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​​L’angina pectoris e l’infarto del miocardio sono due cardiopatie che interessano il cuore. L’angina è una sofferenza del muscolo cardiaco, una sindrome dolorosa che si verifica quando il flusso del sangue e l’ossigeno che arrivano al cuore sono insufficienti. Di solito è una conseguenza dell’arteriosclerosi, accumulo di grassi sulle pareti interne delle arterie che, per questo, si restringono e impediscono il corretto afflusso di sangue al cuore.

 

L’angina pectoris, dal latino dolore di petto, di solito si presenta sotto sforzo, quando aumenta la frequenza cardiaca e la pressione arteriosa.

L’infarto si ha quando una parte del cuore viene danneggiata irrimediabilmente e "muore", a causa dell’arteriosclerosi delle coronarie, l’otturazione delle arterie che forniscono il sangue al muscolo cardiaco.

 

L’infarto si riconosce o si sospetta quando si sente un dolore intenso e protratto al centro del petto, dietro lo sterno. A questo si accompagnano una forte difficoltà a respirare e un’intensa sudorazione. Spesso il dolore s’irradia verso la gola, le braccia e lo stomaco.

 

Per prevenire angina pectoris e infarto è necessario smettere di fumare ed eliminare o ridurre il sovrappeso. È altrettanto importante tenere sotto controllo la pressione arteriosa e il livello di glicemia nel sangue; seguire una dieta equilibrata e povera di grassi (colesterolo) e uno stile di vita sano con la pratica di un regolare e moderato esercizio fisico.

 

FONTE: http://www.intrage.it/SaluteEPrevenzione/cardiopatie_angina_pectoris_e_infarto

 

Bronchite, enfisema e asma, sono le difficoltà respiratorie croniche di cui soffre più del 20% della popolazione over 65. Tra i fattori che favoriscono l'insorgenza delle patologie dell'apparato respiratorio in primo luogo è il fumo seguito dai danni dell'inquinamento atmosferico.  La bronchite è un'infiammazione dei bronchi, la più frequente malattia delle vie respiratorie ed è caratterizzata da tosse, difficoltà di respirazione, febbre e dolore al torace.

 

L'enfisema polmonare è una malattia che colpisce gli alveoli dei polmoni, piccole cavità dalle pareti sottili che si trovano, a grappoli, all'estremità delle ramificazioni dei bronchi e sono circondate da vasi capillari. La funzione ridotta degli alveoli non assicura un giusto apporto di ossigeno all'organismo. Di solito l'enfisema colpisce più spesso i pazienti anziani e nei casi più gravi provoca una forte difficoltà di respirazione. Tra i sintomi dell'enfisema sono mancanza di respiro, tosse cronica e difficoltà di respirazione caratterizzata dalla tipica sensazione di "fame d'aria".

 

L'asma è una malattia infiammatoria delle vie respiratorie. L'attacco d'asma è caratterizzato dalla difficoltà di passaggio dell'aria nei bronchi, cioè da un'ostruzione bronchiale. I suoi sintomi sono difficoltà a respirare e a far fuoriuscire il catarro che si forma nei bronchi infiammati, tosse, respiro sibilante. Le cause dell'asma possono essere varie. Tra queste le sostanze allergiche presenti nell'aria come gli acari e pollini, ma anche conseguenze di altre infezioni respiratorie.

 

Per prevenire le affezioni croniche dell'apparato respiratorio (bronchite, asma ed enfisema) è importante smettere di fumare perché oltre l'80% dei casi è da ricondurre al consumo di sigarette che causano danni irreversibili al tessuto polmonare. È bene anche evitare il fumo passivo, gli ambienti inquinati e polverosi. Un'alimentazione sana e il movimento all'aria aperta e pulita contribuiscono a evitare le infiammazioni. Particolarmente consigliato il vaccino antinfluenzale, soprattutto nelle persone anziane per le quali questa forma di prevenzione è gratuita.

 

FONTE: http://www.intrage.it/SaluteEPrevenzione/malattie_respiratorie_bronchite_asma_ed_enfisema

 

L’alterazione patologica di arterie e vasi sanguigni, l’arteriosclerosi, è una delle cause principali dell’insorgere di malattie cardiovascolari tra cui angina pectoris, ictus e infarto.

 

L’arteriosclerosi si ha quando grassi (lipidi) e colesterolo si depositano sulle pareti interne dei vasi sanguigni e delle arterie facendole degenerare e restringendo il condotto dove passa il flusso del sangue pompato dal cuore.

