La NOSTRA badante a casa TUA

«Massima attenzione a ingannevoli pubblicità e a brochure lasciate in bella vista all’ interno degli uffici dell’ Asl. Le agenzie che operano nel settore della fornitura di servizi a domicilio di colf, badanti e baby sitter sono fiscalmente irregolari, totalmente vietate dalla normativa». Il monito arriva dalla direzione Territoriale del Lavoro che ha recentemente concluso accertamenti su due ditte che operavano a Genova. «È emerso il ricorso da parte di queste agenzie al lavoro nero e all’ utilizzo di figure contrattuali scorrettamente applicate - spiega l’ ispettrice al lavoro Barbara Maiella -. Questo vuol dire evasione fiscale e contributiva e sfruttamento dei lavoratori impiegati». I numeri dell’ operazione parlano chiaro: 53 lavoratori in nero (44 dei quali impiegati in una sola ditta); 27 errate tipologie di contratto applicate; 130mila euro di contributi e premi recuperati e 450mila sanzioni applicate. Si aggiungono anche due notizie di reato trasmesse alla Procura per abusive attività di intermediazione tra domanda e offerta del lavoro e ricerca e selezione del personale. 

 

Dall’ indagine dell’ Ispettorato al Lavoro risulta che le tariffe applicate alle famiglie, clienti dell’ agenzia, sono del tutto sproporzionate rispetto al costo orario della prestazione versata al lavoratore. In pratica ogni famiglia versa all’ agenzia un corrispettivo maggiore di quello che invece sosterrebbe regolarizzando direttamente il lavoratore senza figure intermediarie. «È importante che si comprenda il rischio - aggiungono Patrizia Bernardini e Antonella Pignatelli responsabili della vigilanza ordinaria -. Intendiamo lanciare un messaggio chiaro: queste strutture alimentano un mondo sommerso di irregolarità. Non sono previste agenzie di scambio di manodopera che alimentano soltanto lavoro nero e irregolare. Ad essere ingannate sono le famiglie disposte a pagare di più per essere esonerate da problematiche reali come la ricerca di una badante per un familiare anziano e malato. Si arriva a sborsare anche 3mila euro. Ingannato è anche il lavoratore stesso che viene pagato dai 5 ai sette euro a fronte di un costo medio di 14 euro che la ditta richiede. Paradossalmente colui che offre disponibilità a lavorare deve anche pagare per essere inserito nelle liste da cui la ditta attinge personale. E il danno maggiore sta nel fatto che spessissimo il lavoratore non viene neanche retribuito».

 

FONTE: http://www.ilgiornale.it/news/badanti-truffa-delle-agenzie-servizi-domicilio.html

 

Sono programmati per fare la spesa, gettare la spazzatura, comunicare a distanza con i familiari e garantire la sicurezza dell’anziano tra le mura domestiche. Ora i tre robot sviluppati dall’Istituto di BioRobotica della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa in collaborazione con l’Irccs Inrca, l’Istituto nazionale di ricerca e cura per anziani - verranno testati per la prima volta in condizioni reali, in strutture che un giorno potrebbero concretamente farne uso. 

 

È la fase finale del progetto europeo «Robot-Era», che ha lo scopo di sperimentare servizi robotici avanzati integrati negli ambienti di vita (casa, condominio e quartiere) per favorire il benessere dell’anziano e dei familiari, supportandoli nelle attività quotidiane. «Rispetto agli altri esperimenti di robotica - spiega Fabrizia Lattanzio, direttrice scientifica dell’Inrca - la novità assoluta è che i robot cooperano sia tra di loro che con le persone non soltanto in casa, ma nei corridoi e anche in spazi aperti, in modo tale da estendere l’autonomia dell’anziano a luoghi diversi. La longevità attiva significa non soltanto avere una buona salute, ma anche rimanere indipendenti il più a lungo possibile». 

 

All’Inrca - che ha il compito di studiare l’accettabilità della tecnologia da parte dell’utente - verrà testato `Dora´, il robot domestico. A dicembre, per due settimane, nella `Casa Amica´ del presidio ospedaliero di Ancona - una smart house attrezzata con tutte le tecnologie domotiche - alcuni anziani volontari trascorreranno le loro giornate assistiti dal robot e da un infermiere. «Dai feedback avuti finora - spiega Roberta Bevilacqua, del Laboratorio di Domotica - è stato apprezzato, in particolare tra la categoria `giovani anziani´ (65-75 anni), il fatto di aiutare senza minare la privacy».

