La NOSTRA badante a casa TUA

L’esercizio fisico e la dieta fanno bene a qualsiasi età: fin qui nulla di nuovo. Ciò che emerge come aspetto ultimo, invece, è l’effetto che il movimento e la restrizione calorica possono assicurare in una determinata categoria della popolazionequella degli over 60, che in Italia corrispondono al 22% della cittadinanza. Un po’ di attività sportiva e qualche rinuncia a tavola possono migliorare la funzionalità del cuore, anche sotto sforzo. Il dato emerge da una ricerca pubblicata sul Journal of the American Medical Association e condotta da otto ricercatori dell’Università del North Carolina. 

 

INTRAPRENDERE L’ATTIVITA’ FISICA ANCHE SE SI È AVANTI CON GLI ANNI

 

L’attività fisicaconsiderata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità alla stregua di una terapia farmacologica, può «allungare» la vita anche se intrapresa soltanto nell’ultima parte di essa. Merito del miglioramento di una serie di parametri osservati negli anziani trattati con una dieta controllata: dallafunzione diastolica all’attività del v entricolo sinistro, dal controllo della pressione sanguigna alla riduzione della massa grassa

 

Senza escludere la riduzione dei livelli di zuccheri e grassi circolanti nel sangue e la riduzione di alcuni marcatori della risposta infiammatoria, presenti in maggiore quantità nelle persone in sovrappeso. Lo studio che ha portato a queste evidenze ha visto coinvolti 92 over 60 con un indice di massa corporea superiore a trenta (obesi) e affetti da insufficienza cardiaca con frazione di eiezione ventricolare preservata. Si tratta della forma più diffusa della malattia, caratterizzata da una ridotta funzionalità del ventricolo sinistro. Le persone che ne soffrono, quasi sempre in sovrappeso o obese, segnalano come prima conseguenza l’impossibilità di effettuare sforzi e dunque di svolgere un’attività fisica.  

 

DIETA E ATTIVITÀ FISICA PROMUOVONO LA SALUTE CARDIOVASCOLARE

 

Partendo da questo presupposto, i ricercatori hanno suddiviso i pazienti in quattro gruppi: uno soltanto sottoposto a una dieta ipocalorica (con un taglio di quattrocento chilocalorie giornaliere), l’altro chiamato a ridurre i consumi a tavola e a svolgere attività fisica (con un programma individualizzato da svolgere tre volte alla settimana), il terzo fatto lavorare soltanto in palestra e un gruppo di controllo (né a dieta né sottoposto ad attività sportiva).

 

Osservandoli per cinque mesi, gli studiosi statunitensi hanno notato che sia la dieta sia l’attività fisica miglioravano il consumo massimo di ossigeno, un parametro in parte indicativo della funzionalità cardiaca. A sviluppare questo progresso in primis la riduzione del peso corporeo e l’aumento della massa magra, osservato in tutti e tre i gruppi di studio: con tagli ai chili in eccesso compresi tra il tre e il dieci per cento rispetto al punto di partenza.

 

Una prova sufficiente secondo Nanette Wenger, docente di cardiologia all’Università di Atlanta e autore di un editoriale apparso sulla medesima rivista, per affermare che «il combinato disposto tra dieta e attività fisica si dimostra efficace anche negli anziani. Adesso è necessario avviare studi con campioni più ampi e osservazioni più durature nel tempo. Ma sembrano esserci pochi dubbi circa l’utilità che una correzione dello stile di vita risulti utile anche nei pazienti obesi e già vittime di un’insufficienza cardiaca». 

 

FONTE: http://www.lastampa.it/2016/01/25/scienza/benessere/negli-anziani-il-movimento-migliora-funzionalit-del-cuore-17o6fHteNg163u9TBhGUYM/pagina.html

 

È uno dei settori che al lavoro nero «si presta con più facilità» — dice Giovanni Bucchioni, segretario generale Filcams Cgil Liguria — e che però scatena sempre di più cause e richieste di risarcimenti, «perché le badanti sono una categoria fragile, ma non sono sprovveduta, e ci chiamano per farsi mettere in regola e recuperare il dovuto». Dall'altra parte, dal punto di vista delle famiglie, è un mondo nebuloso, fatto di passaparola, e di fatica a trovare qualcuno che si occupi con competenza di chi ha bisogno.

