La NOSTRA badante a casa TUA

NON SI PARLA di elettroshock o cose del genere. Per aumentare la memoria, potrebbe bastare molto meno. Secondo una ricerca italiana mini-scosse indolori al cervello aumentano la memoria potenziando il 'dialogo' tra i neuroni. Per ora l'esperimento si è basato sui topi e i risultati sono stati pubblicati su Scientific Reports. Lo studio è stato condotto dai ricercatori dell'università Cattolica-Policlinico Gemelli di Roma, che hanno usato la stimolazione elettrica transcranica con corrente continua (tDcs), una tecnica non invasiva già clinicamente sperimentata per varie patologie. La metodica consiste nell'invio al cervello di una corrente di bassissima intensità e indolore. Il lavoro ha dimostrato che basta una sola seduta di stimolazione di 20 minuti per indurre nell'ippocampo - il centro della memoria - un potenziamento delle sinapsi, le connessioni tra i neuroni, indispensabili per trasmettere e immagazzinare le informazioni.

 

I topolini - spiegano dall'ateneo dei Sacro Cuore - hanno mostrato di avere una memoria migliore anche parecchi giorni dopo il trattamento. I ricercatori hanno individuato, in particolare, il meccanismo responsabile di questi effetti: si tratta di una cascata di segnali molecolari che attiva nelle cellule nervose la produzione del fattore di crescita cerebrale Bdnf. Il lavoro è stato condotto da un team di scienziati, tra cui Maria Vittoria Podda e Sara Cocco, e diretto da Claudio Grassi, a capo dell'Istituto di fisiologia umana dell'università Cattolica di Roma. Per gli esperti, la stimolazione potrebbe essere efficace negli anziani con deficit cognitivi: "Sono già in corso studi dai risultati incoraggianti, condotti su modelli animali di malattia di Alzheimer", evidenzia Grassi.

 

"La novità del nostro studio risiede prevalentemente nell'aver svelato i meccanismi molecolari responsabili degli effetti della tDcs sulla plasticità sinaptica e sulla memoria", rileva il ricercatore. "La tDcs opera attraverso meccanismi epigenetici che portano all'aumentata produzione di Bdnf. Questo meccanismo rende ragione, tra l'altro, della durata degli effetti nel tempo e rende fondato, da un punto di vista razionale, l'impiego di questa metodica nell'ambito di patologie di interesse neuropsichiatrico".

 

La stimolazione transcranica con corrente continua consiste nell'applicazione, mediante due elettrodi posizionati sulla testa, di correnti elettriche di debole intensità per diversi minuti. Si tratta di una tecnica già sperimentata con risultati incoraggianti in diverse patologie neuropsichiatriche. "Tuttavia, a oggi, la conoscenza limitata dei meccanismi alla base degli effetti della tDcs ha rappresentato un limite a un suo impiego su vasta scala in protocolli terapeutici", ricorda Grassi.

 

La memoria è stata studiata mediante due test comportamentali: il primo ha indagato la capacità dell'animale di imparare e poi ricordare la localizzazione di una piattaforma nascosta sotto il pelo dell'acqua all'interno di una vasca, mentre il secondo ha riguardato la capacità del topo di riconoscere un oggetto a lui noto rispetto a un oggetto sconosciuto.

 

"In questo studio abbiamo analizzato gli effetti indotti da una singola stimolazione della durata di pochi minuti e siamo stati piacevolmente sorpresi dall'osservare che il beneficio in termini di memoria si osservava ancora a distanza di una settimana", afferma Grassi. "Stiamo ora indagando quanto possa durare l'effetto benefico di stimolazioni ripetute. Questa ricerca proseguirà con l'obiettivo di validare nell'uomo i risultati ottenuti nei modelli animali ed estendere le nostre osservazioni ad altre aree e funzioni cerebrali".

 

FONTE: http://www.repubblica.it/scienze/2016/02/24/news/cervello_scosse_memoria-134136827/?refresh_ce

 

La scena si ripete. Si vedono sagome inermi in carrozzina che si coprono la testa con le braccia nel tentativo di difendersi dalle botte. Oppure sono stese sul letto, incapaci di muoversi, e subiscono insulti e schiaffi. Gente nuda davanti ai bagni, due per decine di ospiti. Ci sono anche bambini. Vengono rinchiusi nello sgabuzzino per punizione, afferrati per la collottola e trascinati come sacchi. Dal 6 gennaio al 15 febbraio i Carabinieri del Nucleo Antisofisticazioni hanno sventato diverse situazioni infernali nei centri per ricovero di anziani e persone con disabilità. Risultato, sequestri e arresti.

I «carnefici»

Al rapporto della scorsa settimana manca l’episodio avvenuto due giorni fa a Vercelli, a La Consolata di Borgo Ale. In manette 18 operatori, 4 donne e 14 uomini. Carnefici, come li ha definiti il questore del capoluogo piemontese, Salvatore Pagliazzo Bonanno. Non serve aggiungere altro alle sue parole. Per rabbrividire, basta scorrere il bilancio di un mese di attività dei Nas, braccio operativo del ministero della Salute. Su 450 ispezioni, sequestrati 3 centri di ricovero con carenze strutturali e organizzative oltre a medicinali scaduti e oltre 300 chili di cibi avariati. Dieci gli arresti al Villaggio Eugenio Litta di Grottaferrata, gestito dei padri Camilliani: alcuni dipendenti maltrattavano selvaggiamente disabili, fra loro dei quattordicenni. Misura di sospensione dall’esercizio di pubblico servizio per 6 mesi in una casa di accoglienza socio sanitaria di Decimomannu, provincia di Cagliari. Gli operatori si accanivano su pazienti con malattie psichiatriche. Segnalate a vario titolo alle autorità amministrative e giudiziarie oltre 130 persone. Rilevate nel complesso 80 infrazioni al Codice Penale, 109 le sanzioni amministrative.