 

Ma cosa fanno i robot? Quello domestico fornisce servizi che vanno dalla spesa online alla raccolta della spazzatura, dal ricordare le medicine alla sicurezza. Dotato di un braccio meccanico che solleva fino a 5 Kg., è in grado anche di spostare molti oggetti di uso comune. Può aiutare l’anziano a muoversi in casa grazie ad una maniglia ergonomica a cui ci si appoggia, e si comanda anche da un joystick. Il robot condominiale, invece, fornisce prevalentemente servizi di sorveglianza. Quello da esterno si muove nelle strade del quartiere per ritirare la spesa o semplicemente accompagnare l’utente a passeggiare.  

 

FONTE: https://www.lastampa.it/2015/12/03/tecnologia/cos-i-robot-si-prenderanno-cura-degli-anzianinon-solo-in-casa-ma-anche-fuori-i9UcC6A4bYafosSomTD8zH/pagina.html

 

Cento milioni di europei soffrono dolore cronico e circa la metà sono anziani. A loro si dirige la 'Carta Europea dei diritti dei Cittadini Over 65 con Dolore Cronico' che approda al Parlamento Ue di Bruxelles portando al centro dell'interesse comunitario quello che è considerato uno dei più urgenti problemi sanitari di tutto il vecchio continente. "Con questa Carta", spiega il Dottor Roberto Messina, CEO di SIHA, Senior International Health Organization, e Presidente di FederAnziani, "ci poniamo l'obiettivo di aiutare a garantire l'accesso ai trattamenti, la continuità di cura, assicurare qualità, sicurezza, equità ai pazienti anziani con dolore cronico".

 

L'evento, promosso da SIHA e dagli eurodeputati Giovanni La Via, Ncd, Elisabetta Gardini, Forza Italia, Antonio Panzeri, Pd, con il supporto di FederAnziani e Pain Alliance Europe, punta a raccogliere nuove adesioni ad una Carta che chiede inoltre di aiutare i Paesi Membri a definire delle direttive specifiche per risolvere i problemi legati al dolore cronico ed attuare misure di tutela per i cittadini colpiti da questa patologia.

I numeri, forniti dal centro studi di Federanziani, disegnano i contorni del problemi: un europeo su cinque soffre dolore cronico di origine non oncologica, uno su quattro dolore cronico severo. La percentuale sale al 50% per gli Over 65, a loro il dolore concede 7 anni di speranza di vita media. Il mal di schiena, il dolore al cranio ed al collo, il dolore artritico e quello muscolare diffuso, sono le patologie più frequenti, a loro si associano sintomi quali la depressione, la perdita di relazioni sociali e di capacità lavorative. Solo il 69% delle persone con dolore cronico nella Ue assicura di essere trattato e tra questi solo il 41% in maniera adeguata.

 

L'impatto del trattamento del dolore cronico sui sistemi sanitari e sui sistemi economici dei 28 Stati membri si traduce, per gli under 65, in pesanti perdite di giornate di lavoro, e, per tutti, ma soprattutto per gli anziani, in maggiori costi di trattamento socio-sanitario. Un paziente con dolore cronico non oncologico costa ai sistemi sanitari in media 2,6 volte in più di un paziente senza dolore.

Secondo le stime di FederAnziani, l'impatto dei costi sanitari totali diretti ed indiretti per le patologie di dolore cronico sul Pil dei 28 Stati Membri varia dal 2% al 2,9% dell'Irlanda, con una media Ue del 2,4% ed un costo pari a 271 miliardi di euro all'anno. Le spese per gli anziani arrivano a quasi 90 miliardi di euro (si escludono i costi indiretti quali le giornate di lavoro perso).

 

Eurostat indica che attualmente ci sono nella Ue 96,6 milioni di persone Over 65, pari al 19% della popolazione comunitaria, una cifra che è destinata a salire fino a 125 milioni nel 2030, il 24,1%, e a sfiorare i 150 milioni nel 2050 (148 milioni per il 28,2% del totale).

