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Il glaucoma potrebbe avere uno stretto legame con Alzheimer, Sla e Parkinson. Sono i risultati di uno studio dell’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti, in collaborazione con Irifor (centro di formazione, ricerca e riabilitazione per la disabilità visiva), che ha analizzato gli aspetti clinici del glaucoma, individuando uno stretto legame con altre patologie neurodegenerative.

I glaucomi sono un tipo di malattie oculari che oggi costituiscono la seconda causa di cecità al mondo, dopo la cataratta. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha stimato che ne soffrono circa 55 milioni  di persone al mondo. Più di un milione si trovano solo in Italia e, nella maggior parte dei casi, una persona su due non ne è al corrente.

Nei giorni scorsi è inoltre arrivato un ulteriore monito dall’Oms, che ha descritto il glaucoma come una patologia da non sottovalutare sia perché non ha sintomi particolari e ci si accorge della sua presenza solo una volta che la vista è già compromessa, sia perché non comporta esclusivamente la perdita della vista ma influisce negativamente anche sul nostro sistema cerebrale.

 

COS’È IL GLAUCOMA

 

Con il termine glaucoma si intendono tutte quelle malattie che  colpiscono gli occhi, accomunate dall’aumento della pressione endooculare, principalmente in soggetti con più di 40 anni. All’interno dell’occhio è presente un liquido, l’umore acqueo, che assicura il nutrimento delle strutture oculari e viene continuamente prodotto e riassorbito da specifiche vie di deflusso. Quando queste vie si ostruiscono si ha un aumento della pressione all’interno dell’occhio superando i normali 14-16 mmHg, la soglia massima.

Se questa condizione peggiora e perdura nel tempo può danneggiare il nervo ottico, incaricato di trasmettere le informazioni visive direttamente al cervello. La lesione delle fibre nervose porta ad un progressivo restringimento del campo visivo tipico del glaucoma in stadio avanzato. Il danno alla vista è infatti progressivo e,  dato che inizialmente interessa solo la visione laterale, passa inosservato fino a quando non si arriva alla perdita di gran parte della vista.

 

IL LEGAME TRA GLAUCOMA E MALATTIE DEGENERATIVE

 

La ricerca finanziata dall’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti e condotta dall’oculista Paolo Frezzotti e dal neurologo Nicola De Stefano è partita prima di tutto dall’osservazione dei pazienti affetti da glaucoma, nello specifico quello primario angolo aperto (GPAA).

“Il nostro obiettivo – hanno dichiarato i responsabili della ricerca – “era quello di analizzare se i diffusi cambiamenti del cervello che si verificano nel GPAA sono un fenomeno tipico dello stadio avanzato o rilevabile sin dalla fase iniziale”. Dai dati raccolti attraverso l’utilizzo di risonanze magnetiche è emerso uno stretto legame con patologie neurodegenerative classiche come Alzheimer e Parkinson.

 

Lo studio ha dato spazio a nuovi stimoli di ricerca e ha messo in luce quanto sia importante la prevenzione e una diagnosi precoce per bloccare l’evoluzione del glaucoma e i danni che provoca su tutto il nostro organismo.

 

FONTE: http://www.bussolasanita.it/schede-2024-il_glaucoma_potrebbe_causare_alzheimer_sla_e_parkinson

 

È un semplice test del sangue e, secondo gli scienziati che lo hanno messo a punto, è in grado di svelare quante probabilità ci sono di avere un infarto da qui a 5 anni. Tutto nasce da una scoperta di un team di ricercatori dell’Imperial College e dell’University College di Londra, che ha osservato come alti livelli di un tipo di anticorpi siano collegati a un basso rischio di sviluppare problemi di cuore, indipendentemente da altri fattori di rischio. 

 

Il nuovo test misura proprio questo: la presenza degli anticorpi “scudo” che sembrano proteggere il corpo da un attacco di cuore, anche quando il colesterolo e la pressione sanguigna risultano alti. Gli scienziati hanno studiato più di 1.700 soggetti inquadrati come a rischio di sviluppare problemi cardiaci. Durante i cinque anni e mezzo di durata del test, i ricercatori hanno scoperto che le persone con il più alto numero di anticorpi presentavano un rischio di malattia coronarica o di infarto più basso del 58% e una probabilità di essere colpiti da ictus o altri eventi cardiaci più bassa del 38%. 