 

Le conseguenze di questa patologia sono alcuni importanti disturbi circolatori: quando il sangue scorre con fatica nei suoi naturali condotti (i vasi) si possono formare coaguli o trombi, cioè ostruzioni dei vasi sanguigni che portano all’infarto se sono localizzati a livello del cuore o ictus, se sono a livello cerebrale.

 

L’arteriosclerosi non dà sintomi e si sviluppa lentamente nel corso della vita. Per prevenire l’arteriosclerosi è importante avere un corretto stile di vita: non bisogna fumare, avere un’alimentazione ricca di grassi, essere obesi o sedentari.

 

Una volta individuata, l’arteriosclerosi può essere tenuta sotto controllo con un cambio di abitudini e stili di vita e con farmaci specifici.

 

FONTE: http://www.intrage.it/SaluteEPrevenzione/arteriosclerosi

 

L’ictus cerebrale si ha quando il flusso di sangue non arriva in modo corretto al cervello e le cellule di quest’ultimo subiscono un danno dovuto alla mancanza di ossigeno. Quando il flusso si riduce o s’interrompe le cellule nervose perdono in parte o completamente le loro funzioni con conseguenze importanti come infermità che richiedono assistenza sia da parte della famiglia che di strutture specializzate.

 

L’ictus può essere di due tipi:

 

ischemico, quando si restringe o si chiude improvvisamente un’arteria che porta il sangue al cervello con conseguente sofferenza o morte di cellule cerebrali;

 

emorragico, quando si rompe un’arteria cerebrale a causa dell’aumento della pressione sanguigna arteriosa o per una malformazione di una parete dell’arteria stessa.

 

I SINTOMI

 

I sintomi dell’ictus si presentano all’improvviso e sono dovuti alla perdita temporanea o definitiva di alcune funzioni cerebrali, che dipendono dalla parte del cervello danneggiata dall’interruzione del flusso di sangue.

In particolare, è necessario rivolgersi immediatamente al pronto soccorso medico quando si riscontrano uno o più di questi segnali che riguardano o la parte sinistra o quella destra del corpo:

 

- perdita di sensibilità di una parte del corpo o del volto;

- difficoltà a muovere o paralisi di un lato del corpo o del volto;

- perdita della vista o visione sdoppiata;

- difficoltà a parlare o articolare il linguaggio;

- vertigini, vomito o perdita dei sensi, mal di testa acuto.

 

LA PREVENZIONE

 

Prevenire l’ictus è molto importante. Questa patologia rappresenta infatti la terza causa di mortalità in Italia. E allora è essenziale:

 

- non fumare;

- controllare la pressione arteriosa, soprattutto quando si soffre di ipertensione;

- tenere sotto controllo il livello del colesterolo e quello della glicemia, con una dieta sana ed equilibrata e con un giusto esercizio fisico.

 

FONTE: http://www.intrage.it/SaluteEPrevenzione/ictus_cerebrale

 

 

La depressione è una malattia caratterizzata da una alterazione del tono dell’umore che si manifesta con malinconia, tristezza, voglia di piangere senza motivi precisi, tendenza ad isolarsi dal resto del mondo, perdita di interesse per le cose abituali come leggere i giornali, guardare la televisione, frequentare gli amici, uscire di casa; colpisce il 15 per cento della popolazione anziana.

 

Importanza della dieta

 

È possibile prevenire la depressione cercando di evitare o risolvere eventuali fattori di rischio, ma anche seguendo una dieta sana ed equilibrata che aumenta il benessere generale dell’organismo. Recenti studi hanno svelato che, nel piatto, non devono mancare cibi ricchi di sali minerali, in particolare ferro e selenio, presenti nelle verdure verdi a foglia larga e nella golosa cioccolata. Abbondante deve essere anche l’apporto di vitamina C, di cui sono ricche le arance. Dal Giappone i ricercatori fanno sapere che un consumo di 4 tazze di tè verde al giorno migliora l'umore e allevia i sintomi della depressione in tarda età.

 

Sintomi e caratteristiche

La depressione senile è causata solitamente da malattie dovute all’invecchiamento fisico e mentale, oppure a situazioni sociali ed economiche disagiate.

 

I principali fattori sono:

-        - isolamento sociale;

-        - invalidità e dipendenza dall'aiuto di altre persone;

-        - diminuzione delle risorse economiche;

-        - perdita del proprio status sociale;

-        - perdita del lavoro;

-        - ripetute esperienze di lutto o di perdita;

-        - cattivo adattamento alle malattie;

-        - cattivi meccanismi di difesa dall'angoscia della morte.

