La NOSTRA badante a casa TUA

Il matrimonio protegge la salute degli anziani. Solo degli uomini però: secondo una ricerca italiana condotta presso l’Università di Padova e pubblicata sul Journal of Women’s Health, i maschi over-65 sposati sono (rispetto ai coetanei celibi o vedovi) meno a rischio rispetto a malattie croniche, disabilità e morte. Invece le donne della stessa età che hanno perso il consorte appaiono, di contro, più “forti” delle coetanee che hanno ancora il marito accanto: le vedove soffrono meno di malattie croniche e hanno un ridotto rischio di morte.

 

I dati dello studio su 2mila anziani

 

I ricercatori padovani hanno considerato i dati relativi a quasi 2mila anziani inseriti nel “Progetto Veneto Anziani” e misurato il grado di “fragilità” mettendolo in relazione al loro stato civile. La “fragilità” è una condizione che si misura attraverso alcuni parametri fisici tra cui la velocità della camminata, la forza della presa della mano, l’autonomia nelle attività quotidiane ed è uno specchio del rischio di morte e disabilità.

Riguardo al risultato differente rispetto ai sessi è probabile, ipotizzano i ricercatori, che sia la conseguenza diretta del fatto che la vita coniugale tende a essere più gravosa e stressante per la donna anziana che tradizionalmente tiene “le redini” della gestione domestica occupandosi oltre che del coniuge, anche dei parenti più prossimi.

 

In Italia le donne penalizzate nella gestione domestica

 

Peraltro l’Italia secondo l’ultimo rapporto Ocse è il Paese dove le donne lavorano di più: ogni giorno 326 minuti più degli uomini. Lavori domestici e di cura, casa, figli e genitori anziani. La media Ocse è molto inferiore: 131 minuti secondo il recente dato emesso dall’Organizzazione per la Cooperazione e lo sviluppo. In particolare ogni donna in Italia dedica 36 ore la settimana ai lavori domestici, mentre gli uomini non vanno oltre le 14. Sono 22 ore di differenza: il divario maggiore tra tutti i Paesi industrializzati. Il «doppio fardello delle donne», dice l’Organizzazione riferendosi anche alle ore di lavoro fuori casa, può dare origine a «riduzione del tempo a propria disposizione e stress, con effetti negativi sulla qualità della vota e sulla salute».

 

FONTE: http://www.corriere.it/salute/16_aprile_26/gli-anziani-vedovi-diventano-piu-cagionevoli-salute-donne-no-e281f8a8-0bbb-11e6-a8d3-4c904844517f.shtml

 

In molti anziani solo il pensiero di poter soffrire un giorno di demenza genera ansia, anzi terrore. Cresce la paura di perdere la memoria, il timore di compiere atti inconsulti, di mettere in una pentola accesa delle verdure, accendendo il gas, ma dimenticando di aggiungere l'acqua per una zuppa. Uscire di casa e non ricordarsi più la strada del ritorno. Si teme la perdita della propria autonomia, l'isolamento, la fine della vita attiva.

 

In Italia soffrono di demenza oltre un milione di anziani. Fanno parte soprattutto degli Over 65, ben 13 milioni di persone, pari al 21,7% della popolazione totale. Le demenze rappresentano le sindromi psichiatriche più comuni: una causa importante di disabilità che, solo nel nostro Paese, fa registrare costi socio-sanitari per 10-12 miliardi di euro l'anno. Per favorirne una gestione appropriata, promuovendo sul territorio la conoscenza e l'applicazione degli obiettivi del Piano Nazionale Demenze, l'Associazione Italiana Psicogeriatria (AIP - presidente Marco Trabucchi) avvia un ambizioso programma di formazione: 13 eventi residenziali previsti da maggio a ottobre, in 13 regioni italiane, per coinvolgere oltre 600 medici sul territorio. L'annuncio è stato dato a Furenze al XVI Congresso nazionale AIP. La società scientifica che raggruppa medici neurologi, psichiatri, geriatri e psicologi attorno alle tematiche della fragilità dell'anziano, in particolare quelle che vedono una importante componente cerebrale. É composta da oltre 2.000 soci provenienti da tutta Italia.

