La NOSTRA badante a casa TUA

Chi sono le vittime innocenti? Possiamo dire essere solo quelle nel contesto della criminalità organizzata, che si sono ribellati all’usura o all’estorsione o i loro familiari, o coloro che si sono trovati nel mezzo di una sparatoria per la regolazione di conti da parte di clan?

Mi viene un dubbio. Che anche la Fondazione Polis o la Regione Campania, ma anche il nostro Stato non abbia davvero compreso come la violenza contro le donne è un problema strutturale di un esercito di vittime innocenti. Quasi il 20% ci dice l’Istat. Vittime di violenza fisiche, sessuali, stalking o addirittura omicidio. Non sono innocenti queste donne? Sono state colpite e ferite o uccise quasi sempre da un uomo che conoscevano, con cui stavano insieme o avevano avuto una relazione, o con cui anche erano sposate. Questo non le rende altrettanto innocenti?

 

La domanda non vuole solo essere provocatoria. E’ drammaticamente vera. Ancora pensiamo che se una donna o una giovane ragazza subisce violenza all’interno della propria relazione di coppia è meno innocente di una che questa violenza non se l’è cercata. Giovani e meno giovani continuano a pensare che se una donna viene picchiata un motivo c’è: se l’è cercata, ha provocato, ha disonorato il maschio. E’ forse per questo che le donne sono ancora così poco tutelate e si sta facendo molta fatica a far comprendere che la violenza contro le donne non è un’emergenza, non richiede un intervento istituzionalizzante. Le donne non possono essere inserite alla stessa stregua delle fasce deboli che necessitano di assistenza, come i disabili, gli anziani, i malati, gli immigrati.

 

Le donne non sono deboli. Non hanno una malattia. Il problema è chi la violenza la agisce e perché la società la tollera e la permette, in fondo.

 

Il problema è che lo Stato, la società deve cambiare le sue radici sulle quali con tanta facilità e insistenza la violenza continua a crescere senza grandi declini o cambiamenti.

 

Ma che cosa è la violenza contro le donne? La violenza contro le donne esercitata dal partner non solo ha dimensioni epidemiche ma è anche una delle forme più gravi e diffuse di violenza, per i costi sociali e le conseguenze che comporta da un punto di vista materiale e della salute. Il recente rapporto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (WHO, 2013) ancora una volta afferma che la violenza contro le donne rappresenta un problema di salute pubblica che globalmente colpisce circa un terzo di tutte le donne.

 

La violenza interpersonale nella coppia non conosce confini geografici, distinzioni di culture, di status sociale, di sesso o di età; si tratta quindi di un fe­nomeno.

 

Le conseguenze fisiche, psichiche sono enormi e hanno un costo individuale e sociale, stimato in oltre l'1% del PIL. Le risposte fino a oggi, e anche con il nuovo emendamento inserito nella legge di stabilità per l’istituzione in ospedale di un percorso per le donne vittime di violenza, hanno una grave carenza: non sono azioni e percorsi ove la donna si sente protagonista delle scelte prese, dei bisogni che ha, di quello che viene fatto.

 

Si rischia infatti che la donna, se vede davanti a sé un percorso obbligato e non scelto e costruito per l’uscita dalla violenza alle donne, rischia di non rivolgersi neanche più a quelle strutture (ospedali, polizia) che invece potrebbero aiutarla. L’istituzionalizzazione delle violenza ha questo rischio. Non si può cancellare il lavoro di 30 anni dei Centri antiviolenza che hanno quella capacità di comprendere la donna vittima di violenza e aiutarla in un percorso di uscita dalla violenza condiviso e in cui si sente protagonista. Lo prevede anche la recente Convenzione del Consiglio di Europa per il contrasto e la prevenzione contro la violenza alle donne e la violenza domestica.

 

Il Centro di ricerca EURES evidenzia come in Italia ogni anno vengono uccise in media 100-120 donne da parte del marito, ex marito, convivente, ex convivente, fidanzato o ex fidanzato: le donne rischiano di più di essere uccise dal proprio partner o ex che non da uno sconosciuto o un criminale. Il rischio maggiore una donna non lo trova per strada, nel così detto fuoco incrociato o dall’eventuale atto terroristico. La donna è più a rischio in casa, all’interno della propria relazione intima.

 

Dimenticarsi o far finta di non ricordarsi di come la violenza contro le donne trovi il suo nutrimento in tanti gesti e atteggiamenti quotidiani significa che questa è una condizione che alla fine fa comodo o che non riguarda un danno per tutta la società.

 

Donne picchiate, donne uccise non sono solo un danno per loro, ma per i loro figli, per quello che assorbono e quello che succede dopo. Quanti bambini e bambine rischiano di diventare dei criminali?