 

«La correlazione fra un sistema immunitario più forte e robusto e un’azione protettiva dagli attacchi cardiaci è stata una scoperta entusiasmante», racconta al Telegraph il capo ricercatore Ramzi Khamis. «Migliorando il modo in cui identifichiamo le persone a più alto rischio di attacchi di cuore - spiega - possiamo offrire loro cure adeguate. Speriamo anche di esplorare modalità per rafforzare il sistema immunitario in modo che possa esercitare appieno questa azione protettiva dalla malattia cardiaca».

 

FONTE: http://www.lastampa.it/2016/06/20/scienza/benessere/avrai-un-infarto-te-lo-dice-un-test-del-sangue-FRU5Y9zbiGaHP5EFApf3FL/pagina.html

 

 

Galassia tate, colf, badanti: il sommerso è la regola sulla scia di un tacito accordo tra datore di lavoro e lavoratore alimentato dalla mancanza di norme chiare e incentivi per regolare le prestazioni fisse o part-time per la cura dei bambini, anziani, disabili o semplicemente della casa. E l'incidenza del nero resta altissima, pari al 55% del lavoro totale. 

"Il nero è un fenomeno congenito a queste prestazioni private, poco e difficilmente controllabili", sottolinea con l'Adnkronos Andrea Zini, vice presidente di Assindatcolf, l'associazione nazionale dei datori di lavoro domestici. "Colf, tate e badanti in nero sono oltre un milione, contro i circa 920mila registrati". La quota del sommerso viaggia quindi intorno al 55% del totale. Sempre alta ma in forte calo rispetto al 2001 quando era ben oltre l’80%. Il punto è che le famiglie grazie alle operazioni culturali e ad una diversa sensibilità civica oggi iniziano ad avere un approccio diverso.

 

In ogni caso il sommerso resta alto, distorce il mercato e logora l'economia, spinto "dall'interesse contrapposto ma univoco tra lavoratore e datore di lavoro". Ecco perché per contrastarlo e favorire l'emersione "la prima arma da attivare è la deduzione del costo del lavoro, come accade nel resto d'Europa - sottolinea Zini - Se si deducesse il costo del lavoro, il datore non ricorrerebbe al nero perché ovviamente godrebbe dei benefici legati al minor costo della prestazione e non si esporrebbe ai costi altissimi di una denuncia". Da qui la richiesta dell'associazione di "inserire nella prossima legge di Stabilità la deducibilità del lavoro domestico". Una misura necessaria per un mercato che non conosce crisi: dati alla mano, sono oltre 2mln le famiglie che si avvalgono dei collaboratori domestici per una spesa complessiva di 19,3 miliardi, un valore che negli ultimi quindici anni è cresciuto del 22%. Inoltre secondo i dati Inps, in Italia nel 2014 i collaboratori domestici erano per il 46% di un’altra nazionalità europea, per il 31% provenienti da paesi terzi.

 

Allargando lo scenario al resto d'Europa, i dati ufficiali della Commissione Ue del 2012 parlano di 2,6 mln di collaboratori domestici con contratti regolari, l'89% donne. Tra questi il 27% in Italia, seguita dalla Spagna (25%) e dalla Francia (23%). Ma si tratta, anche in questo caso, di dati assolutamente parziali. Non tengono conto infatti dell'esercito dei lavoratori in nero, i lavoratori "invisibili" li ha definiti il Parlamento europeo, perché non sono destinatari di un contratto regolarmente registrato e svolgono lavori informali, senza benefit di sicurezza sociale e senza assistenza sanitaria. Finiscono così a far parte dell'economia sommersa, ignota al fisco e alla previdenza. In Europa e in Italia. 

 

FONTE: http://www.adnkronos.com/soldi/economia/2016/06/11/tate-colf-badanti-piu-della-meta-lavorano-nero_DfVtgdNhjymgplgVZfUomJ.html?refresh_ce

 

 

 

Le malattie del sistema circolatorio e il cancro sono, di gran lunga, le principali cause di morte in Europa. A confermarlo sono gli ultimi dati pubblicati da Eurostat che però rivelano molto di più di questo risultato.

