La NOSTRA badante a casa TUA

L'allenamento mentale permette al cervello di restare giovane. Aiuta, infatti, a prevenire la perdita della memoria e a ridurre il rischio di declino cognitivo e demenza. Lo spiegano i ricercatori dell’Irccs Inrca - Istituto di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico per Anziani di Ancona, che hanno elaborato un “training cognitivo multidimensionale” per la terza età. Si tratta di una serie di esercizi volti ad aiutare gli anziani a conservare la memoria senza ricorrere all'uso dei farmaci. 

“Con l’aumentare dei casi di demenza, la ricerca impone di individuare cure non farmacologiche per prevenire le malattie neurodegenerative - spiega Fabrizia Lattanzio, Direttore scientifico dell'Inrca e autrice dello studio -. È prioritario educare, fin dall’età adulta, ad uno stile di vita fisicamente e mentalmente attivo, anche nello svolgimento delle semplici attività quotidiane”. 

L'efficacia del metodo elaborato dagli scienziati italiani è stata testata durante uno studio finanziato dal Ministero della Salute e dalla Regione Marche, i cui risultati sono pubblicati sulla rivista Rejuvenation Researc. Gli autori hanno invitato 321 persone di età superiore a 65 anni a seguire, per tre anni, un programma di allenamento mentale. I partecipanti sono stati suddivisi in tre diversi gruppi, a seconda del loro stato cognitivo: soggetti sani interessati a scoprire come prevenire la perdita della memoria, individui con lievi disturbi e malati di Alzheimer. 

Il training cognitivo comprende diversi esercizi. Per esempio, prevede tecniche mnemoniche, metodi di concentrazione e di orientamento, strategie per ricordare eventi e appuntamenti, impiego della scrittura per favorire la memorizzare, uso di liste, calendari e agende. Contempla anche la creazione di brevi racconti, che aiutano a fissare i ricordi e migliorano la padronanza del linguaggio. Infine, include passatempi comuni come le parole crociate, il gioco a carte e il sudoku. 

“Il training cognitivo rappresenta un’innovazione nel campo delle terapie contro le demenze - spiega Cinzia Giuli, psicologa dell’Unità operativa di geriatria Inrca di Fermo e responsabile del progetto -, poiché non ha effetti collaterali o controindicazioni, ed è altamente personalizzabile, con esercizi mirati per il singolo caso”.

Al termine della sperimentazione, è emerso che il 70% dei soggetti affetti da Alzheimer ha mostrato un significativo miglioramento delle performance cerebrali e dello stato psicologico. Questa evidenza è stata confermata anche dalla batteria Adas (Alzheimer’s disease assessment scale), che valuta la gravità della malattia attraverso indicatori quali memoria, linguaggio e orientamento. 

Inoltre, il programma sembra in grado di prevenire il declino cognitivo e l'insorgere della demenza: “Nei soggetti affetti da lievi disturbi di memoria e concentrazione, una forma pre-clinica di Alzheimer nota come Mild Cognitive Impairment - ha evidenziato la dottoressa Giuli -, ha aumentato in circa il 50% dei casi la percezione positiva sulle proprie capacità di memoria, che influisce sulla probabilità di ammalarsi a distanza di qualche anno”. Nei soggetti sani questo fenomeno è apparso ancor più evidente: ha, infatti, interessato l’81% del campione. 

Il training, concludono gli esperti, ha determinato effetti positivi anche sull’umore, sul livello di stress e sul benessere percepito dei partecipanti. Tanto che molti anziani hanno manifestato il desiderio di proseguire il programma anche dopo la fine della sperimentazione.

 

FONTE: http://salute24.ilsole24ore.com/articles/18808-meditazione-aiuta-il-cervello-a-restare-giovane?refresh_ce

 

Il diabete non va in vacanza. Anzi, in estate, complice le temperature più elevate, i cambiamenti negli abitudinari stili di vita, la mancata aderenza alla terapia (vissuta come un peso da ricordare anche nei luoghi di villeggiatura) e la sottovalutazione di alcune possibili condizioni climatiche o ambientali sono tutti fattori che possono scompensare la malattia. E oltrepassare le soglie di guardia significa incorrere in pericoli invece evitabili.