 

ll progressivo invecchiamento della popolazione ha comportato un sensibile aumento dei disturbi cognitivo-comportamentali di natura neurodegenerativa, destinati ad acquisire in futuro sempre più rilevanza. Tra le sindromi psichiatriche più comuni vi sono le demenze (600mila con morbo di Alzheimer), hanno una prevalenza del 5-8% negli over 65 e, in circa il 15-25% dei casi, possono associarsi a depressione. Nella presa in carico del malato di demenza, dal riconoscimento dei primi sintomi al trattamento a lungo termine, il medico di famiglia è una figura cruciale: presentargli i contenuti e le finalità del Piano nazionale Demenze, educarlo a un corretto approccio diagnostico-terapeutico e renderlo consapevole del suo ruolo centrale nella rete integrata dei servizi sono gli obiettivi che si pone il progetto formativo.

 

Le demenze sono sindromi degenerative che colpiscono la memoria, il pensiero, il comportamento e la capacità di svolgere le attività quotidiane. Il loro carattere progressivo rende necessaria una diagnosi tempestiva, che consenta di attivare interventi farmacologici e psico-sociali volti a rallentare l'evoluzione della malattia e contenerne i disturbi. Non fanno parte del normale processo di invecchiamento, ma sono malattie da affrontare con determinazione, combattendo il fatalismo ancora presenti nelle famiglie, nella società e talvolta tra gli stessi operatori sanitari. Partendo da queste considerazioni, il 30 ottobre 2014 la Conferenza Unificata ha approvato l'accordo tra governo e regioni Piano nazionale Demenze che, puntando ad una gestione integrata e multidisciplinare, vuol fornire indicazioni strategiche per migliorare e uniformare la qualità dell'assistenza in Italia: dalle terapie al sostegno e all'accompagnamento del malato e dei caregiver, durante tutto il percorso di cura. L'attività del medico di famiglia è fondamentale.

 

FONTE: http://www.ilgiornale.it/news/salute/demenza-fa-sempre-pi-paura-1251367.html

Non solo mal di vivere. La depressione mette un freno anche al cervello. Esplode nella vita delle persone e ha l'impatto di un tumore dell'anima e della mente: da un lato ruba le emozioni e dall'altro atrofizza anche le performance  dell'intelletto con un calo di attenzione, memoria e concentrazione e un blocco della capacità decisionale e di problem solving. Un aspetto inizialmente "non tanto considerato clinicamente, ma negli ultimi anni - spiega durante un incontro a Milano Claudio Mencacci, direttore del Dipartimento di neuroscienze dell'Asst Fatebenefratelli Sacco del capoluogo lombardo e presidente della Società italiana di psichiatria (Sip) - si è visto che è presente fin dal primo episodio depressivo e rimane tra i sintomi residui. Tanto che le persone 
possono avere difficoltà a tornare com'erano da un punto di vista cognitivo". 

 

È come se la depressione, prosegue l'esperto, "fosse un punto di frattura. Come se un osso rotto, pur rimesso a posto, non tornasse come prima ma restasse più fragile". E la conseguenza è che chi ha sperimentato la morsa della depressione fa un passo indietro rispetto alla vita, si tiene sull'orlo. Nonostante le implicazioni della malattia, anche in frangenti ad alto rischio "solo un paziente su tre si cura, e fra questi - sottolinea Mencacci - meno della metà si cura in maniera adeguata per tempo e dosi", iniziando comunque le terapie con grave ritardo sulla comparsa dei sintomi. "L'aumento nei consumi di antidepressivi che si rileva resta inferiore al numero di persone che secondo le stime scientifiche si dovrebbero curare". Su questo dato "pesano la vergogna e lo stigma sociale", ma anche "spesso l’incapacità di prendere coscienza dei sintomi" con cui il male si manifesta.