In primis il report Eurostat ci dice che tra il 2004 e il 2013, “c’è stata riduzione del 11% del tasso di mortalità per cancro tra gli uomini e una riduzione del 5,9% per le donne . Inoltre cali più vistosi si sono registrati in relazione alle morti per cardiopatia ischemica, dove i tassi di mortalità sono diminuiti del 30,6% per gli uomini e del 33,4% per le donne, mentre ancora maggiori riduzioni sono state registrate per le morti da incidenti stradali, i cui i tassi sono scesi del 45,3% per gli uomini e 47% per le donne”.

 

Anche per quanto riguarda il tasso di mortalità per il cancro al seno, “esso è diminuito del 10,1% per le donne”. Al contrario, Eurostat ci fa notare invece come il tasso di mortalità per malattie del sistema nervoso “è aumentato per gli uomini del 18,9% e per le donne del 25,1%.

Il cancro al polmone (tra cui anche il cancro della trachea e dei bronchi) mostra invece andamenti divergenti: per gli uomini il tasso di mortalità standardizzato è diminuito del 20,8%, mentre per le donne è aumentata del 71,9%”.

Malattie del sistema cardiocircolatorio nella UE: Il tasso di mortalità è di 383 morti ogni 100.000 abitanti. Le malattie del sistema circolatorio comprendono i problemi relativi alla pressione alta, colesterolo, diabete e fumo. Le più comuni cause di morte per malattie del sistema circolatorio sono gli infarti e le malattie cerebrovascolari. Le ischemie cardiache hanno causato 132 decessi ogni 100.000 abitanti in tutta l'UE-28 nel 2013.

 

Gli Stati membri dell'Unione europea con i più alti tassi di mortalità standardizzati per malattie ischemiche del cuore sono la Lituania, la Lettonia, la Slovacchia, l'Ungheria e la Repubblica Ceca - tutti sopra 350 decessi per 100 000 abitanti nel 2013. All’altra estremità la  Francia, Portogallo, Paesi Bassi, Spagna, Belgio, Danimarca, Lussemburgo e Grecia, così come il Liechtenstein, hanno i più bassi tassi di mortalità standardizzati per malattie ischemiche del cuore (inferiori ai 100 morti ogni 100mila abitanti). L’Italia è sotto la media con un tasso di 104 morti ogni 100mila abitanti)

Il cancro è una delle principali cause di morte, con una media 265 morti ogni 100.000 abitanti in tutta l'UE a 28. Le forme più comuni di cancro - tutti con tassi di mortalità standardizzati al di sopra di 10 per 100.000 abitanti – sono : trachea, bronchi e del polmone; colon, retto-sigma giunzione, retto, ano e canale anale; Seno; pancreas; stomaco e del fegato e dei dotti biliari.

Ungheria, Croazia, Slovacchia, Slovenia, Danimarca e Lettonia sono i paesi più colpiti dal cancro - con 300 o più morti ogni 100.000 abitanti nel 2013. Per l’Italia i decessi sono di 250 ogni 100mila abitanti.

 

Dopo le malattie cardiovascolari e il cancro, le malattie respiratorie sono la terza causa più comune di morte nell'UE con una media di 83 decessi ogni 100.000 abitanti nel 2013.. “Le malattie respiratorie – rileva Eurostat - sono legate all'età, con la stragrande maggioranza dei decessi per queste patologie registrate tra quelli di età compresa tra 65 o più”.

I più alti tassi di mortalità standardizzati per malattie respiratorie tra gli Stati membri dell'UE sono stati registrati nel Regno Unito (144 ogni 100.000 abitanti), l'Irlanda (131 per 100.000 abitanti), la Danimarca (128 per 100. 000 abitanti) e in Portogallo (124 per 100. 000 abitanti). Italia ampiamente sotto la media con un tasso di 60 decessi ogni 100mila abitanti.

 

Come notato sopra, i tassi di mortalità standardizzati per le malattie del sistema nervoso sono aumentati negli ultimi anni. Nel 2013, il tasso globale europeo è stato di 38 morti ogni 100.000 abitanti. La Finlandia ha registrato il tasso più alto tra gli Stati (141 morti ogni 100.000 abitanti), più del doppio del secondo, i Paesi Bassi con 56 morti per 100.000 abitanti. Italia poco sotto la media con 34 decessi.

