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Il Chmp ha dato parere positivo per l'approvazione di opicapone, quale farmaco per la terapia del Parkinson in aggiunta alla levodopa e agli inibitori della decarbossilasi periferica (AADCI) in pazienti non adeguatamente controllati da questa combinazione di farmaci. Il prodotto è stato sviluppato dalla portoghese Bial-Portela.

 

Il farmaco ha dimostrato di diminuire in modo significativo l'attività delle catecol-o-metiltransferasi (COMT), aumentare l'esposizione sistemica alla levodopa e migliorare la risposta motoria nei pazienti affetti da malattia di Parkinson (PD). Le COMT sono enzimi che provvedono a degradare la levodopa sia nel sistema nervoso centrale, sia a livello periferico.

 

COME FUNZIONA IL FARMACO

 

Come è noto, dopo decenni d’uso, la levodopa resta il più efficace trattamento sintomatico del PD e il suo effetto dipende dalla biotrasformazione in dopamina nel cervello.

 

La levodopa è sottoposta a una metabolizzazione rapida ed estesa dalla L-aminoacidi aromatici decarbossilasi periferica (AADC) e dalle COMT e, di fatto, solo l’1% di una dose orale di levodopa raggiunge il cervello.Per questo motivo si ricorre usualmente alla cosomministrazione di un inibitore dell’AADC (carbidopa o benserazide) che aumenta la biodisponibilità della levodopa, ma ancora un 90% della dose di levodopa è convertita dalle COMT in 3-0-metil-levodopa (3-OMD) che compete con la levodopa nel trasporto attraverso la barriera ematoencefalica. Pertanto , una strategia aggiuntiva consiste nella somministrazione di un inibitore delle COMT.

 

Opicapone  è un nuovo inibitore delle COMT di terza generazione caratterizzato da alta potenza inibitoria delle COMT senza tossicità cellulare e da un’affinità di legame eccezionalmente elevata che si traduce in un lento tasso costante di dissociazione del complesso e in una lunga durata d’azione in vivo, testimoniato dalla superiore efficacia, rispetto a entacapone e tolcapone in sperimentazioni precliniche e su soggetti sani, in termini di biodisponibilità di levodopa.

 

In uno studio multicentrico in cui i pazienti sono stati casualmente assegnati al placebo (un prodotto senza principio attivo che somigliava a opicapone) oppure a 5, 15 o 30 mg di opicapone e sono stati valutati i livelli di levodopa ed i tempi in OFF in condizioni di doppio cieco ovvero nè il paziente nè il ricercatore sapeva chi era stato assegnato a che cosa. È emerso che la disponibilità di levodopa nel sangue è aumentata in misura proporzionale alla dose fino al 66%, mentre il tempo in OFF si è ridotto proporzionalmente alla dose fino al 32%.

 

FONTE: http://www.pharmastar.it/?cat=3&id=21293

 

“Abbiamo osservato quali biomarker nel CFS e nel sangue separano i pazienti con Alzheimer da individui cognitivamente normali e possono dividere pazienti con debole decadimento cognitivo che progredisce nell’Alzheimer da quelli che restano stabili”, spiega Bob Olsson dell’Università svedese di Gothenburg. Olsson e colleghi si sono concentrati su 15 biomarker nel liquor e nel sangue e hanno analizzato 231 articoli, coinvolgendo quasi 15.700 pazienti con Alzheimer e oltre 13 mila per il gruppo di controllo. 

 

I risultati dello studio 

 

Per i biomarker stabiliti, il rapporto medio di Alzheimer rispetto al gruppo di controllo è stato di 2,54 per il CFS T-tau, 1,88 per il T-tau e 0,56 per l’Abeta42 (tutti con p<0,0001). “La validità di T-tau o P-tau come marcatori è stata stabilita all’unanimità; tutti gli studi hanno avuto un rapporto di Alzheimer sul controllo maggiore di uno”, scrivono i ricercatori. “I risultati sono anche stati significativamente coerenti per l’Abeta42 nel liquido cerebrospinale, con confronti che hanno trovato l’Alzheimer rispetto a un rapporto di controllo di meno di uno”. Anche per decadimento cognitivo lieve dovuto alla demenza comparato a quello stabile, le associazioni corrispondenti sono state forti: al 1,76, 1,72 e 0,67.

