La NOSTRA badante a casa TUA

È l’incubo di tutti noi quando ritiriamo le nostre analisi del sangue: avrò il colesterolo entro i limiti? E quello buono è sufficientemente alto da contrastare gli effetti di quello cattivo? Poi puntualmente se i valori risultano nella norma allora ci sentiamo tranquilli che il nostro cuore naviga in acque serene e che per il momento non dobbiamo preoccuparci. Le cose però in realtà non sono così semplici: il colesterolo non è infatti il principale parametro per la valutazione del rischio cardiovascolare, o per meglio dire, non possiamo pensare di avere una risposta sulla nostra situazione cardiovascolare considerando questo valore da solo.

Si tratta di un parametro che va incrociato con altri valori altrettanto importanti, come lapressione arteriosa, l’età, il sesso, l’essere o meno fumatori, la presenza di diabete, di malattie renali e respiratorie. Insomma, preoccuparsi solamente di colesterolo alto è assai riduttivo, tanto che in alcuni casi, nonostante valori di colesterolo totale superiori al valore soglia indicato, non è appropriato nessun intervento terapeutico. Al contrario, in situazioni particolarmente compromesse, come nel caso di chi ha già avuto episodi di infarto o ictus, il valore soglia per il cosiddetto colesterolo cattivo (LDL) non è 115 mg/dL come per la popolazione generale, ma 70 mg/dL.

 

Bombardati da innumerevoli messaggi, specie da parte dei media, e da qualche tempo anche dalle campagne pubblicitarie di alimenti o integratori alimentari che si focalizzano sul problema dell’ipercolesterolemia più che su altri importanti fattori di rischio – tra i quali l’eccesso di peso, la sedentarietà e il fumo – dobbiamo quindi stare attenti a non pensare alla nostra salute cardiovascolare solamente in termini di colesterolo.

Che cosa si intende dunque per rischio cardiovascolare, e come valutarlo nella sua complessità? Ne abbiamo parlato con Roberto Tramarin, Direttore dell’Unità Operativa di Cardiologia Perioperatoria e Riabilitativa dell’Istituto Scientifico Policlinico San Donato di Milano.

Un modo per rendersi conto rapidamente del reale peso dell’ipercolesterolemia è osservare lecarte di rischio cardiovascolare, che sono realizzate dalle società scientifiche a livello mondiale e aggiornate periodicamente. Queste tabelle, come nel caso dello SCORE elaborato dalla Società Europea di Cardiologia, descrivono il rischio in percentuale di morte per un evento cardiovascolare nei successivi 10 anni, a seconda di età, sesso, essere fumatori oppure no, pressione arteriosa (asse verticale) e infine colesterolo (asse orizzontale).

 

“Balza subito all’occhio che l’ipercolesterolemia incide di meno rispetto all’ipertensione (ancora oggi non diagnosticata in un soggetto su tre) o all’essere o meno fumatori”, spiega Tramarin. “Prendiamo il caso di un uomo di 60 anni non fumatore con un valore di colesterolo totale di 190, e quindi apparentemente normale: il suo rischio aumenta dal 2% in assenza diipertensione (cioè con pressione arteriosa sistolica di circa 120-140 mmHg) al 4% se la pressione è intorno a 160 fino al 6% se la pressione tocca i 180: il suo rischio cardiovascolare risulta quindi triplicato.”

Per contro, se il suddetto sessantenne ha una pressione stabile a 120 mmHg, il suo rischio cardiovascolare passa dal 2%, se il colesterolo è inferiore o uguale a 200 mg/dL, al 3% se è intorno a 250 mg/dl e rimane tale anche se i suoi valori di colesterolo arrivassero a 300 mg/dL, valori che identificano una grave ipercolesterolemia. Insomma, se il paziente non soffre di ipertensione e non fuma, il colesterolo incide molto meno sul suo rischio cardiovascolare rispetto alla stessa ipercolesterolemia in un paziente iperteso e/o fumatore. Se oltre tutto il paziente è fumatore, all’aumentare di ipertensione e colesterolo il rischio è ancora maggiore. Altrimenti detto: il colesterolo alto da solo ci dice relativamente poco. “Nella definizione accurata del reale rischio cardiovascolare dobbiamo quindi valutare i vari fattori di rischio non individualmente, ma nella loro globalità – precisa Tramarin – anche per evitare pericolosi e fuorvianti fai-da-te.”