 

Se una donna o una ragazza vuole sapere se la sua relazione è a rischio, può andare sul sito www.sara-cesvis.org e compilare il questionario sull’autovalutazione del rischio ISA.

 

FONTE: http://www.ilmattino.it/polis/violenza_contro_le_donne_stiamo_davvero_andando_nella_direzione_giusta-1441563.html

 

 

Far scomparire del tutto l’Helicobacter pylori, batterio che vive nelle mucose del nostro stomaco, con una breve terapia a base di antibiotici può contribuire notevolmente a ridurre l’incidenza dei tumori dello stomaco, di cui si ammalano ogni anno in Italia circa 13mila persone. E’ la conclusione a cui è giunta un’indagine della Cochrane Library condotta dai ricercatori canadesi della McMaster University, che hanno voluto verificare se fosse utile andare alla ricerca del batterio nelle persone sane e asintomatiche per «eradicarlo», in quanto pericoloso nemico della nostra salute. E’ cosa nota da tempo, infatti, che questo batterio è il principale responsabile della gastrite cronica e delle ulcere gastriche, che se non debitamente curate possono poi nel tempo degenerare in un tumore. 

 

Un batterio assai comune, presente in due persone su tre 

 

L’Helicobacter pylori risiede abitualmente nelle mucose dello stomaco, tanto che nel mondo si trova in due persone su tre. Eppure la sua presenza è stata notata solo negli anni Ottanta: prima di allora si riteneva che l’ambiente dello stomaco fosse troppo acido perché ci potessero sopravvivere dei germi (e la scoperta della capacità del microrganismo di generare danni come tumori e ulcere gastriche valse nel 2005 il premio Nobel a Robin Warren e Barry Marshall). Ma l’Helicobacter ha trovato il modo di sopravvivere in questa sede così ostile producendo una sostanza che riduce l’acidità presente nello stomaco. Come tutti i batteri che «abitano» il nostro corpo anche questo microrganismo ha un suo ruolo, ma un buon equilibrio fra il suo potere patogeno e le difese immunitarie della persona che ne è portatrice normalmente garantisce un’adeguata protezione. Quando l’equilibrio si rompe l’Helicobacter produce sostanze che causano danni alle cellule e con il tempo possono sopraggiungere gastrite, ulcera e persino un carcinoma gastrico. «Molto dipende anche dall’organismo ospite, ovvero dal corpo di ciascuno di noi – spiega Stefano Cascinu, direttore dell’Oncologia all’azienda ospedaliero-universitaria di Modena –: normalmente reagiamo alle infezioni, anche quella causate dall’Helicobacter, ma in alcune persone in cui sono presenti determinate alterazioni del sistema immunitario, l’infiammazione diventa cronica e può provocare problemi».

 

Lo studio: meno probabilità di ammalarsi di cancro per chi elimina l’infezione 

 

Il tumore allo stomaco è la terza causa di morte più frequente per cancro in tutto il mondo. Gli studiosi della Cochrane si sono quindi chiesti se potesse essere utile, per ridurre incidenza e mortalità di questa malattia, sottoporre a un test per verificare la presenza dell’Helicobacter pylori tutte le persone sane per poi sottoporre a terapia tutti quelli che ne sono infettati in modo cronico. Gli studiosi della Cochrane hanno preso in considerazione gli esiti di sei studi scientifici che includevano complessivamente quasi 6.500 partecipanti e dai dati emerge che le persone sottoposte a terapia per eliminare il batterio hanno effettivamente minori probabilità di ammalarsi di carcinoma gastrico. «Prima di sottoporre a screening l’intera popolazione sana servono ulteriori conferme e verifiche, che provino l’effettiva efficacia di questa strategia e misurino i pro e i contro della terapia, ma è certo una conclusione importante soprattutto per i Paesi con tanti casi e molti decessi di cancro allo stomaco» ha commentato Alex Ford, dell’Università di Leeds in Gran Bretagna.

 

Un test del respiro per chi ha problemi allo stomaco

 

«In Italia il numero di tumori allo stomaco è in diminuzione da anni – prosegue Cascinu, fra i maggiori esperti italiani di tumori gastrointestinali – e c’è una grande attenzione verso i rischi legati all’infezione cronica da Helicobacter pylori, per cui si provvede a eradicare il virus ogni volta che rappresenta un problema. Ad esempio nei pazienti che eseguono una gastroscopia per i più disparati motivi, se si appura la presenza nociva del batterio lo si elimina. La cura è semplice, si utilizzano per una o più settimane (a seconda dei casi, se l’infezione non si eradica subito si può arrivare fino a due mesi) diversi antibiotici, generalmente combinati con medicinali che riducono i livelli di acidità nello stomaco (i cosiddetti eradicatori di pompa)». Più difficile è individuare chi soffre di un’infezione cronica perché i sintomi non sempre sono chiari: alcune persone possono essere asintomatiche e altre invece presentare soltanto una cattiva digestione o generici disturbi allo stomaco. «Per questo è importante che tutte le persone che lamentano un problema gastrico – conclude Cascinu – si sottopongano al test (rapido, semplice e non invasivo) che consente d’individuare efficacemente la presenza dell’Helicobacter: l’Urea Breath Test, che analizza il respiro del paziente, oppure in alternativa un’analisi delle feci. Se l’esame è positivo con pochi giorni di cura si elimina il batterio e con lui, almeno in parte il rischio di cancro allo stomaco». 