 

A mettere qualche punto fermo, e recuperare le redini della nebulosa, prova ora la Regione con un emendamento alla legge di Stabilità, a firma del consigliere Pd Pippo Rossetti (espressione dunque della minoranza e dei progetti della vecchia giunta, ma approvato all'unanimità dal nuovo consiglio), che dà vita al Registro regionale degli assistenti familiari. «Un elenco, a cui potranno iscriversi persone qualificate, che avranno superato corsi di formazione o comunque l'esame di una commissione sulla base delle proprie esperienze, e a cui le famiglie potranno rifarsi in caso di bisogno», spiega Rossetti. Ottenendo — la novità che si spera faccia gola, spingendo i liguri ad agire in regola piuttosto che in nero — incentivi: «I comuni potranno ad esempio decidere di dare i contributi per l'assistenza domiciliare solo se la famiglia si avvale dell'albo, o pensare ad agevolazioni per le comunità alloggio che facciano lo stesso — continua — Allo stesso tempo, si spera che pubbliche amministrazioni, associazioni e parrocchie sensibilizzino le badanti affinché si iscrivano».

 

Tutto ciò, visto l'impegno della giunta a definire i criteri di formazione e di iscrizione al registro entro 60 giorni, «ci auguriamo parta entro qualche mese — conclude Rossetti — E, oltre a far emergere il nero, ha l'obiettivo di dare un servizio migliore a chi ha bisogno: è un lavoro delicato, bisogna far alzare gli anziani da letto, farli muovere. Con il registro si avrà la sicurezza di trovare professionisti preparati, e di poter segnalare eventuali brutte esperienze». La formazione avverrà con metodi anche innovativi — come quelli, raccontati qualche giorno fa da Repubblica, in definizione da un pool di esperti europei, guidati dall'associazione genovese Si4Life, che ha appena vinto un progetto da 1 milione di euro.

 

«Quella del registro era un'esigenza concreta, lo chiedevamo da tempo e ora speriamo di essere coinvolti nelle decisioni dei criteri — dice il portavoce del Forum Terzo settore Claudio Basso — E' un terno al lotto, oggi in Liguria, trovare da un giorno all'altro, nel momento dell'emergenza, persone competenti». Che ufficialmente non crescono: anzi, le lavoratrici domestiche (badanti e colf) iscritte all'Inps sono diminuite del 10% dal 2012 al 2014 — a quando risalgono gli ultimi dati disponibili elaborati dalla Cgil. Le badanti sono 14.300 in tutta la Liguria, 8 mila solo a Genova. Mentre il numero degli anziani, nella Regione più vecchia d'Europa, cresce, i dati ufficiali del settore dunque diminuiscono: «Segno del tanto lavoro sommerso — spiega Marco De Silva dell'ufficio economico Cgil Liguria — ma anche dell'ingente uso dei voucher al posto dei contratti». Cresce in compenso la percentuale delle badanti italiane: sono il 12,7% del totale.

 

FONTE: http://genova.repubblica.it/cronaca/2016/01/08/news/miracolo_badanti_il_numero_aumenta_ma_i_contratti_calano-130801880/

 

I pazienti diabetici anziani con valori bassi di pressione e/o di glicoemoglobina potrebbero essere trattati troppo aggressivamente. 

 

Uno studio retrospettivo di coorte ha valutato quanto frequentemente i pazienti diabetici di tipo 1 e 2 anziani (>/= 70 anni) con valori bassi di pressione arteriosa e/o emoglobina glicata vengono sottoposti ad una riduzione dell'intensità del trattamento in atto. 

 

Sono stati esaminati i dati risultanti dall' US Veterans Health Administration per un totale di quasi 212.000 soggetti. I partecipanti sono stati considerati meritevoli di riduzione dell'intensità del trattamento in atto se la pressione arteriosa e/o l'emoglobina glicata risultavano inferiori all'ultimo valore misurato nel 2012. 

 

La pressione arteriosa veniva considerata bassa quando la pressione sistolica era compresa tra 120 e 129 mmHg o quella diastolica era inferiore a 65 mmHg; veniva considerata molto bassa quando era inferiore a 120/65 mmHg.

 

L'emoglobina glicata era considerata bassa per valori compresi tra 6,0% e 6,4% e molto bassa per valori inferiori a 6%. 

 

Si è visto che dei pazienti considerati meritevoli di una riduzione del trattamento ipotensivo e/o ipoglicemizzabte perchè presentavano valori bassi o molto bassi di pressione arteriosa e/o glicoemoglobina solo il 27% veniva effettivamente sottoposto a questa pratica. 

 

Gli autori sottolineano che si tratta di una oppurtunità persa per ridurre il sovratrattamento a cui molti pazienti anziani diabetici vengono sottoposti. Gli stessi autori si augurano che in futuro le linee guida enfatizzino maggiormente questo aspetto. 