 

I sintomi che caratterizzano uno stato depressivo nelle persone in età avanzata sono gli stessi che si manifestano nelle persone più giovani: senso di debolezza al minimo sforzo, mal di testa, palpitazioni, dolori, vertigini, dispnea, difficoltà respiratorie. Tuttavia, identificare la depressione senile non è sempre facile, perché i primi sintomi depressivi negli anziani vengono spesso collegati a problemi fisici e mentali dovuti all’età. Gli anziani depressi inoltre, diversamente dalle persone affette da demenza, che mostrano evidenti e frequenti disturbi del comportamento, difficilmente si fanno notare e la loro condizione di disagio raramente viene rilevata e trattata adeguatamente.

 

Prevenzione e cura

 

Quando l’alterazione del tono dell’umore si presenta più volte in un anno e in episodidi lunga durata allora, diventa indispensabile rivolgersi a chi può fornire un aiuto a risolvere questo problema: il primo riferimento è il medico curante che può valutare i sintomi in base alla lunga conoscenza della persona e ai problemi clinici; inoltre, il rapporto di fiducia tra medico e paziente, facilita il colloquio, strumento indispensabile per la diagnosi.

Per curare la depressione senile, prima di ricorrere all’uso dei farmaci, è importante analizzare l’ambiente in cui la persona vive, i fattori psicologici, sociali e ambientali che lo circondano. Spesso la vecchiaia viene vissuta come una malattia, con rassegnazione e senza stimoli verso il mondo circostante, ci si chiude in sé stessi, si vive di ricordi e ci si ammala di depressione. Per evitare che si inneschi un quadro depressivo, è importante che ci sia qualcuno accanto alla persona anziana, in grado di circondarla di affetto e di considerazione.

 

FONTE: http://www.intrage.it/SaluteEPrevenzione/depressione_senile

 

La Malattia di Alzheimer rappresenta la più comune forma di demenza che nel mondo colpisce circa 25 milioni di persone e solo in Italia registra più di 600.000 casi. Dato l’allungamento delle aspettative di vita e l’invecchiamento progressivo della popolazione, le previsioni sono che 2050 vi saranno più di 100 milioni di persone affette, con crescenti costi sanitari ed un enorme impatto economico e sociale.

 

La malattia di Alzheimer si manifesta clinicamente con iniziali disturbi di memoria, cui si associano nel corso del tempo disturbi del linguaggio, dell’orientamento, delle capacità di ragionamento, critica e giudizio, con perdita progressiva dell’autonomia funzionale. Con il termine demenza si intende proprio la perdita di autonomia, mentre per descrivere i disturbi iniziali di memoria, con autonomia interamente conservata, si parla di disturbo cognitivo lieve o “Mild Cognitive Impairment (MCI)”. Questa condizione, diagnosticabile con opportune valutazioni neuropsicologiche, spesso precede di alcuni anni la demenza vera e propria. Sappiamo inoltre che il processo patologico che colpisce il cervello e che è responsabile della manifestazione clinica di MCI e poi di demenza precede di vari anni queste condizioni cliniche.

 

La ricerca ha dimostrato infatti che alla base della malattia vi è l’accumulo progressivo nel cervello di una proteina, chiamata beta-amiloide, che distrugge le cellule nervose e i loro collegamenti. Oggi è possibile dimostrare l’accumulo di questa proteina nel cervello mediante la PET (Positron Emission Tomography), con la somministrazione di un tracciante che lega tale proteina. Inoltre è possibile analizzare i livelli di questa proteina nel liquido cerebro-spinale, mediante una puntura lombare. Tali esami possono dimostrare accumuli della proteina anche anni prima delle manifestazioni cliniche della malattia.

 

Accanto a questi esami specifici per la proteina beta-amiloide, altri esami quali la risonanza magnetica cerebrale o la PET con un tracciante per lo studio del metabolismo cerebrale (PET FdG) possono documentare una iniziale atrofia od un ridotto metabolismo del cervello anche nelle fasi più iniziali della malattia. Questi esami permettono quindi una diagnosi più accurata, precoce o addirittura preclinica della malattia di Alzheimer, ossia prima che si sia dimostrata clinicamente la demenza. La diagnosi precoce è indispensabile per poter indirizzare il paziente verso strategie terapeutiche, attualmente in fase avanzata di sperimentazione, che potrebbero modificare il decorso della malattia mediante la rimozione della proteina beta-amiloide.