 

UN AIUTO DAI FARMACI DI ULTIMA GENERAZIONE 

 

 

Grazie ai microinfusori e ai farmaci di ultima generazione che permettono di fare a meno dell’insulina, è possibile passare un’ottima vacanza anche con il diabete. Oggi seguire la terapia è più facile rispetto al passato, così pure godersi il tempo libero in relax e sicurezza è divenuto meno proibitivo. Fatte le eccezioni legate ai singoli casi, un paziente diabetico (il numero dei malati è raddoppiato rispetto agli Anni 80: può mangiare con gusto e fare attività fisica, senza comunque eccedere nel dispendio energetico o nella scelta di sport estremi. «Il diabete non è una controindicazione o un limite per una buona vacanza - dichiara Francesco Giorgino, direttore dell’unità operativa di endocrinologia e malattie metaboliche dell’azienda ospedaliero-universitaria Policlinico di Bari -. Ma occorre ricordare che la malattia non può essere dimenticata: va monitorata e curata con l’adeguata terapia per tutto il periodo della villeggiatura».

 

 

L’ALIMENTAZIONE EQUILIBRATA RIMANE UN CAPOSALDO 

 

 

Un atteggiamento responsabile consente di concedersi un soggiorno senza rischi beneficiando di tutti i vantaggi che la vacanza apporta all’organismo e anche alla malattia stessa. Basta rispettare cinque facili regole per tenere sotto controllo il diabete e la glicemia. 

 

La prima cosa da fare è evitare la disidratazione, più probabile soprattutto negli anziani (soprattutto tra coloro che assumono diuretici per tenere sotto controllo la pressione sanguigna) con l’aumento delle temperature e, di conseguenza, della sudorazione. «Fondamentale è monitorare con maggiore frequenza la pressione arteriosa che, in estate, tende ad essere più bassa del solito - prosegue Giorgino -. Bisogna fare attenzione ai primi campanelli di allarme che possono segnalare una possibile disidratazione: la bocca asciutta, la pelle secca, il prurito, la sensazione di mancamento e testa vuota, la stanchezza».

 

È quasi superfluo ribadire che il rimedio più efficace è rappresentato dall’acqua, da bere in quantità superiore a due litri al giorno. Quanto al cibo, invece, meglio ridurre al minimo le trasgressioni e mantenersi fedeli al proprio regime alimentare. Se si mangiano cibi insoliti, la raccomandazione è effettuare un autocontrollo più frequente della glicemia. Occorre anche fare attenzione agli orari dei pasti, perché variazioni importanti nella tabella di assunzione degli alimenti potrebbero avere implicazioni sulla terapia farmacologica. 

 

 

 

SAGGEZZA NELLA PRATICA SPORTIVA 

 

 

 

L’estate e l’aria aperta inducono a svolgere maggiore esercizio fisico, ad esempio camminate e attività sportiva. Attenzione a non lasciarsi tentare da sport estremi o da un impegno fisico troppo intenso che possono favorire l’aumento eccessivo della glicemia. Con il diabete è bene privilegiare attività moderate, di tipo aerobico, che contribuiscono a ridurre la glicemia. In estate è consigliato prepararsi all’attività sportiva monitorando sempre la glicemia per prevenire picchi o cali, alimentandosi prima della pratica con degli snack e bevendo più frequentemente (per esempio ogni 20-30 minuti), anche durante l’allenamento, per compensare la maggiore sudorazione e la perdita di liquidi e sali minerali.

 

 

 

FARMACI DA CONSERVARE AL FRESCO

 

Le più alte temperature, tipiche dell’estate, possono alterare le caratteristiche dei farmaci, riducendone l’efficacia. I farmaci quali l’insulina, ma anche terapie orali come capsule e compresse o iniettive come gli analoghi del GLP-1, devono essere conservati in frigorifero e non esposti al sole. Stessa raccomandazione vale anche per i device, sia i glucometri ma soprattutto le strisce reattive che contengono l’enzima per determinare il valore della glicemia.

 

MAI A PIEDI SCALZI

 

Il diabete, specie in persone che ne sono affette da molti anni, può comportare problemi di neuropatia, con perdita della sensibilità tattile, dolorifica e termica. Camminare a piedi nudi non è una buona pratica perché può esporre il diabetico a traumi, microferite, contusioni, ustioni, per esempio passeggiando sulla sabbia bollente o su pietre surriscaldate o poggiando il piede su oggetti taglienti senza avvertire dolore: Lesioni che, a lungo andare, possono innescare una serie di complicanze, fino al piede diabetico. La raccomandazione è quindi di indossare ciabatte o altre calzature comode per proteggere il piede dal contatto diretto con il suolo.