 

Il messaggio per il medico pratico è semplice: nei pazienti diabetici anziani in cui l'aspettativa di vita è ridotta per il coesistere di altre gravi patologie oppure nei casi in cui si sia in presenza di valori bassi o molto bassi di pressione arteriosa e/o di emoglobina glicata si deve porre particolare attenzione al trattamento effettuato che deve essere riconsiderato per una eventuale riduzione farmacolgica. Questo permetterebbe di evitare effetti collerarali (crisi ipoglicemiche, importante ipotensione) cui gli anziani sono particolarmente sensibili e che possono avere conseguenze potenzialmente gravi.

 

FONTE: http://www.pillole.org/public/aspnuke/news.asp?id=6470

 

Da pochi giorni, anche nel nostro Paese è disponibile ibrutinib, un nuovo farmaco ematologico disponibile per via orale e alternativo alla chemioterapia, destinato ai pazienti colpiti da due forme di neoplasie delle cellule B, una cronica e l’altra aggressiva: la leucemia linfatica cronica e il linfoma mantellare. 

 

Ai fini della rimborsabilità da AIFA, ibrutinib ha ricevuto la classificazione per il trattamento dei pazienti con leucemia linfatica cronica che abbiamo ricevuto almeno una precedente terapia o in prima linea in caso di presenza della delezione del 17p o della mutazione TP53 mutazioni genetiche per cui la chemio-immunoterapia non è appropriata, e dei pazienti con linfoma mantellare recidivato o refrattario. 

 

Il farmaco, che era già stato designato dall’Fda come “breakthrough therapy”, ha dimostrato risultati mai osservati prima in termini di efficacia e sicurezza: nello studio di fase 3, sui pazienti con leucemia linfatica cronica pretrattati, ha mostrato ad un follow-up di 19 mesi una riduzione del rischio di progressione di malattia del 90% e un dimezzamento del rischio di morte (riduzione del 53%), rispetto ad ofatumumab. 

 

Anche per il linfoma mantellare (Ibrutinib è stato approvato per il trattamento di pazienti recidivati o refrattari ad altre terapie) nel 67% di casi si è riscontrata una risposta positiva al farmaco, e di questi, nel 23% dei casi, la risposta è stata completa, con scomparsa dei sintomi della malattia. Il tempo mediano di sopravvivenza libero di progressione di malattia è stato di 13 mesi e la sopravvivenza globale di 22,5 mesi. 

 

Come agisce ibrutinib

Primo di una nuova classe di farmaci, ibrutinib è un inibitore selettivo dell’enzima BTK (tiron chinasi di Bruton) che interferisce con la via di segnale che promuove la proliferazione, la differenziazione e la sopravvivenza delle cellule neoplastiche. Il meccanismo della molecola provoca la morte della cellula B maligna e impedisce la sua migrazione e adesione nei linfonodi, favorendo il rilascio delle cellule maligne nel circolo ematico. Le cellule maligne trovandosi nel sangue e non nel linfonodo, che è il loro ambiente naturale, non riescono a sopravvivere e muoiono. 

 

Leucemia linfatica cronica 

La leucemia linfatica cronica (o CLL) è una neoplasia delle cellule B di tipo indolente, caratterizzata da un decorso cronico a lenta progressione. E’ la leucemia più frequente nel mondo occidentale. Oggi in Italia si contano circa 3000 nuovi casi diagnosticati all’anno e l’incidenza è leggermente superiore negli uomini. È una patologia in graduale aumento, che colpisce prevalentemente la popolazione anziana. Un dato importante se raffrontato al fatto che l’Italia è il Paese più longevo d’Europa. 

 

Linfoma mantellare

Il linfoma mantellare (o MCL) è, invece, una neoplasia aggressiva delle cellule B, caratterizzata da una ridotta sopravvivenza mediana nonostante le terapie intensive; è diagnosticata più comunemente negli uomini che nelle donne e l’incidenza aumenta con l’età. I pazienti hanno un’età mediana alla diagnosi di 65 anni e la sopravvivenza globale mediana è oggi di 3 – 4 anni. 

 

FONTE: http://www.pharmastar.it/?cat=2&id=20370

 

L'Alzheimer lascia una traccia olfattiva riconoscibile nelle urine dei modelli animali della malattia ben prima che si sviluppi la patologia cerebrale, con tutto il suo corollario di sintomi. Lo hanno scoperto i ricercatori del Monell Center, all'interno del Dipartimento dell'Agricoltura del governo americano (USDA) che ora suggeriscono la possibilità di diagnosticare il morbo precocemente attraverso un semplice test delle urine.

