervenendo anche tramite un avatar e un assistente virtuale per controllare in tempo reale la postura e la correttezza dei suoi movimenti. Protagoniste anche le ultime frontiere della realtà virtuale, sviluppate con lo scopo di ritardare, per quanto possibile, la comparsa dei sintomi della malattia. In questo contesto si colloca Goji, un ambiente virtuale per contrastare l'Alzheimer.

 

FONTE: http://www.ilgiornale.it/news/salute/i-miracoli-robotica-contro-lalzheimer-e-favore-dei-disabili-1277606.html

 

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