Le cause di morte includono anche i suicidi e gli incidenti stradali. Anche se il suicidio non è una delle principali cause di morte ed i dati per alcuni Stati membri dell'UE sono poco precisi, esso è spesso considerato come un importante indicatore per lo status di una società. In media nella Ue, ci sono stati 11,7 morti ogni 100.000 abitanti risultanti dal suicidio nell'UE-28 nel 2013. I tassi di mortalità standardizzati più bassi per il suicidio nel 2013 sono stati registrati in Grecia (4,8 decessi ogni 100.000 abitanti) e Malta (5,1), e tassi relativamente bassi - di meno di 8 morti ogni 100.000 abitanti - sono stati registrati anche a Cipro, Italia e nel Regno Unito, così come in Turchia e nel Liechtenstein. Il tasso di mortalità più alto si è registrato invece in Lituania (36,1 decessi per 100.000 abitanti) ed è stato tre volte superiore alla media.

 

La frequenza dei decessi causati da incidenti stradali nell'UE-28 nel 2013 è stata inferiore rispetto alla frequenza dei suicidi. Sono Romania, Lituania, Polonia e Croazia ad avere i più alti tassi di mortalità standardizzati (10 o più morti ogni 100.000 abitanti) mentre il Regno Unito ha registrato 2,7 morti per incidenti di trasporto per 100.000 abitanti. Italia con il suo 5,8 in media (5,9).

 

FONTE: http://www.quotidianosanita.it/studi-e-analisi/articolo.php?articolo_id=40405

Il modello è composto da 11 fattori, di cui sei sono rilevati routinariamente (età del paziente, tipo di cancro, farmaci chemioterapici pianificati e dosi, emoglobina e clearance della creatinina) e cinque sono rappresentati da domande per effettuare una valutazione geriatrica in merito a udito e cadute, possibilità del paziente di prendere autonomamente i farmaci, limitazioni nella deambulazione e possibile interferenza di problemi fisici/emotivi nelle attività sociali.

In una coorte di sviluppo di 500 pazienti, il modello ha individuato i pazienti anziani a rischio di tossicità della chemioterapia, mentre il parametro comunemente usato del Karnofsky Performance Status (KPS) non lo ha fatto.
Come riferiscono i ricercatori, più della metà dei pazienti (58%) aveva una tossicità almeno di grado 3. Il rischio di tossicità aumentava con l’incremento del punteggio legato al rischio (36,7% basso, 64,2% medio, 70,2% alto; p<0.001).

L’area sotto la curva ROC (Receiver-operating characteristic) era 0.65, come quanto osservato nella coorte di sviluppo (0.72; p=0.09). Non risultava nessuna associazione tra KPS e tossicità della chemioterapia (p=0.25).

 

I COMMENTI SUGLI AUTORI

 

“Soppesare i rischi e benefici della chemioterapia negli anziani è difficile perché ce ne sono pochi nei trial clinici randomizzati volti a informare su questo rischio”, osservano il Dr. Hurria e colleghi nel loro articolo. “Inoltre, quelli inclusi nei trial clinici stanno fisicamente bene e non rappresentano la popolazione anziana in generale. Quindi, questo studio colma un gap sviluppando uno strumento comprovato per valutare il rischio di tossicità della chemioterapia negli anziani che ricevono tale terapia nella pratica quotidiana per contribuire al processo decisionale clinico”.

I ricercatori notano di aver previsto una tossicità compresa tra il grado 3 e il grado 5, ma il 2 potrebbe essere “ugualmente importante” negli anziani. Inoltre, i pazienti inclusi nella coorte avevano tumori solidi e non ricevevano biologici o chemioterapia a dosi elevate; “quindi, questi risultati si riferiscono a pazienti con tumori solidi che ricevono la chemioterapia”.

Il team conclude che “il modello predittivo è semplice da usare, pertanto aumenta la fattibilità dell’inclusione nella pratica quotidiana e può fornire a pazienti e oncologi ulteriori informazioni da inserire nel processo decisionale. Parlare dei rischi del trattamento è fondamentale per permettere ai pazienti di prendere una decisione informata. Inoltre, il modello potrebbe consentire agli oncologi di prevedere la tossicità in pazienti ad alto rischio per prendere provvedimenti preventivi e cercare di ridurre questo rischio”.