 

Inoltre, la proteina del neurofilamento leggero (NFL) nel liquor e il T-tau nel plasma hanno avuto una significativa dimensione dell’effetto nella differenziazione tra gruppo di controllo e i pazienti con Alzheimer. Quelli di CSF enolasi neurone specifica (NSE), visinin-like protein 1 (VSNL1), proteina cardiaca legante gli acidi grassi (HFABP) e YKL-40 sono stati ritenuti “moderati”. Altri biomarkers valutati, affermano i ricercatori, “avevano solo dimensione dell’effetto marginale o non distinguere tra controllo e campioni dei pazienti.” 

 

I commenti 

 

Per Olsson i risultati “saranno utili sia nella routine clinica sia nei trial”. Ha poi aggiunto che, anche se si può essere ragionevole credere che questi risultati valgano a livello individuale, “non abbiamo studiato questo nel nostro lavoro. Abbiamo solo guardato al problema a livello di gruppo e quindi la ricerca necessita di ulteriori approfondimenti”.


Commentando i risultati, Anne Fagan, professoressa di neurologia alla Washington University School of Medicine di St. Louis, sostiene che “una metanalisi dettagliata e completa dei report pubblicati nelle performance diagnostiche dei marcatori del liquor nell’Alzheimer è lontana da venire, e Olsson e colleghi hanno effettuato un ottimo lavoro sviluppando una risorsa importante per quest’ambito”.

 

FONTE: http://www.quotidianosanita.it/scienza-e-farmaci/articolo.php?articolo_id=39026

 

Per gli anziani un cane può essere più che una compagnia, tanto che condividere la vita con un pet può aiutare a migliorare le proprie condizioni fisiche. Doversi prendere cura di un cane aiuta infatti a garantirsi l’attività fisica minima necessaria per mantenersi in salute. E’ questa la conclusione cui sono giunti gli autori di uno studio pubblicato su The Gerontologistsecondo per un anziano portare a passeggio il cane significa avere un indice di massa corporea inferiore, andare meno spesso dal medico, fare più spesso esercizio e trarne benefici anche dal punto di vista sociale.

 

Lo studio, coordinato dall’esperta del College di Medicina Veterinaria dell’Università del Missouri Rebecca Johnson, ha analizzato i dati raccolti nel 2012 nell’ambito di uno studio sponsorizzato dal National Institute of Aging e dalla Social Security Administration statunitensi. Gli autori hanno preso in considerazione informazioni sull’interazione tra uomo e animale, sull’attività fisica, sulla frequenza delle visite dal medico e sulla salute dei partecipanti. Dall’analisi è emersa un’associazione tra l’abitudine di portare il cane a passeggio e la salute fisica degli anziani, dimostrando inoltre che quanto è più stretto il legame con il proprio pet tanto maggiore è il tempo passato a camminare quando lo si porta a spasso.

 

“I nostri risultati hanno dimostrato che possedere un cane e portarlo a passeggio era associato a un aumento della salute fisica degli anziani”, sottolinea Johnson, suggerendo che sulla base di queste evidenze potrebbe essere raccomandato di condividere la vita nella terza età con un pet.

 

FONTE: http://salute24.ilsole24ore.com/articles/18688-anziani-piu-in-salute-se-vivono-con-un-cane

 

Di origine autoimmunitaria, l’artrite reumatoide è una patologia infiammatoria che colpisce le articolazioni. Le cause sono ancora sconosciute, quindi non è possibile prevenire la sua comparsa anche se è molto importante fare una diagnosi precoce che permette di iniziare tempestivamente le cure che permettono di contrastare in modo efficace la malattia. 