 

"Precedenti ricerche dalla USDA e del Monell Center si erano concentrate sui cambiamenti di odore del corpo a causa di fonti esogene quali virus o vaccini. Ora abbiamo la prova che le firme olfattive dell'urina possono essere modificate da cambiamenti nelle caratteristiche del cervello causati dalla malattia di Alzheimer ", ha spiegato l'autore dello studio Bruce Kimball. "Questa scoperta può avere implicazioni per altre malattie neurologiche". L'identificazione di un biomarcatore precoce per il morbo di Alzheimer potrebbe consentire ai medici di diagnosticare la malattia debilitante prima dell'inizio del declino del cervello e del deterioramento mentale, aprendo la strada per trattamenti volti a rallentare la progressione della malattia. L'Alzheimer è la forma più comune di demenza e nel 2015, secondo i dati dell'ultimo rapporto mondiale sulla malattia, ha riguardato 46,8 milioni di persone, una cifra che si stima sia destinata quasi a raddoppiare ogni 20 anni, fino i 131,5 milioni nel 2050.

 

Anche se la progressione del morbo di Alzheimer attualmente non può essere arrestata o invertita, una diagnosi precoce può dare ai pazienti e alle famiglie il tempo per pianificare il futuro e cercare trattamenti per il sollievo dei sintomi. Nello studio, pubblicato sulla rivista on-line Scientific Reports, i ricercatori hanno studiato tre modelli di topo separati, noti come topi APP, che imitano patologia cerebrale collegata all'Alzheimer. Utilizzando analisi sia comportamentali sia chimiche, i ricercatori hanno scoperto che ogni ceppo di topi APP produce profili olfattivi urinari che possono essere distinti da quelli dei topi di controllo. I cambiamenti di odore non risultano dalla comparsa di nuovi composti chimici, ma riflettono una modificazione delle concentrazioni urinarie di composti esistenti. Le differenze di odore fra topi APP e topi di controllo erano per lo più indipendenti dall'età e precedevano la comparsa di quantità rilevabili di placche nel cervello dei topi APP. Questi risultati suggeriscono che la caratteristica firma olfattiva è legata alla presenza di un gene specifico piuttosto che all'effettivo sviluppo di alterazioni patologiche nel cervello.

 

Poiché il morbo di Alzheimer è una malattia esclusivamente umana, gli scienziati creano modelli di patologia cerebrale associata per studiare la malattia nei topi. Uno degli indicatori patologici caratteristici della malattia di Alzheimer è la formazione di depositi di placche amiloidi nel cervello. Gli scienziati imitano questa patologia in modelli murini con l'introduzione di geni umani associati a mutazioni del gene che codifica per la proteina ß-amiloide nel genoma del topo. Questi geni sono poi farmacologicamente attivati per produrre la proteina amiloide-ß in eccesso, con il conseguente accumulo di placche nel cervello dei topi APP. Insmma quello che vale per questi modelli animali non è detto che sia valido al 100% anche sull'uomo. Perciò i ricercatori avvertono che saranno necessari che studi approfonditi per identificare e caratterizzare le firme olfattive correlate all'Alzheimer negli esseri umani.

 

FONTE: http://www.panorama.it/scienza/salute/alzheimer-e-se-si-potesse-riconosce-dallodore/

 

I recenti studi hanno messo in evidenza le relazioni tra il carico di PM10 presenti nell’aria e le malattie cardiovascolari o respiratorie. «Le PM10 costituiscono la declinazione più locale di uno dei più grandi fattori di inquinamento che è il traffico veicolare - spiega il professor Roberto Dal Negro, fondatore del Centro nazionale studi di farmacoeconomia e farmacoepidemiologia respiratoria di Verona - Le PM10 sono quegli elementi che determinano il picco misurabile assieme ad altri elementi inquinanti (ossido di carbonio, anidride carbonica, ozono).

Si tratta del fattore più importante che nasce dal traffico veicolare: sono tutte le centraline che raccolgono i dati nelle varie città. Numerosi studi dimostrano il rapporto tra la concentrazione delle polveri fini e le malattie respiratorie. 

In molte aree, come la Val Padana, si assiste a un incremento delle riacutizzazioni delle patologie respiratorie come asma e Bpco e dei ricoveri ospedalieri. Sono centinaia di migliaia i morti a livello globale per l’inquinamento; di circa 1500 trilioni di dollari è stata la spesa per l’impatto dei fattori inquinanti sulle malattie respiratorie. Bambini, anziani e individui con malattie debilitanti croniche restano i soggetti più a rischio, fino a 6 volte più della media. 

Bisogna inoltre tenere a mente che dopo il picco di inquinamento ambientale, il fattore di rischio si mantiene ancora elevato per circa 10 giorni: il pericolo di contrarre malattie in ambito respiratorio è dunque più elevato di quanto possa sembrare. E non solo: con l’inquinamento, si verifica anche un peggioramento delle malattie di natura allergica

Causa di questo riacutizzarsi del fenomeno, una condizione atmosferica tale che non c’è ricambio d’aria, non c’è pioggia e le particelle restano nell’aria. Diventa dunque indispensabile ridurre le emissioni di anidride carbonica.