 

Colesterolo buono e cattivo: vanno valutati entrambi

 

Facciamo un passo indietro. Il colesterolo che va tenuto sotto controllo è in realtà quello “cattivo” cioè quello che nelle nostre analisi del sangue viene definito LDL, e che è molto pericoloso perché è quello che tende ad accumularsi nei nostri vasi sanguigni. “Non basta però l’indicazione di questo colesterolo cattivo per valutare il nostro reale rischio cardiovascolare” spiega Tramarin. “Le analisi del sangue devono contenere almeno cinque parametri, che permettono al nostro medico di valutare la nostra situazione, e sono, oltre alla glicemia che indica la presenza di diabete, il colesterolo totale (il cui valore, non “normale”, ma “desiderabile” è indicato come inferiore a 190 mg/dl), il colesterolo “buono” (HDL), considerato buono perché contribuisce a eliminare il colesterolo presente nelle arterie, quello cattivo cioè LDL, e i trigliceridi. È indispensabile quindi disporre di tutti questi cinque valori. Infatti una persona con valori di colesterolo totale e cattivo accettabilmente bassi potrebbe in realtà avere, in presenza di valori di colesterolo HDL (quello buono) particolarmente bassi, un elevato profilo di rischio cardiovascolare.

 

Alimentazione sana e attività fisica e il rischio diminuisce

 

“Il concetto chiave di cui dobbiamo convincerci è che le malattie cardiovascolari si possono prevenire attraverso una dieta sana e uno stile di vita che comprenda un po’ di attività fisicaeseguita con costanza”, conclude Tramarin. “Secondo le più recenti evidenze scientifiche la mortalità per malattie cardiovascolari potrebbe essere dimezzata solo attraverso modeste riduzione dei rischi connessi all’alimentazione e alla sedentarietà. Sembra il solito mantra trito e ritrito, ma non è così: un’alimentazione sana, basata sulla dieta mediterranea ricca di carboidrati, frutta e verdura e povera di grassi di origine animale, il non fumare, e camminare a passo sostenuto 30 minuti al giorno possono salvarci la vita, non solo attraverso il loro contributo alla riduzione del colesterolo, ma anche attraverso la loro azione benefica sulla riduzione della l’ipertensione, sul miglior controllo di un eventuale diabete, e sul mantenimento di un buon peso forma. Questo significa fare davvero prevenzione delle malattie cardiovascolari”.

 

FONTE: http://www.agoravox.it/Rischio-cardiovascolare-e.html

 

 

Il glaucoma potrebbe avere uno stretto legame con Alzheimer, Sla e Parkinson. Sono i risultati di uno studio dell’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti, in collaborazione con Irifor (centro di formazione, ricerca e riabilitazione per la disabilità visiva), che ha analizzato gli aspetti clinici del glaucoma, individuando uno stretto legame con altre patologie neurodegenerative.

I glaucomi sono un tipo di malattie oculari che oggi costituiscono la seconda causa di cecità al mondo, dopo la cataratta. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha stimato che ne soffrono circa 55 milioni  di persone al mondo. Più di un milione si trovano solo in Italia e, nella maggior parte dei casi, una persona su due non ne è al corrente.

Nei giorni scorsi è inoltre arrivato un ulteriore monito dall’Oms, che ha descritto il glaucoma come una patologia da non sottovalutare sia perché non ha sintomi particolari e ci si accorge della sua presenza solo una volta che la vista è già compromessa, sia perché non comporta esclusivamente la perdita della vista ma influisce negativamente anche sul nostro sistema cerebrale.