 

Attualmente nel paziente con demenza sono disponibili solo terapie sintomatiche che mitigano i deficit di memoria o i disturbi comportamentali associati, ma non esiste una terapia efficace nel bloccare l’avanzare della malattia. Per tale motivo riveste un ruolo cruciale proprio una diagnosi precoce di declino cognitivo lieve, perché le nuove strategie terapeutiche sperimentali potranno essere efficaci solo se somministrate nelle fasi prodromiche di malattia, cioè prima che si sia manifestata la demenza in fase conclamata.

 

Inoltre la prevenzione può giocare un ruolo fondamentale, poiché la ricerca scientifica ha fatto enormi passi avanti nell’identificazione di fattori che incrementano il rischio di sviluppare la patologia: in particolare i fattori di rischio per le patologie vascolari quali ipertensione, diabete, obesità, fumo, scarsa attività fisica, contribuiscono anche ad un rischio maggiore di sviluppare la Malattia di Alzheimer. Da questo ne deriva un ruolo fondamentale per la prevenzione: studi recenti hanno dimostrato che stili di vita adeguati come la corretta alimentazione, e in particolare la dieta mediterranea, ricca di sostanze antiossidanti naturali, l’esercizio fisico, la pratica di hobbies e i rapporti sociali agiscano da fattore protettivo non soltanto nei confronti della malattia di Alzheimer, ma più in generale delle varie forme di demenza esistenti.

 

Queste considerazioni in merito all’effetto protettivo degli stili di vita derivano da importanti studi epidemiologici degli ultimi anni. La più recente novità, dimostrata in una popolazione finlandese a rischio per demenza (studio FINGER, pubblicato sulla prestigiosa rivista Lancet nel 2015 – Lancet 2015;385:2255-2263) è che un intervento multidimensionale per due anni, mediante dieta, esercizio fisico costante, training cognitivo, stretto monitoraggio dei fattori di rischio vascolare è in grado effettivamente di rallentare significativamente il declino cognitivo.

 

Nell’attesa dei risultati degli studi sperimentali con i nuovi farmaci contro la beta amiloide, l’applicazione di questi interventi sugli stili di vita può effettivamente ritardare la comparsa della malattia, riducendone la prevalenza, con enormi benefici individuali e sociali.

 

FONTE: http://www.insalutenews.it/in-salute/malattia-di-alzheimer-ipertensione-diabete-obesita-fumo-tra-i-fattori-di-rischio/

 

L' obesità nei paesi industrializzati ha ormai raggiunto proporzioni endemiche

 

Parliamo di una percentuale che varia dal 40% al 50% di individui in sovrappeso e del 15 % di individui con obesità.

L' obesità, non solo è un fattore di rischio per l' artrosi dell' anca e soprattutto del ginocchio, ma può associarsi ad una serie di comorbidità tali da avere un impatto significativo sui risultati della chirurgia ortopedica di elezione.

L' intervento di protesi rappresenta l' unica soluzione terapeutica efficace di fronte all'artrosi avanzata del ginocchio e dell' anca. Nel decennio 1996/2006 abbiamo assistito ad un incessante aumento del  140% delle protesizzazioni e si stima che nel prossimo trentennio l' incremento sia superiore al 600%.

 

Sfortunatamente si calcola che anche l' obesità sia un fenomeno in costante aumento e pertanto è facilmente deducibile che nei prossimi anni il chirurgo ortopedico si troverà ad affrontare la chirurgia protesica in un numero maggiore di pazienti sovrappeso o affetti da obesità.

Il dubbio per il chirurgo ortopedico è quando proporre l' intervento di protesi, che non è un intervento di urgenza ma bensì di elezione di fronte ad un quadro clinico reversibile, quale l' obesità, che se trattata può anche rendere l' intervento di protesi non più necessario.

Riportiamo in questo articolo alcune considerazioni che possono aiutare sia il paziente che il chirurgo a dirimere questo dubbio.

L' obesità viene normalmente definita sulla base dell' Indice di massa Corporea (IMC).

 

Calcolo della BMI o Indice di Massa Corporea

Il BMI si calcola dividendo il peso del soggetto espresso in Kg per il quadrato della sua statura espressa in metri ed è utilizzato come indicatore del peso forma.