 

I valori del colesterolo considerati nella norma

 

L'organismo ha bisogno di un pò di colesterolo: questa molecola è un fondamentale costituente delle membrane ...

 

"Il passo avanti è far sì che nuove molecole abbiano maggiore efficacia e agiscano anche per alcune aree rimaste finora poco 
evidenziate, ma di grande peso, come il tema della cognitività. Oggi a distanza di 10 anni abbiamo una nuova opportunità terapeutica per le  forme di depressione moderate e severe di adulti e anziani". Unaterapia definita multimodale, in arrivo nelle farmacie italiane nelle prossime settimane, che si comporta come un'arma double face riducendo le manifestazioni della malattia, ma anche garantendo una salvaguardia della sfera affettiva e cognitiva. Messa a punto dalla ricerca dell’azienda danese Lundbeck, la nuova terapia è anche un po' made in Italy, visto che il principio attivo viene prodotto in territorio tricolore, a Padova, per tutto il mondo.

"Come i classici antidepressivi - precisa Giovanni Biggio, professore emerito di Neuropsicofarmacologia all'Università di Cagliari - questa molecola, che si chiama vortioxetina, ha la capacità di aumentare i livelli di serotonina, con effetti benefici sulla sfera affettiva. A questo però si aggiunge anche un’azione agonista e antagonista su diversi recettori della serotonina stessa, con conseguente impatto indiretto e specifico a livello cerebrale sui livelli di altri neurotrasmettitori coinvolti nella depressione".

 

FONTE: http://www.liberoquotidiano.it/news/scienze---tech/11907538/Depressione-sconfitta-per-sempre--La.html

 

 

Che sia un barboncino o un gatto siamese, prendersi cura di un animale domestico sviluppa la capacità di organizzare la vita di un altro essere vivente e ha dei riflessi concreti anche sulla capacità di autogestione. A beneficiarne possono essere persone di tutte le età. Nei giovanissimi, per esempio, occuparsi di un pet aiuta a mantenere sotto controllo i livelli di glucosio nel sangue e costituisce un valido contributo nella gestione del diabete di tipo 1, ovvero quello in cui la mancanza di insulina è legata a fattori autoimmuni. E’ la conclusione a cui sono giunti ricercatori della University of Massachusetts Medical School, negli Stati Uniti. I risultati dello studio controllato sono stati pubblicati nei giorni scorsi sulla rivista Plos One, qui. Il team ha selezionato 223 bambini e ragazzi con diabete mellito di età compresa tra 9 e 19 anni, impegnati regolarmente a prendersi cura di un animale.

 

Sono stati invece esclusi dalla ricerca coloro che, pur avendo un pet a cui erano molto affezionati, non risultavano coinvolti nell’accudimento. I ricercatori hanno quindi messo in relazione la capacità di gestire responsabilmente le esigenze degli amici a quattro zampe con il successo nell’autogestione della malattia cronica. Ne è emerso che i bambini diabetici che si occupano attivamente di almeno un animale domestico hanno 2,5 volte più la probabilità di mantenere sotto controllo i livelli di zucchero nel sangue rispetto a coloro che non lo fanno. In particolare, sottolinea lo studio, la creazione di una routine domestica e la promozione di atteggiamenti di responsabilità educano i giovani a mettere in atto una serie di comportamenti utili, come assumere regolarmente insulina, effettuare misurazioni e fare attività fisica.