 

COS’È IL GLAUCOMA

 

Con il termine glaucoma si intendono tutte quelle malattie che  colpiscono gli occhi, accomunate dall’aumento della pressione endooculare, principalmente in soggetti con più di 40 anni. All’interno dell’occhio è presente un liquido, l’umore acqueo, che assicura il nutrimento delle strutture oculari e viene continuamente prodotto e riassorbito da specifiche vie di deflusso. Quando queste vie si ostruiscono si ha un aumento della pressione all’interno dell’occhio superando i normali 14-16 mmHg, la soglia massima.

Se questa condizione peggiora e perdura nel tempo può danneggiare il nervo ottico, incaricato di trasmettere le informazioni visive direttamente al cervello. La lesione delle fibre nervose porta ad un progressivo restringimento del campo visivo tipico del glaucoma in stadio avanzato. Il danno alla vista è infatti progressivo e,  dato che inizialmente interessa solo la visione laterale, passa inosservato fino a quando non si arriva alla perdita di gran parte della vista.

 

IL LEGAME TRA GLAUCOMA E MALATTIE DEGENERATIVE

 

La ricerca finanziata dall’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti e condotta dall’oculista Paolo Frezzotti e dal neurologo Nicola De Stefano è partita prima di tutto dall’osservazione dei pazienti affetti da glaucoma, nello specifico quello primario angolo aperto (GPAA).

“Il nostro obiettivo – hanno dichiarato i responsabili della ricerca – “era quello di analizzare se i diffusi cambiamenti del cervello che si verificano nel GPAA sono un fenomeno tipico dello stadio avanzato o rilevabile sin dalla fase iniziale”. Dai dati raccolti attraverso l’utilizzo di risonanze magnetiche è emerso uno stretto legame con patologie neurodegenerative classiche come Alzheimer e Parkinson.

 

Lo studio ha dato spazio a nuovi stimoli di ricerca e ha messo in luce quanto sia importante la prevenzione e una diagnosi precoce per bloccare l’evoluzione del glaucoma e i danni che provoca su tutto il nostro organismo.

 

FONTE: http://www.bussolasanita.it/schede-2024-il_glaucoma_potrebbe_causare_alzheimer_sla_e_parkinson

 

È un semplice test del sangue e, secondo gli scienziati che lo hanno messo a punto, è in grado di svelare quante probabilità ci sono di avere un infarto da qui a 5 anni. Tutto nasce da una scoperta di un team di ricercatori dell’Imperial College e dell’University College di Londra, che ha osservato come alti livelli di un tipo di anticorpi siano collegati a un basso rischio di sviluppare problemi di cuore, indipendentemente da altri fattori di rischio. 

 

Il nuovo test misura proprio questo: la presenza degli anticorpi “scudo” che sembrano proteggere il corpo da un attacco di cuore, anche quando il colesterolo e la pressione sanguigna risultano alti. Gli scienziati hanno studiato più di 1.700 soggetti inquadrati come a rischio di sviluppare problemi cardiaci. Durante i cinque anni e mezzo di durata del test, i ricercatori hanno scoperto che le persone con il più alto numero di anticorpi presentavano un rischio di malattia coronarica o di infarto più basso del 58% e una probabilità di essere colpiti da ictus o altri eventi cardiaci più bassa del 38%. 

 

«La correlazione fra un sistema immunitario più forte e robusto e un’azione protettiva dagli attacchi cardiaci è stata una scoperta entusiasmante», racconta al Telegraph il capo ricercatore Ramzi Khamis. «Migliorando il modo in cui identifichiamo le persone a più alto rischio di attacchi di cuore - spiega - possiamo offrire loro cure adeguate. Speriamo anche di esplorare modalità per rafforzare il sistema immunitario in modo che possa esercitare appieno questa azione protettiva dalla malattia cardiaca».

 

FONTE: http://www.lastampa.it/2016/06/20/scienza/benessere/avrai-un-infarto-te-lo-dice-un-test-del-sangue-FRU5Y9zbiGaHP5EFApf3FL/pagina.html

 

 

Galassia tate, colf, badanti: il sommerso è la regola sulla scia di un tacito accordo tra datore di lavoro e lavoratore alimentato dalla mancanza di norme chiare e incentivi per regolare le prestazioni fisse o part-time per la cura dei bambini, anziani, disabili o semplicemente della casa. E l'incidenza del nero resta altissima, pari al 55% del lavoro totale. 