BMI = peso (kg)/altezza² (mt). La normalità è tra 20 e 25 Kg/m²

 

La World Health Organization (WHO) definisce gli individui sovrappeso coloro che hanno una IMC compresa tra 25 e 29,9, mentre l' obesità ha con un punteggio maggiore di 30. Questa categoria viene poi suddivisa in tre classi. Altre organizzazioni hanno introdotto altre suddivisioni come quella del super obeso (>50) e del super super obeso (> 60).

L' obesità comporta non solo un aumento della morbidità e della mortalità per il paziente stesso, ma anche ad una crescita della spesa sanitaria nazionale in considerazione delle patologie ad essa associate. Si stima che abbia un costo che varia dal 4% al 7% di tutte le spese socio-sanitarie mondiali.

L' obesità infatti rappresenta un fattore di rischio indipendente per molte patologie quali diabete e cardiopatia ischemica e costituisce la quinta causa di morte nel mondo.

Purtroppo in considerazione della sua complessità e gravità andrebbe affrontata a livello medico con un approccio multidisciplinare e a livello sociale mediante una forte campagna che evidenzi le argomentazioni conoscitive di tipo nutrizionali, ma soprattutto educative.

Se le conseguenze dell' obesità possono essere gravi quanto quelle del tabagismo, si dovrebbe a livello politico e sociale intraprendere una efficace programma educativo, cosi come è avvenuto per il fumo, sul corretto stile di vita e sulle sane abitudini alimentari, fin dalla giovanissima età.

 

Obesità ed artrosi

 

Esiste una forte correlazione tra obesità e artrosi. Principalmente due sono gli studi che si sono occupati di questo argomento con un numero importante di pazienti. Il primo tratto dal Canadian Joint Replacement Registry ha evidenziato, esaminando più di 17.000 pazienti operati di protesi, come nei pazienti obesi esista una probabilità 3 volte maggiore e nei pazienti sovrappeso 1 volta e mezzo maggiore, di sottoporsi ad intervento di protesi di anca o di ginocchio, rispetto alla popolazione normopeso. L' altro studio, sulla base di una ricerca dell' American Association of Hip and Knee Surgeons, riporta che esiste una forte evidenza tra obesità ed incremento della artrosi del ginocchio. Meno evidente è l' associazione con l' artrosi dell' anca. Altri studi hanno evidenziato come in una casistica di pazienti con artrosi grave diagnosticata sia clinicamente che radiograficamente, i pazienti sovrappeso, compresi i giovani adulti, rappresentassero un' elevata percentuale di casi.

Sebbene l' obesità nei giovani adulti possa essere asintomatica, la continua e duratura esposizione all' eccesso di peso sulle articolazioni degli arti inferiori, può essere una causa importante nello sviluppo di un grave quadro di artrosi.

In letteratura esistono inoltre numerosi studi che evidenziano come l' eccesso di peso sia un fattore di rischio diretto ed indiretto nel determinismo del' artrosi. Il meccanismo diretto agisce con l' applicazione ripetitiva di carichi assiali sulle articolazioni con aree di pressione elevate che provocano degenerazione della cartilagine articolare e sclerosi dell' osso subcondrale. Il meccanismo indiretto vede invece entrare in gioco dei fattori biochimici e metabolici che causano infiammazione, degradazione della cartilagine e la progressione verso l' artrosi.

Riduzione di peso e artrosi

 

Assenza di cartilagine in artroscopia di ginocchio

 

Una ricerca di qualche anno fa pubblicata su Arhtritis and Rheumatism evidenziò che il rapporto peso e pressione sul ginocchio è di 1 a 4. Per 10 kg persi di peso c'è un diminuzione di 40 kg di pressione sulle ginocchia. Di conseguenza almeno nelle fasi iniziali dell' artrosi è probabile che alla perdita di peso si associ una diminuzione del dolore ed un aumento della funzionalità. Secondo alcuni Autori però se la perdita di peso è inferiore al 10% del peso totale non si assiste ad un reale miglioramento del dolore e della funzionalità. Purtroppo la dieta, le terapie farmacologiche e le modificazioni dello stile di vita possono portare ad una perdita di peso pari solo al 5-10% del peso iniziale.

Solitamente quando lo specialista fa notare queste statistiche, il paziente risponde che non potendo svolgere l' attività fisica a causa del dolore artrosico preferirebbe eseguire prima l' intervento di protesi, grazie al quale potrebbe tornare a svolgere l' attività sportiva, bruciare calorie e di conseguenza ridurre il proprio peso. Purtroppo non è così.