 

FONTE: https://www.ansa.it/saluteebenessere/notizie/rubriche/salute_65plus/medicina/2015/11/10/50-mln-anziani-ue-con-dolore-cronico-carta-tutela-diritti_f13dc7e2-02e4-4d72-a345-6007bc870c63.html

 

La carne rossa? «Al di là delle polemiche una volta alla settimana va mangiata, anche dagli anziani». Lo spiega Mariangela Rondanelli, responsabile del servizio endocrino nutrizionale dell’Istituto Santa Margherita che ieri ha cominciato le lezioni per la due giorni residenziale di medici, biologi e nutrizionisti interessati all’alimentazione dell’anziano. Sperimentazioni pratiche delle strumentazioni atte a verificare le necessità nutrizionali degli anziani, lezioni e discussione di casi clinici sulla base dei nuovi livelli di assunzione raccomandata di alimenti per la fascia di età sopra i 75 anni.

Prima leggenda da sfatare, niente carne per gli anziani? «Le proteine servono eccome – spiega Rondanelli – carne, pesce, uova, latte e legumi sono fondamentali. Una volta a settimana la carne rossa e tre o quattro volte la bianca, come il pesce. A ogni pasto servono proteine, la carne è fondamentale per il contenuto di vitamine del gruppo B e le proteine nobili».

In discussione anche che tipo di acqua faccia meglio agli anziani: «Alla base della piramide alimentare degli anziani c’è l’acqua – spiega ancora Rondanelli –. L’acqua non serve solo a idratare ma a passare nutrienti acque ricche in calcio per soggetti con osteoporosi per esempio, o ricca di bicarbonati per aiutare la digestione. Ancora: per combattere la stipsi l’acqua ricca di magnesio aiuta. E ancora: gli anziani dovrebbero preferire gli alimenti integrali, così come il resto della popolazione: «Sono fonti di fibre che aiutano l’intestino pigro – spiega ancora Rondanelli –. Dopo l’acqua, salendo sulla piramide alimentare troviamo i carboidrati e le proteine e sulla cima della piramide c’è una bandierina: il soggetto anziano deve anche assumere integratori perché l’assorbimento delle vitamine D e B12 non è ottimale.

Quindi il medico deve sapere quali integratori consigliare». La vitamina D aiuta a preservare ossa e muscoli, la B12 in generale a livello cognitivo. «Le vitamine – chiude Rondanelli – servono anche a trasformare i nutrienti in energia».

FONTE: http://laprovinciapavese.gelocal.it/pavia/cronaca/2015/11/08/news/sorpresa-la-carne-fa-bene-agli-anziani-1.12412120

 

Quando coglie un arresto cardiocircolatorio, oppure un infarto miocardico acuto, o ancora un ictus, o un’insufficienza respiratoria acuta, oppure un trauma: in questi casi le manovre del personale sanitario e l'approccio terapeutico sono determinanti, anche se non decisivi, per la vita del paziente. Si chiamano, infatti, First Hour Quintet, quattro situazioni patologiche, più il trauma, tutte molto gravi e ad alto rischio per la vita del paziente, che richiedono una risposta sanitaria precisa.

A questo tema è dedicato il convegno First Hour Quintet: la risposta sanitaria nell’Area vasta Sud Est, organizzato dal Dipartimento di emergenza e accettazione (Dea) della Asl 9, per domani, a partire dalle 8.30, all'hotel Granduca a Grosseto; il primo rivolto agli specialisti delle tre aziende sanitarie della Toscana meridionale- Arezzo, Grosseto e Siena - che confluiranno nella futura Asl di Area vasta. «Obiettivo del meeting - spiega il direttore del Dea di Grosseto, Mauro Breggia, presidente del comitati scientifico del convegno – è quello di assicurare, relativamente alle cinque principali patologie ad alto rischio di morte, risposte adeguate e quanto più possibili omogenee per ridurre la mortalità e le disabilità evitabili».

Divulgare e promuovere la conoscenza e il trattamento delle cinque principali patologie di maggiore criticità, le first quintet hour, creando standard comuni nell'impostazione clinico-diagnostica e terapeutica diventa dunque importante.

Il convegno è dedicato alla memoria di Giuseppe “Tino” Santi, medico della Asl 9 fin dai primi anni Novanta, prematuramente scomparso in un incidente stradale nel 2008. Tino Santi è stato uno dei “pionieri” della rete del 118, per il quale aveva svolto anche attività nell'elisoccorso.