"Il nero è un fenomeno congenito a queste prestazioni private, poco e difficilmente controllabili", sottolinea con l'Adnkronos Andrea Zini, vice presidente di Assindatcolf, l'associazione nazionale dei datori di lavoro domestici. "Colf, tate e badanti in nero sono oltre un milione, contro i circa 920mila registrati". La quota del sommerso viaggia quindi intorno al 55% del totale. Sempre alta ma in forte calo rispetto al 2001 quando era ben oltre l’80%. Il punto è che le famiglie grazie alle operazioni culturali e ad una diversa sensibilità civica oggi iniziano ad avere un approccio diverso.

 

In ogni caso il sommerso resta alto, distorce il mercato e logora l'economia, spinto "dall'interesse contrapposto ma univoco tra lavoratore e datore di lavoro". Ecco perché per contrastarlo e favorire l'emersione "la prima arma da attivare è la deduzione del costo del lavoro, come accade nel resto d'Europa - sottolinea Zini - Se si deducesse il costo del lavoro, il datore non ricorrerebbe al nero perché ovviamente godrebbe dei benefici legati al minor costo della prestazione e non si esporrebbe ai costi altissimi di una denuncia". Da qui la richiesta dell'associazione di "inserire nella prossima legge di Stabilità la deducibilità del lavoro domestico". Una misura necessaria per un mercato che non conosce crisi: dati alla mano, sono oltre 2mln le famiglie che si avvalgono dei collaboratori domestici per una spesa complessiva di 19,3 miliardi, un valore che negli ultimi quindici anni è cresciuto del 22%. Inoltre secondo i dati Inps, in Italia nel 2014 i collaboratori domestici erano per il 46% di un’altra nazionalità europea, per il 31% provenienti da paesi terzi.

 

Allargando lo scenario al resto d'Europa, i dati ufficiali della Commissione Ue del 2012 parlano di 2,6 mln di collaboratori domestici con contratti regolari, l'89% donne. Tra questi il 27% in Italia, seguita dalla Spagna (25%) e dalla Francia (23%). Ma si tratta, anche in questo caso, di dati assolutamente parziali. Non tengono conto infatti dell'esercito dei lavoratori in nero, i lavoratori "invisibili" li ha definiti il Parlamento europeo, perché non sono destinatari di un contratto regolarmente registrato e svolgono lavori informali, senza benefit di sicurezza sociale e senza assistenza sanitaria. Finiscono così a far parte dell'economia sommersa, ignota al fisco e alla previdenza. In Europa e in Italia. 

 

FONTE: http://www.adnkronos.com/soldi/economia/2016/06/11/tate-colf-badanti-piu-della-meta-lavorano-nero_DfVtgdNhjymgplgVZfUomJ.html?refresh_ce

 

 

 

Quindici minuti di esercizio fisico al giorno potrebbero essere un ragionevole obiettivo per le persone più avanti con l'età, per evitare problemi di salute. Un quarto d'ora di sport quotidiano abbassa infatti la mortalità del 22%, hanno calcolato gli esperti dell'Università di Saint-Etienne (Francia), che hanno presentato uno studio ad hoc all'EuroPRevent 2016 in corso a Sophia Antipolis.

 

"L'età non è una scusa per non fare attività", dice David Hupin, autore principale della ricerca, "ma meno della metà degli anziani raggiunge l'obiettivo settimanale minimo di 150 minuti di esercizio moderato o di 75 minuti di esercizio intenso. Per questo abbiamo voluto calcolare quale fosse il livello benefico più basso per ridurre la mortalità".

 

Gli esperti hanno dunque studiato due coorti di popolazione, una francese di 1.011 persone di 65 anni nel 2001, per un periodo di 12 anni; e una coorte di 122.147 persone di 60 anni per 10 anni. E' stato misurato il livello di attività fisica e sono state registrate le morti avvenute all'interno dei gruppi.