 

Ma accudire un pet significa prendersi cura della propria salute anche una volta arrivati alla terza età. Una ricerca di Sic – Sanità in cifre effettuata per Federanziani l’anno scorso, infatti, ha calcolato i benefici che occuparsi di un cane avrebbe sulla salute di una persona anziana diabetica, cardiopatica o depressa. Lo studio ha stimato che combinando interventi sugli stili di vita (camminare, per esempio portando un cane a passeggio) e sull’alimentazione (meno grassi saturi, carne, sale e zucchero e più pesce, verdura e frutta), si produrrebbero benefici effetti sulle condizioni fisiche delle persone affette dalle patologie citate. Comportando, inoltre, un risparmio annuo sulla spesa sanitaria nazionale di circa quattro miliardi di euro. Ce ne siamo occupati qui e qui su 24zampe.

 

FONTE: http://guidominciotti.blog.ilsole24ore.com/2016/05/08/occuparsi-di-un-pet-aiuta-i-giovani-a-controllare-il-diabete-e-gli-anziani-a-star-meglio/?refresh_ce=1

 

"Sono 70mila gli italiani colpiti da sclerosi multipla, e il loro numero è destinato ad aumentare". A confermarlo è Giancarlo Comi, Direttore della Neurologia al San Raffaele di Milano, che però precisa: "Quella con la sclerosi multipla è una sfida in parte vinta", perché grazie alle cure innovative si è trasformata in una patologia cronica, e "il suo modello un giorno potrebbe essere trasferito anche ad altre patologie". 

 

Il professore ne ha parlato oggi a Milano nel presentare il convegno Best Evidences in Multiple Sclerosis (Bems), giunto alla sua quinta edizione. La giornata, organizzata anche con il supporto dell'azienda farmaceutica Teva, ha l'obiettivo di 'fare squadra' tra pazienti ed esperti per trovare nuove soluzioni e migliorare ulteriormente le cure. A soffrire di sclerosi multipla sono soprattutto le donne (due terzi dei pazienti è di sesso femminile), e le sue cause sono ancora in parte sconosciute: "L'aumento dei casi che si registra - dice Comi - è dovuto soprattutto a cause ambientali, come ad esempio un eccesso di sale nella dieta o una carenza di vitamina D". 

 

E che il successo delle terapie abbia modificato profondamente la qualità di vita dei pazienti lo testimoniano perfettamente Raffaella Demattè, responsabile logistica della Pallacanestro Varese, e Chris Wright, cestista americano che gioca da playmaker nella stessa squadra. Perché sia la responsabile che il giocatore hanno la sclerosi multipla, ma la malattia non li ha certo fermati: "Appena me l'hanno disgnosticata - racconta Demattè - ho subito voluto informarmi, perché più conosci una malattia meno paura ne hai. La mia risorsa per superare questa patologia sono state soprattutto le relazioni con le persone che avevo a fianco. La malattia alla fine è diventata una opportunità, per cambiare il mio modo di essere e di approcciare alla vita". Per Chris Wright, invece, è importante sottolineare che "si può essere campioni anche se si ha la sclerosi multipla. Anche se ho questa patologia, semplicemente vado avanti, con molta più determinazione, per non dargliela vinta". 

 

L'esperienza dei pazienti accanto a quella dei medici è proprio uno dei punti di forza del convegno Bems: "Infatti - conclude Roberta Bonardi, senior director business unit innovative di Teva Italia - vuole proprio cercare di dare risposte concrete alle necessità di entrambi. Solo da un confronto costruttivo possono nascere soluzioni concrete che rassicurino da un lato i pazienti e dall'altro permettano agli operatori sanitari di lavorare nelle migliori condizioni possibili".

 

FONTE: http://www.ansa.it/saluteebenessere/notizie/rubriche/speciali/2016/05/05/70mila-italiani-con-sclerosi-multipla-casi-in-aumento_01d9d438-5f1b-4bd3-8bab-41a2308f47d3.html

 

 

Il Chmp ha dato parere positivo per l'approvazione di opicapone, quale farmaco per la terapia del Parkinson in aggiunta alla levodopa e agli inibitori della decarbossilasi periferica (AADCI) in pazienti non adeguatamente controllati da questa combinazione di farmaci. Il prodotto è stato sviluppato dalla portoghese Bial-Portela.