I controlli

Il rapporto dei Nas è in un certo senso rassicurante. Significa che i controlli sono stati intensificati e c’è la volontà di stroncare la rete dei soprusi a danno dei più fragili. Il problema è che a volte per i parenti, in difficoltà economiche, non esistono alternative. Si tratta di nonni, genitori o figli privi di autonomia e la cui presenza in casa è inconciliabile con la vita di famiglia (e un peso).

I lager

Il fenomeno dei lager richiede però iniziative forti. Reprimere non basta. E’ necessario prevenire con controlli severi delle strutture al momento della richiesta delle autorizzazioni e nel corso dell’attività. Chi se ne deve occupare? Cosa fanno le Asl e gli ispettori incaricati a vario titolo di vigilare sulla gestione dei centri? Nel settore c’è oltretutto grande confusione. Accanto alle Rsa (residenze assistenziali per anziani), pubbliche e convenzionate, che fanno parte del sistema sanitario nazionale e che dovrebbero essere più affidabili. Esistono case di riposo non sanitarie, di competenza dei Comuni. «Terra di nessuno, hotel senza stelle», li definisce Jessica Faroni, presidente dell’associazione ospedalità privata del Lazio (Aiop). «Anche nel campo dell’handicap mentale è così. Accanto a una rete di strutture di assistenza e riabilitazione di pertinenza Asl esiste un mondo di semiclandestinità dove finiscono i più sfortunati degli sfortunati. Spesso le famiglie non possono permettersi il pagamento delle rette, e mi riferisco alle Rsa: circa 1800 euro al mese, pochi gli esenti».

I centri abusivi

L’effetto è l’aumento del ricorso ai centri abusivi. La lettura dell’home page del Villaggio Eugenio Litta, di Grottaferrata fa traballare ogni certezza: «Istituto di riabilitazione che persegue finalità e prospettive terapeutiche nei campi della riabilitazione neuromotoria, psicofisica e sensoriale…Ha ricevuto l’accreditamento istituzionale definitivo dalla Regione Lazio nel 2013. Garantisce il diritto al rispetto della dignità personale degli utenti, la riservatezza e l’identificazione del personale dedicato ai pazienti». Eppoi immagini di una residenza accogliente, ambulatori e stanze confortevoli, operatori sorridenti. Ricordiamolo nuovamente. Qui l’8 febbraio, 16 ragazzi picchiati, mortificati e violati da chi li avrebbe dovuti proteggere, e presi scopettate da una donna delle pulizie.

La legge in Senato

In Senato è in discussione da un anno una legge proposta dal ministro Lorenzin e approvata dal Consiglio dei ministri nel 2014. Tra l’altro prevede di aumentare di un terzo le sanzioni penali a carico di chi abusa e maltratta anziani e disabili ricoverati in strutture dedicate. Non risolverebbe il problema ma almeno le nuove norme potrebbero costituire un deterrente. La Lorenzi non perde occasione per elogiare l’azione dei Nas e spronare i parlamentari a non perdere altro tempo. Ora il provvedimento è all’esame della Commissione Sanità del Senato e aspetta di andare in aula per il primo voto.

 

FONTE: http://roma.corriere.it/notizie/cronaca/16_febbraio_21/anziani-disabili-maltrattati-controlli-tappeto-centri-lager-67d043ec-d8cd-11e5-842d-faa039f37e46.shtml

 

 

Dal 2015, 51 persone si sono ammalate di meningite di vari ceppi, undici sono morte. Quello che sta succedendo in Toscana preoccupa e solleva tanti interrogativi. Sulla virulenza del germe, sui motivi della concentrazione di casi in un’area specifica, ma anche sull’eventualità di una diffusione e sui vaccini necessari per scongiurarla. Per chiarire i meccanismi e fare il punto sulla situazione abbiamo sentito Gianni Rezza, direttore del dipartimento Malattie infettive dell’Istituto superiore di sanità.

 

Cosa è la meningite. È un’infezione che interessa il sistema nervoso, in particolare le meningi che sono il rivestimento. Può essere determinata da virus o batteri: i più aggressivi sono i batteri. Tra questi, il meningococco C e B.

 

Come si riconosce. La malattia ha una progressione in molti casi rapidissima. Si manifesta in genere con un febbrone improvviso, un forte mal di testa, rigidità del collo e nuca. Oppure con macchioline sulla pelle. Il rischio è non riconoscere subito i sintomi che si possono confondere in alcuni casi con quelli dell’influenza. Le vaccinazioni, allora, diventano fondamentali per contrastarne la diffusione.

 

La diffusione in italia. Secondo dati dell’Istituto superiore di sanità, nel 2014 ci sono stati 163 casi di malattia invasiva da meningococco (0,27 casi per 100mila). Tra 2011 e 2014 l’andamento è stato stabile. Invece, dai dati del 2015, ancora provvisori, emerge un aumento di casi di meningococco di tipo C in giovani adulti (dei 23 che si sono verificati tra 18 e 34 anni, 18 sono stati in Toscana). C’è stato un lieve aumento anche in Lombardia. Il sierogruppo più frequente tra 2011 e 2014 è stato il tipo B, a seguire C e Y.