 

FONTE: http://www.corriere.it/salute/sportello_cancro/15_novembre_27/eliminare-l-helicobacter-pylori-evitare-cancro-stomaco-432b9ac0-9514-11e5-b54c-257f4e9e995d.shtml

 

La sfida delle staminali contro il Parkinson è entrata nel vivo. Diversi gruppi di scienziati nel mondo, Italia compresa, ci stanno lavorando. E la speranza, secondo Erik Ch. Wolters, presidente dell'International Association of Parkinsonism and Related Disorders (Iaprd), è di "approdare a nuovi trattamenti entro 3 anni". E' con questo auspicio che si conclude a Milano il XXI Congresso mondiale sulla malattia di Parkinson e disturbi correlati. 

 

L'evento scientifico che si è svolto dal 6 al 9 dicembre nella metropoli lombarda è stato occasione per conferire un premio alla carriera - intitolato a Melvin Yahr, uno dei padri della terapia del Parkinson - ad Anders Bjorklund, neurobiologo dell'università di Lund (Svezia), considerato uno dei pionieri degli studi sui trapianti di cellule staminali embrionali in pazienti con la malattia neurodegenerativa. "A Milano abbiamo avuto 1.500 neurologi da 76 paesi del mondo per discutere dei nuovi progressi per malattie debilitanti come il Parkinson, l'Huntington e l'Alzheimer", spiega Wolters all'AdnKronos Salute. 

 

"Stiamo lavorando duramente per garantire a questi pazienti una migliore qualità di vita - prosegue - abbiamo buone speranze per il futuro prossimo riguardo al fatto che ci saranno altre strategie a disposizione, come quelle con le staminali contro il Parkinson. Ci aspettiamo siano efficaci nel rallentare la progressione della malattia e così potremo proteggere i pazienti. Se saremo in grado di identificare i malati a uno stadio iniziale potremo trattarli con staminali in via 'protettiva'. Il futuro è ricco di speranze, ma c'è ancora molta strada da fare, altra ricerca clinica. Sono coinvolto personalmente in studi con le staminali, e spero davvero che entro tre anni avremo nuovi trattamenti". A Milano Bjorklund ha mostrato in anteprima i risultati di uno studio in corso. 

 

"Tutto comincia da un'esperienza 'antica' - racconta Angelo Antonini, presidente del Congresso milanese e direttore del Centro per la malattia di Parkinson e i disturbi del movimento al'Irccs Ospedale San Camillo di Venezia - Il primo trapianto di cellule embrionali fetali risale al 1987. Bjorklund fu il primo a intuire che si potevano iniettare delle cellule, che avevano la potenzialità di svilupparsi in cellule della dopamina, nel cervello dei pazienti con Parkinson e ripristinare così una buona funzione, determinando un miglioramento della capacità motoria. I risultati all'epoca furono interessanti".

 

Nell'arco di oltre due decenni, "si è visto che purtroppo non tutti i pazienti miglioravano allo stesso modo. Bjorklund ha presentato qui a Milano il caso incredibile del recupero di un paziente trattato all'epoca: per 25 anni ha praticamente smesso di assumere la terapia farmacologica ed è morto a 83 anni. Il suo cervello è stato poi esaminato e i dati presentati dal neurobiologo in anteprima hanno mostrato come le cellule trapiantate negli anni '80 avevano ripristinato delle connessioni efficienti a livello del sistema nervoso centrale e reso possibile la mobilità nel paziente. Stessi esperimenti con tecnologie leggermente diverse sono stati eseguiti poi in questi anni in altri contesti, per esempio gli Usa. Ma alcuni pazienti miglioravano e tanti altri no". 

 

Anche in Italia "abbiamo cercato di utilizzare la metodica ma non è stato possibile per le limitazioni sull'utilizzo degli embrioni. Oggi Bjorklund ha avuto un finanziamento dalla Comunità europea per un progetto di 5 anni con cui punta a iniziare il trattamento di pazienti in una fase non troppo avanzata, in modo che le cellule possano attecchire al meglio e non trovino un ambiente troppo compromesso. L'obiettivo è arrestare l'avanzamento della malattia e magari garantire un recupero di persone che hanno manifestato i primi sintomi". A Milano Bjorklund ha presentato gli studi sugli animali, ma a Lund è già partito l'arruolamento dei pazienti. Dall'anno prossimo si cominceranno a trattare i primi soggetti selezionati accuratamente e screenati. Nell'arco di due anni si vedrà se questo tipo di sistema sarà effettivamente efficace. 