 

FONTE: http://www.lastampa.it/2016/08/18/scienza/benessere/sei-diabetico-ecco-le-regole-per-una-vacanza-sicura-u0BM8pUgOT0ZIb4m6JNiaO/pagina.html

 

 

 

“Nel 2015 l’Osservatorio INPS ha registrato un calo dei lavoratori domestici impiegati nelle famiglie italiane”. Lo denuncia Lorenzo Gasparrini, Segretario Generale di DOMINA, Associazione Nazionale Famiglie Datori di Lavoro Domestico. “Ad oggi in Italia – rileva – si contano 886.125 lavoratori domestici, la concentrazione maggiore si registra a Nord-ovest con il 29,8%.  Il numero complessivo di colf e badanti è diminuito di 20.518 unità rispetto all’ultima rilevazione INPS del 2014. Si tratta di un calo del 2,4 %. Può sembrare poco ma non lo è; soprattutto perché la richiesta di assistenti familiari presso gli sportelli territoriali, le parrocchie e i centri immigrazione è molto alta”.

 

“La paura – prosegue Gasparrini – è che per risparmiare sui contributi i datori interrompano i rapporti di lavoro domestico solo formalmente per poi continuare ad usufruire dei servizi di colf e badanti senza un regolare contratto. Pratica molto pericolosa poiché, se inizialmente la spesa è minore, la conclusione è quasi sempre una vertenza. Inoltre, le lavoratrici, indispettite dal licenziamento, oltre alla vertenza per il periodo lavorato senza regolare contratto, spesso decidono di richiedere al datore differenze retributive legate al livello di inquadramento e all’orario per il periodo di lavoro svolto regolarmente”.

 

“I datori di lavoro domestico – conclude la nota – devono comprendere che il contratto non è un nemico bensì uno strumento di tutela, sia per il datore sia per il lavoratore domestico, e che non è possibile risparmiare sulla sicurezza e il benessere della famiglia”.

 

FONTE: http://www.farodiroma.it/2016/08/06/badanti-aumenta-il-nero/

 

Risulta irregolare il 30% delle strutture ricettive per anziani sul territorio nazionale. E' quanto emerge dai controlli dei Carabinieri dei Nas nel periodo gennaio-luglio 2016. Segnalate numerose violazioni, tra cui maltrattamenti, lesioni e sequestri di persona. I dati sono stati resi noti al ministero della Salute in occasione della presentazione del programma di interventi 'Estate sicura 2016'. "In varie situazioni - ha detto il ministro del Salute, Beatrice Lorenzin - viene meno qualsiasi tipo di umanità".

 

Sono state verificate situazioni in strutture per anziani "dove i comportamenti degli operatori si dimostrano del tutto disumani, ci sono anziani - ha detto Lorenzin - trattati come non lo sono neppure gli animali". Il ministro ha anche espresso preoccupazione per l'aumento delle strutture abusive in questo ambito, dove "l'intervento è più problematico". Secondo i dati presentati oggi dal comandante generale dell'Arma dei Carabinieri, Tullio Del Sette, e dal comandante dei Nas, Claudio Vincelli, le strutture ricettive per anziani 'non conformi' sono il 30% su 365. Nel 2016 sono stati effettuati 1.208 controlli su tali strutture, con 288 persone segnalate all'autorità giudiziaria, 7 arresti, 550 sanzioni penali e 37 strutture sequestrate o chiuse. I controlli nel 2016 hanno riguardato anche strutture sanitarie, socio-assistenziali e centri di riabilitazione neuro-psicomotoria: 472 le strutture irregolari (28%) per un totale di 1.647 controlli.

 

Quanto al tipo di violazioni penali commesse, emergono i maltrattamenti (114 casi), l'esercizio abusivo della professione da parte di medici e infermieri (109), l'abbandono di incapaci (68), lesioni personali (16), sequestro di persona (16), detenzione di farmaci scaduti (15), strutture sanitarie prive di autorizzazione ovvero abusive (21 casi su 365 strutture controllate), carenze igienico-strutturali (124).

 

FONTE: http://www.ansa.it/sito/notizie/flash/2016/08/03/-nas-irregolare-il-30-dei-centri-anziani-_79233ee3-154a-4db3-8ccd-828896edcc81.html

 

Queste patologie avrebbero un comune difetto: l'incapacità di alcuni neuroni di tornare alla posizione "zero"

Patologie tra loro diverse - sia come origine che caratteristiche - come malattia di Parkinson, distonia e malattia di Huntington, hanno degli elementi comuni, ovvero i movimenti incontrollati del corpo in chi ne è colpito. Ora una ricerca sembra aver compreso il funzionamento di questi movimenti involontari, che accomunerebbe queste patologie: i responsabili sarebbero alcuni neuroni, i quali, dopo essere stati stimolati per apprendere un movimento, non sarebbero più in grado di ritornare alla "posizione zero", ovvero a riposo.