È stato dimostrato che dopo l' intervento di chirurgia protesica del ginocchio solo il 14% dei pazienti perdeva peso, il 21% guadagnava, mentre la maggioranza dei pazienti aveva una variazione solo del 5% rispetto al peso preoperatorio. Pertanto la chirurgia protesica non è efficace come tentativo di riduzione del proprio Indice di Massa Corporea.

Il chirurgo ortopedico può giocare però un ruolo importante nel convincere il paziente a rivolgersi al chirurgo addominale per valutare la possibilità di sottoporsi a chirurgia bariatrica. La chirurgia bariatrica o chirurgia dell' obesità è l' unico trattamento in grado di determinare una perdita di peso significativa a lungo termine in caso di obesità.

Questa infatti potrebbe realmente ritardare, se non evitare, l' intervento di chirurgia protesica. Anche se la riduzione di peso ottenuta non è sufficiente a ridurre la sintomatologia dolorosa legata all' artrosi, comunque è più facile per il chirurgo ortopedico, consigliare l' intervento di protesizzazione in virtù dei migliori risultati e dei benefici ottenibili, ma soprattutto in virtù delle possibili minori complicanze postoperatorie.

 

Obesità e chirurgia protesica 

         

Numerosi studi hanno dimostrato che pazienti con BMI superiore a 40 hanno una maggiore probabilità rispetto ai pazienti normopeso, di andare incontro a complicazioni gravi durante e dopo l' intervento di chirurgia protesica. Le complicazioni più frequenti sono quelle cutanee, l' infezione, la tromboembolia venosa profonda, l' embolia polmonare, la lussazione della protesi di anca. È presente inoltre una incidenza maggiore di revisione protesica e di aumento della permanenza in ospedale.

Per quanto riguarda l' infezione, si ritiene che, la scarsa vascolarizzazione di ampi strati di grasso sottocutaneo sia la causa di un ritardo di guarigione delle ferite con conseguente rischio aumentato di infezione profonda. Un altro fattore predisponente è rappresentato dai tempi operatori che nei pazienti obesi sono notevolmente più lunghi. Secondo alcuni studi il rischio di infezione è di tre volte maggiore negli individui obesi rispetto a quelli normopeso in seguito a chirurgia protesica. Questa incidenza aumenta ulteriormente se il paziente obeso èanche diabetico.

Bisogna sottolineare che esistono molti studi che non evidenziano una correlazione tra aumento di complicanze postoperatorie e obesità. Ma in considerazione dell' esiguo numero di complicanze in chirurgia protesica, gli studi che analizziamo per avere una evidenza scientifica elevata debbono necessariamente basarsi su un numero elevato di pazienti. Purtroppo questi studi , Meta-analisi o studi di revisioni sistematiche sono tutti concordi nel ritenere l' obesità come un fattore di rischio.

Per quanto riguarda il tromboembolismo venoso profondo, si ritiene che la più lenta mobilizzazione e rieducazione motoria del paziente obeso, dopo la chirurgia protesica, possa determinare con maggiore frequenza la formazione di emboli.

Molti studi hanno anche evidenziato un aumentato rischio di lussazione nelle protesi di anca nei pazienti obesi rispetto ai normopeso, così come una aumentata permanenza in ospedale.

Riguardo i risultati clinici, pur risultando inferiori i punteggi clinici nei pazienti obesi e operati di chirurgia protesica, non sembrerebbero esistere differenze in termine di qualità della vita rispetto ai pazienti operati e normopeso almeno fino a una BMI inferiore a 40, dove il miglioramento è ulteriormente inferiore alla media.

Sembrerebbe in effetti che la riduzione del dolore dopo l' intervento di protesi, misurato mediante questionari specifici (Oxford, HSS Womac), sia abbastanza simile tra il gruppo dei pazienti con obesità e il gruppo dei pazienti normopeso.

 

Conclusioni

 

L' obesità è un importante fattore di rischio per l' artrosi. La degenerazione dell' ambiente articolare procede più velocemente se l' eccesso di peso persiste. L' artrosi dell' anca e del ginocchio, quando è in uno stato avanzato, non è un processo reversibile. L' unico trattamento efficace è la protesi. Purtroppo, in considerazione delle aumentate complicanze di questa chirurgia nel paziente obeso, è auspicabile che il chirurgo ortopedico consigli un approccio multidisciplinare al fine di ottenere una efficace riduzione del peso prima di affrontare un intervento di protesi di anca o di ginocchio.