 

"L'idea dello scienziato - spiega Antonini - è di prendere cellule embrionali, pluripotenti, e di farle diventare dopaminergiche e ottenere linee cellulari che possono poi essere distribuite. E' una grande speranza perché, come ha spiegato Bjorklund, sarà possibile utilizzare queste linee cellulari anche in altri laboratori, superando le limitazioni in Paesi come il nostro dove la legislazione impedisce di derivare noi stessi staminali embrionali e di produrle. Attraverso dunque una rete scientifica già in atto, terminato lo studio europeo pilota, si potrebbe riuscire in un paio d'anni a trattare pazienti anche nei nostri ospedali, in centri dedicati. La tecnologia che si usa è in pratica la stessa della stimolazione cerebrale profonda, e con micro-cateteri si iniettano le cellule in zone precise affette da malattia. Aspettiamo i risultati, ma sono ottimista per il futuro".

 

FONTE: http://www.adnkronos.com/fatti/cronaca/2015/12/10/staminali-anti-parkinson-attesi-risultati-anni_miYRTUpVe02XKo03AzWdnJ.html

 

«Massima attenzione a ingannevoli pubblicità e a brochure lasciate in bella vista all’ interno degli uffici dell’ Asl. Le agenzie che operano nel settore della fornitura di servizi a domicilio di colf, badanti e baby sitter sono fiscalmente irregolari, totalmente vietate dalla normativa». Il monito arriva dalla direzione Territoriale del Lavoro che ha recentemente concluso accertamenti su due ditte che operavano a Genova. «È emerso il ricorso da parte di queste agenzie al lavoro nero e all’ utilizzo di figure contrattuali scorrettamente applicate - spiega l’ ispettrice al lavoro Barbara Maiella -. Questo vuol dire evasione fiscale e contributiva e sfruttamento dei lavoratori impiegati». I numeri dell’ operazione parlano chiaro: 53 lavoratori in nero (44 dei quali impiegati in una sola ditta); 27 errate tipologie di contratto applicate; 130mila euro di contributi e premi recuperati e 450mila sanzioni applicate. Si aggiungono anche due notizie di reato trasmesse alla Procura per abusive attività di intermediazione tra domanda e offerta del lavoro e ricerca e selezione del personale. 

 

Dall’ indagine dell’ Ispettorato al Lavoro risulta che le tariffe applicate alle famiglie, clienti dell’ agenzia, sono del tutto sproporzionate rispetto al costo orario della prestazione versata al lavoratore. In pratica ogni famiglia versa all’ agenzia un corrispettivo maggiore di quello che invece sosterrebbe regolarizzando direttamente il lavoratore senza figure intermediarie. «È importante che si comprenda il rischio - aggiungono Patrizia Bernardini e Antonella Pignatelli responsabili della vigilanza ordinaria -. Intendiamo lanciare un messaggio chiaro: queste strutture alimentano un mondo sommerso di irregolarità. Non sono previste agenzie di scambio di manodopera che alimentano soltanto lavoro nero e irregolare. Ad essere ingannate sono le famiglie disposte a pagare di più per essere esonerate da problematiche reali come la ricerca di una badante per un familiare anziano e malato. Si arriva a sborsare anche 3mila euro. Ingannato è anche il lavoratore stesso che viene pagato dai 5 ai sette euro a fronte di un costo medio di 14 euro che la ditta richiede. Paradossalmente colui che offre disponibilità a lavorare deve anche pagare per essere inserito nelle liste da cui la ditta attinge personale. E il danno maggiore sta nel fatto che spessissimo il lavoratore non viene neanche retribuito».

 

FONTE: http://www.ilgiornale.it/news/badanti-truffa-delle-agenzie-servizi-domicilio.html

 

Si è concluso a Genova il congresso Highlights, l’appuntamento annuale patrocinato dall’Italian Network in Allergy, Immunology & Asthma, dalla Società Italiana di Allergologia, Asma e Immunologia Clinica (SIAAIC), dalla Società Italiana di Medicina Respiratoria (SIMER), dall’Ordine dei medici di Genova e dall’Università degli Studi di Genova. Chairmen di Highlights in Allergy and Respiratory Diseases, è il Prof. Giorgio Walter Canonica, Allergy & Respiratory Diseases, DIMI, Genoa University, IRCCS-A.O.U.-San Martino-IST, coadiuvato da Fulvio Braido e Giovanni Passalacqua. Cinquecento gli specialisti presenti, tra cui molti provenienti dall’estero, dagli Usa per un confronto serrato di esperienze e ricerche. Molte le novità presentate durante l’ultima giornata, con approfondimenti su bpco, asma per gli anziani e nuovi tablet per gli acari. 

