La NOSTRA badante a casa TUA

Se fino ad oggi vi siete affidati ai voucher per retribuire la vostra COLF o la badante occasionale, purtroppo non si potrà fare in futuro. Il governo ha già annunciato di voler eliminare definitivamente i voucher, anche per il lavoro domestico come per esempio la signora delle pulizie, pertanto migliaia di cittadini dovranno scegliere come procedere per mantenere i rapporti di lavoro domestico.

Se si vuole mantenere la legalità nel retribuire e/o assumere la propria lavoratrice domestica, sarà necessario fare a meno dei voucher e assumere con un contratto di lavoro la lavoratrice domestica. Questo comporta sicuramente un impegno e degli oneri per il cittadino che ha sicuramente altro da fare che pensare a come gestire una domestica.

La soluzione a questi problemi causati da questioni politiche è semplice, basta affidarsi all’Agenzia per il Lavoro VitAssistance srl. L’agenzia interinale VitAssistance assume le COLF e le badanti con il contratto collettivo del lavoro domestico, rispettando le normative italiane sul lavoro. Molto spesso società, cooperative o associazioni di badanti assumono con partita Iva o con altri escamotage mettendo nelle grane il cliente che è ignaro di tutto. Diffidate da Società che non sono Agenzie per il Lavoro iscritte all’Albo del Ministero del Lavoro.

L’agenzia VitAssistance, Autorizzata ed iscritta all’albo delle Agenzie interinali, si occupa di tutti i servizi di assistenza e cura alla persona, alla famiglia e alla casa, con lavoratori part-time o anche con servizi a tempo pieno come assistenza con badante convivente.

L’assunzione dei lavoratori domestici è a carico dell’agenzia, così il cliente non avrà nessun pensiero amministrativo, burocratico, legale ed organizzativo.  

Avvalersi dell’Agenzia VitAssistance è molto più semplice e comodo che dover assumere direttamente la vostra COLF, in pratica l’agenzia sostituirà la funzione del voucher o del buono lavoro.

 

Per maggiori informazioni visita il sito internet www.vitassistance.it

 

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In occasione della Giornata mondiale del diabete, che ricorre ogni anno il 14 novembre, il Comune di Pistoia in collaborazione con la Società della salute Pistoiese, la UO diabetologia Area Pistoiese, l'Associazione diabetici pistoiesi, con Far.com ─ la società che gestisce la farmacie comunali di Pistoia, Agliana, Quarrata e Larciano ─, Federfarma Pistoia l'Associazione titolari di Farmacie Private della Provincia di Pistoia, l’Ordine dei Farmacisti della Provincia di Pistoia e la Caritas, rafforza l'impegno nella lotta al diabete. Con l'obiettivo di sensibilizzare la cittadinanza e prevenire l'insorgenza della malattia, sono in programma settimane ricche di iniziative tese a sottolineare l'importanza dei corretti stili di vita. Istituita nel 1991 dall'International diabetes federation insieme all’Organizzazione mondiale della sanità, dal 2002 in Italia la Giornata mondiale del diabete viene coordinata da Diabete Italia per informare l’opinione pubblica sulla malattia e sui metodi per prevenirla e gestirla. Ecco tutti gli appuntamenti in dettaglio.

 

Sabato 12 novembre dalle 9 alle 18, nel centro in Via Cavour angolo Palazzo Balì , uno stand informativo, gestito da diabetici-guida volontari dell'Associazione diabetici pistoiesi, sarà a disposizione di chiunque desideri sottoporsi a una misurazione gratuita della glicemia. Domenica 13 novembre, in occasione della 21ª scarpinata podistica organizzata insieme al circolo Bugiani e alla polisportiva di Bonelle, è in programma una camminata ludico-motoria di 3 o 7,5 o 13 chilometri (per informazioni contattare il circolo Bugiani al numero 0573 32904). Da lunedì 14 a sabato 19 novembre, sia nelle farmacie comunali Farcom (Pistoia, Agliana, Quarrata e Larciano) sia in molte farmacie private della Provincia di Pistoia, i cittadini potranno valutare il proprio rischio diabete mediante un semplice questionario ed avranno la possibilità di controllare gratuitamente la pressione arteriosa, misurare la glicemia e ricevere informazioni sulla prevenzione. Le Farmacie opereranno in stretta collaborazione dalla UO di Diabetologia del Presidio Ospedaliero di Pistoia, diretto dal dottor Roberto Anichini.

 

Da lunedì 21 a sabato 26 novembre le Farmacie Comunali metteranno a disposizione un farmacista che si dedicherà all'attività di prevenzione nei centri Caritas di Pistoia, Agliana e Quarrata e alla popolazione ultrasessantacinquenne che frequenta gli Spazi Incontri Anziani di Fornaci, Bonelle e di via Cancellieri . Sabato 19 e sabato 26 novembre sarà la volta dell'iniziativa ...e se anch'io avessi il diabete?, durante la quale i diabetici-guida dell'Associazione diabetici pistoiesi misureranno gratuitamente la glicemia e risponderanno alle domande dei presenti all’interno della farmacia comunale 1 di viale Adua. Alla fine di novembre sono in programma alcuni incontri nelle scuole, dove un medico della Asl e un farmacista illustreranno i corretti stili di vita da seguire. Prima degli appuntamenti, ai ragazzi sarà consegnato un questionario conoscitivo relativo alle loro abitudini alimentari: servirà a spiegare l'importanza di abitudini sane per prevenire l'obesità, il diabete e le malattie metaboliche. Ad oggi hanno dato la loro adesione gli Istituti Scolastici Superiori L.Einaudi , Pacinotti – B.de Franceschi ; per altri Istituti siamo in attesa della approvazione negli organi collegiali.