 

FONTE: http://www.quotidianosanita.it/scienza-e-farmaci/articolo.php?articolo_id=39990

 

“L’obesità è una malattia potenzialmente mortale, riduce l’aspettativa di vita di 10 anni, è causa di disagio sociale e spesso, tra bambini e adolescenti, favorisce episodi di bullismo, che più volte le cronache hanno riportato. Eppure, l’Italia e l’Europa, sino ad oggi, hanno guardato altrove“. È la forte denuncia di Paolo Sbraccia, presidente SIO-Società italiana dell’obesità, in occasione della presentazione organizzata da SIO con il contributo non condizionato di Novo Nordisk – oggi al Senato – della Giornata europea dell’obesità, che si svolgerà sabato. Sbraccia ha ricordato come nonostante l’Organizzazione mondiale della sanità consideri l’obesità una malattia, nel Vecchio continente solo il Portogallo ne abbia preso atto.

 

Per queste ragioni, sotto la spinta della Società europea dell’obesità (EASO) e delle associazioni scientifiche nazionali, tra le quali SIO, un gruppo di Parlamentari europei di tutti gli schieramenti politici, guidati dal maltese Alfred Sant e che comprende gli italiani Enrico Gasbarra, Fabio Massimo Castaldo e Giovanni La Via, presidente della Commissione Ambiente, sanità pubblica e sicurezza alimentare del Parlamento europeo, ha promosso una “dichiarazione scritta” che invita Commissione europea e Consiglio d’Europa “ad agire in vista di un riconoscimento armonizzato, a livello europeo, dell’obesità come malattia cronica“. Il documento, inoltre, sottolinea come: “stante la situazione, vi è l’urgente necessità di riconoscere l’obesità come malattia, onde garantire una migliore mobilitazione delle risorse quando si tratta di prevenzione, cura e assistenza“. “Si stima che l’obesità colpirà, entro il 2030, il 50% dei cittadini europei e in molti Paesi, tra persone obese e sovrappeso, si raggiungerà il 90% della popolazione“, ha detto Sbraccia.

 

“Già oggi, come ricordano i proponenti il documento al Parlamento europeo, il costo economico e sociale dell’obesità è pari a 70 miliardi di euro nell’Unione, tra costi sanitari e mancata produttività, quasi 200 milioni di euro al giorno, che hanno un impatto notevole e assolutamente sottovalutato sui sistemi sanitari“, ha aggiunto Sbraccia. “Affinché i Governi, incluso quello italiano, pongano il giusto rilievo a questo enorme problema di salute e sociale, è fondamentale che la maggioranza dei membri del Parlamento europeo aderisca, firmandola, a questa iniziativa. Rivolgo pertanto un appello a tutti i nostri parlamentari europei, perché si impegnino e contribuiscano attivamente“, ha concluso Sbraccia. Gli ha fatto eco la senatrice Laura Bianconi, membro della XII Commissione Igiene e Sanità del Senato e vicepresidente del gruppo Area popolare (NCD-UDC) a Palazzo Madama: “L’obesità, come emerge dai recenti dati di uno studio pubblicato sull’autorevole The Lancet, che ha analizzato l’evoluzione del fenomeno in quasi 200 nazioni, è aumentata in maniera drammatica negli ultimi 40 anni nel mondo, in Europa e in Italia; basti pensare che si stimava in 105 milioni il numero di obesi sul pianeta nel 1975, cresciuto di sei volte ai 640 milioni di oggi. Come parlamentare italiano, da sempre impegnata in ambito sanitario, non posso non associarmi all’invito della comunità scientifica nazionale e internazionale, sollecitando i colleghi Italiani eletti a Strasburgo ad aderire all’iniziativa“.

 

Sulla medesima lunghezza d’onda anche la vicepresidente della Commissione Igiene e sanità Maria Rizzotti, e la vicepresidente del gruppo Pd al Senato Giuseppina Maturani. Concordemente, hanno sottolineato come il problema obesità sia più che reale anche nel nostro Paese, soprattutto per l’elevata presenza del fenomeno tra le giovani generazioni e l’aumento della percentuale complessiva di obesi dall’8,5% al 10,2% nel periodo 2001-2014.