Dal 2003 era entrato in pianto stabile nel team del pronto soccorso, che ha contribuito a far crescere e migliorare fino alla realizzazione del Dea, lavorando a lungo, con grande dedizione e competenza.

Dopo la presentazione del convegno a cura di Mauro Breggia, sono in programma i saluti del commissario della Asl Toscana Sudest, Enrico Desideri, del vicecommissario, Daniele Testi, e del presidente dell'Ordine dei medici di Grosseto, Roberto Madonna.

A seguire sono previsti diversi gli interventi degli specialisti provenienti dalle Asl della Toscana Sud. Arezzo, Grosseto e Siena.

FONTE: http://iltirreno.gelocal.it/grosseto/cronaca/2015/11/05/news/che-fare-in-caso-di-ictus-o-infarto-il-convegno-1.12393671?refresh_ce

 

Tanti sono i benefici dell’attività sportiva, soprattutto se si è superati i 65 anni di età. Una fase della vita delicata, tanto che spesso la parola “anzianità” fa rima con “pigrizia”. Eppure fare regolare movimento (basta solo camminare) o dedicarsi a un vero e proprio sport è particolarmente indicato perché riduce: il rischio di disturbi cardiaci e infarto, previene il diabete, l’ipertensione, la possibilità di sviluppare l’Alzheimer e altre malattie legate all’invecchiamento.

 

Mantenersi giovani nel fisico e nello spirito è quindi una missione possibile a tutte le età, ma otto anziani su dieci ritengono che fare attività sportiva e correggere il proprio stile di vita sia inutile, arrivati a una certa età, tanto più se si è colpiti da tumore. Il 40% dei pazienti oncologici e i loro familiari pensano che l’attività fisica non apporti alcun beneficio, il 23% addirittura è convinto che aggravi la malattia.

 

“Si tratta di dati significativi, frutto di miti sbagliati – spiega il prof. Carmine Pinto, presidente nazionale dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM) e direttore dell’Oncologia Medica dell’IRCCS di Reggio Emilia – che testimoniamo quanto sia sempre più importante informare sulla patologia ed educare a stili di vita corretti non solo il paziente, ma anche chi interviene nella gestione quotidiana della malattia”.

 

Per rispondere a questo crescente bisogno informativo l’AIOM promuove Prostata: sul tumore vince chi gioca d’anticipo, un vero e proprio “Tour della prevenzione” in venti città, che porta gli oncologi a parlare esclusivamente agli anziani di lotta alle neoplasie nei centri ricreativi per la terza età. 

 

“Con questa campagna – continua il prof. Pinto – la prima nel suo genere in Italia, abbiamo scelto di focalizzarci su un tumore solido che interessa maggiormente la terza età e per il quale non esistono finora programmi di informazione e di screening adeguati. Abbiamo realizzato anche un opuscolo informativo da diffondere in ogni incontro che consente ai malati e alle loro famiglie di conoscere la patologia, capire cos’è e quando può essere fatto il controllo del PSA e fornisce consigli pratici su come gestire il forte impatto che la malattia ha nella quotidianità della persona”.

 

Il tour questa settimana toccherà le città di Milano (27 ottobre), Trieste (27 ottobre), Genova (28 ottobre) e Roma (30 ottobre), e ancora Reggio Emilia e Ancona per ripartire prima di fine anno con altre 10 tappe a Padova, Trento, Pescara, Terni, Chieti, poi ancora Bari, Cosenza, Palermo, Nuoro e Como. Il progetto è reso possibile grazie al contributo incondizionato di Janssen.

 

“Le campagne focalizzate sulla prevenzione e sulla creazione di cultura sui tumori rappresentano la nuova frontiera nella collaborazione tra società scientifiche e aziende farmaceutiche – afferma il dott. Massimo Scaccabarozzi, Presidente e Amministratore Delegato Janssen, che rende possibile l’intero progetto –. Lavoriamo per migliorare l’efficacia e la tollerabilità dei farmaci esistenti, sintetizzare nuove molecole per realizzare medicinali innovativi. Il nostro scopo è fornire ai pazienti le migliori terapie possibili e garantire la sostenibilità del sistema”.