 

FONTE: http://www.lanazione.it/pistoia/cronaca/lotta-diabete-incontri-1.2665456

 

 

Le malattie non trasmissibili sono responsabili del 92% dei decessi che si verificano in Italia. Nello specifico, le malattie cardiovascolari causano il 44% delle morti tra gli italiani, i tumori il 29%, le malattie respiratorie croniche il 5% e il diabete il 4%. Oltre ad avere un significativo costo in termini di vite umane, nel 2015 queste patologie hanno comportato l'esborso di 112 miliardi di euro, pari all'80% della spesa sanitaria italiana e al 6,8% del Pil. In particolare, 16 miliardi di euro l'anno vengono spesi per le malattie cardiovascolari, 6 miliardi per i tumori, 14 miliardi per le malattie respiratorie croniche e 11 miliardi per il diabete. Lo evidenziano i ricercatori dell’Università degli Studi di Brescia Health&Wealth, dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Brescia e della Fondazione Giovanni Lorenzini di Milano-Houston, che hanno lanciato il progetto “primi1000giorni”, volto a sensibilizzare la popolazione sull'importanza della prevenzione di queste patologie.

 

Gli esperti osservano che i genitori dovrebbero attivarsi per evitare che i loro figli sviluppino le malattie non trasmissibili fin da quando i piccoli si trovano nel grembo materno. I primi mille giorni - che partono dal momento del concepimento e durano fino ai primi due anni di vita – sono, infatti, fondamentali per lo sviluppo e la salute futura del bambino. Il progetto sottolinea, inoltre, l'importanza della salute pre-concezionale dei futuri genitori, che devono seguire uno stile di vita sano già prima della gravidanza, e delle primissime fasi di sviluppo dell’individuo, durante le quali la prevenzione delle patologie risulta più efficace. “Le probabilità che un bambino possa diventare un adulto o un anziano ad alto rischio di sviluppare malattie non trasmissibili, anche molti decenni più tardi, possono aumentare in relazione a stimoli ambientali nocivi – spiega il prof. Sergio Pecorelli, Rettore Università Health&Wealth – quali la malnutrizione, l’obesità, il diabete nella madre in stato di gravidanza (o addirittura in fase pre-concezionale), il fumo materno (primario e anche secondario), l’esposizione ad inquinanti ambientali e lo stress fisico o psicologico”.

 

Il progetto, che sarà presentato il 25 ottobre a Brescia, si prefigge d'integrare tecnologie e conoscenze all'avanguardia - soprattutto nell'ambito della medicina molecolare -, per prevenire l'insorgenza delle malattie non trasmissibili attraverso:

 

1. un programma di valutazione clinico-molecolare: check up completo dello stato di salute fisica e mentale dell'individuo, finalizzato alla valutazione del rischio e alla personalizzazione delle terapie;

 

2. attività di formazione dei professionisti ed educazione della popolazione: percorsi personalizzati focalizzati sulla nutrizione, sull’attività fisica e sulle attività legate al benessere e alla salute della persona;

 

3. utilizzo di dispositivi portatili per il monitoraggio della salute e del benessere del bambino (app e sensori connessi attraverso lo smartphone) e promozione di un contatto bidirezionale tra l’individuo ed il professionista.

 

FONTE: http://salute24.ilsole24ore.com/articles/19250-malattie-non-trasmissibili-responsabili-del-92-dei-decessi-in-italia?refresh_ce

 

 

In Europa si stima che vi siano circa 3 milioni di casi di polmonite l’anno, di cui 1 milione necessitano di ricovero ospedaliero. Nel 2013 sono stati oltre 120mila i decessi per polmonite (di cui l’86%, nella fascia di età 55-94 anni), quattro volte quelli causati dagli incidenti stradali (30.100) e quaranta volte quelli causati dall’influenza (3.154). Nello stesso anno, in Italia i decessi per polmonite sono stati oltre 9.000, quasi tre volte quelli per incidenti stradali e venti volte quelli causati dall’influenza.

Eppure, la maggioranza delle persone a rischio non si sente tale e non si informa o non si preoccupa di come prevenire la malattia, come emerge dalla ricerca PneuVUE condotta tra novembre 2015 e febbraio 2016 da Ipsos MORI per conto di Pfizer in 9 Paesi europei tra cui l’Italia, su un campione di 9.000 adulti con almeno 50 anni di età.

CONOSCENZA DELLA PATOLOGIA E PERCEZIONE DEL RISCHIO

Gli Italiani sembrano essere tra i più informati in Europa: il 95% dichiara di sapere cosa sia la polmonite e il 90% la identifica come una infezione polmonare (totale Europa 88% e 80% rispettivamente). In realtà, il rischio percepito è particolarmente basso: un adulto anziano su due (54%) si sente solo leggermente a rischio e solo il 12% di chi ha una malattia polmonare si considera molto a rischio. È interessante notare che chi appartiene ai gruppi a rischio percepisce a rischio la categoria, ma non se stesso, nonostante il 70% del campione italiano risponda ad almeno uno dei criteri clinici per essere definiti a rischio di contrarre la polmonite. , , Ad esempio, il 91% degli intervistati con malattie polmonari ritiene il proprio gruppo a rischio più elevato, ma solo il 12% si considera “molto a rischio”, dato, questo, che si discosta molto dalla media europea del 32%.

Inoltre, solo il 36% sa che alcune forme di polmonite possono essere contagiose e una persona su sei (16%) crede che “la polmonite non colpisce le persone sane e in forma”, percentuale maggiore tra gli over 65 e tra i soggetti ad alto rischio.