Sono giunti a questa scoperta i ricercatori della Fondazione Santa Lucia Irccs e dell'Università di Perugia, coordinati dal Professore Paolo Calabresi, insieme al gruppo di ricerca del Professor Antonio Pisani, dell'Università di Tor Vergata, e ai colleghi inglesi e spagnoli dello University College di Londra e dell'Istituto Carlos III di Madrid. Lo studio Hyperkinetic disorders and loss of synaptic downscaling è stato pubblicato dalla rivista Nature Neuroscience.

 

NEURONI E APPRENDIMENTO DEL MOVIMENTO - I neuroni coinvolti, spiegano, sono quelli di una regione interna del nostro cervello, detta striato, deputata ad organizzare il movimento. Gli stimoli elettrici che sollecitano questi neuroni, producono effetti di due tipi, positivi e negativi, chiamati LTP (long term potentiation) e LTD (long term depression). Quando il neurone è a riposo, è come se fosse sullo zero. Questa alternanza di impulsi fa sì che noi impariamo da bambini, per progressivi aggiustamenti, a muovere mani e braccia, a camminare, ad andare in bicicletta. Poi, per tutta la vita, grazie ai medesimi impulsi, i neuroni del nostro cervello guidano i movimenti, li adattano all'ambiente, ne correggono quando necessario la traiettoria e in generale li tengono sotto controllo come movimenti volontari.

 

UN MECCANISMO CHE SI INCEPPA - "Questo meccanismo - spiega la dottoressa Veronica Ghiglieri, ricercatrice presso il Laboratorio di Neurofisiologia della Fondazione Santa Lucia - funziona tuttavia solo finché i nostri neuroni conservano la capacità di tornare alla posizione "zero" dopo ogni LTP o di poter esprimere un comportamento del tipo LTD. Ed è proprio questa incapacità di "downscaling" che abbiamo dimostrato essere comune ai pazienti affetti da malattia di Parkinson, distonia e malattia di Huntington".

 

CAUSA COMUNE DELL'IPERCINESIA- L'aspetto più caratteristico dello studio è il fatto che una causa comune dell'ipercinesia sia stata riconosciuta in pazienti con patologie di origine tanto diversa, come appunto una malattia neurodegenerativa con cause multifattoriali, quale è la malattia di Parkinson, accanto a patologie di origine genetica come distonia e malattia di Huntington.

"In effetti, le nostre ricerche sono partite anni fa proprio dalla malattia di Parkinson studiando gli effetti collaterali della terapia più utilizzata per questo disturbo: la levodopa - spiega il Professor Paolo Calabresi - Il tratto comune a queste ipercinesie è che il meccanismo interessa i recettori dopaminergici. Questo studio tuttavia dimostra che all'origine dei movimenti incontrollati c'è una disfunzione che si presenta identica anche in pazienti con patologie che non sono causate dalla mancanza di dopamina".

 

COME INTERVENIRE - Essendo questa incapacità dei neuroni di tornare nella posizione "zero" dopo ogni stimolazione la causa dei movimenti incontrollati, è proprio nel trovare il modo di rifarli funzionare correttamente uno degli obiettivi futuri della ricerca.

"Senza questa capacità (di "downscaling", ndr) - osserva la dottoressa Barbara Picconi, ricercatrice del Laboratorio di Neurofisiologia della Fondazione Santa Lucia - è come se i neuroni, chiamati a compiere un nuovo movimento, portassero con sé gli stimoli ricevuti per movimenti precedenti, creando una confusione nel messaggio di controllo. Immaginiamoci in queste condizioni un rumore di sottofondo che si traduce in movimenti incontrollati e impedisce quelli corretti".

 

QUANTO ALLA CURA: "È possibile cercare soluzioni terapeutiche sviluppando farmaci, oppure adeguati metodi di neurostimolazione profonda o stimolazione magnetica transcranica che restituiscano una corretta plasticità ai neuroni. Va tuttavia anche considerato che la nostra conoscenza del cervello fisiologico è oggi ancora incompleta. Ogni nuova conoscenza di base è già per sé importante".