 

Il farmaco ha dimostrato di diminuire in modo significativo l'attività delle catecol-o-metiltransferasi (COMT), aumentare l'esposizione sistemica alla levodopa e migliorare la risposta motoria nei pazienti affetti da malattia di Parkinson (PD). Le COMT sono enzimi che provvedono a degradare la levodopa sia nel sistema nervoso centrale, sia a livello periferico.

 

COME FUNZIONA IL FARMACO

 

Come è noto, dopo decenni d’uso, la levodopa resta il più efficace trattamento sintomatico del PD e il suo effetto dipende dalla biotrasformazione in dopamina nel cervello.

 

La levodopa è sottoposta a una metabolizzazione rapida ed estesa dalla L-aminoacidi aromatici decarbossilasi periferica (AADC) e dalle COMT e, di fatto, solo l’1% di una dose orale di levodopa raggiunge il cervello.Per questo motivo si ricorre usualmente alla cosomministrazione di un inibitore dell’AADC (carbidopa o benserazide) che aumenta la biodisponibilità della levodopa, ma ancora un 90% della dose di levodopa è convertita dalle COMT in 3-0-metil-levodopa (3-OMD) che compete con la levodopa nel trasporto attraverso la barriera ematoencefalica. Pertanto , una strategia aggiuntiva consiste nella somministrazione di un inibitore delle COMT.

 

Opicapone  è un nuovo inibitore delle COMT di terza generazione caratterizzato da alta potenza inibitoria delle COMT senza tossicità cellulare e da un’affinità di legame eccezionalmente elevata che si traduce in un lento tasso costante di dissociazione del complesso e in una lunga durata d’azione in vivo, testimoniato dalla superiore efficacia, rispetto a entacapone e tolcapone in sperimentazioni precliniche e su soggetti sani, in termini di biodisponibilità di levodopa.

 

In uno studio multicentrico in cui i pazienti sono stati casualmente assegnati al placebo (un prodotto senza principio attivo che somigliava a opicapone) oppure a 5, 15 o 30 mg di opicapone e sono stati valutati i livelli di levodopa ed i tempi in OFF in condizioni di doppio cieco ovvero nè il paziente nè il ricercatore sapeva chi era stato assegnato a che cosa. È emerso che la disponibilità di levodopa nel sangue è aumentata in misura proporzionale alla dose fino al 66%, mentre il tempo in OFF si è ridotto proporzionalmente alla dose fino al 32%.

 

FONTE: http://www.pharmastar.it/?cat=3&id=21293

 

“Abbiamo osservato quali biomarker nel CFS e nel sangue separano i pazienti con Alzheimer da individui cognitivamente normali e possono dividere pazienti con debole decadimento cognitivo che progredisce nell’Alzheimer da quelli che restano stabili”, spiega Bob Olsson dell’Università svedese di Gothenburg. Olsson e colleghi si sono concentrati su 15 biomarker nel liquor e nel sangue e hanno analizzato 231 articoli, coinvolgendo quasi 15.700 pazienti con Alzheimer e oltre 13 mila per il gruppo di controllo. 

 

I risultati dello studio 

 

Per i biomarker stabiliti, il rapporto medio di Alzheimer rispetto al gruppo di controllo è stato di 2,54 per il CFS T-tau, 1,88 per il T-tau e 0,56 per l’Abeta42 (tutti con p<0,0001). “La validità di T-tau o P-tau come marcatori è stata stabilita all’unanimità; tutti gli studi hanno avuto un rapporto di Alzheimer sul controllo maggiore di uno”, scrivono i ricercatori. “I risultati sono anche stati significativamente coerenti per l’Abeta42 nel liquido cerebrospinale, con confronti che hanno trovato l’Alzheimer rispetto a un rapporto di controllo di meno di uno”. Anche per decadimento cognitivo lieve dovuto alla demenza comparato a quello stabile, le associazioni corrispondenti sono state forti: al 1,76, 1,72 e 0,67.