“Spesso negli adulti sani manca la consapevolezza del rischio potenziale di contrarre malattie infettive e vi è quindi l’errata percezione di non aver bisogno dei vaccini – commenta Francesco Blasi, Professore ordinario all’Università degli Studi di Milano e Responsabile dell’U.O. di Broncopneumologia presso l’IRCCS Fondazione Ospedale Maggiore Policlinico Cà Granda di Milano. “Nella realtà tutti siamo a rischio di contrarre la polmonite da pneumococco. L’età adulta è di per sé un fattore di rischio per la polmonite, e l’invecchiamento sano è il risultato anche, in alcuni casi, di scelte come la vaccinazione, per prevenire non solo l’infezione ma anche condizioni cliniche più serie a livello di complicanze e mortalità, soprattutto negli anziani.”

PREVENZIONE: CONOSCENZA DEL VACCINO E PROPENSIONE A VACCINARSI. IL RUOLO DEL MEDICO

In linea con la media europea, il 46% degli intervistati italiani crede che “la polmonite può solo essere curata, ma non prevenuta”. Quasi tutti (91%) sostengono che “mantenersi sani e in forma” sia efficace quanto “non fumare” (91%), il 92% segue “una dieta sana” e il 53% si è sottoposto “a tutti i vaccini raccomandati”, dato che in Europa raggiunge il 68%.

”Non è vero che la polmonite può essere solo curata e non prevenuta, come indica la metà degli intervistati. Uno stile di vita corretto, che includa l’attività fisica ed escluda comportamenti dannosi come ad esempio il fumo, è senz’altro utile ma non basta. – aggiunge il Prof. Blasi - La polmonite da pneumococco è tuttora una delle principali cause di decesso per malattie infettive. Nel 2013, solo in Italia si sono registrati oltre 9.000 decessi per polmonite, quasi tre volte quelli dovuti a incidenti stradali e venti volte quelli causati dall’influenza.”

La consapevolezza sul vaccino è molto bassa in Italia: 2 persone su 3 con malattia polmonare e 8 su 10 del gruppo ad alto rischio di contrarre la polmonite non ne conoscono l’esistenza. La maggioranza del campione (86%) ritiene che i vaccini “aiutino a prevenire le malattie infettive” e uno su due dichiara che “vaccinarsi contro la polmonite” è una misura di prevenzione efficace. Eppure, solo il 4% degli adulti si è vaccinato, percentuale che “sale” al 5% tra soggetti a rischio di contrarre la malattia. Analizzando il percorso dei pazienti dalla consapevolezza sulla malattia fino alla vaccinazione, emerge che solo il 19% di chi è a conoscenza del vaccino vi si sottoporrà effettivamente.

”L’unico strumento di prevenzione primaria efficace per evitare l’infezione da pneumococco e prevenire sia lo sviluppo delle malattie sia le complicanze che il batterio può portare, è la vaccinazione. In particolare, con il vaccino coniugato si genera nel sistema immunitario un meccanismo di “allerta” pronto a reagire nel caso di infezione da pneumococco. Negli adulti è sufficiente un’unica somministrazione.“ Commenta il Dr. Michele Conversano, Past President della S.It.I. Società Italiana di Igiene e Presidente di HappyAgeing.

Il fattore trainante più comune per vaccinarsi è il suggerimento del medico (84% dei vaccinati), dato coerente con il 90% che dichiara “seguo i consigli del mio medico” per quanto riguarda la vaccinazione in generale. Tra i motivi per non vaccinarsi contro la polmonite, anche la preoccupazione per i potenziali costi (7%), dato confermato dal fatto che se il vaccino contro la polmonite fosse raccomandato dal medico e gratuito, il 47% degli adulti anziani non ancora vaccinati probabilmente vi si sottoporrebbe, comportando un aumento significativo dei livelli di vaccinazione.

“In Italia ancora non si raggiunge una copertura vaccinale adeguata nell’adulto e nell’anziano. E’ necessario che in Italia aumenti la consapevolezza del rischio di contrarre la polmonite – aggiunge il Dr. Conversano - soprattutto nella popolazione adulta e anziana. Nel nostro Paese abbiamo uno dei tassi di vaccinazione contro la polmonite più bassi in Europa: 4% rispetto a un totale del 12%.”

IMPATTO DELLA POLMONITE

La polmonite segna e ha effetti peggiori di quanto ci si aspetti, i dati lo confermano: il 12% degli intervistati l’ha avuta e il 32% ha un familiare o un amico stretto che crede l’abbia avuta. Uno su due si è dichiarato sorpreso di averla contratta, dato che rafforza quello sulla percezione che si tratti di una malattia che colpisce gli altri. Oltre ad essersi rivelata “peggio o molto peggio nella realtà” per il 24%, la polmonite ha un “forte impatto negativo” sulla capacità di uscire (37%) e sulla vita sociale (18%), sulla vita lavorativa (21% degli intervistati, in particolare quelli di età 50-65anni) e sulle finanze (8%).

“La polmonite può avere un decorso molto lungo e complesso e in alcuni casi la guarigione richiede settimane anche per una persona sana. - Commenta il prof. Blasi - Le conseguenze possono impattare anche a lungo termine sulla qualità della vita, soprattutto nei soggetti a rischio.”

 

FONTE: http://www.pharmastar.it/?cat=33&id=22562

 

Mentre continuano gli sforzi dei ricercatori di tutto il mondo per cercare trattamento in grado perlomeno di bloccare l’avanzamento della malattia di Alzheimer, una buona notizia arriva dall’Imperial College di Londra. In uno studio pilota, pubblicato sulla rivista PNAS, i ricercatori dell’ateneo britannico sono riusciti a prevenire la comparsa dell’Alzheimer nei topi usando un virus come vettore per trasportare uno specifico gene nel cervello.  Il gene, chiamato PGC1-alfa, era già noto per essere in grado di prevenire la formazione della proteina neurotossica beta amiloide, il cui accumulo da origine alle celebri placche, coinvolte nella morte neurale. Questo gene è anche coinvolto nei processi metabolici dell’organismo, inclusa la regolazione di grassi e zuccheri. La sua attività, spiegano gli autori della ricerca, può essere potenziata dall’esercizio fisico e dall’assunzione di resveratrolo, celebre molecola antiossidante. 