 

FONTE: http://sport.sky.it/sport/ritratto_della_salute/2015/10/27/tour-aiom-prostata.html

 

Tra il 2008 e il 2014 le persone al servizio delle famiglie italiane sono aumentate dell'87,3% raggiungendo quota 769mila. È stato l'aumento più importante che si è registrato negli anni della crisi. #Truenumbers, la web serie di approfondimento giornalistico di PanoramaTv è andata a vedere nel dettaglio quali sono i comparti produttivi che hanno perso o guadagnato lavoro nel corso degli ultimi 5 anni.

 

E quello che ha scoperto è che la crescita di colf e badanti non si è affatto fermata, anzi, è il settore nel quale si assume di più. Mentre tutti gli altri (industria, agricoltura, trasporti, per esempio) perdono lavoro, nel settore dei servizi alle famiglie sembra ci sia posto per tutti. Ecco i dati: nel secondo trimestre del 2015 gli addetti ai "servizi collettivi e personali sono 1 milione 776 mila rispetto a 1 milione 737mila del secondo trimestre del 2014.

 

A quanto pare se si cerca lavoro questo è il settore che assume più facilmente. Non solo: nella sesta puntata, visibile qui sopra, #Truenumbers spiega che a decidere di svolgere questi lavori sono sempre di più le persone più avanti nell'età.

 

FONTE: http://www.panorama.it/economia/lavoro-aumenta-grazie-colf-badanti/

 

La ricerca per contrastare i danni provocati dall'ictus segna due nuove importanti conquiste. La prima, tutta italiana, si deve a un gruppo di scienziati dell'Istituto Mario Negri di Milano e del NICO di Torino, scopritori di un farmaco in grado di ridurre del 50% il danno cerebrale fino a sei ore dopo l'attacco. Un secondo studio, effettuato negli Usa, ha invece dimostrato che la stimolazione magnetica del cervello ridona movimento ai pazienti colpiti da disabilità al braccio.

 

La prima terapia farmacologica per ictus - Lo studio italiano è stato pubblicato sulla rivista Cell Death and Disease. Il cervello, come ogni altro organo del corpo - spiegano i ricercatori - necessita di nutrimento e ossigeno per funzionare. Tali sostanze vengono trasportate attraverso i vasi sanguigni e, quando il sangue diretto al cervello è bloccato, si verifica un'ischemia cerebrale, che genera la progressiva morte dei neuroni.

 

I test, effettuati su animali, si sono concentrati sulla proteina denominata MKK7, nota per svolgere un ruolo importante nel determinare la morte dei neuroni a seguito di un attacco ischemico cerebrale. I ricercatori hanno quindi sintetizzato un inibitore specifico di questa proteina, chiamato GADD45Beta. Il risultato? L'effetto "protettivo" funziona anche sei ore dopo l'infarto cerebrale e il danno può essere ridotto del 50%. Si tratta della prima terapia farmacologica per il trattamento dell'ictus.

 

Campi magnetici made in Usa - Lo studio americano sulla stimolazione magnetica del cervello è stato condotto su 30 pazienti presso il Georgetown University Medical Center di Washington e presentato al meeting annuale della Society for Neuroscience, in corso a Chicago. Per ridare speranza a molti pazienti reduci da ictus e con una grave disabilità a un braccio, gli scienziati hanno utilizzato la stimolazione magnetica transcranica (Tms), una tecnica che consiste nell'appoggiare sullo scalpo del paziente una specie di sonda che stimola (con campi magnetici) regioni specifiche della corteccia cerebrale.

 

Attualmente la Tms è approvata dalla Fda unicamente per la cura della depressione resistente ai farmaci, ma è in uso sperimentale per tantissime altre patologie. Gli esperti hanno stimolato parti del cervello sane e non compromesse dall'ictus, notando una discreta ripresa del movimento nel braccio "congelato". La ricerca non si ferma però a questo punto: sono necessari altri test per verificare se la Tms riesce in qualche modo a "dirottare" l'attività di alcune aree del cervello rimaste sane sul controllo dei movimenti degli arti superiori.