 

Caso Toscana: focolaio isolato? In Toscana si continuano a registrare casi tra gli adulti e gli anziani . C’è il rischio che il focolaio si allarghi?  «È difficile dirlo – dice Gianni Rezza –. Da un anno a oggi il fenomeno è locale, ristretto tra Firenze Prato Empoli e Pistoia. Ci si poteva aspettare un allargamento per contiguità o distanza, ma non è avvenuto. Si suppone che nella zona ci sia una circolazione più elevata di un ceppo particolare di meningococco C, il sottotipo St11, molto aggressivo. Se ne  registrano casi sporadici in Italia e in Europa, non si capisce come sia arrivato e perché si sia concentrato in un’area precisa della Toscana». La Regione ha cominciato da tempo a vaccinare i bambini di un anno e a richiamare gli adolescenti. A oggi nell’area interessata la vaccinazione è gratuita dagli undici anni in poi, in genere la quadrivalente per i giovani e la monovalente (C) per gli adulti. «Il registrarsi di casi tra gli adulti è strano perché quando si vaccinano gli adolescenti, oltre allaprotezione de i singoli si contribuisce a creare un'immunità di gregge», dice Rezza. Evidentemente la protezione dei più piccoli non è bastata a garantire quella di adulti e anziani.

 

I ceppi e i tre vaccini (A, B, quadrivalente). Quali sono i ceppi da cui oggi in Italia è più urgente difendersi? «Il tipo C che con la vaccinazione dei bambini si pensava sotto controllo di fatto è quello che sta causando il focolaio in Toscana - spiega Rezza-. Il B è quello più comune da quando esiste la vaccinazione contro il C. Esiste, dal primo gennaio 2014, un vaccino mirato a contrastarlo. Poi ci sono sierogruppi come A, Y, W.  Il primo circola in Africa o in Est Europa; il secondo sta un po’ aumentando in Italia e nell’Est Europa; il terzo ogni tanto compare in Europa. Contro questi tre e contro il C è stato messo a punto un vaccino quadrivalente.

 

Obbligatorietà. I vaccini contro la meningite sono raccomandati e non obbligatori. «L’obbligatorietà – spiega Rezza – dipende dall’epoca storica in cui sono stati introdotti».

 

I costi. Non tutti i vaccini contro la meningite sono gratuiti, almeno non in tutte le Regioni. È il caso di quello messo a punto contro il meningococco B. È caro, anche considerando che richiede più dosi. «È nuovo, è stato inserito nel Piano nazionale della prevenzione vaccinale 2016-2018, al momento non ancora approvato», spiega Rezza. Una volta inserito nel calendario nazionale dei vaccini, dovrebbe essere erogato gratuitamente dal Servizio sanitario nazionale. Al momento solo Basilicata, Puglia, Veneto, Toscana, Sicilia, Liguria, Friuli Venezia Giulia lo somministrano gratuitamente.

 

Gli adulti. «A un adulto vaccinarsi male non fa – dice Rezza –. Là dove c’è un focolaio come accade in Toscana, dove vengono colpiti soprattutto adulti ed anziani, sicuramente è consigliato».

 

Consigli. Ma da medico quali vaccini contro la meningite consiglia ai genitori? «Sicuramente il C, secondo il calendario nazionale nel primo anno di vita;

il il B laddove la Regione lo ha introdotto, sempre nel primo anno di vita, quando il rischio di contrarre la meningite è più alto. Il quadrivalente quando si fa un richiamo o in adolescenza, epoca in cui si viaggia».

 

FONTE: http://ilpiccolo.gelocal.it/italia-mondo/2016/02/18/news/meningite-cosa-bisogna-sapere-1.12980147?fsp=2.2519&refresh_ce

 

 

Un apparecchietto elettronico grande quanto un fagiolo conficcato nell’orecchio può salvare il mondo dall’epidemia globale di demenza negli anziani? Probabilmente sì, considerato che il declino cognitivo in un caso su tre è legato alla perdita dell’udito. A sostenerlo è Frank Robert Lin, ricercatore presso la Johns Hopkins University di Baltimora, che dal palco del convegno della Società americana per l’avanzamento delle scienze a Washington ha rivolto un appello affinchè i sistemi sanitari intervengano per facilitare l’accesso dei pazienti alle protesi uditive, ancora molto costose e non facilmente abbordabili da tutti.

 

Secondo i dati snocciolati da Lin, esperto in geriatria e otorinolaringoiatria, il 36% dei casi di demenza negli anziani è legato alla perdita dell’udito. Ancora non è chiaro quale sia il sottile filo rosso che lega queste due condizioni, ma ricerche precedenti hanno già dimostrato che non sentire bene accelera l’invecchiamento del cervello portando addirittura alla perdita di materia grigia. Sforzarsi per capire suoni e voci, infatti, genera un forte stress nel cervello e impoverisce quelle aree che sono legate al linguaggio e alla memoria operativa, le stesse coinvolte nell’insorgenza dell’Alzheimer.

 

«Molti medici non intervengono perché condiserano la perdita dell’udito come una conseguenza inevitabile dell’invecchiamento – dice Lin – ma sappiamo che intervenendo precocemente potremmo ridurre in maniera significativa il rischio di declino cognitivo e demenza». Per dimostrarlo con dati alla mano, il ricercatore ha avviato un ampio studio su 800 anziani che verranno seguiti per 5 anni: un gruppo riceverà un trattamento d’avanguardia per recuperare l’udito, mentre un secondo gruppo continuerà a condurre la sua vita regolare. «Se è davvero possibile fare la differenza trattando precocemente l’ipoacusia, lo sapremo fra pochi anni», conclude Lin.