 

NESSUN ACCUMULO DI PLACCHE, NESSUN DECADIMENTO COGNITIVO

 

La strategia è quella di sfruttare la capacità dei virus di penetrare nelle cellule e di inserirsi nel DNA dell’ospite. Il genere di virus utilizzato nello studio, lentivirus, viene già impiegato per la terapia genica in altre patologie. I ricercatori hanno iniettando il virus nell’ippocampo (area deputata alla memoria a lungo termine e all’orientamento) e nella corteccia (area coinvolta nel ragionamento e nella memoria a breve termine) degli animali ai primi stadi della malattia, prima ancora dello sviluppo delle placche di amiloide. Ebbene, a quattro mesi di distanza, questi animali non presentavano alcun accumulo, a differenza dei topi non trattati. Sottoposti inoltre a valutazione di tipo cognitivo, i topi trattati hanno avuto buone prestazioni nei test di memoria, del tutto simili a quelle degli animali sani. Infine, nessuna perdita neuronale è stata osservata nell’ippocampo degli animali, ma una riduzione delle cellule della microglia, cellule immunitarie che pattugliano il cervello alla ricerca di oggetti da rimuovere e che nell’Alzheimer possono contribuire al danno neurale tramite l’infiammazione. 

 

STUDIO PILOTA, CHE INDICA LA STRADA 

 

«I nostri risultati, per quanto siano da considerarsi preliminari, suggeriscono che questa terapia genica può avere un potenziale uso terapeutico per i pazienti», ha spiegato la responsabile dello studio, Magdalena Sastre del dipartimento di medicina dell’Imperial College. Tra gli ostacoli da superare vi è il trasporto del gene, che al momento avviene tramite iniezione direttamente nel cervello. «Tuttavia – ha aggiunto la ricercatrice - questo studio è la “proof of concept”, dimostra cioè la fattibilità di questo approccio e la necessità di ulteriori indagini». 

 

LA FRONTIERA DELLA TERAPIA DI ALZHEIMER

 

Secondo l’OMS, nel mondo le demenze sono 44 milioni e il loro numero è destinato a triplicare nei prossimi anni, per arrivare entro il 2050 a 135 milioni. Nel nostro paese, i casi di demenza sono 1 milione, di cui 600.000 sono Alzheimer. Ancora non esiste una cura in grado di curare la malattia o di arrestarne la progressione. Ma la speranza è ora verso i nuovi studi clinici, di cui si attendono a breve i risultati. Infatti, le strade terapeutiche che si stanno aprendo mirano a combattere la deposizione della proteina neurotossica e riguardano nuovi farmaci in grado di bloccarne la produzione – inibitori della beta secretasi - oppure anticorpi monoclonali in grado di rimuoverla.

 

FONTE: http://www.lastampa.it/2016/10/11/scienza/benessere/dovete-sapere/alzheimer-la-terapia-genica-ferma-la-malattia-nei-topi-qVjQruBq0L7COc73uF11bO/pagina.html

 

 

Redditi non dichiarati al fisco per 250.000 euro, 34 posizioni contributive irregolari - di cui 29 'in nero' - con 17.500 euro di contributi non versati: è quanto il Gruppo Aosta della guardia di finanza contesta a una persona accusata di gestire come una "società commerciale" una Cooperativa sociale valdostana nel settore dell'assistenza domiciliare. La cooperativa coinvolta, la 'La Place' di Aosta, è attualmente in liquidazione.

 

Dalle indagini, avviate nel 2013, è emerso che le badanti, seppur formalmente costituite in cooperativa, erano gestite da "una persona che le dirottava, a seconda delle necessità, sull'intero territorio valdostano. Questo meccanismo non è compatibile con il fine mutualistico proprio delle cooperative bensì con un fine di lucro". La persona aveva patteggiato quattro mesi per truffa ai danni del sistema previdenziale pubblico: a seguito di una perquisizione domiciliare, erano stati trovati falsi bollettini postali Mav relativi ai versamenti dei contributi. Le sanzioni pecuniarie inflitte ammontano a oltre 166 mila euro. L'attività ha coinvolto anche Direzione Territoriale del Lavoro, Inps e Inail.

 

Secondo le fiamme gialle, il mancato versamento dei contributi "nelle casse dell'Inps e dei premi assicurativi all'Inail" ha portato anche alla "mancata maturazione dei requisiti necessari per accedere ai sistemi di sostegno del reddito nei periodi di disoccupazione da parte delle lavoratrici". L'indagine inoltre ha "fatto emergere sistemi di concorrenza sleale che danneggiano gli altri operatori del settore, che forniscono con professionalità servizi di assistenza domiciliare nei confronti di degenti, anziani ed ammalate".

 

Dapprima ci sono state le indagini penali della guardia di finanza - in collaborazione con l'Inps - che hanno portato alla scoperta dei bollettini Mav falsificati relativi ai versamenti dei contributi previdenziali, e quindi il patteggiamento a quattro mesi in tribunale. In seguito, con il via libera della procura, le fiamme gialle, con Direzione territoriale del lavoro, Inps e Inail hanno individuato le 34 posizioni contributive irregolari e i finanzieri hanno accertato le violazioni fiscali (250.000 euro non dichiarati).