FONTE: http://www.sanihelp.it/news/23637/malattie--respiratorie--inquinamento/1.html

 

I pazienti con infezione da HCV mostrano un rischio significativamente aumentato di sviluppare la malattia di Parkinson (PD). È quanto emerge da un ampio studio basato sulla popolazione nazionale condotto a Taiwan e pubblicato online su Neurology. 

Ovviamente tale rischio è multifattoriale, specifica il principal investigator, Hsin-Hsi Tsai, dell’Ospedale universitario nazionale di Taiwan, a Taipei. Però l’associazione positiva riscontrata tra infezione da HCV e PD può avere implicazioni cliniche in aree ad alta endemia di HCV. In questi casi, fa notare il ricercatore, «test neurologici più approfonditi ed esami di imaging funzionale potrebbero aiutarci a riconoscere il PD in fase precoce in pazienti anti-HCV positivi». 

 

Lo studio di coorte nazionale basato sulla popolazione si è fondato su dati ottenuti dal database di ricerca dell’Ente assicurativo nazionale taiwanese relativi al periodo compreso tra il 2000 e il 2010. In totale sono stati inclusi nell’analisi quasi 50mila pazienti affetti da epatite virale. In particolare 35.619 soggetti con HBV (71,3%), 10.286 con HCV (20,65) e 4.062 con entrambe le infezioni (8,1%). I pazienti, seguiti per 12 anni, avevano un’età media di 46 anni ed erano donne nel 43,5% dei casi. Per i confronti (popolazione controllo) sono stati considerate 199.868 persone senza epatite virale.

 

I pazienti sono stati ulteriormente suddivisi in 3 sottogruppi: HBV-infetti, HCV-infetti e HBV-HCV-coinfetti. In ogni sottocoorte è stata calcolata l’incidenza di PD. Il gruppo guidato da Tsai ha così riscontrato un rischio aumentato di 2,5 volte di PD nei pazienti HCV-infetti rispetto ai controlli (non infetti da HCV o da HBV). Il valore dell’hazard ratio (HR) si confermava sostanzialmente dopo aggiustamento per età, genere e un’ampia serie di possibili comorbilità (soprattutto cardiovascolari e neurologiche).

Tale cifra non ha raggiunto la significatività statistica ma questo – secondo gli autori – a causa dell’insufficienza numerica di casi di PD in entrambe le popolazioni analizzate. Da notare che il rischio si manifestava, seppure a livello minore, nella sottopopolazione coinfetta da HCV e HBV, con un HR pari a 1,28. Un’analisi stratificata per età, genere e comorbilità ha messo poi in luce che l’associazione si manteneva nei pazienti sotto i 65 anni, nei maschi e nei soggetti con qualsiasi comorbilità. Appartenere al genere maschile e avere una comorbilità sembra rappresentare un “colpo” nella teoria del “secondo colpo” del PD.

 

Questa teoria, spiegano gli autori, prevede che l’HCV entri nel sistema nervoso centrale (SNC) distruggendo l’integrità della barriera ematoencefalica, che risulta in un danno neuronale. Tale danno costituirebbe il primo “colpo” con secondi “colpi” probabilmente costituiti da età, genere maschile, altre esposizioni ambientali (come pesticidi) e traumi cranici. Il legame tra l’infezione da HCV e il PD è supportato dal riscontro che l’infezione può causare il rilascio di citochine infiammatorie correlate alla patogenesi del PD, afferma Tsai. 

 

Da notare, inoltre, che ci sono prove di un legame tra l’HCV e un’altra patologia neurodegenerativa, quale l’Alzheimer, mentre non esistono evidenze che l’HBV, virus a DNA (contrariamente all’HCV, a RNA), sia neuroinvasivo. Altri virus che invece appaiono legati al PD sono lo storico virus influenzale pandemico del 1918 (tipo A H1N1) e l’HIV (che causa PD tra il 5% e il 50% dei pazienti con AIDS).

 

Lo studio ha un limite, ammesso dagli stessi ricercatori: dai dati disponibili non è stato possibile risalire alle modalità di trasmissione del virus (trasfusione, iniezione di sostanze d’abuso tramite siringa infetta): ciò, secondo vari commentatori, impone cautela nell’interpretazione dei risultati, così come il fatto che non si sia verificato se il trattamento dell’infezione da HCV riducesse il rischio di sviluppare il PD.