 

Ebbene, a confronto con le persone inattive, gli anziani che fanno almeno 15 minuti di attività fisica al giorno godono del 22% in meno di mortalità. Man mano che la quantità di sport aumenta, la percentuale aumenta a 28 e a 35%, nel caso di attività media o intensa.

 

"Pensiamo che gli anziani dovrebbero progressivamente aumentare l'attività fisica nella loro vita quotidiana, ma piuttosto che cambiare drasticamente le proprie abitudini per soddisfare le raccomandazioni, 15 minuti di movimento al giorno potrebbe essere un obiettivo ragionevole", concludono gli autori.

 

FONTE: http://www.panorama.it/scienza/salute/salute-studio-15-minuti-attivita-fisica-obiettivo-ragionevole-per-anziani/

 

La malnutrizione non riguarda solo i Paesi meno sviluppati; in Europa sono a rischio oltre 33 milioni di persone che non si nutrono a sufficienza, soprattutto anziani che vivono da soli o che soffrono di malattie croniche; circa 1 anziano su 2 risulta malnutrito al momento del ricovero in ospedale.

 

Recupero difficile per loro 

 

Lo sottolineano gli esperti di Sinuc, la Società italiana di nutrizione clinica e metabolismo, durante il congresso nazionale in corso a Roma. «Spesso la malnutrizione non viene diagnosticata e, anche quando lo è, non sempre viene curata in modo adeguato perché si sottovaluta il problema, in particolare l’importanza che la massa muscolare e la forza fisica hanno per il recupero dopo un ricovero e la malattia stessa – afferma il presidente di Sinuc, Maurizio Muscaritoli, docente di medicina interna e nutrizione clinica all’università La Sapienza di Roma – . Ma non si tratta di un “problema estetico”: la malnutrizione non è meno pericolosa dell’obesità e può avere serie ripercussioni sulla salute e anche sul sistema sanitario».

 

Rischio infezioni tre volte superiore 

 

Secondo alcuni studi, i pazienti malnutriti sono soggetti a un maggior numero di complicazioni rispetto a quelli nutriti correttamente; per esempio, in ospedale corrono un rischio di contrarre infezioni tre volte superiore agli altri. Inoltre, hanno maggiori probabilità di nuovi ricoveri e anche di minore sopravvivenza. Insomma, una malattia nella malattia. «Ancora oggi quando un paziente viene ricoverato in ospedale non sempre si registra in cartella clinica il suo peso ponderale e l’altezza, che servono a calcolare l’indice di massa corporea – fa notare Francesco Landi, del Centro di medicina dell’invecchiamento dell’Università Cattolica di Roma – . Per aiutare gli anziani che già soffrono o sono a rischio di malnutrizione, la nutrizione clinica deve diventare parte integrante delle cure». 

 

Campanelli d’allarme 

 

Ma quali sono i segnali di una carenza nutritiva? «Un indicatore importante è la recente perdita di peso avvenuta in modo involontario – spiega Muscaritoli – . In particolare, comincia a essere un campanello d’allarme un calo del 5-10% negli ultimi tre-sei mesi. I motivi possono essere diversi, per esempio, problemi di masticazione e deglutizione, l’intestino che funziona male, perdita dell’appetito, assunzione insufficiente di alimenti, anziani che consumano pochissima carne anche per motivi economici; ma l’apporto delle proteine e degli altri nutrienti è importante soprattutto dopo i 65 anni». Che un intervento nutrizionale possa avere effetti sulla salute dei pazienti lo conferma un recente studio, pubblicato su Clinical Nutrition, condotto negli Stati Uniti tra il 2012 e il 2014 su un campione di oltre 600 anziani malnutriti ricoverati presso 78 diversi ospedali. Nel gruppo che assumeva, oltre alla terapia, anche un supplemento nutrizionale orale - a base di proteine, vitamina D e HMB, derivato dell’aminoacido leucina che si trova naturalmente nelle cellule muscolari -, i ricercatori hanno riscontrato miglioramenti di peso corporeo, stato nutrizionale e livelli di vitamina D, oltre a un tasso di mortalità significativamente più basso.a malnutrizione non riguarda solo i Paesi meno sviluppati; in Europa sono a rischio oltre 33 milioni di persone che non si nutrono a sufficienza, soprattutto anziani che vivono da soli o che soffrono di malattie croniche; circa 1 anziano su 2 risulta malnutrito al momento del ricovero in ospedale. 