 

FONTE: http://www.ansa.it/valledaosta/notizie/2016/09/15/falsa-coopevasione-e-29-badanti-in-nero_0b6756b1-b969-4b47-b984-95955b76afa9.html

 

SONO 47 milioni in tutto il mondo le persone affette da una forma di demenza e questo numero è destinato a triplicarsi entro il 2050. Ma il dato più allarmante è che attualmente solo meno della metà dei pazienti nei paesi ad alto reddito, e uno su dieci in quelli a basso e medio reddito, hanno ricevuto una diagnosi. E' questa l’ultima fotografia scattata dal rapporto mondiale sull’Alzheimer realizzato dal King’s College London in collaborazione con la London School of Economics and Political Science e presentato oggi a Londra in concomitanza con la celebrazione, domani 21 settembre, della XIII Giornata dell'Alzheimer, malattia che nel nostro Paese colpisce circa 700mila persone, ovvero circa 5 over 60 su dieci, e rappresenta un costo di 11 miliardi di euro per l'assistenza, di cui il 73% a carico delle famiglie. 

 

Il nuovo rapporto mondiale. Il ritardo con cui si arriva alla diagnosi rappresenta ancora il problema principale. Infatti, anche se oggi c'è maggiore consapevolezza che in passato, il tempo medio con cui si arriva a una diagnosi è ancora di quasi due anni, mentre spesso il trattamento precoce è la chiave per ritardare la progressione della malattia. Secondo i dati raccolti dal nuovo Rapporto mondiale, una delle principali barriere per una diagnosi precoce sta nel fatto che le cure sono affidate esclusivamente allo specialista. 

 

Coinvolgere i medici di base. Un maggior coinvolgimento dei medici di base e in generale delle varie figure deputate alle cure (dall’infermiere al fisioterapista), invece, potrebbe far aumentare i casi diagnosticati ed inoltre potrebbe far diminuire il costo delle cure per ogni singolo paziente di oltre il 40%. "Il nuovo Rapporto sottolinea la necessità di ridisegnare e razionalizzare l’assistenza sanitaria per le demenze in modo da essere pronti per le sfide del 21° secolo", spiega Martin Prince del King’s College London. "Abbiamo solo 10-15 anni per realizzare questo cambiamento creando una piattaforma che possa garantire a tutti una buona assistenza in anticipo rispetto a quando saranno disponibili nuove terapie efficaci". Naturalmente anche l’accesso ai nuovi farmaci è fondamentale per garantire equità di cura ai 2/3 dei pazienti che vivono nei paesi in via di sviluppo. “Il rapporto invita a modificare drasticamente la modalità di assistenza sanitaria coinvolgendo maggiormente tutti gli attori dell’assistenza sanitaria facendo emergere così la necessità di considerare il malato come persona e garantirgli quindi una qualità di vita accettabile” commenta Gabriella Salvini Porro, presidente della Federazione Alzheimer Italia.

 

FONTE: http://www.repubblica.it/salute/medicina/2016/09/20/news/alzheimer_ancora_troppo_lunghi_i_tempi_della_diagnosi-148166678/?refresh_ce

 

 

Reazione infiammatoria nei confronti di microrganismi o di prodotti microbici, che interessa il parenchima polmonare.

La polmonite è uno dei problemi di salute più frequenti e significativi negli anziani. In questa fascia di età, è la 4a causa principale di morte e la causa di morte più importante per malattia infettiva. Essa costituisce spesso l’evento terminale dopo una malattia grave di lunga durata; è stata denominata “l’amica dell’anziano”.

L’incidenza annuale negli anziani varia da 20-40/1000 per la polmonite acquisita nella collettività a 100-250/1000 per la polmonite acquisita nelle strutture assistenziali di lungodegenza. In qualunque momento, si ritiene che il 2,1% degli anziani residenti in tali strutture abbia la polmonite. La polmonite nosocomiale è frequente tra i pazienti anziani ricoverati in ospedale che sono stati sottoposti a interventi chirurgici toracici o addominali, ventilazione meccanica o alimentazione per sondino.

Il fattore di rischio principale per lo sviluppo di una polmonite nell’anziano è la presenza di altre malattie gravi. Inoltre, la probabilità che la polmonite abbia un esito sfavorevole, compresa la morte, è legata in maniera diretta al numero delle patologie concomitanti; il tasso di mortalità aumenta da 9/100 000 in assenza di altre affezioni, a 217/100 000 in presenza di un’affezione ad alto rischio e a 979/100 000 in presenza di due o più affezioni ad alto rischio. Nei pazienti anziani è probabile che insorga un maggior numero di complicanze delle polmoniti, come la sepsi, l’empiema e la meningite. 

 

Eziologia

 

Si descrivono di seguito i microrganismi identificabili che causano più frequentemente la polmonite nell’anziano. Nel 30-50% dei casi, non viene isolato alcun agente patogeno specifico. La colonizzazione delle vie respiratorie da parte di batteri potenzialmente patogeni gram – e gram + si verifica più spesso negli anziani che nelle persone più giovani, il che è dovuto in parte a fattori come le terapie antibiotiche ripetute, l’intubazione endotracheale, il fumo, la malnutrizione, gli interventi chirurgici e le terapie che riducono l’acidità gastrica, aumentando così il pH.

Steptococcus pneumoniae: lo S. pneumoniae (che causa la polmonite pneumococcica) costituisce il più frequente agente eziologico batterico della polmonite dell’anziano acquisita nella collettività. È responsabile del 15-50% di tutte le polmoniti degli adulti diagnosticate mediante coltura. Si calcola che il tasso di attacco della polmonite pneumococcica sia di 46/1000 nelle persone di età > 65 anni. I pazienti > 65 anni hanno una probabilità da 3 a 5 volte superiore di morire per questo tipo di polmonite, rispetto ai loro equivalenti più giovani. 