 

In ogni caso – ha commentato Beth Vernaleo, direttore associato dei programmi di ricerca della Parkinson’s Disease Foundation – non c’è motivo d’allarme per soggetti con epatite C: per la maggior parte delle persone devono essere presenti molteplici fattori di rischio perché si sviluppi la malattia neurodegenerativa.

 

FONTE: http://www.pharmastar.it/?cat=32&id=20272

 

Uno studio pubblicato su Cancer Research fornisce nuove prove sul legame tra una dieta non equilibrata e lo sviluppo di tumori. Nel mirino dei ricercatori del MD Anderson Cancer Center, del'Università del Texas, è proprio l'elevato consumo di zuccheri, tipico delle diete occidentali e sempre più diffuso, che potrebbe aumentare il rischio di tumore al seno e metastasi ai polmoni. 

 

Lo studio. I risultati si basano su uno studio condotto su topi predisposti geneticamente a sviluppare tumori della mammella e nutriti con diete diverse: a base di amido (povera di zuccheri semplici) o con elevate quantità di zuccheri semplici differenti (saccarosio, fruttosio e glucosio), in dosi paragonabili a quelle normalmente assunte dalla popolazione americana. 

 

I risultati. Come hanno osservato i ricercatori, i diversi regimi alimentari mostravano differenze significative sulla salute degli animali: a sei mesi d'età, più della metà dei topi alimentati con molti zuccheri semplici aveva sviluppato tumori alla mammella, rispetto al 30 per cento di quelli nutriti con alte dosi di amido. Inoltre, le diete a base di saccarosio o fruttosio si accompagnavano a una maggiore crescita del tumore e a un maggiore sviluppo di metastasi. 

 

Altri studi epidemiologici avevano già sottolineato la relazione tra eccesso di zuccheri e tumore al seno: questa nuova ricerca ha invece indagato l'effetto diretto su modelli animali e ha individuato alcuni meccanismi specifici che possono spiegare tale relazione. “Il nostro studio suggerisce che una dieta ricca di saccarosio o fruttosio comporta una maggiore espressione dell'enzima 12-LOX e di un acido grasso correlato, chiamato 12-HETE”, ha riportato Yang Peiying, uno degli autori della ricerca. 

 

I meccanismi alla base della relazione. L'enzima 12-LOX e il suo prodotto 12-HETE sarebbero implicati in molti processi infiammatori e nella cancerogenesi mediante la loro capacità di regolare i processi di diffusione delle cellule tumorali. In precedenti studi si è infatti osservato come il “silenziamento” del gene che produce questo enzima sia in grado di ridurre la massa tumorale e il processo metastatico. 

 

Ma non è tutto. Dall'analisi dei risultati sarebbe il fruttosio ad avere effetti più dannosi sull'organismo: “Abbiamo stabilito che fosse specificatamente il fruttosio, contenuto nello zucchero da tavola e nello sciroppo di mais, prodotti onnipresenti all’interno del nostro sistema alimentare, a facilitare le metastasi polmonari e la produzione di 12-HETE nei tumori al seno”, precisano gli studiosi. 

 

Rimane ora da stabilire in quale modo fruttosio e saccarosio inducano la produzione dell'acido grasso e se questo abbia un effetto diretto o indiretto sul processo di oncogenesi. “A troppi pazienti viene ancora detto che ciò che mangiano non influenza lo sviluppo del cancro”, conclude Cohen, “ma questi dati suggeriscono il contrario, e che l'alimentazione ha un'influenza anche dopo una diagnosi”.

 

FONTE: http://la.repubblica.it/saluteseno/news/tumore-al-seno-attente-agli-zuccheri-nascosti/

 

I pazienti affetti da demenza dimenticano nomi di oggetti, appuntamenti rilevanti e fatti recenti della propria vita, presentando un quadro di amnesia anterograda; questi pazienti peggiorano progressivamente.

Coloro che si prendono cura del paziente sono chiamati cargivers e spesso non si accorgono subito dei problemi del paziente e dei suoi fallimenti. Per la diagnosi di demenza sono importanti:   un quadro di perdita persistente di memoria e altre abilità cognitive;  abbandono delle consuete attività quotidiane; conservazione di un normale livello di coscienza.

 

La malattia porta ad una perdita cognitiva globale e cronica. La demenza è progressiva (perché sostenuta da processi degenerativi del cervello che coinvolgono sempre più aree cerebrali) e irreversibile (perché non si può arrestare o migliorare). Nonostante ciò esistono delle eccezioni in cui molti pazienti presentano una demenza non progressiva, in cui l’area lesionata non comporta il danneggiamento di un’altra e quindi l’estensione della malattia, e reversibile, legata  a carenze alimentari o fattori metabolici.