 

Come si sviluppa. A causa di un malfunzionamento del sistema immunitario dell’organismo gli anticorpi riconoscono come estranea al corpo la pellicola sinoviale che riveste internamente tutte le articolazioni. Attaccandola, la distruggono lentamente. Con il progredire della malattia vengono distrutte cartilagine e tessuti delle articolazioni, fino alla superficie delle ossa nello stadio più avanzato. Col tempo l’organismo sostituzione i tessuti danneggiati con nuovi tessuti cicatriziali che sono i responsabili delle rigidità e delle deformazioni tipiche di questa malattia. 

 

I sintomi dell’artrite reumatoide: debolezza muscolare e anemia, gonfiore e dolore alla articolazioni, stanchezza, perdita di peso e febbre. La patologia colpisce le articolazioni in modo simmetrico: ad esempio entrambi i polsi, o i gomiti o le ginocchia.

 

FONTE: http://www.intrage.it/SaluteEPrevenzione/artrite_reumatoide

 

 

L'insonnia e i disturbi del sonno, di varia natura, sono molto diffusi, tra gli italiani. Ma, prima di prendere i sonniferi, sono molte le cose che possiamo fare, quanto meno per favorire un sonno che sia il più possibile continuo, lungo e profondo. Vediamo i consigli del noto Centro per i Disturbi del Sonno dell'Università del Maryland.

 

ABITUDINI PERSONALI

 

Coricarsi e svegliarsi ad orari regolari: il corpo si abitua ad addormentarsi a certe ore, ma solo se sono le stesse tutti i giorni.

Evitare i sonnellini durante il giorno: di per sé non sono una cattiva abitudine, ma solo per chi non soffre d'insonnia e comunque devono essere brevi.

Evitare l'alcol nelle 4-6 ore che precedono il sonno: l'alcol dà sonnolenza come effetto immediato, ma nelle ore successive diventa un forte stimolante.

Evitare la caffeina nelle 4-6 ore che precedono il sonno: la caffeina non è presente solo nel caffè, ma anche ne tè e nella cioccolata.

Evitare cibi pesanti, speziati e dolci nelle 4-6 ore che precedono il sonno: la loro digestione può compromettere la capacità di rimanere addormentati.

Fare attività fisica, ma non subito prima di dormire: l'esercizio compiuto nel pomeriggio è ottimo per il sonno, ma nelle 2 ore che lo precedono fa l'opposto.

Non guardare la Tv in camera da letto: anche se fa addormentare, è un mezzo molto stimolante, che sfavorisce un sonno tranquillo.

 

AMBIENTE

 

Usare un letto comodo: sembra ovvio dirlo, ma è un punto da prendere comunque in considerazione.

 

Trovare una temperatura confortevole e mantenere la stanza ventilata: per dormire il fresco (non freddo) è l'ideale.

Limitare luci e rumori: se il loro apporto negativo è determinante, valutare se sia meglio dormire in un'altra stanza o un'altra casa.

Usare il letto solo per dormire o fare sesso: evitare perciò attività come il lavoro, perché il corpo associ il letto al dormire.

 

PRIMA DI DORMIRE

 

Consumare uno spuntino leggero: ad esempio latte tiepido e/o banane.

 

Praticare tecniche di rilassamento: come yoga e respirazione profonda, che aiutano a placare l'ansia e rilassare i muscoli.

Non portare a letto le proprie preoccupazioni: alcuni trovano utile dedicare uno spazio apposito, alcune ore prima, alla disamina delle varie "preoccupazioni".

Stabilire un rituale pre-sonno: ad esempio un bagno o doccia calda, o alcuni minuti di lettura.

 

Assumere una posizione che concili il sonno: se non ci si addormenta entro 15-30 minuti, alzarsi, andare in un'altra stanza a leggere, fino ad addormentarsi.