LO STUDIO SUI PAZIENTI BPCO – Recentemente gli specialisti della SIMER hanno effettuato un sondaggio, presentato in occasione del congresso, che ha coinvolto 150 pazienti affetti da BPCO, broncopneumopatia cronica ostruttiva, chiedendo loro quale aspetto avrebbero voluto migliorare col trattamento terapeutico. Sono emerse così 25 scelte personali diverse, il più delle volte improntate a un miglioramento del “moto”, dal salire le scale allo scalare una montagna. Quando abbiamo chiesto se il trattamento in corso era in grado di migliorare questa situazione, mediamente, in una scala da zero a dieci, il risultato era 6. Da parte dei pazienti è emersa così la richiesta di ulteriori farmaci che vadano sempre più incontro alle loro esigenze. 

“Sono recentemente entrati in commercio – spiega il Prof. Fulvio Braido, Clinica Malattie Apparato Respiratorio Università di Genova – nuovi farmaci volti a soddisfare queste richieste. L’obiettivo di noi specialisti è quello di comprendere la complessità di una malattia come la BPCO e la sua eterogeneità. In ogni paziente, infatti, emergono aspetti differenti della malattia: vi sono i casi in cui domina la bronchite o la bronchiolite, mentre in altri prevale la distruzione del polmone (l’enfisema). Sulla base di questa generica divisione, si può già ottimizzare la scelta dei farmaci. Alla base dei fenotipi ci sono dei meccanismi patogenetici, gli endotipi, che devono essere ben compresi per curare il sintomo ma soprattutto per intervenire sullo sviluppo della malattia. Mentre nell’ultimo decennio è stata realizzata un’ottimizzazione di classi farmacologiche già esistenti (per esempio nuovi broncodilatatori, steroidi o broncodilatatori che possano essere usati una sola volta al giorno, favorendo così l’aderenza alla terapia) oggi stiamo vivendo la fase di sviluppo di anticorpi monoclonali che non sono portino benefici sul sintomo, ma vadano a bloccare specifiche vie patogenetiche coinvolte nello sviluppo della malattia”. 

ALLERGIE AGLI ACARI: IN ARRIVO UN NUOVO APPROCCIO TERAPEUTICO – Un nuovo approccio terapeutico per chi soffre di allergie agli acari, in arrivo entro i 12 mesi, che modificherà notevolmente modalità del trattamento, aumentandone efficacia e migliorandone le tempistiche. “Praticamente è l’immunoterapia specifica – spiega il Prof. Canonica – che è sicuramente in auge da molti anni, da molte decadi, però oggi si è elevata a livello del farmaco. In effetti oggi esistono gli studi registrativi: questo significa che abbiamo la registrazione da parte del FDA, da parte dell’EMA e da parte delle autorità giapponesi, per un tablet per l’acaro e forse questo sarà disponibile già a breve sul mercato. Per gli Highlights 2016 sarà già sul mercato”. 

ASMA E ANZIANI – L’asma nella popolazione geriatrica è frequente quanto in quella giovanile, in pari percentuale, nonostante nel nostro immaginario sia una malattia legata prevalentemente ai secondi. Può essere di nuova insorgenza, ossia compare per la prima volta in età geriatrica, o, come più spesso avviene, è un’asma che ha origine in età infantile, va in remissione per un certo periodo di tempo per poi ricomparire in età avanzata. 

“Ci sono alcune peculiarità che si traducono in concrete complicanze – affermalNicola Scichilone, Sezione di Pneumologia, Università degli studi di Palermo – Anzitutto, si ha a che fare con le comorbidità, in quanto l’anziano ha sempre una serie di patologie concomitanti che possono alterare sia la diagnosi che l’approccio terapeutico, poiché si interferisce con altri farmaci. Inoltre, la stessa componente allergica nell’anziano tende a essere meno rappresentata per un fenomeno legato all’invecchiamento. In terzo luogo, la percezione dei sintomi è anch’essa ridotta in una persona anziana. La terapia è la stessa del giovane, non ci sono raccomandazioni particolari, eccezion fatta per le interferenze dei farmaci legate alle già citate comorbidità. Si pensi alle difficoltà nell’uso di spray inalatori per un soggetto affetto da artrosi alle mani o ai limiti dell’aderenza alla terapia in caso di deficit cognitivi”.

FONTE: http://www.meteoweb.eu/2015/12/malattie-respiratorie-novita-nella-terapia-contro-acari-bpco-e-asma-negli-anziani/551804/

 

Sono programmati per fare la spesa, gettare la spazzatura, comunicare a distanza con i familiari e garantire la sicurezza dell’anziano tra le mura domestiche. Ora i tre robot sviluppati dall’Istituto di BioRobotica della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa in collaborazione con l’Irccs Inrca, l’Istituto nazionale di ricerca e cura per anziani - verranno testati per la prima volta in condizioni reali, in strutture che un giorno potrebbero concretamente farne uso. 