 

Per porre la diagnosi di demenza in fase precoce, bisogna verificare che almeno due funzioni cognitive, tra cui la memoria, siano deficitarie. Oltre all’inquadramento diagnostico è importante anche uno specialista neurologo che suddivide la demenza in casi trattabili (demenza dovuta a malattie del cervello curabili) e non trattabili (non possono essere curate ma non hanno nemmeno un andamento progressivo). Diverse patologie cerebrali determinano una demenza progressiva: può essere causata da un processo degenerativo primario, degenerazione delle cellule della corteccia per una propria alterazione e non secondaria ad un’altra causa. La forma più comune della demenza degenerativa primaria è:

 

la malattia di Alzheimer = presenta dei sintomi facilmente riconoscibili e si evolve in diverse fasi:

 

a- nella fase “iniziale” il paziente e i familiari iniziano a notare difficoltà nella memoria di tutti i giorni (disturbi della memoria autobiografica recente, anomie, perdita del filo del discorso, difficoltà di calcolo e disegno) ma i sintomi vengono minimizzati; in questa fase il paziente può essere cosciente dei suoi disturbi;

 

b- nella fase intermedia i disturbi cognitivi si accentuano; accrescono i disturbi della memoria recente, il disorientamento topografico, difficoltà linguistiche e anche i primi segni di prosopagnosia per i familiari. Iniziano i disturbi del cambiamento: il paziente può diventare silenzioso, può essere aggressivo o avere allucinazioni. Si manifesta il fenomeno della testa ruotata => quando il paziente non sa rispondere si gira verso il proprio cargiver. In questa fase si può manifestare la Sindrome del “sosia”= il paziente che il proprio cargiver non sia davvero lui ma un sosia. Può manifestarsi anche l’amnesia reduplicativa = il paziente crede di essere contemporaneamente sia lì che in un altro posto.

 

c-  In fase avanzata i disturbi di memoria diventano gravissimi; si manifestano i vari tipi di aprassia, agnosia, afasia e anomia. Hanno problemi nella deambulazione, tendono alla fuga e hanno disturbi del sonno; si presenta la stereotipia, cioè comportamenti motori continui, e la bulimia/anoressia. Un disturbo legato a questa fase è la sindrome di Kluver-Bucy, caratterizzata da iperoralità (mangiare qualsiasi cosa sia commestibile o ipersessualutà).

 

Un altro tipo di demenza è la demenza fronto-temporale=  è una sindrome in cui i disturbi si evolvono rapidamente: disturbi del comportamento già nella fase iniziale (diventano impulsivi, irritabili), si ha una perdita di iniziativa, di comunicazione, una tendenza al vagabondaggio e alla fuga. I pazienti posso essere molto disinibiti, anche nella sfera sessuale. Sono presenti molti disturbi cognitivi ma quello più rilevante è il linguaggio. Presentano il fenomeno dell’acinesia (tendono a muoversi poco) e incontinenza urinaria. Un terzo tipo di demenza è la demenza dei corpi di Lewy =  demenza degenerativa caratterizzata da disturbi cognitivi e comportamentali, molto simili a quelli descritti per la demenza frontale ma si succedono con grande rapidità. Una caratteristica importante è la fluttuazione sintomatologica: un giorno i pazienti sono normali e il giorno dopo hanno disturbi cognitivi gravi.

 

Il quarto tipo di demenza è la malattia di Parkinson = disturbo degenerativo del cervello che colpisce i gangli alla base; colpisce i soggetti adulti e ha un andamento lentamente progressivo. Il passaggio a un chiaro declino cognitivo è segnato dalla comparsa di allucinazioni visive; turbe del comportamento e disturbi della memoria.

 

L’unico modo per fare una diagnosi consiste nell’esaminare la serie di sintomi manifestati dal malato. Il medico deve decidere se questi siano imputabili a una demenza o se è più probabile qualche altra spiegazione. Il medico richiede informazioni sulla salute generale del paziente e sui problemi medici precedenti. Deve conoscere eventuali difficoltà del paziente nell’esecuzione delle normali attività quotidiane, e può richiedere un colloquio con i familiari o gli amici per ottenere ulteriori informazioni. Far eseguire al paziente esami medici di base, come quelli del sangue e delle urine che possono essere utili per escluder altre patologie.