 

Una donna su 5 rischia l'ictus: screening gratuito - Studi recenti hanno rivelato che il 63% delle vittime provocate da ictus sono donne e che una donna su 5 corre il rischio di subire un infarto cerebrale nel corso della sua vita. A loro è stato quindi dedicata la campagna di screening gratuito che si potrà effettuare, da lunedì 26 a sabato 31 ottobre, in oltre 2mila farmacie italiane. A organizzare l'iniziativa, in vista dell'ottava edizione della Giornata mondiale contro l'ictus cerebrale che si celebra il 29 ottobre, è A.L.I.Ce Italia Onlus nell'ambito della settimana di prevenzione "Scacco all'Ictus".

 

FONTE: http://www.tgcom24.mediaset.it/salute/ictus-scoperto-in-italia-un-farmaco-che-riduce-del-50-i-danni-al-cervello_2139621-201502a.shtml

 

“Un meraviglioso dono dalla natura”: questa la descrizione che fece Akira Endo, lo scienziato che, attraverso una geniale intuizione, isolò per la prima volta nel 1987, dei metaboliti attivi destinati ad entrare e a restare fino ad oggi sul mercato farmaceutico internazionale per l’impiego nella prevenzione primaria delle malattie cardiache e coronariche e a determinare un sensibile miglioramento della qualità della vita di milioni di persone. Le statine costituiscono, infatti, una classe di farmaci dalle spiccate proprietà ipolipidemizzanti, ovvero in grado di abbassare i livelli di colesterolo nel sangue, per la capacità di agire come inibitori competitivi della 3-idrossi-3-metilglutaril coenzima A (HMG-CoA) reduttasi, l’enzima chiave implicato nella biosintesi del colesterolo. Non solo: negli ultimi anni, diversi sono gli effetti biologici e farmacologici identificati, che suggeriscono nuove possibilità di utilizzo terapeutico di questa classe di farmaci per un gran numero di patologie acute e croniche. Allo stesso tempo però sono emerse nuove evidenze cliniche circa la comparsa di eventi avversi, in particolare riguardanti l’associazione tra l’uso delle statine e l’insorgenza di diabete mellito.

 

La questione che divide la comunità scientifica è dunque: le statine abbassano il rischio di malattia cardiovascolare nei pazienti affetti da diabete o, al contrario, aumentano il rischio di sviluppare il diabete e le malattie cardiovascolari, tra l’altro causa primaria di mortalità e morbilità tra i pazienti con diagnosi di diabete di tipo 2? Da un lato, uno studio epidemiologico pubblicato sulla rivista internazionale British Medical Journal, rivela, dall’analisi di 471 250 persone di età maggiore di 66 anni, che i pazienti che assumono statine (in particolare atorvastatina, rosuvastatina e simvastatina) ad elevato dosaggio mostrano un rischio più elevato di sviluppare il diabete rispetto a quelli trattati con le stesse statine a basso dosaggio. D’altra parte una metanalisi di de Vries dello scorso anno, dimostra che i pazienti con diabete a rischio cardiovascolare sperimentano una riduzione del rischio relativo per i grandi eventi cerebrovascolari, rispettivamente, del 15% e 24%, se trattatati con statine a dosaggio standard o elevato. E da aggiungersi, l’ultima metanalisi in ordine di tempo, pubblicata sulla rivista internazionale Expert Opinion on Drug Safety, sembra confermare ed alimentare il dibattito controverso: la ricerca di articoli e recensioni originali pubblicati tra gennaio 2010 e maggio 2015, conferma i risultati discordanti sull’attività delle statine nell’omeostasi del glucosio.

 

Quale sia il meccanismo associato non è ancora chiarito: inibizione del trasporto del glucosio delle cellule β pancreatiche e dei canali del calcio insulino-dipendenti, ritardo nella produzione di ATP, effetto pro-infiammatorio ed ossidativo sulle cellule beta, induzione di morte cellulare attraverso apoptosi sono solo alcuni tra quelli suggeriti. Un nodo difficile da sciogliere, dunque, che sta impegnando gli scienziati su diversi fronti: l’accertamento della correlazione, la valutazione del rapporto rischio/beneficio e la progettazione di un razionale individualizzato nella terapia con le statine. La nuova frontiera della ricerca e della clinica è, infatti, rivolta esattamente all’individuazione di criteri univoci di definizione del rischio e della stima, caso per caso, dell’efficacia clinica, delle modalità di somministrazione e del dosaggio adeguato. Luci ed ombre che rivelano un concetto noto dall’alba dei tempi: la doppia faccia di un farmaco, sostanza curativa sì, ma anche potenzialmente dannosa, di cui è necessario disporre, per il principio di precauzione, guidati da responsabilità e dalla conoscenza dei benefici e dei rischi.