 

FONTE: http://www.disabili.com/medicina/articoli-qmedicinaq/scoperta-la-causa-dei-movimenti-incontrollati-in-parkinson-distonia-e-malattia-di-huntington

Una stimolazione elettrica del cervello capace di migliorare la qualità di vita dei pazienti con Parkinson. Si chiama Infinity ed è "l'ultima frontiera nel campo della stimolazione cerebrale profonda". Si tratta di un dispositivo impiantato «per la prima volta in Italia» grazie a una collaborazione tra il Centro Parkinson dell'Istituto Neurologico Mondino di Pavia e la Neurochirurgia Funzionale dell'IRCCS Istituto Ortopedico Galeazzi di Milano. 

 

Una malattia nota per aver colpito numerosi personaggi celebri, come Papa Giovanni Paolo II e Muhammad Ali (nella foto). Di Parkinson si ammalano in Italia da 8mila a 12mila nuove persone ogni anno, "tra cui anche molti giovani con meno di 50 anni", spiega Claudio Pacchetti, direttore del Centro Parkinson del Mondino. "I farmaci disponibili consentono di contrastare efficacemente e per lunghi periodi i sintomi, migliorando notevolmente la qualità della vita delle persone. Ma nelle fasi più severe della malattia, quando la terapia farmacologica non è più sufficiente, viene proposta la stimolazione cerebrale. Attraverso degli elettrodi è possibile erogare impulsi capaci di 'liberarè la corteccia cerebrale motoria, migliorando i sintomi della malattia, le abilità e la qualità di vita". 

 

L'innovazione di Infinity sta proprio nei suoi elettrodi, che possono calibrare in modo molto fine la stimolazione elettrica e adattarla il più possibile alle esigenze di uno specifico paziente. "I nuovi elettrodi - conclude Domenico Servello, direttore della Neurochirurgia Funzionale al Galeazzi - rappresentano un ulteriore strumento per ottimizzare la stimolazione e quindi l'efficacia della procedura riducendo i rischi di effetti collaterali indesiderati".

 

FONTE: http://www.ilgiorno.it/milano/parkinson-istituto-neurologico-mondino-istituto-ortopedico-galeazzi-infinity-1.2362431

 

 

Le statine avrebbero un effetto protettivo nei confronti dell’insorgenza delle malattie croniche infiammatorie intestinali (IBD). E’ quanto emerge da uno studio, pubblicato sulla rivista American Journal of Gastroenterology, in cui gli autori precisano che questo effetto è maggiore nei pazienti con malattia di Crohn e soprattutto negli anziani.

I fattori ambientali hanno un ruolo predominante nella patogenesi delle IBD, più dei fattori genetici. Tra questi fattori emergono la dieta, la vitamina D, il fumo di sigaretta etc.

Precedenti studi suggeriscono che l’esposizione ad alcuni farmaci può essere associata con l’insorgenza di IBD (antibiotici nei bambini, pillola anticoncezionale ma anche l’aspirina rispetto alla malattia di Crohn e i FANS sulla colite ulcerosa).

 

Alcuni studi hanno suggerito che le statine possono diminuire l’uso di steroidi orali, migliorare gli indici di alcune attività cliniche e diminuire i marker infiammatori in pazienti con IBD.

Lo scopo di questo studio è stato quello di determinare l'effetto delle statine sul rischio di nuova insorgenza di IBD attingendo i dati da un grande database di salute negli Stati Uniti.

E’ stato condotto uno studio caso-controllo retrospettivo, in cui sono stati inclusi tutti i pazienti di età superiore a 18 anni con ICD-9 codice di esenzione 555.x per la malattia di Crohn (CD) o 556.x per la colite ulcerosa (UC) tra gennaio 2008 e dicembre 2012. 

 

I pazienti con IBD diagnosticati nel 2012 sono stati confrontati con i controlli per gruppi di età , sesso, razza, appaiati geograficamente. I controlli non avevano codici ICD-9 per le malattie CD, UC, o IBD e non avevano prescrizioni per i farmaci IBD-correlati.

I pazienti con IBD di nuova insorgenza sono stati definiti come aventi almeno tre codici separati ICD-9 per CD o UC. L’ esposizione alle statine è stata valutata mediante sistema uniforme “Uniform System of Classifi cation level 5 code”.

Per tenere conto del ritardo diagnostico, sono state escluse esposizioni entro 6 mesi dalla prima ICD. Esposizioni all'interno di 12 e 24 mesi sono state escluse in analisi di sensibilità.

La regressione logistica condizionale è stata utilizzata per stimare gli odds ratio (OR) e gli intervalli di confidenza al 95% (CI) per la nuova insorgenza di IBD, CD e UC.