 

Bacilli gram –: questi agenti patogeni sono più comuni negli ambienti ospedalieri, dove la Klebsiella, la Pseudomonas aeruginosa, l’Enterobacter sp, il Proteus sp, l’Escherichia coli e altri bacilli gram – sono responsabili del 40-60% di tutte le polmoniti diagnosticate mediante coltura. I bacilli gram – possono colonizzare il faringe posteriore nei pazienti debilitati e gravemente malati.

 

Batteri anaerobi: negli anziani, gli anaerobi causano il 20% dei casi di polmonite acquisita nella collettività e il 31% dei casi di polmonite nosocomiale. La polmonite da anaerobi, generalmente è conseguente all’aspirazione. I pazienti anziani tendono ad aspirare a causa di condizioni patologiche legate all’età che alterano lo stato di coscienza, come l’uso di sedativi e le patologie mediche (p. es., malattie neurologiche, astenia). Tra gli anaerobi frequentemente coinvolti vi sono il Fusobacterium nucleatum, gli anaerobi pigmentati di nero (denominati comunemente Bacteroides melaninogenicus), i peptostreptococchi, i peptococchi e, occasionalmente, il B. fragilis.

 

Haemophilus influenzae: i ceppi di H. influenzae sono responsabili dell’8-20% delle polmoniti nell’anziano. Questi microrganismi causano più frequentemente la polmonite nei pazienti affetti da bronchite cronica.

 

Legionella sp: la predisposizione alle infezioni da Legionella (5% di tutte le polmoniti diagnosticate mediante coltura) aumenta con l’età. La L. neumophila è responsabile dell’85% circa di tutte le polmoniti da Legionella negli anziani, mentre la L. micdadei lo è di circa il 15%. Sebbene la malattia dei legionari sia un’affezione sporadica, ne sono state descritte epidemie in alberghi e ospedali.

 

Virus: le cause virali di polmonite nei pazienti anziani comprendono i virus influenzali e parainfluenzali, il virus respiratorio sinciziale e, probabilmente, gli adenovirus. I virus parainfluenzali colpiscono raramente gli adulti sani; la loro comparsa relativamente frequente tra gli anziani può essere una conseguenza del calo delle difese immunitarie.

 

L’influenza è la causa principale di polmonite nell’anziano. Nelle persone di età ³70 anni, la sua incidenza è circa 4 volte superiore a quella osservata nei soggetti < 40 anni. Circa il 90% dei decessi dovuti all’influenza, negli USA, si verifica in persone di età ³65 anni. Il decorso dell’influenza può essere complicato da una polmonite batterica secondaria.

 

Patogenesi

 

Due dei fattori principali che predispongono gli anziani alla polmonite sono la colonizzazione orofaringea e l’aspirazione inavvertita. La colonizzazione dell’orofaringe da parte di diversi bacilli gram – è particolarmente frequente nei pazienti ricoverati in condizioni critiche. I fattori predisponenti comprendono la scarsa igiene orale, le anomalie della deglutizione, l’aumento dell’adesività dei bacilli gram – alle cellule mucose, la debilitazione dovuta a malattie cardiache, respiratorie o neoplastiche, la riduzione della deambulazione e l’assunzione di antibiotici ad ampio spettro. L’aspirazione inavvertita delle secrezioni orofaringee è legata spesso all’alcolismo, all’uso di sedativi o narcotici, alle malattie cerebrovascolari, ai disturbi esofagei e all’intubazione nasogastrica.

 

I microrganismi raggiungono l’albero tracheobronchiale attraverso quattro vie: inalazione, aspirazione, inoculazione diretta da sedi contigue, diffusione ematogena. Tra quelli elencati, i meccanismi più frequenti sono l’inalazione e l’aspirazione.

 

Polmonite da inalazione: gli agenti patogeni contenuti nelle goccioline di aerosol, che vengono inalati fino alle vie respiratorie inferiori sotto forma di microparticelle, comprendono il Mycobacterium tuberculosis, la Legionella sp e il virus dell’influenza. Il M. tuberculosis e il virus influenzale vengono trasmessi attraverso le secrezioni aerosolizzate prodotte con la tosse. Sebbene nella maggior parte dei casi la polmonite pneumococcica venga acquisita per aspirazione, in rari casi, specialmente in corso di epidemia, il microrganismo viene inalato. L’infezione da Legionella non si trasmette per contagio interumano, ma piuttosto viene acquisita inalando particelle di aerosol infette provenienti da fonti a contatto con l’acqua (p. es., condizionatori d’aria o diffusori delle docce). I microrganismi veicolati dalle particelle di aerosol possono essere introdotti nelle vie aeree inferiori dalla strumentazione chirurgica oppure esservi depositati dalle microparticelle aerosoliche provenienti da un nebulizzatore con serbatoio contaminato usato con l’equipaggiamento per la ventilazione. 

 

Polmonite da aspirazione: nella polmonite da aspirazione acquisita nella collettività, gli agenti patogeni abituali sono i batteri anaerobi che risiedono normalmente nei solchi gengivali (p. es., peptostreptococchi, fusobatteri, anaerobi melaninogenici). Nella polmonite da aspirazione nosocomiale, i patogeni abituali sono i bacilli gram –, talvolta in associazione con gli anaerobi. La maggior parte dei casi di polmonite pneumococcica e da bacilli gram – consegue probabilmente alla microaspirazione, in cui un inoculo di batteri abbastanza piccolo si propaga dal faringe posteriore ai polmoni. L’aspirazione di volumi maggiori porta alla diffusione di un inoculo relativamente grande di batteri orofaringei nelle vie aeree inferiori e si verifica in presenza di condizioni che compromettono lo stato di coscienza o che causano disfagia. 