 

Gli  esami neuropsicologici  sono test utili per valutare la memoria,  l’attenzione, la capacità di risolvere problemi,  il linguaggio e la capacità di calcolo, e aiutano il medico a identificare i problemi specifici del paziente. Il medico può decidere di eseguire un esame speciale, denominato scansione cerebrale, per ottenere un’immagine del cervello. Da queste immagini del cervello del paziente il medico è in grado di individuare eventuali anomalie.  I risultati di tutti gli esami eseguiti permettono al medico di  fare una anamnesi più precisa ed escludere altre possibili cause dei sintomi. Ad esempio i problemi alla tiroide, i tumori cerebrali  e alcune reazioni provocate da farmaci  possono causare sintomi di demenza e alcune di queste condizioni possono essere curate.

 

L’assistenza a queste persone spesso si rivela molto faticosa ed impegnativa ed è necessario avere dei gruppi di supporto per i familiari e le persone che gravitano intorno al paziente, questo per metterle in condizione di aiutare il paziente in maniera funzionale e rendere l’assistenza meno complessa e stressante.

 

FONTE: http://magazinepragma.com/psicologicamente/declino-cognitivo-globale-le-demenze/

 

Alcuni ricercatori australiani hanno sviluppato una tecnologia ad ultrasuoni non invasivache cancella le placche amiloidi neurotossiche dal cervello. Le placche amiloidi sono una delle strutture responsabili della perdita di memoria nei pazienti di Alzheimer, con conseguente declino delle funzioni cognitive. Al momento il tasso di successo di questa tecnologia sui topi di laboratorio è del 75%. Solitamente, la causa per la quale una persona è affetta dal morbo di Alzheimer, deriva da due tipi di lesioni – le placche amiloidi e i grovigli neurofibrillari. Le placche amiloidi, note anche con il nome di placche senili, risiedono tra i neuroni e finiscono come densi ammassi di molecole di beta-amiloide, un appiccicoso tipo di proteina che agglutina insieme e forma le placche. I grovigli neurofibrillari si trovano all’interno dei neuroni del cervello, e sono causate da proteine ​​tau difettose che si aggregano in una spessa massa insolubile. In questo modo i minuscoli filamenti, chiamati microtubuli, diventano tutti intrecciati, interrompendo il trasporto di materiali essenziali, come i nutrienti e gli organelli, proprio come quando si torce il tubo aspirapolvere. In tutto il mondo, quasi 44 milioni di persone hanno il morbo di Alzheimer o una demenza ad esso correlata. “Trovare un modo per trattare questo tipo di malattia è stata una vera lotta”, spiegano i ricercatori australiani. 

 

Tuttavia, la maggior parte dei ricercatori ritengono che l’inizio del trattamento preveda la rimozione dell’accumulo di proteine tau e ​​beta-amiloide difettose, nel cervello del paziente. Questo nuovo trattamento sviluppato dal Queensland Brain Institute (QBI) presso l’Università di Queensland è basato sulla rimozione di queste dannose placche nel modo più sicuro possibile. Nella pubblicazione, avvenuta su Science Translational Medicine, il team descrive la tecnica che prevede l’utilizzo di un particolare tipo di ultrasuoni, chiamato ultrasuono terapeutico mirato, non invasivo per il tessuto cerebrale. L’oscillazione super-veloce di queste onde sonore è in grado di aprire delicatamente la barriera emato-encefalica, uno strato che protegge il cervello dai batteri, e stimola l’attivazione delle cellule microgliali del cervello. Le cellule microgliali sono fondamentalmente i rifiuti rimossi dalle cellule, in modo che esse siano in grado di cancellare i gruppi tossici di beta-amiloide, responsabili dei più gravi sintomi del morbo di Alzheimer. 

 

In sostanza, aiutano il corpo a guarire se stesso ed i risultati sono fantastici. Nel 75% dei topi di laboratorio, hanno completamente ripristinato la funzione della memoria con zero danni al tessuto cerebrale circostante. I topi che sono stati testati hanno mostrato un miglioramento in tre tipi di test per la memoria: un labirinto, il riconoscimento di nuovi oggetti, e il riconoscimento di luoghi da evitare. “Siamo estremamente entusiasti di questo trattamento innovativo per la cura del morbo di Alzheimer senza l’utilizzo di terapie farmacologiche”, ha dichiarato in un comunicato stampa Jürgen Götz, uno dei membri del team. “La parola “svolta” viene spesso abusata, ma credo proprio che questo sia il caso per utilizzarla, perché questa tecnologia non invasivapotrebbe davvero cambiare sostanzialmente la nostra comprensione su come trattare questa malattia, e prevedo un grande futuro con questa sperimentazione”. Il team spera che la sperimentazione umana abbia inizio nel 2017.

 

FONTE: http://www.centrometeoitaliano.it/salute/alzheimer-niente-piu-farmaci-arriva-la-nuova-tecnologia-per-ripristinare-la-memoria-02-01-2016-34783/?refresh_cens

 

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