 

FONTE: http://www.intrage.it/SaluteEPrevenzione/i-rimedi-contro-linsonnia

 

Peli in eccesso sul corpo, nelle zone controllate dagli ormoni androgeni. L’irsutismo, un disturbo che interessa anche le donne, si manifesta con la nascita di peli scuri e folti, diversi dalla peluria tradizionale, sul viso, sul torace, sull’addome e sulla schiena. Nelle donne appaiono anche sul labbro superiore, sul mento o sul seno, cioè in zone tipicamente mascoline.

 

Il problema dell’irsutismo, non è solo estetico. Generalmente infatti è il risultato di una patologia che coinvolge le ghiandole, oppure è la reazione all’uso di un farmaco o di una sostanza chimica specifici di cui si fa uso. Le cause alla base dell’irsutismo sono diverse, per questo è consigliabile rivolgersi non all’estetista, ma prima di tutto al proprio medico di famiglia, in grado di prescrivere la cura più adatta.

 

L’Eurisko, che ha indagato il fenomeno nel 2006, ha rilevato che questa patologia è ancora un tabù per tante donne. Il 57% delle pazienti che ne soffre ha detto di sentirsi meno attraente e meno femminile. Per questo scegliere un metodo di depilazione più efficace può aiutarci a stare meglio. Fino a qualche anno fa, per eliminare i peli superflui erano diffuse la rasatura, la depilazione con le pinzetta, le creme depilatorie o la ceretta.

 

Oggi, per risolvere problemi come l’irsutismo, tanti esperti consigliano anche la depilazione permanente, con i metodi dell’elettrolisi o del laser. La prima, la depilazione elettrica, è più lunga e dolorosa. Con un ago elettrico infatti, si impedisce a ogni singolo bulbo di far crescere di nuovo il pelo, ma possono formarsi delle piccole cicatrici. Il laser invece è più veloce, efficace e sicuro. Si agisce su più bulbi contemporaneamente vaporizzandone una parte e rallentando la crescita dei peli.

 

FONTE: http://www.intrage.it/SaluteEPrevenzione/irsutismo

 

La pressione alta, o ipertensione, è uno dei fattori di rischio più importanti per le persone anziane: a questa è strettamente legata la frequenza di ictus, di deterioramento delle arterie e di varie malattie cardiovascolari, che rappresentano in Italia la prima causa di morte e tra le prime di disabilità. Per prevenire problemi alla circolazione avere un’alimentazione sana ed equilibrata è il primo passo fondamentale. In tavola non possono mancare: frutta e verdura fresche; legumi e cereali che ricchi di proteine, possono sostituire tranquillamente le carni grasse; il pesce e i condimenti a base di olio extravergine d’oliva; le carni magre come pollo e tacchino, vitello e coniglio.

 

Da limitare il consumo di: insaccati; formaggi stagionati, meglio freschi in sostituzione di carne o pesce; dolci; uova ricche di colesterolo; sale; bevande zuccherate e alcoliche.   Ma vediamo di conoscere meglio questo fattore di rischio. L’ipertensione si riferisce alla pressione che il sangue esercita sulle arterie quando circola nell'organismo, spinto dalla contrazione del cuore. Questa pressione, misurata in millimetri di mercurio (mmHg), è massima durante la contrazione del cuore, la pressione sistolica, e scende al minimo quando il cuore si riempie di sangue, la pressione diastolica. La pressione alta è definita come una pressione massima pari o maggiore di 140 mmHg o una pressione minima pari o maggiore di 90 mmHg.

 

La prevenzione inizia con il controllo periodico della pressione sanguigna almeno una volta l'anno, o più frequentemente secondo le indicazioni del proprio medico di fiducia.La misurazione della pressione può essere fatta in farmacia ma anche da soli a casa con l'apparecchio sfigmomanometro, osservando alcuni semplici accorgimenti:

 

- bisogna essere seduti su una sedia con lo schienale, che permette di appoggiare la schiena e di essere in posizione rilassata;

- il braccio deve essere disteso in posizione orizzontale ed appoggiato su un tavolino;

- non è consigliabile bere caffè o fumare per almeno trenta minuti prima della misurazione;

- la pressione deve essere misurata dopo almeno 5 minuti di riposo;

- la pressione minima e quella massima vanno misurati entrambe. A volte solo una delle due ha valori fuori norma;

- è importante fare almeno due misurazioni ad intervallo di circa 2 minuti l'una dall'altra. Se le due misure differiscono per più di 5 mmHg, è opportuno ripetere la misurazione una terza volta;

 

- l’accuratezza dello strumento di misura deve essere controllata periodicamente, comparando la loro lettura con un'altra effettuata con uno strumento manuale.