 

FONTE: http://www.ok-salute.it/psiche-e-cervello/anziani-lapparecchio-acustico-puo-salvare-il-cervello/

 

Diffuse ma ancora sottostimate e poco conosciute. È la realtà delle malattie reumatiche come l’artrite, l’artrosi, il lupus, la sclerosi sistemica, la gotta che in Italia colpiscono oltre 5 milioni di persone, in preferenza donne e in un caso su cinque in forma grave. Invalidanti, «costose» in termini assistenziali, sociali e di qualità di vita, queste patologie rappresentano in Europa la prima causa di dolore e di disabilità fra la popolazione over 65.

 

Progetti

 

Cinque i progetti di ricerca, sviluppati dalla Società Italiana di reumatologia (SIR), per aumentare l’attenzione alle malattie reumatiche i cui numeri, costi diretti e indiretti sono stimati in crescita nei prossimi anni a causa dell’allungamento della vita media e dell’incremento dell’obesità, uno fra i potenziali fattori di rischio e aggravanti della malattia . Obiettivi comuni de progetti: promuovere la ricerca clinica sulle malattie reumatiche; arrivare, dove possibile, ad una diagnosi precoce; testare l’efficacia delle terapie oggi in atto a breve e lungo termine; studiare nuovi farmaci. E una chiara prospettiva: monitorare l’impatto della malattia per migliorare la qualità di vita di chi ne soffre, ma anche istituire dei Registri Nazionali che consentano la gestione e la cura, uniforme e standardizzata, delle svariate malattie reumatiche su tutto il territorio. «Le malattie reumatiche – dichiara Ignazio Olivieri, presidente della SIR - nel 10% dei casi sono causa di invalidità lavorativa totale e permanente dopo due anni dall’insorgenza, nel 30% a cinque anni di distanza e, se non trattate, nel 50% dei casi dopo dieci anni». Percentuali importanti che attestano la necessità di arrivare a una diagnosi precoce e a cure più efficaci.

 

Artrite reumatoide

 

Cinque le malattie reumatiche, più diffuse o più gravi, su cui la SIR intende concentrare gli sforzi dedicando ad ognuna un progetto, il primo è stato battezzato Mitra (Methotrexate in Italian patients with Rheumatoid Arthritis). Obiettivo: l’artrite reumatoide e il trattamento con metotrexate, identificato come farmaco «ancora» dalle recenti Linee Guida dell’Eular (European League Against Rheumatism). Il farmaco, a seconda dei casi, può essere utilizzato da solo o in combinazione con altri medicinali tradizionali (DMARDs - Disease-modifying antirheumatic drugs) per modificare l’evoluzione della malattia, o con i farmaci biologici. Lo scopo dello studio, che arruola pazienti con diagnosi di artrite reumatoide iniziale, è valutare il tempo che intercorre tra l’esordio della malattia, l’inizio del trattamento con Methotrexate e la risposta alla terapia in termine di remissione o di raggiungimento dello stato di bassa attività di malattia nell’arco dei 12 mesi successivi.

 

Lupus eritematoso sistemico

 

Lire (Lupus Italian Registry) è l’acronimo che identifica il lavoro che riguarderà il Lupus.eritematoso sistemico Les) Primo obiettivo: l’istituzione di un registro multicentrico che raccolga le caratteristiche socio-demografiche, cliniche e sierologiche dei pazienti affetti da Lupus eritematoso sistemico trattati nei centri italiani. Non meno importante è l’analisi dell’efficacia e della sicurezza delle terapie attualmente in uso, specie di quelle più innovative (Micofenolato Mofetile, Rituximab, Belimumab) di cui non tutti gli effetti potrebbero essere ancora noti. Attack (Assessing of The diagnosis and TreAtment of Crystal-induced arthritis).

 

Gotta

 

Si rivolge a pazienti affetti dalle cosiddette artriti da microcristalli, quali la gotta e l’artrite da pirofosfato di calcio, due malattie con prevalenza maschile, ma in crescita anche tra le donne. Sebbene svariati studi epidemiologici abbiano identificato queste forme di artriti infiammatorie come quelle più diffuse fra la popolazione italiana, restano sotto-diagnosticate, sotto-trattate o mal trattate a discapito della qualità di vita dei pazienti e di una maggiore esposizione al rischio di eventi avversi ai farmaci. È dunque prioritario arrivare ad una loro migliore conoscenza diagnostica e terapeutica, per sviluppare approcci strategici e nuovi farmaci che consentano una migliore gestione e controllo dell’evoluzione di tali malattie.

 

Sclerosi sistemica

 

Spring sta per Systemic sclerosis Progression InvestiGation. La sclerosi sistemica è una malattia causata da diversi fattori, molti dei quali ancora poco noti. Alla complessità della diagnosi si associa anche la difficoltà di trattamento. Pertanto il progetto mira alla creazione di un registro che attraverso la raccolta dei dati (clinici, di laboratorio e strumentali) di pazienti afferenti ai centri ospedaliero-universitari e territoriali, consenta di studiare la distribuzione geografica della malattia, le sue componenti genetiche e/o ambientali e ogni altra informazione utile a fare chiarezza sulle esistenti criticità dalle fasi iniziali (pre-sclerodermiche) fino alla malattia conclamata.