 

Inoltre, la proteina del neurofilamento leggero (NFL) nel liquor e il T-tau nel plasma hanno avuto una significativa dimensione dell’effetto nella differenziazione tra gruppo di controllo e i pazienti con Alzheimer. Quelli di CSF enolasi neurone specifica (NSE), visinin-like protein 1 (VSNL1), proteina cardiaca legante gli acidi grassi (HFABP) e YKL-40 sono stati ritenuti “moderati”. Altri biomarkers valutati, affermano i ricercatori, “avevano solo dimensione dell’effetto marginale o non distinguere tra controllo e campioni dei pazienti.” 

 

I commenti 

 

Per Olsson i risultati “saranno utili sia nella routine clinica sia nei trial”. Ha poi aggiunto che, anche se si può essere ragionevole credere che questi risultati valgano a livello individuale, “non abbiamo studiato questo nel nostro lavoro. Abbiamo solo guardato al problema a livello di gruppo e quindi la ricerca necessita di ulteriori approfondimenti”.


Commentando i risultati, Anne Fagan, professoressa di neurologia alla Washington University School of Medicine di St. Louis, sostiene che “una metanalisi dettagliata e completa dei report pubblicati nelle performance diagnostiche dei marcatori del liquor nell’Alzheimer è lontana da venire, e Olsson e colleghi hanno effettuato un ottimo lavoro sviluppando una risorsa importante per quest’ambito”.

 

FONTE: http://www.quotidianosanita.it/scienza-e-farmaci/articolo.php?articolo_id=39026

 

Per gli anziani un cane può essere più che una compagnia, tanto che condividere la vita con un pet può aiutare a migliorare le proprie condizioni fisiche. Doversi prendere cura di un cane aiuta infatti a garantirsi l’attività fisica minima necessaria per mantenersi in salute. E’ questa la conclusione cui sono giunti gli autori di uno studio pubblicato su The Gerontologistsecondo per un anziano portare a passeggio il cane significa avere un indice di massa corporea inferiore, andare meno spesso dal medico, fare più spesso esercizio e trarne benefici anche dal punto di vista sociale.

 

Lo studio, coordinato dall’esperta del College di Medicina Veterinaria dell’Università del Missouri Rebecca Johnson, ha analizzato i dati raccolti nel 2012 nell’ambito di uno studio sponsorizzato dal National Institute of Aging e dalla Social Security Administration statunitensi. Gli autori hanno preso in considerazione informazioni sull’interazione tra uomo e animale, sull’attività fisica, sulla frequenza delle visite dal medico e sulla salute dei partecipanti. Dall’analisi è emersa un’associazione tra l’abitudine di portare il cane a passeggio e la salute fisica degli anziani, dimostrando inoltre che quanto è più stretto il legame con il proprio pet tanto maggiore è il tempo passato a camminare quando lo si porta a spasso.

 

“I nostri risultati hanno dimostrato che possedere un cane e portarlo a passeggio era associato a un aumento della salute fisica degli anziani”, sottolinea Johnson, suggerendo che sulla base di queste evidenze potrebbe essere raccomandato di condividere la vita nella terza età con un pet.

 

FONTE: http://salute24.ilsole24ore.com/articles/18688-anziani-piu-in-salute-se-vivono-con-un-cane

 

Di origine autoimmunitaria, l’artrite reumatoide è una patologia infiammatoria che colpisce le articolazioni. Le cause sono ancora sconosciute, quindi non è possibile prevenire la sua comparsa anche se è molto importante fare una diagnosi precoce che permette di iniziare tempestivamente le cure che permettono di contrastare in modo efficace la malattia. 