 

FONTE: http://www.intrage.it/SaluteEPrevenzione/pressione_alta_o_ipertensione

 

Il pancreas è una ghiandola lunga circa 15 cm, che si trova sotto lo stomaco, ma in posizione un po' più arretrata, la quale svolge due importanti funzioni:

 

- produrre i succhi pancreatici, che servono a decomporre il cibo che ingeriamo;

- produrre degli ormoni, tra cui l'insulina, per regolare i processi di assorbimento e utilizzo del cibo.

 

Può essere suddiviso in tre porzioni: la testa (quella più frequentemente colpita dalla malattia), il corpo e la coda.Il tumore al pancreas è una malattia piuttosto frequente, che in Italia colpisce più di 8.500 persone ogni anno. Il rischio di ammalarsi aumenta con l'età: tra i 70 e gli 80 anni il rischio è 40 volte superiore rispetto al periodo tra i 30 e i 40 anni. I maschi sono leggermente più colpiti delle femmine.I tumori del pancreas possono essere benigni o maligni. Quelli benigni sono rari e rappresentano circa il 6-10 per cento dei casi; quelli maligni, numericamente in maggioranza, sono malattie a decorso molto aggressivo e rappresentano una delle più frequenti cause di morte per tumore nel mondo occidentale.

 

I SINTOMI 

 

Il tumore del pancreas non provoca sintomi nella fase iniziale della malattia, che quindi può insorgere senza che il medico o il paziente se ne accorgano. Ci sono però alcune condizioni che sono riscontrabili in più del 50 per cento dei casi di tumore del pancreas, in presenza delle quali è consigliabile recarsi da un medico:

 

- ittero, una patologia del fegato che si manifesta con un ingiallimento della cute;

- dolore addominale;

- disturbi nella digestione;

- perdita di peso e delle forze.

 

I FATTORI DI RISCHIO

 

Diversi studi hanno permesso di individuare alcuni fattori che aumentano il rischio di ammalarsi di tumore del pancreas:

 

- fumo di tabacco, considerato il principale fattore di rischio, al quale viene attribuito il 30 per cento dei casi;

- dieta, sovrappeso e scarsa attività fisica;

- fattori occupazionali, che espongono a maggior rischio determinate categorie di lavoratori (ad es. lavoratori chimici);

- altre malattie, come il diabete e la pancreatite;

- aver subito una gastrectomia o una colecistectomia;

- fattori genetici ereditari (meno del 10 per cento dei casi).

- La diagnosi

 

Di fronte a sintomi sospetti, il medico può arrivare a formulare una diagnosi precisa ricorrendo ai seguenti esami diagnostici: Tc (Tomografia Computerizzata); Rm (Risonanza Magnetica); Ercp (Colangiopancreatografia Retrograda Endoscopica); Pet (Tomografia a Emissione di Positroni); ultrasonografia endoscopica (ecoendoscopia); biopsia pancreatica.

 

LA CURA

 

A seconda dello stadio del tumore, cioè in quale parte del pancreas si trova, che dimensione ha e se si è diffuso in altri organi o nei linfonodi, vengono impiegate:

 

- la chirurgia, adottata come primo intervento, mediante asportazione parziale o totale del pancreas; può essere usata anche come cura palliativa per diminuire il dolore;

 

- la chemioterapia, che può essere applicata prima dell'intervento chirurgico, per ridurre le dimensioni del tumore, o dopo, con funzione esclusivamente palliativa;

 

- la radioterapia, con modalità e scopi uguali alla chemioterapia, ma con un ruolo positivo sulla sopravvivenza nelle forme localmente avanzate, quando il tumore non è operabile.