 

Artrosi

 

Esort ovvero : Early symptomatic Osteoarthiris RegisTer. Sotto indagine l’artrosi, una malattia multifattoriale, strettamente associata al rischio di sovraccarico meccanico e obesità. Tra le malattie reumatiche è forse quella con maggiore espansione nelle diverse fasce di popolazione anche a causa dell’aumento dell’obesità e dell’età media. Il progetto nasce per studiare la storia naturale dell’osteoartrosi, dalle fasi precoci (pre-radiografiche) ai fattori di rischio di progressione, sino all’influenza del trattamento sulla malattia e agli esiti terapeutici a lungo termine. Inoltre il progetto intende promuovere, disegnare, coordinare uno studio internazionale sull’osteoartrosi precoce con lo scopo di ridurre morbilità e costi di questa patologia.

 

FONTE: http://www.corriere.it/salute/reumatologia/16_gennaio_26/artrite-artrosi-lupus-gotta-ricerca-terapie-64029f4a-c43b-11e5-8e0c-7baf441d5d56.shtml

 

Tra i tanti rapporti a tinte fosche che profetizzano un'imminente epidemia della malattia di Alzheimer e altre demenze, nuove ricerche offrono un promettente cambio di prospettiva. Recenti studi condotti in Nord America, nel Regno Unito e in Europa indicano che in alcuni paesi ricchi il rischio di demenza tra gli anziani è costantemente diminuito negli ultimi 25 anni.

 

Se fosse dovuta a fattori che intervengono nel corso della vita come la costituzione di una “riserva di cervello” e il mantenimento della salute cardiaca, come ipotizzano alcuni esperti, questa tendenza potrebbe confermare che mantenersi mentalmente impegnati e assumere farmaci per il controllo del colesterolo sono misure preventive efficaci.

 

A prima vista, il messaggio complessivo potrebbe confondere. La maggiore aspettativa di vita e il crollo della natalità stanno facendo aumentare la popolazione anziana globale. “Se ci sono più persone di 85 anni, è quasi certo che ci saranno più malattie legate all'età”, spiega Ken Langa, professore di medicina interna dell'Università del Michigan. Secondo il World Alzheimer Report 2015, in tutto il mondo l'anno scorso 46,8 milioni di persone hanno sofferto di demenza, e ci si aspetta che loro numero raddoppi nei prossimi 20 anni.

 

Guardando più da vicino, tuttavia, i nuovi studi epidemiologici rivelano un andamento che può lasciare spazio alla speranza. “Le analisi condotte nell'ultimo decennio in Stati Uniti, Canada, Regno Unito, Paesi Bassi, Svezia e Danimarca indicano che un soggetto di età compresa tra 75 e 85 anni ha un un minor rischio di avere l'Alzheimer oggi rispetto a 15 o 20 anni fa”, ha spiegato Langa, che ha discusso la ricerca sulla diminuzione dei tassi di demenza in un articolo apparso nel 2015 su “Alzheimer’s Research & Therapy”.

 

La prova più evidente emerge dal Cognitive Function and Aging Study (CFAS), guidato da Carol Brayne, docente di medicina dell'Università di Cambridge. Lo studio ha monitorato adulti britannici di età maggiore di 65 anni di tre città negli anni novanta e nuovamente nel 2010.

 

Durante quel periodo, i tassi di demenza nella popolazione più anziana sono diminuiti del 24 per cento in termini relativi, e dall'8,3 al 6,5 per cento in termini assoluti. In altre parole, se nello stesso periodo la frequenza delle demenze nei senior fosse rimasta la stessa, ci sarebbero state 214.000 persone con demenza in più oltre le 670.000 documentate.

 

Gli studi in Canada, così come nei Paesi Bassi, in Svezia e in altre parti d'Europa, indicano anche che il rischio di demenza è diminuito negli ultimi decenni. Langa e colleghi hanno riferito su “Alzheimer’s & Dementia” che negli Stati Uniti la percentuale di adulti oltre i 70 anni di età con deficit cognitivo è diminuita dal 12,2 all'8,7 per cento tra il 1993 e il 2002. I soggetti erano parte di uno studio longitudinale finanziato dal National Institute on Aging (NIA), che ha monitorato un campione rappresentativo di 20.000 adulti ogni due anni.

 

Eppure, altre ricerche non non confermano questa tendenza. Uno studio guidato da Denis Evans, direttore del Rush Institute for Healthy Aging di Chicago manda un messaggio più equilibrato. Evans e colleghi hanno stimato i nuovi casi di Alzheimer tra il 1997 e il 2008 e non hanno trovato alcun cambiamento nel tempo. Un altro studio ha stimato, sulla base dei dati del Census Bureau degli Stati Uniti, che il numero di persone con Alzheimer approssimativamente triplicherà entro il 2050 e la percentuale di anziani con demenza tenderà ad aumentare.

 

Tutto considerato, Langa concorda sul fatto che sia molto probabile che a causa della maggiore aspettativa di vita, il numero assoluto di persone con Alzheimer e altre forme di demenza salirà nei prossimi anni. Egli nota tuttavia che se il rischio di demenza di un adulto anziano continua a diminuire, come si è verificato in alcuni paesi sviluppati negli ultimi decenni, “l'incremento nel numero di casi può essere un po' meno sorprendente di quello che sarebbe stato se il rischio fosse rimasto lo stesso”.