Nonostante le difficoltà tecniche, un maggior rischio di complicanze e tempi di recupero più lenti, la chirurgia protesica ha ancora dei margini per poter ridurre il dolore e migliorare la qualità della vita anche nei pazienti più complessi.

Sarà capitato a molti di dover cercare una colf badante per un proprio caro e di ritrovarsi di fronte a due possibilità: assumere direttamente a proprio nome la badante, oppure affidarsi a società quali agenzie di badanti o cooperative sociali.

Sappiamo tutti che la seconda scelta è molto più vantaggiosa, esonerando la persona da pratiche molto complesse, tuttavia è bene rendersi conto che non tutte le società che si occupano di assistenza anziani sono autorizzate legalmente a svolgere questo servizio.

 

Nella maggior parte dei casi vi troverete di fronte società che non possono svolgere questo tipo di servizi operando legalmente. Infatti è possibile che una determinata cooperativa o associazione non sia autorizzata a svolgere servizi di ricerca, selezione, Intermediazione e somministrazione (assunzione diretta da parte della società) , di colf e badanti a domicilio.

In questo caso vi ritroverete a casa una badante non in regola oppure una persona che queste associazioni o cooperative sociali faranno assumere direttamente a voi, in quanto non provvisti di autorizzazione ad assumere direttamente, con tutte le responsabilità che ciò comporta.

 

Per questo è sempre buona norma controllare le referenze, tra cui l’iscrizione all’albo, delle Agenzie per il lavoro tramite il seguente link del ministero del lavoro : http://www.cliclavoro.gov.it/Operat…/…/Albo-Informatico.aspx


Essere iscritti a questo albo significa poter dare delle garanzie al cliente che cerca una badante, significa operare in trasparenza ed in totale legalità sia verso il cliente che usufruisce dei servizi sia verso il lavoratore che è assunto e regolarizzato con il giusto contratto di lavoro a norma di legge.

 

La lotta a queste false società cooperative sociali e false agenzie è anche portata avanti da Papa Francesco che in una conferenza si è espresso molto duramente affermando quanto segue:

«Contrastare e combattere le false cooperative, quelle che prostituiscono il proprio nome di cooperativa, cioè di una realtà assai buona, per ingannare la gente con scopi di lucro contrari a quelli della vera e autentica cooperazione».
«perché assumere una facciata onorata e perseguire invece finalità disonorevoli e immorali, spesso rivolte allo sfruttamento del lavoro, oppure alle manipolazioni del mercato, e persino a scandalosi traffici di corruzione, è una vergognosa e gravissima menzogna che non si può assolutamente accettare».

 

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Badanti, aumenta la richiesta. Ma cresce pure il lavoro nero. Il fenomeno del sommerso è difficilmente sradicabile dal settore dell’assistenza alla persona e della cura della casa, mansioni professionali che, spesso, si sovrappongono e si confondono. I numeri diffusi da Cgil, Cisl e Uil sulle vertenze aperte per il riconoscimento dei diritti calpestati parlano chiaro. Nella sede Uil Tigullio di piazza Roma, a Chiavari, sono state aperte e chiuse, tra il 2014 e l’anno scorso, 150 vertenze, risolte con la conciliazione in sede sindacale. Due anni fa le badanti contrattualizzate nel Caf Uil chiavarese sono state 12 e le cessazioni di lavoro 9. Nel 2015 le badanti messe in regola sono state 5 e altrettante le cessazioni. Nel 2015, con l’assistenza degli operatori dello sportello Cisl Tigullio/Golfo Paradiso sono stati eseguiti 140 nuovi contratti di lavoro di cui 98 a favore di immigrate extracomunitarie: cinque italiane e 37 comunitarie.

 

«Lo scorso anno - spiega Andrea Sanguineti, Cisl Liguria Area metropolitana - il nostro ufficio vertenze e legale ha trattato 50 pratiche di lavoro nero su colf immigrate da Paesi comunitari. Possiamo, dunque, affermare con una stima molto vicina alla realtà che almeno il 60 per cento delle lavoratrici che provengono da Paesi comunitari non sono in regola. Questo perché non hanno bisogno del permesso di soggiorno e, quindi, non devono dimostrare di avere un lavoro». Cgil, nel 2015, ha registrato 70 vertenze, concentrate prevalentemente su Chiavari e Rapallo. Alessandra Stagnaro, responsabile Caf Cgi, spiega che nel 2014 ha seguito la sottoscrizione di 24 contratti, mentre, nel 2015, il numero è salito a 102.