 

Come si sviluppa. A causa di un malfunzionamento del sistema immunitario dell’organismo gli anticorpi riconoscono come estranea al corpo la pellicola sinoviale che riveste internamente tutte le articolazioni. Attaccandola, la distruggono lentamente. Con il progredire della malattia vengono distrutte cartilagine e tessuti delle articolazioni, fino alla superficie delle ossa nello stadio più avanzato. Col tempo l’organismo sostituzione i tessuti danneggiati con nuovi tessuti cicatriziali che sono i responsabili delle rigidità e delle deformazioni tipiche di questa malattia. 

 

I sintomi dell’artrite reumatoide: debolezza muscolare e anemia, gonfiore e dolore alla articolazioni, stanchezza, perdita di peso e febbre. La patologia colpisce le articolazioni in modo simmetrico: ad esempio entrambi i polsi, o i gomiti o le ginocchia.

 

FONTE: http://www.intrage.it/SaluteEPrevenzione/artrite_reumatoide

 

 

L'insonnia e i disturbi del sonno, di varia natura, sono molto diffusi, tra gli italiani. Ma, prima di prendere i sonniferi, sono molte le cose che possiamo fare, quanto meno per favorire un sonno che sia il più possibile continuo, lungo e profondo. Vediamo i consigli del noto Centro per i Disturbi del Sonno dell'Università del Maryland.

 

ABITUDINI PERSONALI

 

Coricarsi e svegliarsi ad orari regolari: il corpo si abitua ad addormentarsi a certe ore, ma solo se sono le stesse tutti i giorni.

Evitare i sonnellini durante il giorno: di per sé non sono una cattiva abitudine, ma solo per chi non soffre d'insonnia e comunque devono essere brevi.

Evitare l'alcol nelle 4-6 ore che precedono il sonno: l'alcol dà sonnolenza come effetto immediato, ma nelle ore successive diventa un forte stimolante.

Evitare la caffeina nelle 4-6 ore che precedono il sonno: la caffeina non è presente solo nel caffè, ma anche ne tè e nella cioccolata.

Evitare cibi pesanti, speziati e dolci nelle 4-6 ore che precedono il sonno: la loro digestione può compromettere la capacità di rimanere addormentati.

Fare attività fisica, ma non subito prima di dormire: l'esercizio compiuto nel pomeriggio è ottimo per il sonno, ma nelle 2 ore che lo precedono fa l'opposto.

Non guardare la Tv in camera da letto: anche se fa addormentare, è un mezzo molto stimolante, che sfavorisce un sonno tranquillo.

 

AMBIENTE

 

Usare un letto comodo: sembra ovvio dirlo, ma è un punto da prendere comunque in considerazione.

 

Trovare una temperatura confortevole e mantenere la stanza ventilata: per dormire il fresco (non freddo) è l'ideale.

Limitare luci e rumori: se il loro apporto negativo è determinante, valutare se sia meglio dormire in un'altra stanza o un'altra casa.

Usare il letto solo per dormire o fare sesso: evitare perciò attività come il lavoro, perché il corpo associ il letto al dormire.

 

PRIMA DI DORMIRE

 

Consumare uno spuntino leggero: ad esempio latte tiepido e/o banane.

 

Praticare tecniche di rilassamento: come yoga e respirazione profonda, che aiutano a placare l'ansia e rilassare i muscoli.

Non portare a letto le proprie preoccupazioni: alcuni trovano utile dedicare uno spazio apposito, alcune ore prima, alla disamina delle varie "preoccupazioni".

Stabilire un rituale pre-sonno: ad esempio un bagno o doccia calda, o alcuni minuti di lettura.

 

Assumere una posizione che concili il sonno: se non ci si addormenta entro 15-30 minuti, alzarsi, andare in un'altra stanza a leggere, fino ad addormentarsi.

 

FONTE: http://www.intrage.it/SaluteEPrevenzione/i-rimedi-contro-linsonnia

 

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