 

I differenti risultati potrebbero derivare dalle differenti premesse: Evans assume che il numero di nuovi casi di demenza rimarranno gli stessi nei prossimi decenni, mentre Langa tiene in considerazione la possibilità che il rischio di demenza potrebbe diminuire a causa dei cambiamenti negli stili di vita e nelle misure di prevenzione nell'ultimo quarto di secolo.

 

Che cosa potrebbe causare il trend verso la diminuzione della frequenza di demenza? Anche se la questione non può trovare una risposta definitiva, altre analisi hanno collegato il fenomeno a un migliore controllo dei fattori di rischio cardiovascolare, come l'ipertensione e un elevato livello di colesterolo, alla costruzione di una “riserva cognitiva” conseguente a un più elevato livello di scolarità. Le persone con patologie croniche, tuttavia, contribuiscono a complicare il quadro. I soggetti con diabete di tipo 2, per esempio, sono a più elevato rischio di demenza. Alla luce dell'incremento dei livelli di diabete e di obesità, è possibile che queste condizioni possano compensare o addirittura sovra-compensare la tendenza al miglioramento, spiega Langa.

 

In questi studi epidemiologici, inoltre, il numero di casi riportati di demenza potrebbe essere influenzato artificiosamente da diversi fattori. Il primo è semplicemente la crescente consapevolezza della malattia di Alzheimer, che aumenta la probabilità che i medici pongano questa diagnosi rispetto ad alcuni decenni fa, anche a parità di deficit cognitivo. E potrebbe anche essere più probabile che gli stessi medici indichino l'Alzheimer come causa di decesso nei certificati di morte.

 

In secondo luogo, la ricerca nel campo del neuroimaging e la ricerca di base tese a identificare potenziali trattamenti sta spostando l'attenzione verso le fasi precoci dell'evoluzione della malattia, nella convinzione che intervenire precocemente sia la più grande chance per le persone che ancora non patiscono un deficit troppo grave. Per l'Alzheimer non esistono cure, anche se alcuni farmaci possono alleviarne i sintomi. “Dal punto di vista clinico, il concetto di sindrome da demenza è cambiata”, dice Brayne. “Utilizzando gli attuali criteri, le diagnosi avvengono a uno stadio molto più precoce”.

 

Anche se è plausibile un'influenza dell'aumentata consapevolezza della malattia e dei cambiamenti negli standard diagnostici, i maggiori problemi con la valutazione della demenza potrebbero essere di tipo metodologico, spiega John Haaga, vicedirettore del NIA per la ricerca comportamentale e sociale. Diversi laboratori utilizzano differenti misure, e a distanza di 15 anni lo stesso gruppo potrebbe utilizzare due misure diverse. “Quanta parte del cambiamento è reale e quanta parte è dovuta alle differenze di misurazione?”, si chiede Haaga.

 

Evans vede un problema più profondo negli studi epidemiologici sulle malattie croniche nei pazienti anziani. Anche se la malattia viene catalogata in modo binario, cioè come presente o non presente, le cause sottostanti sono spesso un processo continuo. “Quando si diagnostica la malattia di Alzheimer, si stabilisce un valore di soglia su una curva della funzione cognitiva, che ha una forma a campana”, spiega Evans. “Il altre parole, si sta separando la 'coda' della curva dei casi di Alzheimer da quella dei casi non-Alzheimer; ora, porre il valore di soglia nello stesso punto ogni volta è difficile: anche ricercatori ben addestrati possono fare cose diverse in momenti differenti”, spiega Evans. Inoltre, poiché il punto si trova in un punto della curva molto pendente, “anche una piccola differenza nel punto scelto può fare una grande differenza nel modo in cui si distinguono le due parti della curva”

 

Haaga ritiene che, complessivamente, i dati epidemiologici stiano migliorando. “Mentre nel passato spesso estrapolavamo dati da piccoli campioni, stiamo iniziando ora a parlare di trend in popolazioni nazionali”. In più, sono in corso progetti per armonizzare gli insiemi di dati, il che dovrebbe rendere più facile il confronto di risultati di differenti studi. Questo diventerà particolarmente importante via via che saranno disponibili dati di altre parti del mondo, come i paesi sviluppati, dove si prevedere che la crescita relativa dei casi di demenza supererà quella delle nazioni a elevato reddito.

 

Due terzi (66 per cento) delle persone con demenza vivono nei paesi a basso e medio reddito, dove sono stati condotti meno del 10 per cento degli studi di popolazione. Come suggerisce il nome, lo studio 10/66 sta analizzando i trend della demenza e dell'invecchiamento in queste regioni. In India, per esempio, le persone non vivono a lungo quanto i cittadini di molti paesi sviluppati, ma l'aspettativa di vita cresce costantemente, determinando un più brusco aumento del numero di casi di demenza tra gli anziani. "Per avere l'Alzheimer o altre demenze, devi vivere abbastanza a lungo", dice Langa.

 

Ma i cambiamenti nell'aspettativa di vita possono avere effetti differenti su diverse malattie. Eileen Crimmins, gerontologa della University of Southern California, studia in che modo l'aspettativa di vita influenza il carico delle malattie croniche, misurato dal momento in cui una persona ha bisogno di aiuto e di cure. Due fattori contribuiscono a questo fenomeno: le variazioni nella mortalità e le variazioni nell'età d'insorgenza della malattia.