 

Nell’analisi sono stati inclusi un totale di 9.617 casi e 46,665 controlli. Qualsiasi esposizione alle statine è risultata associata a un rischio significativamente diminuito di IBD (OR 0.68, 95% CI 0,64-0,72), CD (0,64, 95% CI 0,59-0,71), e UC (OR 0,70, 95% CI 0,65-0,76). Questo effetto era simile per le statine più specifiche (simvastatina, atorvastatina, rosuvastatina, pravastatina e lovastatina) con l’eccezione di lovastatina e rosuvastatina in UC.

L’effetto protettivo è risultato simile anche quando sono state utilizzate diverse dosi di statine, quindi era indipendente dall'intensità della terapia.

L'effetto protettivo nei confronti di una nuova insorgenza di CD era più forte tra i pazienti più anziani. L’associazione tra statine e un minor rischio di IBD è risultata simile dopo aggiustamento per l’utilizzo di antibiotici, terapia ormonale sostitutiva, contraccettivi orali, comorbilità e farmaci cardiovascolari.

 

In conclusione, le statine possono avere un effetto protettivo contro la nuova insorgenza di IBD, CD e UC. Questa diminuzione del rischio è risultata simile con l’uso della maggior parte delle statine e sembra essere più forte tra i pazienti più anziani, in particolare quelli con CD.

 

FONTE: http://www.pharmastar.it/?cat=30&id=21931

 

Non è tanto il colesterolo alto nel sangue a 'rallentare la mente', quanto le troppe variazioni nel tempo nei livelli plasmatici di colesterolo cattivo. Lo rivela una ricerca pubblicata sulla rivista Circulation secondo cui fluttuazioni elevate nel tempo della concentrazione plasmatica del colesterolo cattivo possono danneggiare le funzioni cognitive nell'anziano, con significativo rallentamento della velocità di ragionamento. 

 

Condotta presso l'Università di Leida in Olanda, la ricerca ha coinvolto 4.428 anziani di 70-82 anni, partecipanti allo studio 'PROspective Study of Pravastatin in the Elderly at Risk' (PROSPER). 

 

Gli esperti hanno preso varie volte la misura del colesterolo cattivo nel sangue dei partecipanti e calcolato le variazioni temporali di questo valore. Poi hanno sottoposto i 'nonnini' a test cognitivi semplici per scovare eventuali deficit cognitivi. 

 

È emerso ad esempio che un anziano con elevate fluttuazioni temporali della concentrazione di colesterolo cattivo nel sangue impiega quasi tre secondi in più a svolgere un esercizio semplice, come il 'test dei colori' che consiste nel leggere su un foglio i nomi di colori scritti con penne di colore di verso, ad esempio leggere la parola ''rosso'' scritta in blu. 

 

Il 'saliscendi' del colesterolo cattivo è risultato associato anche a ridotto flusso di sangue al cervello, un parametro ''pericoloso'' per le funzioni cognitive dell'anziano.

 

FONTE: http://www.ansa.it/saluteebenessere/notizie/rubriche/salute_65plus/medicina/2016/07/19/colesterolo-cattivosaliscendi-valori-rallenta-mente-anziani_369d0641-c161-4d3f-930d-d30d2ad2a3da.html

 

 

 

La tecnologia, oggi, in medicina e nell'innovazione scientifica, può viaggiare a una velocità superiore all'immaginazione umana. Robotica per le fasi operatorie e la riabilitazione, assistenti avatar per i disabili, occhiali «intelligenti» per sentire meglio, ambienti di realtà virtuale per contrastare l'Alzheimer e spartiti musicali stampati in 3D secondo le necessità e le indicazioni dei non vedenti.

 

La rivoluzione tecnologica nell'ambito medicale passa anche dalla stampa 3D, tramite le nuove tecnologie che rendono possibile la progettazione di prodotti realizzati con e per utenti colpiti da differenti disabilità: cover personalizzate di microinfusori per diabetici, dispositivi e bracci robotici con scocche sempre personalizzate, che consentono a persone con difficoltà agli arti superiori di mangiare da sole, prevedendo anche lo «spalma-nutella» per rivestire pane e fette biscottate senza sporcarsi. «Grazie alla stampa 3D consumer e al coinvolgimento di una nuova generazione di designer e di maker - spiega Marinella Levi, docente del Politecnico di Milano, che segue il progetto di ricerca +ABILITY, mirato a studiare le relazioni tra la stampa 3D, i processi di coprogettazione e la condivisione di questi con differenti abilità - i pazienti possono lavorare dal concepimento del prodotto, fino alla sua realizzazione, personalizzandolo nella sua estetica, nelle funzionalità e nelle prestazioni terapeutiche, a costi contenuti e con la necessaria precisione. Un recupero dell'accesso al fare e all'autoproduzione, a supporto e miglioramento della qualità della vita di ciascuno e di tutti».