 

«Regolarizzare il lavoro domestico è un interesse di tutti - spiega Antonella Ortelio, referente territoriale Filcams Cgil - Purtroppo, però, il ricorso al lavoro sommerso si conferma una piaga. Molto spesso sono le badanti italiane a chiedere di non essere messe in regola, ma di ricevere come salario l’equivalente di quello che sarebbe lo stipendio al lordo dei contributi»

 

FONTE: http://www.ilsecoloxix.it/p/levante/2016/02/05/ASnZgNTB-badanti_troppo_ancora.shtml

 

Il 5,6 e 8 marzo Torino, insieme a 5.000 piazze italiane, fiorirà e profumerà di Gardenie, grazie all’appuntamento di raccolta fondi e sensibilizzazione promosso dall’ Aism (Associazione Italiana Sclerosi Multipla), con lo scopo di finanziare  progetti di ricerca mirati alla SM pediatrica, e a tutti coloro che convivono con questa malattia, e di  organizzare tra l’altro convegni informativi e collane editoriali utili a rispondere ai problemi che si presentano nella loro vita quotidiana, sociale, sanitaria e lavorativa. In Italia si contano circa 75.000 ammalati e la statistica parla di un esordio tra i 20 e i 40 anni con una incidenza circa del doppio delle donne rispetto agli uomini. Le cause sono ancora in parte sconosciute, tuttavia la ricerca ha fatto grandi passi circa il modo con cui la malattia agisce, non solo per una diagnosi precoce ma anche per nuove alternative farmacologiche che davvero raggiungono sempre migliori risultati nel curarla.


Tecnicamente la sclerosi multipla è una malattia neurodegenerativa demielinizzante, cioè con lesioni a carico del sistema nervoso centrale dove si crea un danno in più aree e che può progressivamente portare deficit permanenti. Quindi si può ben immaginare quanto tutto ciò che ruota attorno a questa patologia sia da affrontare certamente da un punto di vista medico-specialistico ma debba essere anche supportato da un punto di vista olistico. Innanzitutto occorre prendere in considerazione quanto la sclerosi colpisca i giovani, quindi in un momento della vita in cui è ancor più difficile accettare la diagnosi, prendere le misure con le cure, riferirsi al mondo del lavoro, dello sport , delle amicizie, dell’amore , e non si può non guardare ai familiari della persona ammalata che necessitano di supporto per non perdere l’orientamento indispensabile a sostenere il loro caro.”

 

La radice di ogni salute è nel cervello, il suo tronco sta nell’emozione, i rami e le foglie sono il corpo…il fiore della salute fiorisce quando tutte le parti lavorano assieme” ecco perché riferirsi alla naturopatia aiuta a coordinare tutti gli elementi , ad imparare a seguire un corretto stile di vita , a vedere la parte luce anche se la parte ombra offusca tutto. Alimentarsi in modo equilibrato, utilizzare tecniche di rilassamento per alleviare tensioni, paure, sconforto, abbinare alle cure tradizionali, da cui assolutamente non bisogna prescindere,  fitoterapici utili a depurare l’organismo dalle tossine  e a gestire gli effetti collaterali dei farmaci ,  porta ad un risultato di miglior risposta alle cure mediche e ad uno stato psicofisico armonico, elementi basilari della Salute. Ippocrate da medico indagava sulle cause della  malattia ma da naturopata forniva precetti e norme per il vivere sano, ritenendo che la salute dipendesse più dalle precauzioni che dalle medicine.

 

Oggi sappiamo che  la salute è uno stato di benessere fisico, mentale  e sociale e proprio per questo quando esiste una condizione di malattia cronica avvalersi dell’aiuto delle medicine complementari in assoluta integrazione a quelle allopatiche fa la differenza! Grazie alla medicina oggi la SM è una compagna di viaggio a volte addirittura silente ed  invisibile, l’importante è viverla come tale senza permetterle di invadere la vita cancellando gli obiettivi prefissati, imparando a  gestirla nella consapevolezza delle piccole vittorie giornaliere, perché anche la gioia di un piccolo miglioramento quotidiano spegne la rabbia e ridà colore alla vita insegnando a sorridere senza negare il dolore

 

FONTE: http://torino.repubblica.it/cronaca/2016/02/29/news/una_gardenia_per_la_sclerosi_multipla_perche_la_natura_aiuta-134494456/

 

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