 

"Ritardando la morte, è possibile ritrovarsi con più persone malate per un tempo più lungo", ha detto Crimmins a "Scientific American". "Questo è quanto è successo con le malattie cardiache". Attualmente negli Stati Uniti, sempre più persone sono affette da cardiopatie rispetto a decenni fa, anche se la mortalità per malattie cardiache sono diminuiti. i trend di mortalità e d'insorgenza delle malattie, tuttavia, hanno avuto un ruolo più favorevole per la demenza. Al giorno d'oggi, il numero delle persone con un deficit cognitivo e inferiore, e le persone non vivono più a lungo con deterioramento cognitivo, spiega Crimmins.

 

Crimmins, Brayne e Langa discuteranno le ricerche sul crollo del rischio di demenza in un incontro il 13 febbraio in occasione della riunione annuale dell'American Association for the Advancement of Science a Washington. “La tendenza è interessante", sottolinea Haaga, che modererà l'incontro. “Tuttavia, non voglio dare l'impressione che in qualche modo il problema ora sia risolto”. Anche se la demenza si riscontra in percentuali sempre più basse nella popolazione anziana, che è sempre più ampia, spiega Haaga, il morbo di Alzheimer "è già la malattia più costosa negli Stati Uniti, e i suoi costi continueranno a crescere".

 

In tutto il mondo, il costo della demenza nel 2015 è stato stimato in 818 miliardi di dollari. Entro il 2030, si prevede che diventerà una malattia da 2000 miliardi di dollari. Per quanto riguarda il rischio individuale, tuttavia, "le cose non stanno peggiorando", spiega Crimmins. "Anche se si tratta solo dell'inizio di una tendenza, la probabilità che ciascuno di noi vada incontro a demenza diventa sempre più piccola”.

 

FONTE: http://www.lescienze.it/news/2016/02/06/news/tendenza_diminuzione_demenza_mondo-2960821/

 

 

 

La Giornata mondiale per la lotta contro il cancro – celebrata il 4 febbraio - deve essere occasione per ricordare l'importanza delle vaccinazioni. I tumori e le terapie per sconfiggerli causano infatti immunodepressione: una condizione che accomuna soprattutto i pazienti con più di 65 anni. L'International federation of ageing-IFA, osservatore permanente presso l'Organizzazione delle Nazioni Unite, di cui HappyAgeing è membro, ha lanciato una campagna internazionale di sensibilizzazione per diffondere le immunizzazioni tra gli anziani.

 

Anche in Italia l'invecchiamento generale della popolazione rappresenta un'importante sfida per la sostenibilità del nostro Servizio sanitario nazionale. E' necessario e urgente potenziare gli investimenti dedicati alle campagne vaccinali: operazioni che permettono di ottenere importantissimi risultati in termini di vite salvate e di qualità della vita con poche risorse.

 

“Ostacolare la somministrazione dei vaccini negli anziani, nei bambini e nelle categorie considerate più fragili – evidenzia Marco Magheri, direttore dell'Alleanza italiana per l'invecchiamento attivo HappyAgeing - vuol dire assumere un atteggiamento ipocrita nei confronti della lotta ai tumori.

 

I progressi realizzati nella cura del cancro non possono essere vanificati da politiche miopi e interessate, tese a ignorare e ad esporre le persone colpite da un tumore, e pertanto potenzialmente immunodepresse, a patologie evitabili. Che sia per ignoranza, per malafede o per interessi economici diretti, chi frena la diffusione delle vaccinazioni non ha scusanti”.

 

Il Piano Nazionale di Prevenzione Vaccinale è pronto da mesi ma è ancora incomprensibilmente fermo, malgrado l'impegno del Ministero e delle Regioni – sottolinea Michele Conversano, Presidente di HappyAgeing e Direttore del Dipartimento di Prevenzione dell'ASL di Taranto – L'Organizzazione Mondiale della Sanità ha più volte richiamato l'Italia sul calo della copertura vaccinale di bambini e anziani, con la conseguente ricomparsa di malattie che faticosamente avevamo praticamente debellato e alle quali le persone immunodepresse sono maggiormente esposte."

 

FONTE: http://www.osservatoriomalattierare.it/attualita/9894-cancro-incoraggiare-le-vaccinazioni-per-scongiurare-complicanze-evitabili

 

Chi l’ha detto che un trauma cranico non lascia conseguenze? Secondo uno studio pubblicato dalla prestigiosa rivista Neurology, ad opera dei ricercatori dell’Imperial College di Londra, i traumi subiti alla testa possono aumentare la probabilità di andare incontro a demenza senile e Alzheimer attraverso la formazione di placche amiloidi nel cervello. Un risultato, seppur preliminare e ottenuto su un numero molto piccolo di persone, potrebbe essere sfruttato in futuro nella prevenzione di queste malattie.

 

Ventisei milioni di malati nel mondo, 800 mila soltanto in Italia. Numeri che, secondo gli esperti, sono destinati a crescere sempre di più, complice l’innalzamento dell’aspettativa di vita media. E’ questa la radiografia del morbo di Alzheimer. Per gli scienziati il principale responsabile della patologia sarebbe una forma alterata della proteina beta amiloide. Questa, proprio perché aberrante, si accumulerebbe nel cervello sotto forma di placche causando la morte dei neuroni.