 

FONTE: http://www.galileonet.it/2015/10/statine-luci-ed-ombre-sul-rischio-diabete/

 

Non si arresta l’epidemia delle malattie neurologiche, in continua crescita complici l’invecchiamento della popolazione e l’allungamento dell’aspettativa di vita. Si stima che nei prossimi anni ad essere colpiti da malattie neurodegenerative saranno centinaia di milioni di persone. Di fronte a cifre così importanti, le sfide principali dei neurologi italiani, riuniti nel 46esimo congresso della SIN Società Italiana di Neurologia a Genova dal 10 al 13 ottobre, sono la diagnosi preclinica ai primi stadi della malattia e la diagnosi precoce quando ancora i segni clinici sono incerti o sfumati.

 

«Poter giungere ad un’analisi preclinica della malattia, quindi prima ancora che essa si manifesti, permetterebbe di indirizzare i pazienti verso trattamenti tempestivi e di lavorare all’individuazione di efficaci farmaci neuroprotettivi, che fin qui hanno ottenuto scarsi risultati forse perché somministrati a decorso patologico avviato» ha spiegato il professor Aldo Quattrone, presidente della SIN e Rettore dell’Università Magna Graecia di Catanzaro.

 

PARKINSON: ALLA RICERCA DEI CAMPANELLI D’ALLARME 

 

Sono 240mila i pazienti affetti da Morbo di Parkinson nel nostro paese e 50mila quelli con parkinsonismi. «Il nostro obiettivo è oggi riuscire a studiarli prima ancora della comparsa dei sintomi motori, quando presumibilmente le cellule dopaminergiche sono ancora intatte» ha spiegato Quattrone. «Al congresso discuteremo alcuni segnali promettenti, come i disturbi del sonno REM o dell’olfatto, anche se non sono specifici della malattia».

 

ALZHEIMER: I PRIMI RISULTATI ENTRO UN PAIO D’ANNI 

 

In Italia sono 1 milione i casi di demenza, di cui 600mila quelli colpiti da malattia di Alzheimer, per la quale non esiste alcun trattamento in grado di curare o arrestare il progredire della malattia. Si stima che nel 2050 ne saranno affette oltre 100 milioni di persone. «Oggi, grazie alla PET riusciamo a osservare la presenza dell’accumulo progressivo della proteina beta-amiloide nel cervello in modo meno invasivo rispetto all’analisi del liquor che richiede un’iniezione lombare» ha spiegato Carlo Ferrarese, direttore scientifico del Centro di Neuroscienze di Milano. 

La proteina beta amiloide è sicuramente causa della demenza ma non è chiaro quando la malattia si manifesterà e con che severità. «Una volta documentato l’accumulo della proteina, possiamo somministrare farmaci in grado di bloccarne la produzione – gli inibitori della beta secretasi – oppure somministrare anticorpi monoclonali per la sua rimozione. Avremo i primi risultati della sperimentazione tra un paio d’anni» ha spiegato Ferrarese. 

Alcuni studi PET sono già in corso anche su soggetti sani, con familiarità alla malattia, con l’obiettivo di misurarne la beta-amiloide e monitorare lo sviluppo della malattia. Infatti, «bloccare la proteina beta amiloide si è fin qui dimostrato inefficace quando la malattia è già in corso, pur nelle sue fasi iniziali». Un limite alla diffusione di questo esame PET è anche il costo del tracciante che lega la proteina, che aumenta con la distanza dal sito di produzione.

 

SLA: ANCHE QUI L’OBIETTIVO É ANTICIPARE LA DIAGNOSI

 

Tra le malattie neurodegenerative, la sclerosi laterale amiotrofica è terza per incidenza. La sfida principale è ancora quella di una diagnosi precoce, dal momento che la Sla viene riconosciuta con un ritardo medio di un anno anche a causa dell’assenza di biormarcatori specifici e ciò impedisce al paziente di iniziare tempestivamente i trattamenti farmacologici e di supporto. «Negli ultimi vent’anni, abbiamo avuto allo studio almeno sessanta farmaci e nessuno si è rivelato efficace. Spesso ci viene chiesta la ragione dell’importanza della diagnosi precoce in assenza di una cura» ha spiegato il professor Adriano Chiò, Coordinatore del Centro SLA del Dipartimento di Neuroscienze dell’Università degli Studi di Torino e dell’AOU Città della Salute e della Scienza di Torino. 