 

FONTE: http://www.meteoweb.eu/2016/05/obesita-gli-esperti-malattia-mortale-riduce-la-vita-10-anni/688557/

 

Il matrimonio protegge la salute degli anziani. Solo degli uomini però: secondo una ricerca italiana condotta presso l’Università di Padova e pubblicata sul Journal of Women’s Health, i maschi over-65 sposati sono (rispetto ai coetanei celibi o vedovi) meno a rischio rispetto a malattie croniche, disabilità e morte. Invece le donne della stessa età che hanno perso il consorte appaiono, di contro, più “forti” delle coetanee che hanno ancora il marito accanto: le vedove soffrono meno di malattie croniche e hanno un ridotto rischio di morte.

 

I dati dello studio su 2mila anziani

 

I ricercatori padovani hanno considerato i dati relativi a quasi 2mila anziani inseriti nel “Progetto Veneto Anziani” e misurato il grado di “fragilità” mettendolo in relazione al loro stato civile. La “fragilità” è una condizione che si misura attraverso alcuni parametri fisici tra cui la velocità della camminata, la forza della presa della mano, l’autonomia nelle attività quotidiane ed è uno specchio del rischio di morte e disabilità.

Riguardo al risultato differente rispetto ai sessi è probabile, ipotizzano i ricercatori, che sia la conseguenza diretta del fatto che la vita coniugale tende a essere più gravosa e stressante per la donna anziana che tradizionalmente tiene “le redini” della gestione domestica occupandosi oltre che del coniuge, anche dei parenti più prossimi.

 

In Italia le donne penalizzate nella gestione domestica

 

Peraltro l’Italia secondo l’ultimo rapporto Ocse è il Paese dove le donne lavorano di più: ogni giorno 326 minuti più degli uomini. Lavori domestici e di cura, casa, figli e genitori anziani. La media Ocse è molto inferiore: 131 minuti secondo il recente dato emesso dall’Organizzazione per la Cooperazione e lo sviluppo. In particolare ogni donna in Italia dedica 36 ore la settimana ai lavori domestici, mentre gli uomini non vanno oltre le 14. Sono 22 ore di differenza: il divario maggiore tra tutti i Paesi industrializzati. Il «doppio fardello delle donne», dice l’Organizzazione riferendosi anche alle ore di lavoro fuori casa, può dare origine a «riduzione del tempo a propria disposizione e stress, con effetti negativi sulla qualità della vota e sulla salute».

 

FONTE: http://www.corriere.it/salute/16_aprile_26/gli-anziani-vedovi-diventano-piu-cagionevoli-salute-donne-no-e281f8a8-0bbb-11e6-a8d3-4c904844517f.shtml

 

In molti anziani solo il pensiero di poter soffrire un giorno di demenza genera ansia, anzi terrore. Cresce la paura di perdere la memoria, il timore di compiere atti inconsulti, di mettere in una pentola accesa delle verdure, accendendo il gas, ma dimenticando di aggiungere l'acqua per una zuppa. Uscire di casa e non ricordarsi più la strada del ritorno. Si teme la perdita della propria autonomia, l'isolamento, la fine della vita attiva.

 

In Italia soffrono di demenza oltre un milione di anziani. Fanno parte soprattutto degli Over 65, ben 13 milioni di persone, pari al 21,7% della popolazione totale. Le demenze rappresentano le sindromi psichiatriche più comuni: una causa importante di disabilità che, solo nel nostro Paese, fa registrare costi socio-sanitari per 10-12 miliardi di euro l'anno. Per favorirne una gestione appropriata, promuovendo sul territorio la conoscenza e l'applicazione degli obiettivi del Piano Nazionale Demenze, l'Associazione Italiana Psicogeriatria (AIP - presidente Marco Trabucchi) avvia un ambizioso programma di formazione: 13 eventi residenziali previsti da maggio a ottobre, in 13 regioni italiane, per coinvolgere oltre 600 medici sul territorio. L'annuncio è stato dato a Furenze al XVI Congresso nazionale AIP. La società scientifica che raggruppa medici neurologi, psichiatri, geriatri e psicologi attorno alle tematiche della fragilità dell'anziano, in particolare quelle che vedono una importante componente cerebrale. É composta da oltre 2.000 soci provenienti da tutta Italia.