 

Ed proprio sulla formazione di queste placche amiloidi che si è concentrata l’attenzione dei ricercatori inglesi. Precedenti studi hanno dimostrato che in seguito ad un forte trauma cranico nel cervello è possibile rilevarne la presenza mediante risonanza magnetica. Altri studi epidemiologici hanno rilevato che le persone che hanno subito un trauma cranico sono maggiormente predisposte a sviluppare demenza senile. Partendo da questa evidenza gli autori dello studio hanno voluto verificare se a distanza di anni dal trauma il cervello mostra ancora i segni del colpo subito.

 

Dalle analisi, effettuate su un campione ristretto di persone sane, malate di Alzheimer e in buona salute ma con un passato di «trauma cranico» è emerso che anche a distanza di 10 anni è possibile riscontrare la presenza di quelle placche già rilevate immediatamente dopo l’incidente. Attenzione però a interpretare i risultati: il dato non indica che chi ha subito un trauma necessariamente va incontro a demenza senile. Il risultato, anche se dovrà essere confermato su un più ampio numero di casi, fornirà indicazioni utili ai ricercatori sulle persone a rischio e potrà essere utilizzato per cercare -quando saranno disponibili i farmaci- di rallentare il più possibile la formazione di queste placche in seguito ad un incidente.

 

FONTE: https://www.lastampa.it/2016/02/04/scienza/benessere/i-traumi-cranici-aumentano-il-rischio-di-alzheimer-s29FITly4u4wOAvz7YFEpO/pagina.html

 

Nell'attesa dell'avanzata di robot umanoidi-badanti, alla Scuola Superiore Sant'Anna si lavora a un robot capace di fornire assistenza domiciliare a persone affette da deterioramento cognitivo lieve, a Bologna all'interno del Centro Interdipartimentale per la Ricerca Industriale in Scienze della Vita e Tecnologie per la Salute, è attivo il laboratorio “Eng4Health&Wellbeing” che progetta dispositivi per migliorare l'attività motoria negli anziani. 

Lorenzo Chiari, professore di Ingegneria Biomedica e direttore del laboratorio, è anche tra i soci fondatori dello spin off mHealth Technologies. La startup, pluripremiata, ha messo a punto Gait Tutor, un fisioterapista virtuale, che rileva e monitora i movimenti attraverso dei sensori inerziali e, con una app, fornisce un tutoraggio costante alle persone con disabilità. Il tutor è solo il primo di tanti progetti a servizio della terza età in fase di realizzazione al C.I.R.I resi possibili dai contributi europei e dalla regione. Il prossimo passo, ci racconta il prof. Chiari, è l'elaborazione di un algoritmo che, partendo dall'analisi dei dati raccolti sul movimento, possa valutare e quindi prevenire il rischio di cadute e l'insorgenza di malattie senili quali Parkison e l'Alzheimer. “Un lavoro questo possibile solo nei centri di ricerca. Tutte le apparecchiature in commercio, per quanto tecnologicamente valide, provocano un numero elevato di falsi allarmi poiché sono basati su dati raccolti da simulazioni. Il nostro algoritmo, sperimentato in Norvegia e Trentino, invece ha come fulcro elementi reali. L'Italia è all'avanguardia su questi studi e proprio per questo Bologna il prossimo mese ospiterà il festival internazionale “Eu falls” dove verranno illustrate le buone pratiche sperimentate nei centri di eccellenza da trasferire a operatori sanitari, medici, industriali e rappresentanti politici”. Il business è anche qui.

FONTE: http://www.ilsole24ore.com/art/tecnologie/2016-01-29/gait-tutor-dispositivo-migliorare-attivita-motoria-anziani-105326.shtml?uuid=ACTJMoJC

 

È una scoperta che potrebbe cambiare il paradigma per la diagnosi precoce e la terapia dei tumori. È l’osservazione, per la prima volta in diretta, della nascita di un tumore e la sua progressiva diffusione in un animale vivo. La malattia prende il via da una singola cellula impazzita che, credendosi di nuovo bambina, attiva per errore i geni normalmente accesi nelle cellule staminali durante lo sviluppo embrionale. Lo studio, pubblicato su Science, è stato elaborato dai ricercatori del Boston Children’s Hospital.

 

Protagonisti degli esperimenti sono i pesci zebra, usati come modello per riprodurre in laboratorio la nascita e la progressione del melanoma umano. I ricercatori hanno modificato il Dna degli animali in modo da introdurre le mutazioni responsabili nell’uomo del tumore della pelle. Poi hanno inserito un gene ‘spia’, che si accende (producendo una proteina fluorescente verde) solo quando nel Dna si attivano i geni tipici delle cellule bambine, le staminali.

 

Per 30 volte, in 30 pesci differenti, i ricercatori hanno visto comparire dei puntini verdi fluorescenti. “Seguendo la loro evoluzione – raccontano – abbiamo osservato che si sono trasformati in tumore nel 100% dei casi”. In due pesci, i ricercatori sono riusciti a osservare perfino la primissima cellula del tumore colorata di verde. Questi risultati dimostrano che tra le tante cellule dell’organismo che possono presentare mutazioni genetiche associate al cancro, solo alcune diventano tumorali: sono quelle che vanno incontro ad una ‘crisi di identità‘ e, credendosi ancora bambine, attivano un programma genetico tipico dello sviluppo embrionale e cominciano a moltiplicarsi in modo incontrollato. I biologi intendono prendere di mira questi geni per sviluppare nuovi test per la diagnosi precoce e nuove terapie che spengano il tumore sul nascere.

 

FONTE: http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/02/02/cancro-osservata-in-diretta-la-nascita-di-un-tumore-e-la-sua-diffusione/2427115/

 

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