 

È la fase finale del progetto europeo «Robot-Era», che ha lo scopo di sperimentare servizi robotici avanzati integrati negli ambienti di vita (casa, condominio e quartiere) per favorire il benessere dell’anziano e dei familiari, supportandoli nelle attività quotidiane. «Rispetto agli altri esperimenti di robotica - spiega Fabrizia Lattanzio, direttrice scientifica dell’Inrca - la novità assoluta è che i robot cooperano sia tra di loro che con le persone non soltanto in casa, ma nei corridoi e anche in spazi aperti, in modo tale da estendere l’autonomia dell’anziano a luoghi diversi. La longevità attiva significa non soltanto avere una buona salute, ma anche rimanere indipendenti il più a lungo possibile». 

 

All’Inrca - che ha il compito di studiare l’accettabilità della tecnologia da parte dell’utente - verrà testato `Dora´, il robot domestico. A dicembre, per due settimane, nella `Casa Amica´ del presidio ospedaliero di Ancona - una smart house attrezzata con tutte le tecnologie domotiche - alcuni anziani volontari trascorreranno le loro giornate assistiti dal robot e da un infermiere. «Dai feedback avuti finora - spiega Roberta Bevilacqua, del Laboratorio di Domotica - è stato apprezzato, in particolare tra la categoria `giovani anziani´ (65-75 anni), il fatto di aiutare senza minare la privacy».

 

Ma cosa fanno i robot? Quello domestico fornisce servizi che vanno dalla spesa online alla raccolta della spazzatura, dal ricordare le medicine alla sicurezza. Dotato di un braccio meccanico che solleva fino a 5 Kg., è in grado anche di spostare molti oggetti di uso comune. Può aiutare l’anziano a muoversi in casa grazie ad una maniglia ergonomica a cui ci si appoggia, e si comanda anche da un joystick. Il robot condominiale, invece, fornisce prevalentemente servizi di sorveglianza. Quello da esterno si muove nelle strade del quartiere per ritirare la spesa o semplicemente accompagnare l’utente a passeggiare.  

 

FONTE: https://www.lastampa.it/2015/12/03/tecnologia/cos-i-robot-si-prenderanno-cura-degli-anzianinon-solo-in-casa-ma-anche-fuori-i9UcC6A4bYafosSomTD8zH/pagina.html

 

Quando si parla di salute ci si focalizza sui propri disturbi o patologie “conclamate”, e non si pensa che c'è un nemico subdolo di cui bisogna sempre tener conto e su cui occorre fare prevenzione: le malattie cardiovascolari, i veri big killer dei paesi industrializzati. E la prevenzione che si fa non è dunque sufficiente. A lanciare l'allarme sulla sottovalutazione del fenomeno sono i medici di Medicina interna con un'indagine effettuata direttamente nei reparti e presentata oggi a Milano. 

 

In ospedale 4 ricoverati per altre problematiche su 10 hanno già avuto un episodio cardiovascolare maggiore, come infarto e ictus. A farne le spese soprattutto i pazienti anziani. «La prevenzione cardiovascolare secondaria diventa sempre più importante, con l'aumentare dell'aspettativa di vita», ha sottolineato Mauro Campanini, presidente nazionale Fadoi. Dall'indagine emerge che solo metà dei ricoverati ha un quadro abbastanza preciso dei fattori di rischio (pressione arteriosa, glicemia, dislipidemia, uricemia), meno di quattro su dieci presenta un peso corporeo adeguato. Tutti gli altri sottovalutano o ignorano il problema. 

 

Il punto di riferimento per la gran parte dei pazienti resta il medico di famiglia, a cui ci si rivolge per esami ed eventuali richieste di approfondimenti specialistici. Un altro aspetto riguarda i percorsi post-dimissione dei pazienti in prevenzione cardiovascolare secondaria: il 29,7% viene indirizzato in ambulatori associati alla Medicina interna, il 24,4% verso specialisti (per esempio diabetologo o cardiologo) non associati, e il 45,9% viene affidato al medico di famiglia. A questo proposito, è emersa una forte collaborazione tra la Medicina interna e quella del territorio nel 47,4% dei centri che hanno partecipato alla survey. 

 

«Noi puntiamo alla fase di prevenzione sul singolo paziente: si tratta nella maggior parte dei casi di anziani, complessi – ha chiarito Giorgio Vescovo, presidente della Fondazione Fadoi - e interveniamo con l'approccio globale, armonizzando le linee guida con il singolo paziente. La chiave è la consapevolezza del medico e del paziente. Con l'alleanza terapeutica si può attuare la prevenzione in maniera efficace».