 

Le grandi novità del settore sono state presentate al «Technology Hub», l'evento professionale delle tecnologie innovative, promossa da Senaf, a Milano, tenutosi a Fieramilanocity, per mostrare al mondo imprenditoriale le potenzialità delle nuove applicazioni e dei materiali del futuro. Presenti in fiera 150 aziende, 9 aree dimostrative, 11 iniziative speciali e 89 tra workshop e convegni. Sei i settori dedicati all'innovazione, dalla stampa 3D all'additive manufacturing, passando per l'elettronica e l'Internet delle cose, i materiali innovativi, i droni e la robotica collaborativa e di servizio.

 

Tra i progetti presentati, di ampio respiro quello di ITIA-CNR (Istituto di Tecnologie Industriali e Automazione, Consiglio Nazionale delle Ricerche) specializzato in progetti di robotica per il mondo produttivo, ma anche per la salute, l'assistenza ai malati e la riabilitazione. L'applicazione software REAPP, collegata a un dispositivo robotico multisensioriale quale il «LINarm» e a un display, serve a supportare il malato, a incoraggiarlo e gratificarlo durante la sua attività riabilitativa in casa, intervenendo anche tramite un avatar e un assistente virtuale per controllare in tempo reale la postura e la correttezza dei suoi movimenti. Protagoniste anche le ultime frontiere della realtà virtuale, sviluppate con lo scopo di ritardare, per quanto possibile, la comparsa dei sintomi della malattia. In questo contesto si colloca Goji, un ambiente virtuale per contrastare l'Alzheimer.

 

FONTE: http://www.ilgiornale.it/news/salute/i-miracoli-robotica-contro-lalzheimer-e-favore-dei-disabili-1277606.html

 

È l’incubo di tutti noi quando ritiriamo le nostre analisi del sangue: avrò il colesterolo entro i limiti? E quello buono è sufficientemente alto da contrastare gli effetti di quello cattivo? Poi puntualmente se i valori risultano nella norma allora ci sentiamo tranquilli che il nostro cuore naviga in acque serene e che per il momento non dobbiamo preoccuparci. Le cose però in realtà non sono così semplici: il colesterolo non è infatti il principale parametro per la valutazione del rischio cardiovascolare, o per meglio dire, non possiamo pensare di avere una risposta sulla nostra situazione cardiovascolare considerando questo valore da solo.

Si tratta di un parametro che va incrociato con altri valori altrettanto importanti, come lapressione arteriosa, l’età, il sesso, l’essere o meno fumatori, la presenza di diabete, di malattie renali e respiratorie. Insomma, preoccuparsi solamente di colesterolo alto è assai riduttivo, tanto che in alcuni casi, nonostante valori di colesterolo totale superiori al valore soglia indicato, non è appropriato nessun intervento terapeutico. Al contrario, in situazioni particolarmente compromesse, come nel caso di chi ha già avuto episodi di infarto o ictus, il valore soglia per il cosiddetto colesterolo cattivo (LDL) non è 115 mg/dL come per la popolazione generale, ma 70 mg/dL.

 

Bombardati da innumerevoli messaggi, specie da parte dei media, e da qualche tempo anche dalle campagne pubblicitarie di alimenti o integratori alimentari che si focalizzano sul problema dell’ipercolesterolemia più che su altri importanti fattori di rischio – tra i quali l’eccesso di peso, la sedentarietà e il fumo – dobbiamo quindi stare attenti a non pensare alla nostra salute cardiovascolare solamente in termini di colesterolo.

Che cosa si intende dunque per rischio cardiovascolare, e come valutarlo nella sua complessità? Ne abbiamo parlato con Roberto Tramarin, Direttore dell’Unità Operativa di Cardiologia Perioperatoria e Riabilitativa dell’Istituto Scientifico Policlinico San Donato di Milano.