«La risposta è che permetterebbe l’inserimento dei pazienti nei trial clinici, l’ottenimento del supporto materiale e sociale loro necessario e la possibilità eventualmente di scoprire i marcatori biologici della malattia». La diagnosi presintomatica non è possibile, ma a questo fine sono già in corso degli studi su soggetti sani ma a rischio perché portatori di mutazioni genetiche associate alla SLA. Chiò ha elencato gli altri versanti su cui i ricercatori sono al lavoro: «La ricerca dei biomarcatori umorali, ad elevata sensibilità e specificità, ha fatto progressi; l’uso delle neuroimmagini, che sembrano consentirci di rilevare le lesioni nella fase presintomatica; la PET, che ci fornisce informazioni sulla componente cognitiva della malattia».

 

ICTUS: CON INTERVENTO MECCANICO DISABILITA’ RIDOTTA DEL 50%

 

Oltre alla diagnosi precoce e preclinica, le novità del congresso riguardano l’ictus e la sclerosi multipla. Se sono 200mila i nuovi casi di ictus cerebrale all’anno, dei quali l’80% nuovi casi, sono quasi 1 milione gli italiani che convivono con gli esiti che nel 30% dei casi molto invalidanti. Sono questi i dati preoccupanti diffusi dal professor Elio Agostoni, Direttore del Dipartimento di Neuroscienze e della Struttura Complessa di Neurologia e Stroke Unit dell’Ospedale Niguarda Ca’ Granda. Ma la buona notizia c’è e riguarda il trattamento dello stroke ischemico mediante disostruzione del trombo o trombo-aspirazione: «Negli ultimi dieci mesi, sono apparsi alcuni studi su riviste importanti come il New England Journal of Medicine che hanno dimostrato l’efficacia terapeutica della combinazione della tradizionale trombolisi sistemica farmacologica e della trombectomia meccanica» ha spiegato Agostoni. «Con la disostruzione meccanica dell’arteria si ottiene una riduzione della mortalità e della disabilità di circa il 50% e della conseguente aumentata autonomia dei pazienti sono testimone quotidianamente». 

Un aspetto correlato che i neurologi affronteranno sarà quello della formazione dei professionisti – neurologi, neurochirurghi e neuroradiologi - “interventisti neurovascolari” previsti h24 in ogni storke unit di secondo livello dal decreto ministeriale 70 del 2 aprile 2015. 

 

SCLEROSI MULTIPLA: LE NUOVE TERAPIE

 

Gli italiani con sclerosi multipla sono circa 60 mila, 1 ogni mille abitanti. Grazie alla crescente attenzione della ricerca, «il numero di farmaci a disposizione oggi sono una decina. Le novità riguardano tanto le terapie di prima linea, farmaci tradizionali iniettivi, molto sicuri e adeguati per i casi meno aggressivi, quanto le terapie orali, molto in uso nonostante i possibili effetti collaterali. Nei casi più aggressivi e maligni, e non sensibili alle comuni terapie, l’intensa immunosoppressione seguita da trapianto autologo di cellule staminali ematopoietiche » ha spiegato il presidente del congresso Gianluigi Mancardi, Direttore della Clinica Neurologica dell’Università di Genova. «Una sessione plenaria sarà dedicata alle classiche terapie immunosoppressive e parleremo anche dei recenti risultati ottenuti con un anticorpo monoclonale contro i linfociti B, che verranno resi pubblici a ECTRIMS a Barcellona, alcuni alquanto decisivi contro le forme primariamente progressive della malattia fin qui prive di trattamento». 

 

FONTE: http://www.lastampa.it/2015/10/08/scienza/benessere/parkinso-alzheimer-sla-cos-la-medicina-sfider-le-malattie-neurologiche-9SdgWXOEOlmyiLJBuGil5N/pagina.html

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