 

FONTE: http://www.ilsole24ore.com/art/tecnologie/2015-12-01/le-malattie-cardiovascolari-sono-veri-big-killer-societa-industrializzate-225357.shtml?uuid=ACtzuLlB

 

Secondo una ricerca condotta da alcuni scienziati statunitensi, un aiuto consistente nella lotta contro alcune malattie neurodegenrative come Parkinson, Alzheimer e Huntington potrebbe arrivare da un composto chimico noto come acido salicilico. Che, per chi non lo sapesse, è l'elemento fondante dell'acido acetilsalicilico, ossia il principio attivo di uno dei più comuni medicinali al mondo: l'aspirina. 

 

I ricercatori della John Hopkins University e del Boyce Thompson Institute della Cornell University hanno scoperto la capacità dell'acido salicilico di legarsi al GAPDH, impedendogli quindi di raggiungere il nucleo della cellula, dove ne innescherebbe la morte. La gliceraldeide-3-fosfato deidrogenasi, o GAPDH) è un enzima fondamentale nella glicolisi (il processo metabolico del glucosio), ma che in particolari condizioni, come ad esempio uno stress ossidativo causato da un eccesso di radicali liberi, possono penetrare nel nucleo dei neuroni, causandone la morte. 

 

Si tratta di un meccanismo già noto tra i ricercatori nell'ambito delle malattie neurodegenrative: composti come la selegilina hanno infatti lo scopo di bloccare l'ingresso nel nucleo cellulare del GAPDH, rallentando gli effetti di malattie come il Parkinson, la depressione e la demenza senile. Quest'ultima ricerca, pubblicata su PLOS One, ha mostrato come un risultato simile potrebbe essere ottenuto grazie all'acido salicilico. 

 

"È adesso noto che l'enzima GAPDH, del quale si è pensato a lungo che funzionasse soltanto nel metabolosimo del glucosio, partecipi al passaggio dei segnali tra le cellule", spiega Solomon Snyder, professore di neuroscienze alla Johns Hopkins University, tra gli autori della ricerca. "Il nuovo studio mostra come questo enzima sia un bersaglio per i farmaci salicilati connessi all'aspirina, e quindi potrebbe essere rilevante per le azioni terapeutiche di questi medicinali". 

 

Gli studi sulle malattie neurodegenerative stanno ottenendo ottimi risultati sia dal punto di vista dei farmaci in grado di combatterle, come nel caso del paper statunitense, che nell'analisi dei meccanismi che le causano. In quest'ultimo caso è di una certa importanza una ricerca svolta dall'altra parte del mondo, e precisamente nell'australiana University of New South Wales. 

 

Come spiegato in un paper pubblicato su Nature Communications, gli scienziati coinvolti hanno verificato come i livelli nelle sinapsi di una proteina nota come NCAM2 siano significativamente più bassi nei soggetti affetti da Alzheimer, suggerendo quindi una connessione con l'insorgere della malattia ed il suo avanzamento.

 

FONTE: http://it.ibtimes.com/aspirina-combattere-alzheimer-e-parkinson-possibile-secondo-scienziati-usa-1428261

 

Fino ad oggi ci si andava per scambiare due chiacchiere, divagarsi con una partita a carte o a bocce. Da domani anche per fare analisi senza file e super ticket, oppure per farsi aiutare dal medico a seguire correttamente una terapia farmacologica, visto che più della metà degli anziani si dimentica di mandare giù le pillole quando dovrebbe. E poi tutti dietro i banchi per imparare a prenotare on line visite a analisi tramite Cup. O a scaricare un Cud del sito dell’Inps per presentare la denuncia dei redditi senza sborsare soldi per Caf o commercialista. Sono le novità che cambieranno la vita dei circa 3.500 centri anziani sparsi lungo lo Stivale aderenti a Federanziani, la potente organizzazione che con i suoi tre milioni e mezzo di iscritti raccoglie le associazioni della terza età, con un occhio attento alla tutela del diritto alla salute.  

 

Società di mutuo soccorso è il servizio presentato questi giorni al Congresso nazionale di Rimini che più di altri è destinato a semplificare la vita a qualche milione di under 65. «Nei centri anziani e nelle altre sedi dedicate –spiega Roberto Messina, presidente della Federazione- verrà a breve collocato l’ “albero della salute” un apparecchio elettromedicale digitale, anche poco ingombrante, che consentirà ai cittadini di effettuare le principali indagini di base risparmiando tempo e denaro». Il tutto in presenza di un medico, mentre le analisi verranno poi refertate da specialisti universitari, cardiologi, pneumologi, endocrinologi e urologi, che invieranno i risultati direttamente al paziente. Con il vantaggio di risparmiare così sia la fila al medico di famiglia per la prescrizione, che quella per prenotare l’indagine e il doppio spostamento per ritirare il referto e portarlo al medico curante. 