Un modo per rendersi conto rapidamente del reale peso dell’ipercolesterolemia è osservare lecarte di rischio cardiovascolare, che sono realizzate dalle società scientifiche a livello mondiale e aggiornate periodicamente. Queste tabelle, come nel caso dello SCORE elaborato dalla Società Europea di Cardiologia, descrivono il rischio in percentuale di morte per un evento cardiovascolare nei successivi 10 anni, a seconda di età, sesso, essere fumatori oppure no, pressione arteriosa (asse verticale) e infine colesterolo (asse orizzontale).

 

“Balza subito all’occhio che l’ipercolesterolemia incide di meno rispetto all’ipertensione (ancora oggi non diagnosticata in un soggetto su tre) o all’essere o meno fumatori”, spiega Tramarin. “Prendiamo il caso di un uomo di 60 anni non fumatore con un valore di colesterolo totale di 190, e quindi apparentemente normale: il suo rischio aumenta dal 2% in assenza diipertensione (cioè con pressione arteriosa sistolica di circa 120-140 mmHg) al 4% se la pressione è intorno a 160 fino al 6% se la pressione tocca i 180: il suo rischio cardiovascolare risulta quindi triplicato.”

Per contro, se il suddetto sessantenne ha una pressione stabile a 120 mmHg, il suo rischio cardiovascolare passa dal 2%, se il colesterolo è inferiore o uguale a 200 mg/dL, al 3% se è intorno a 250 mg/dl e rimane tale anche se i suoi valori di colesterolo arrivassero a 300 mg/dL, valori che identificano una grave ipercolesterolemia. Insomma, se il paziente non soffre di ipertensione e non fuma, il colesterolo incide molto meno sul suo rischio cardiovascolare rispetto alla stessa ipercolesterolemia in un paziente iperteso e/o fumatore. Se oltre tutto il paziente è fumatore, all’aumentare di ipertensione e colesterolo il rischio è ancora maggiore. Altrimenti detto: il colesterolo alto da solo ci dice relativamente poco. “Nella definizione accurata del reale rischio cardiovascolare dobbiamo quindi valutare i vari fattori di rischio non individualmente, ma nella loro globalità – precisa Tramarin – anche per evitare pericolosi e fuorvianti fai-da-te.”

 

Colesterolo buono e cattivo: vanno valutati entrambi

 

Facciamo un passo indietro. Il colesterolo che va tenuto sotto controllo è in realtà quello “cattivo” cioè quello che nelle nostre analisi del sangue viene definito LDL, e che è molto pericoloso perché è quello che tende ad accumularsi nei nostri vasi sanguigni. “Non basta però l’indicazione di questo colesterolo cattivo per valutare il nostro reale rischio cardiovascolare” spiega Tramarin. “Le analisi del sangue devono contenere almeno cinque parametri, che permettono al nostro medico di valutare la nostra situazione, e sono, oltre alla glicemia che indica la presenza di diabete, il colesterolo totale (il cui valore, non “normale”, ma “desiderabile” è indicato come inferiore a 190 mg/dl), il colesterolo “buono” (HDL), considerato buono perché contribuisce a eliminare il colesterolo presente nelle arterie, quello cattivo cioè LDL, e i trigliceridi. È indispensabile quindi disporre di tutti questi cinque valori. Infatti una persona con valori di colesterolo totale e cattivo accettabilmente bassi potrebbe in realtà avere, in presenza di valori di colesterolo HDL (quello buono) particolarmente bassi, un elevato profilo di rischio cardiovascolare.

 

Alimentazione sana e attività fisica e il rischio diminuisce

 

“Il concetto chiave di cui dobbiamo convincerci è che le malattie cardiovascolari si possono prevenire attraverso una dieta sana e uno stile di vita che comprenda un po’ di attività fisicaeseguita con costanza”, conclude Tramarin. “Secondo le più recenti evidenze scientifiche la mortalità per malattie cardiovascolari potrebbe essere dimezzata solo attraverso modeste riduzione dei rischi connessi all’alimentazione e alla sedentarietà. Sembra il solito mantra trito e ritrito, ma non è così: un’alimentazione sana, basata sulla dieta mediterranea ricca di carboidrati, frutta e verdura e povera di grassi di origine animale, il non fumare, e camminare a passo sostenuto 30 minuti al giorno possono salvarci la vita, non solo attraverso il loro contributo alla riduzione del colesterolo, ma anche attraverso la loro azione benefica sulla riduzione della l’ipertensione, sul miglior controllo di un eventuale diabete, e sul mantenimento di un buon peso forma. Questo significa fare davvero prevenzione delle malattie cardiovascolari”.

 

FONTE: http://www.agoravox.it/Rischio-cardiovascolare-e.html

 

 

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