 

FONTE: http://www.intrage.it/SaluteEPrevenzione/tumore_al_pancreas

 

La glicemia è la quantità di glucosio nel sangue, la principale fonte di energia e di nutrimento per l’organismo. La glicemia è regolata da un ormone, l'insulina, prodotta dal pancreas, organo dell'apparato digerente. Se l'insulina non agisce in modo corretto, o non è presente nella giusta quantità, si ha un accumulo di glucosio nel sangue: è questa una condizione di iperglicemia, sintomo principale delle varie forme di diabete.

In base alle cause che ne sono all’origine, si distinguono alcuni tipi di diabete. I più comuni sono:

 

- il diabete di tipo 1, chiamato anche diabete mellito insulina dipendente. In questa forma l'insulina non è prodotta, poiché il sistema immunitario, che normalmente difende l'organismo da sostanze estranee, attacca e distrugge le cellule del pancreas che producono l'insulina; i principali fattori di rischio per questo tipo di diabete sono: la familiarità; la dieta; le infezioni;

 

- il diabete di tipo 2, o diabete mellito non insulina dipendente. In questo tipo di diabete l'insulina è prodotta in quantità non sufficiente. Inoltre, le cellule possono diventare "resistenti" all'insulina: aumenta cioè la quantità di insulina necessaria affinché le cellule ricevano l'informazione di assorbire il glucosio dal sangue; i principali fattori di rischio per questo tipo di diabete sono: la familiarità; il sovrappeso; la sedentarietà l'appartenenza ad alcune etine;

 

-il diabete da gravidanza è una forma che si sviluppa quando altri ormoni messaggeri, prodotti durante la gravidanza, rendono le cellule resistenti all'insulina.

 

I SINTOMI

 

Alcuni sintomi determinati dall'iperglicemia sono l’aumento di sete o di fame, la frequente necessità di urinare, la perdita di peso, la sensazione di affaticamento. Se non viene curata, l'iperglicemia può portare a problemi più complessi di tipo cardiovascolare, epatico, nervoso, e complicazioni della vista.

 

Più in generale, sintomi tipici del diabete possono essere: iperglicemia; dispepsia; poliuria (emissione di una eccessiva quantità di urina) e conseguente polidipsia (sete intensa); polifagia paradossa (pur mangiando molto, si dimagrisce); perdita di peso; nausea; vomito; senso di fatica, irritabilità; astenia (riduzione della forza muscolare al punto che i movimenti, anche se effettivamente possibili, sono eseguiti con lentezza e con poca energia); cefalea,  parestesie (alterazione della sensibilità degli arti con eventuale formicolio); ulcere cutanee; acantosi nigricans (manifestazione cutanea caratterizzata da zone iperpigmentate, mal delimitate, che compaiono tipicamente a livello delle pieghe cutanee); xerodermia (cute secca, quasi desquamata.); prurito; xantelasmi (disturbi cutanei sulle palpebre) e xantomi (degenerazione della pelle di colore giallastro).

 

LA PREVENZIONE

 

Tra i fattori di rischio per la comparsa del diabete c’è l’obesità, quindi per il controllo di questa malattia è fondamentale tenere sotto stretto controllo la glicemia, il livello degli zuccheri nel sangue e mantenere il proprio peso forma. Tra le altre cause che possono favorire la comparsa del diabete ci sono: la pressione alta, un alto livello di colesterolo nel sangue, casi di diabete in famiglia, sedentarietà.

 

La prevenzione e la diagnosi precoce sono fondamentali per ridurre al minimo i danni provocati dal diabete. Per questo è raccomandato alle persone di età superiore a 45 anni di eseguire una o due volte all’anno un esame del sangue per controllare la glicemia. Valori di glicemia nella norma sono compresi tra 70 e 100 milligrammi di glucosio per decilitro di sangue, mentre valori superiori a 126 mg/dl possono dare la conferma di una diagnosi di diabete.