 

Sintomi, segni e diagnosi 

 

Le caratteristiche cliniche tipiche della polmonite (febbre, tosse e produzione di escreato) spesso sono sfumate e non completamente manifeste nei pazienti anziani. Solo nel 33-60% dei pazienti anziani la malattia esordisce con febbre elevata. Invece, negli anziani la polmonite esordisce comunemente con confusione o delirio acuti e con deterioramento della funzione basale. Possibili segni di esordio sono la tachipnea e la tachicardia.

 

La radiografia del torace, di solito, permette di fare la diagnosi, ma non dà indicazioni sull’eziologia. Nei pazienti anziani è più frequente osservare la progressione della malattia e il coinvolgimento di più lobi, mentre la leucocitosi con presenza di globuli bianchi immaturi compare più raramente. È necessaria l’esecuzione routinaria delle emocolture.

Per porre la diagnosi non bisogna basarsi sull’espettorato, perché esso non consente la distinzione tra una contaminazione esterna e una vera infezione polmonare. Tuttavia, l’espettorato è utile per la coltura del M. tuberculosis, dei funghi patogeni (Histoplasma, Blastomyces e Coccidioides) e della Legionella sp. La colorazione di Gram dei campioni dell’espettorato può essere utile, se si osserva la predominanza di un solo microrganismo accanto a un grande numero di neutrofili. L’aspirazione transtracheale (ottenimento di un campione di escreato mediante una cannula fatta procedere fino alle vie aeree inferiori con una puntura percutanea a livello della membrana cricotiroidea), l’aspirazione transtoracica e la broncoscopia a fibre ottiche con una spazzola schermata possono fornire risultati attendibili, ma vengono utilizzate di rado negli anziani per l’esame diagnostico di routine. Ottenere un campione per le colture in anaerobiosi e la relativa identificazione eziologica spesso è problematico, a causa della contaminazione dell’espettorato da parte della flora saprofitica normale delle vie aeree superiori.

 

Prevenzione

 

Si possono prevenire due tipi di polmonite: quella influenzale e quella pneumococcica. I vaccini annuali contro l’influenza (Vedi: "VACCINO ANTINFLUENZALE" .) sono altamente protettivi. Anche quando il vaccino non riesce a prevenire l’infezione, la gravità della malattia e la frequenza delle complicanze sono ridotte. Il vaccino pneumococcico è raccomandato per tutte le persone di età ³ 65 anni. Negli adulti immunocompetenti, il tasso di protezione è del 60%. Negli anziani sani, si suppone che la protezione duri per tutta la vita; quindi, non è necessario procedere a richiami vaccinali. Tuttavia, negli anziani ad alto rischio, compresi quelli con insufficienza renale cronica, diabete mellito, scompenso cardiaco, pneumopatia cronica ostruttiva (Chronic Obstructive Pulmonary Disease, COPD) o affetti da una neoplasia sottostante, è raccomandata la reimmunizzazione con vaccino pneumococcico ogni 6-10 anni.

 

Terapia

 

Il trattamento comprende la terapia farmacologica antimicrobica, la terapia respiratoria di supporto, l’adozione di altre misure di sostegno e il drenaggio degli empiemi e dei versamenti pleurici di grandi dimensioni.

Le raccomandazioni per la somministrazione dei farmaci antimicrobici dipendono dall’agente eziologico specifico (v.  TABELLA 76-1). Esse sono simili tra le diverse fasce di età, anche se gli anziani richiedono un monitoraggio terapeutico più stretto. I farmaci potenzialmente nefrotossici, soprattutto gli aminoglicosidi, necessitano di un monitoraggio sierico assiduo e di valutazioni frequenti della funzionalità renale; devono essere evitati, a meno che non sia impossibile l’impiego di un farmaco non nefrotossico. Dal momento che le persone anziane hanno una riserva cardiaca ridotta, i liquidi e gli elettroliti EV e le altre forme di carico osmotico devono essere somministrati con cautela. Con l’età, il rischio di diarrea o di colite da antibiotici aumenta, se si utilizzano l’ampicillina, le cefalosporine o la clindamicina. Gli antimicrobici possono interagire con altri farmaci (p. es., warfarin) usati comunemente per il trattamento degli anziani. È necessario evitare i sedativi che inibiscono l’inspirazione profonda e la tosse.

La percussione del torace e le misure di igiene polmonare spesso sono utili negli anziani debilitati con diminuzione del riflesso della tosse. Tali misure facilitano l’eliminazione delle secrezioni più dense, riducendo così il rischio di formazione dei tappi mucosi, che provocano spesso il collasso del polmone.

 

Aspetti relativi al paziente e alla sua assistenza

 

I pazienti anziani affetti da polmonite, se sono in condizioni cliniche stabili e se non hanno patologie concomitanti, spesso possono essere trattati ambulatorialmente. Il ruolo di chi presta loro assistenza è quello di assicurarsi che le prescrizioni vengano seguite e che lo schema terapeutico venga completato. I pazienti anziani debilitati e costretti a letto, per i quali si prende in considerazione la terapia a domicilio, possono avere bisogno di un servizio di assistenza sanitaria domiciliare. Nelle persone anziane, spesso è aumentato il rischio di un delirio dovuto all’infezione, di una scarsa osservanza delle prescrizioni e di un ricorso alla polifarmacia, che può provocare interazioni farmacologiche. Bisogna sottolineare l’importanza di una comunicazione regolare tra il medico, da una parte, e il paziente e la persona che lo assiste, dall’altra.

 

Aspetti relativi ai pazienti terminali

 

Nell’anziano, la polmonite è spesso l’evento terminale di diverse patologie concomitanti, come il diabete mellito, la COPD, lo scompenso cardiaco, le neoplasie maligne e la demenza. I pazienti anziani affetti da altre malattie hanno maggiori probabilità di andare incontro a complicanze, p. es., la sindrome da distress respiratorio dell’adulto, l’empiema e lo shock settico. In alcuni casi, le misure di sostegno possono essere più appropriate degli antibiotici. In questi casi gravi, spesso la comunicazione anticipata, da parte del paziente, della propria volontà riguardo alle eventuali terapie future può aiutare il medico a prendere decisioni adeguate riguardo alle misure rianimatorie. Quando l’obiettivo della terapia è rappresentato dalle cure palliative, spesso gli oppioidi sono di giovamento per i pazienti dispnoici.