 

ll progressivo invecchiamento della popolazione ha comportato un sensibile aumento dei disturbi cognitivo-comportamentali di natura neurodegenerativa, destinati ad acquisire in futuro sempre più rilevanza. Tra le sindromi psichiatriche più comuni vi sono le demenze (600mila con morbo di Alzheimer), hanno una prevalenza del 5-8% negli over 65 e, in circa il 15-25% dei casi, possono associarsi a depressione. Nella presa in carico del malato di demenza, dal riconoscimento dei primi sintomi al trattamento a lungo termine, il medico di famiglia è una figura cruciale: presentargli i contenuti e le finalità del Piano nazionale Demenze, educarlo a un corretto approccio diagnostico-terapeutico e renderlo consapevole del suo ruolo centrale nella rete integrata dei servizi sono gli obiettivi che si pone il progetto formativo.

 

Le demenze sono sindromi degenerative che colpiscono la memoria, il pensiero, il comportamento e la capacità di svolgere le attività quotidiane. Il loro carattere progressivo rende necessaria una diagnosi tempestiva, che consenta di attivare interventi farmacologici e psico-sociali volti a rallentare l'evoluzione della malattia e contenerne i disturbi. Non fanno parte del normale processo di invecchiamento, ma sono malattie da affrontare con determinazione, combattendo il fatalismo ancora presenti nelle famiglie, nella società e talvolta tra gli stessi operatori sanitari. Partendo da queste considerazioni, il 30 ottobre 2014 la Conferenza Unificata ha approvato l'accordo tra governo e regioni Piano nazionale Demenze che, puntando ad una gestione integrata e multidisciplinare, vuol fornire indicazioni strategiche per migliorare e uniformare la qualità dell'assistenza in Italia: dalle terapie al sostegno e all'accompagnamento del malato e dei caregiver, durante tutto il percorso di cura. L'attività del medico di famiglia è fondamentale.

 

FONTE: http://www.ilgiornale.it/news/salute/demenza-fa-sempre-pi-paura-1251367.html

Non solo mal di vivere. La depressione mette un freno anche al cervello. Esplode nella vita delle persone e ha l'impatto di un tumore dell'anima e della mente: da un lato ruba le emozioni e dall'altro atrofizza anche le performance  dell'intelletto con un calo di attenzione, memoria e concentrazione e un blocco della capacità decisionale e di problem solving. Un aspetto inizialmente "non tanto considerato clinicamente, ma negli ultimi anni - spiega durante un incontro a Milano Claudio Mencacci, direttore del Dipartimento di neuroscienze dell'Asst Fatebenefratelli Sacco del capoluogo lombardo e presidente della Società italiana di psichiatria (Sip) - si è visto che è presente fin dal primo episodio depressivo e rimane tra i sintomi residui. Tanto che le persone 
possono avere difficoltà a tornare com'erano da un punto di vista cognitivo". 

 

È come se la depressione, prosegue l'esperto, "fosse un punto di frattura. Come se un osso rotto, pur rimesso a posto, non tornasse come prima ma restasse più fragile". E la conseguenza è che chi ha sperimentato la morsa della depressione fa un passo indietro rispetto alla vita, si tiene sull'orlo. Nonostante le implicazioni della malattia, anche in frangenti ad alto rischio "solo un paziente su tre si cura, e fra questi - sottolinea Mencacci - meno della metà si cura in maniera adeguata per tempo e dosi", iniziando comunque le terapie con grave ritardo sulla comparsa dei sintomi. "L'aumento nei consumi di antidepressivi che si rileva resta inferiore al numero di persone che secondo le stime scientifiche si dovrebbero curare". Su questo dato "pesano la vergogna e lo stigma sociale", ma anche "spesso l’incapacità di prendere coscienza dei sintomi" con cui il male si manifesta.

 

I valori del colesterolo considerati nella norma

 

L'organismo ha bisogno di un pò di colesterolo: questa molecola è un fondamentale costituente delle membrane ...