 

FONTE: http://www.intrage.it/SaluteEPrevenzione/glicemia_ediabete

 

 

 

La prostata: una preziosa ghiandola dell’apparato genitale maschile. Posta sotto la vescica urinaria, ha la funzione di produrre, insieme ad altri organi, il liquido seminale in cui sono contenuti gli spermatozoi nell’eiaculazione. La sua posizione, a metà tra l’apparato genitale e quello urinario, rende quest’organo "famoso" specialmente durante il processo di invecchiamento, per i problemi di salute che può comportare. Sono comuni, soprattutto in età avanzata, patologie di tipo infiammatorie (la prostatite), o derivate da ingrossamenti della ghiandola (l’ipertrofia), o ancora trasformazioni maligne dei tessuti (tumori e carcinomi).

 

I sintomi

 

Tra le conseguenze più comuni di tali malattie, specialmente se sono in fase avanzata, c'è la difficoltà nell’urinare: la prostata malata preme sulla vescica e sull’uretra, il canale urinario, è provoca vari disturbi. Sono tra i più comuni l’impellente e frequente bisogno di urinare, il getto di urina debole e intermittente, la sensazione di non completo svuotamento della vescica, anche dopo aver appena urinato.

 

L'importanza della diagnosi precose

 

Particolare attenzione deve essere posta al tumore alla prostata: nella fase iniziale, le cellule cancerose crescono molto lentamente, non manifestando segni di malattia. In alcuni casi, ciò può non rappresentare un problema: quello di alcuni tumori che crescono molto lentamente o per le persone molto anziane. Altri tipi di tumori possono essere molto dannosi, invadendo anche altre parti del corpo e provocando sintomi di malattia solo quando diventa troppo tardi. È in questi casi che la cultura della prevenzione e la diagnosi precoce sono di vitale importanza: nelle fasi iniziali, essa aumenta sensibilmente la possibilità di guarigione o, quantomeno, di rallentamento dello sviluppo della malattia.

 

La diagnosi

 

Per prevenire, dunque, è opportuno che soprattutto le persone più anziane consultino periodicamente un medico urologo, con il quale stabilire l’opportunità di eseguire accertamenti. Gli esami medici diagnostici più comuni sono:

l’esplorazione rettale, attraverso la quale l’urologo può palpare la parte esterna della prostata, individuando eventuali ingrossamenti del tessuto;

l’analisi del Psa (antigene specifico della prostata) presente nel sangue: il PSA è una proteina che normalmente è prodotta dalla prostata nel liquido seminale per renderlo più fluido. Parte di questa proteina è presente nel sangue, in forma libera o associato ad altre sostanze. È stato visto che la quantità di PSA nel sangue aumenta quando la prostata è malata;

l’ecografia prostatica: una sonda, inserita nel retto, può fotografare il tessuto prostatico, rilevando eventuali tumori, anche di piccole dimensioni;

la biopsia del tessuto: un esame di conferma della presenza di un tumore. Attraverso un ago, è possibile prelevare un piccolo pezzo di tessuto da sottoporre a test clinici che rivelano la presenza di cellule cancerose.

 

La prevenzione

 

La prevenzione, però, inizia dall'alimentazione. La Società italiana di urologia consiglia a chi soffre di prostata di mangiare con moderazione il peperoncino, gli insaccati e le aragoste e limitarsi con birra, spezie, pepe, superalcolici e caffè. Nella dieta sono da preferire i cibi antiossidanti e ricchi di fibre, per esempio le carote, gli spinaci e i pomodori. È importante anche fare un po' di movimento ogni giorno e avere un’attività sessuale regolare, evitando lunghi periodi di astinenza.

 

FONTE: http://www.intrage.it/SaluteEPrevenzione/tumore_della_prostata_ipertrofia_e_prostatite

 

 

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