 

Gli esami disponibili sono 16, tra i quali glicemia, colesterolo, analisi delle urine generale, uroflussometria, emoglobina glicata, coagulazione sanguigna. Ma con “l’albero della vita” si potrà anche misurare peso e pressione, sentire il battito cardiaco, rilevare l’asma con un monitor elettronico. A presidiare “albero” e pazienti per circa sei ore al giorno ci sarà personale sanitario dedicato che aiuterà gli anziani anche a stendere e controllare un “calendario” delle pillole da assumere ogni giorno, per chi qualche problema di salute ce l’ha. Oggi, informa l’Aifa, l’Agenzia italiana del farmaco, un ultrasessantacinquenne su due prende dalle 5 alle 9 pillole al giorno, ma il 60% si dimentica spesso di assumere il farmaco, rendendo così inefficaci le terapie. Soprattutto quelle contro depressione, ipertensione, diabete ed osteoporosi. Ma al centro anziani si andrà anche per imparare l’abc di internet, visto che oramai molti Cup prenotano visite e analisi solo on line e che l’accesso alla pensione o al Cud dell’Inps avviene per via telematica. «Per questo con l’uso di tablet abbiamo già alfabetizzato informaticamente circa 200mila anziani che ora potranno a loro volta insegnare le funzioni fondamentali agli altri amici dei centri», spiega Messina. Che da Rimini lancia però anche un appello «per la costituzione da subito di un fondo nazionale per l’oncologia». Siamo il Paese più vecchio d’Europa e la metà dei tumori colpisce proprio gli over 70. Anche se, grazie soprattutto ai farmaci, il 60% dei pazienti oggi guarisce. «Il problema –denuncia però il presidente di Federanziani- è che su 37 nuove molecole anti-tumorali autorizzate in Usa e in Europa da noi ne sono arrivate solo 22». Terapie anche da 100mila dollari in cerca di finanziamento. Perché i 500 milioni per i farmaci innovativi della legge di stabilità sicuramente non possono bastare.

 

FONTE: http://www.lastampa.it/2015/11/24/italia/novit-nei-centri-per-anziani-analisi-ticket-e-consulti-medici-per-gli-over-9OAUCZ7Cs5wd3cNjQQvRxL/pagina.html

 

Nel mondo, oltre 400 milioni di persone soffrono di diabete. Di queste, più dei due terzi risiedono nelle grandi città. Lo stile di vita frenetico degli abitanti delle metropoli, in particolare dei pendolari, aumenterebbe infatti il rischio di sviluppare il diabete di tipo 2. È quanto emerge da uno studio internazionale guidato dall'University College London di Londra (Regno Unito), presentato durante il “Cities Changing Diabetes Summit 2015”, che si è svolto tra il 16 e il 17 novembre a Copenaghen (Danimarca).

 

Nel corso della ricerca, gli autori hanno intervistato oltre 550 persone affette da diabete di tipo 2 o che presentavano il rischio di svilupparlo. I partecipanti erano residenti in cinque grandi città: Copenaghen, Houston (Usa), Città del Messico (Stati Uniti Messicani), Shanghai (Cina) e Tianjin (Cina). Lo studio, inserito nell'ambito del programma "Cities Changing Diabetes", si prefiggeva di scoprire i fattori che favoriscono l'insorgenza della malattia tra gli abitanti delle metropoli. Inoltre, puntava a capire come le autorità governative dovrebbero affrontare questa crescente sfida per la sanità pubblica. 

 

L'indagine ha dimostrato che i cittadini sono maggiormente vulnerabili allo sviluppo del diabete di tipo 2 a causa di un complesso mix di fattori sociali e culturali. In particolare, fra i principali responsabili sono stati individuati lo stress, la fretta e il pendolarismo. L'affaticamento causato dalla necessità di muoversi velocemente e di affrontare lunghi spostamenti per andare a lavoro aumenterebbe, infatti, il rischio di incorrere nella malattia. Inoltre, lo stile di vita frenetico renderebbe più difficile diagnosticare in breve tempo il diabete. Di conseguenza, i malati finirebbero spesso per trascurare il disturbo, peggiorando ulteriormente il loro stato di salute.

 

"Focalizzandosi principalmente sui fattori di rischio biomedici per il diabete, la ricerca tradizionale non ha adeguatamente tenuto conto dell'influenza dei fattori sociali e culturali sulla malattia - spiega David Napier dell'University College London, uno dei principali autori dell'analisi -. La nostra ricerca innovativa consentirà alle città di tutto il mondo di aiutare la popolazione ad adottare stili di vita che la rendano meno vulnerabile allo sviluppo del diabete”.

 

FONTE: http://salute24.ilsole24ore.com/articles/18272-diabete-piu-colpiti-i-pendolari

 

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