 

"Il passo avanti è far sì che nuove molecole abbiano maggiore efficacia e agiscano anche per alcune aree rimaste finora poco 
evidenziate, ma di grande peso, come il tema della cognitività. Oggi a distanza di 10 anni abbiamo una nuova opportunità terapeutica per le  forme di depressione moderate e severe di adulti e anziani". Unaterapia definita multimodale, in arrivo nelle farmacie italiane nelle prossime settimane, che si comporta come un'arma double face riducendo le manifestazioni della malattia, ma anche garantendo una salvaguardia della sfera affettiva e cognitiva. Messa a punto dalla ricerca dell’azienda danese Lundbeck, la nuova terapia è anche un po' made in Italy, visto che il principio attivo viene prodotto in territorio tricolore, a Padova, per tutto il mondo.

"Come i classici antidepressivi - precisa Giovanni Biggio, professore emerito di Neuropsicofarmacologia all'Università di Cagliari - questa molecola, che si chiama vortioxetina, ha la capacità di aumentare i livelli di serotonina, con effetti benefici sulla sfera affettiva. A questo però si aggiunge anche un’azione agonista e antagonista su diversi recettori della serotonina stessa, con conseguente impatto indiretto e specifico a livello cerebrale sui livelli di altri neurotrasmettitori coinvolti nella depressione".

 

FONTE: http://www.liberoquotidiano.it/news/scienze---tech/11907538/Depressione-sconfitta-per-sempre--La.html

 

 

Che sia un barboncino o un gatto siamese, prendersi cura di un animale domestico sviluppa la capacità di organizzare la vita di un altro essere vivente e ha dei riflessi concreti anche sulla capacità di autogestione. A beneficiarne possono essere persone di tutte le età. Nei giovanissimi, per esempio, occuparsi di un pet aiuta a mantenere sotto controllo i livelli di glucosio nel sangue e costituisce un valido contributo nella gestione del diabete di tipo 1, ovvero quello in cui la mancanza di insulina è legata a fattori autoimmuni. E’ la conclusione a cui sono giunti ricercatori della University of Massachusetts Medical School, negli Stati Uniti. I risultati dello studio controllato sono stati pubblicati nei giorni scorsi sulla rivista Plos One, qui. Il team ha selezionato 223 bambini e ragazzi con diabete mellito di età compresa tra 9 e 19 anni, impegnati regolarmente a prendersi cura di un animale.

 

Sono stati invece esclusi dalla ricerca coloro che, pur avendo un pet a cui erano molto affezionati, non risultavano coinvolti nell’accudimento. I ricercatori hanno quindi messo in relazione la capacità di gestire responsabilmente le esigenze degli amici a quattro zampe con il successo nell’autogestione della malattia cronica. Ne è emerso che i bambini diabetici che si occupano attivamente di almeno un animale domestico hanno 2,5 volte più la probabilità di mantenere sotto controllo i livelli di zucchero nel sangue rispetto a coloro che non lo fanno. In particolare, sottolinea lo studio, la creazione di una routine domestica e la promozione di atteggiamenti di responsabilità educano i giovani a mettere in atto una serie di comportamenti utili, come assumere regolarmente insulina, effettuare misurazioni e fare attività fisica.

 

Ma accudire un pet significa prendersi cura della propria salute anche una volta arrivati alla terza età. Una ricerca di Sic – Sanità in cifre effettuata per Federanziani l’anno scorso, infatti, ha calcolato i benefici che occuparsi di un cane avrebbe sulla salute di una persona anziana diabetica, cardiopatica o depressa. Lo studio ha stimato che combinando interventi sugli stili di vita (camminare, per esempio portando un cane a passeggio) e sull’alimentazione (meno grassi saturi, carne, sale e zucchero e più pesce, verdura e frutta), si produrrebbero benefici effetti sulle condizioni fisiche delle persone affette dalle patologie citate. Comportando, inoltre, un risparmio annuo sulla spesa sanitaria nazionale di circa quattro miliardi di euro. Ce ne siamo occupati qui e qui su 24zampe.

 

FONTE: http://guidominciotti.blog.ilsole24ore.com/2016/05/08/occuparsi-di-un-pet-aiuta-i-giovani-a-controllare-il-diabete-e-gli-anziani-a-star-meglio/?refresh_ce=1

 

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