 

FONTE: http://www.msd-italia.it/altre/geriatria/sez_10/sez10_76b.html

 

Gli omega 3 ormai famosi perché fanno bene al cuore riducono anche il rischio di demenza, una delle forme di malattie neurologiche degenerative che colpiscono soprattutto il cervello degli anziani. Grazie alla loro azione anti infiammatoria, gli omega 3 aiutano a ridurre il rischio di demenza, in particolare perché si ritiene che incrementando il dosaggio di omega 3 sia possibile ridurre il rapporto omega6/omega3 e prevenire così i meccanismi infiammatori a carico del cervello e quindi anche la demenza – spiega il professor Alberto Albanese, Responsabile dell’Unità Operativa di Neurologia di Humanitas. 

 

Gli omega 3 sono acidi grassi poli-insaturi che raggiungono il cervello attraverso la barriera emato-encefalica, una speciale struttura con funzione di filtro che permette il passaggio selettivo di alcune sostanze al cervello mentre blocca altre. Gli omega 3 sono distinti dagli omega 6, un altro tipo di acidi grassi essenziali che, se in eccesso e, come suggeriscono alcuni studi, in un rapporto elevato omega6/omega3 possono causare infiammazione e facilitare le malattie neurologiche degenerative, tra cui la demenza.

 

Questo però non suggerisce di eliminare gli acidi grassi omega 6, presenti in oli di semi, frutta secca e legumi, perché sono costituenti necessari per il cervello e la loro assunzione non può essere ridotta. Invece, aumentare l’assunzione di omega 3, in particolare dal pesce di mari freddi come il salmone, dall’olio e dai semi di lino e di chia, aiuta a riequilibrare il rapporto omega6/omega 3correttamente bilanciato verso gli omega 3 e quindi a favore della prevenzione della demenza.

 

FONTE: http://www.humanitasalute.it/lo-sai-che/49389-lo-sai-gli-omega3-riducono-rischio-demenza/

 

 

L’artrite e l’artrosi sono delle malattie reumatiche che interessano le articolazioni, i sintomi che appaiono sono molto simili in quanto si ha una limitazione del movimento, forti dolori accompagnati a rigidità. Queste malattie posso rivelarsi e comparire a qualsiasi età, dall’infanzia all’adolescenza, dall’età adulta all’anzianità poiché si tratta di patologie croniche infiammatorie autoimmuni. Le differenze per queste due patologie sono tante ma non staremo qui a spiegarle, anche la prevenzione e le cure sono differenti. Importante è non prendere peso e mantenere uno stile di vita sano ed equilibrato favorendo anche un’attività fisica leggera.

 

Il Food and Nutrition Information Center ha diramato una serie di informazioni e raccomandazioni per i pazienti che soffrono di artrite e artrosi. Innanzitutto occorre mangiare alimenti con fibre, perché oltre a dare un maggior senso di sazietà, aiutano ad abbassare i livelli di colesterolo e a prevenire il diabete. Inoltre contengono vitamine e grassi salubri. Ottimi i legumi, le carote e la frutta secca. Anche l’omega 3 è importante, contenuto nel pesce e nell’olio, questi grassi aiutano a ridurre i danni provocati dall’infiammazione di artrosi e artrite perchè riduce i livelli di due proteine, proteina C-reattiva e l’interleuchina-6, Molto importante quindi mangiare salmone, tonno, sardine, trota, acciughe, aringhe, merluzzo e lo sgombro. Mangiare tra gli 80 e i 160 grammi almeno quattro volte a settimana riduce l’infiammazione e protegge anche il cuore.

 

La frutta e la verdura sono importanti perchè contengono antiossidanti che aiutano il sistema immunitario a lavorare meglio. Bisogna assumere almeno 5 porzioni al giorno. I frutti da preferire sono quelli rossi, l’avocado, l’anguria, l’uva, soprattutto quella nera. L’anguria in particolare riduce i livelli della proteina C-reattiva, colpevole dell’infiammazione e l’uva nera contiene resveratrolo, un potente antinfiammatorio.

 

Per combattere i radicali liberi mangia crucifere, broccoli e spinaci sono da preferire in quanto sono pieni di antiossidanti come vitamina A, C e K e contengono inoltre alti contenuti di calcio, essenziale per chi soffre di artrosi e artrite. Oltre a broccoli e spinaci, anche i cavoletti di Bruxelles e i cavolfiori contengono sulforafano che blocca il processo infiammatorio e i danni alla cartilagine. Altro alimento da preferire per coloro che soffrono di queste patologie sono i peperoni, grande fonte di vitamina C che pone attenzione alle ossa ed è fondamentale per proteggere la cartilagine. E’ importante che si prediliga la cottura a vapore sulle altre poiché quella a vapore preserva tutti i nutrienti delle verdure come vitamine e antiossidanti. L’olio d’oliva extravergine è un potente antinfiammatorio naturale poiché contiene oleocantale.

 

Come detto prima, fare un leggero esercizio fisico come passeggiate è la cosa migliore perché apporta benefici alle articolazioni, abbassa la pressione del sangue, rafforza il cuore e diminuisce il rischio di fratture. Mezz’ora di camminata al giorno sarà sufficiente per avere un miglioramento dei sintomi.

 

FONTE: http://www.meteoweb.eu/2016/06/artrite-e-artrosi-ecco-cosa-mangiare-per-sentirsi-meglio/704784/

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