 

Recupero difficile per loro 

 

Lo sottolineano gli esperti di Sinuc, la Società italiana di nutrizione clinica e metabolismo, durante il congresso nazionale in corso a Roma. «Spesso la malnutrizione non viene diagnosticata e, anche quando lo è, non sempre viene curata in modo adeguato perché si sottovaluta il problema, in particolare l’importanza che la massa muscolare e la forza fisica hanno per il recupero dopo un ricovero e la malattia stessa – afferma il presidente di Sinuc, Maurizio Muscaritoli, docente di medicina interna e nutrizione clinica all’università La Sapienza di Roma – . Ma non si tratta di un “problema estetico”: la malnutrizione non è meno pericolosa dell’obesità e può avere serie ripercussioni sulla salute e anche sul sistema sanitario». 

 

Rischio infezioni tre volte superiore 

 

Secondo alcuni studi, i pazienti malnutriti sono soggetti a un maggior numero di complicazioni rispetto a quelli nutriti correttamente; per esempio, in ospedale corrono un rischio di contrarre infezioni tre volte superiore agli altri. Inoltre, hanno maggiori probabilità di nuovi ricoveri e anche di minore sopravvivenza. Insomma, una malattia nella malattia. «Ancora oggi quando un paziente viene ricoverato in ospedale non sempre si registra in cartella clinica il suo peso ponderale e l’altezza, che servono a calcolare l’indice di massa corporea – fa notare Francesco Landi, del Centro di medicina dell’invecchiamento dell’Università Cattolica di Roma – . Per aiutare gli anziani che già soffrono o sono a rischio di malnutrizione, la nutrizione clinica deve diventare parte integrante delle cure».

 

Campanelli d’allarme 

 

Ma quali sono i segnali di una carenza nutritiva? «Un indicatore importante è la recente perdita di peso avvenuta in modo involontario – spiega Muscaritoli – . In particolare, comincia a essere un campanello d’allarme un calo del 5-10% negli ultimi tre-sei mesi. I motivi possono essere diversi, per esempio, problemi di masticazione e deglutizione, l’intestino che funziona male, perdita dell’appetito, assunzione insufficiente di alimenti, anziani che consumano pochissima carne anche per motivi economici; ma l’apporto delle proteine e degli altri nutrienti è importante soprattutto dopo i 65 anni». Che un intervento nutrizionale possa avere effetti sulla salute dei pazienti lo conferma un recente studio, pubblicato su Clinical Nutrition, condotto negli Stati Uniti tra il 2012 e il 2014 su un campione di oltre 600 anziani malnutriti ricoverati presso 78 diversi ospedali. Nel gruppo che assumeva, oltre alla terapia, anche un supplemento nutrizionale orale - a base di proteine, vitamina D e HMB, derivato dell’aminoacido leucina che si trova naturalmente nelle cellule muscolari -, i ricercatori hanno riscontrato miglioramenti di peso corporeo, stato nutrizionale e livelli di vitamina D, oltre a un tasso di mortalità significativamente più basso. 

 

FONTE: http://www.corriere.it/salute/nutrizione/16_giugno_08/italia-1-anziano-2-malnutrito-quando-entra-ospedale-7a30295e-2d9a-11e6-9ed7-029647940570.shtml

 

Le malattie del sistema circolatorio e il cancro sono, di gran lunga, le principali cause di morte in Europa. A confermarlo sono gli ultimi dati pubblicati da Eurostat che però rivelano molto di più di questo risultato.

In primis il report Eurostat ci dice che tra il 2004 e il 2013, “c’è stata riduzione del 11% del tasso di mortalità per cancro tra gli uomini e una riduzione del 5,9% per le donne . Inoltre cali più vistosi si sono registrati in relazione alle morti per cardiopatia ischemica, dove i tassi di mortalità sono diminuiti del 30,6% per gli uomini e del 33,4% per le donne, mentre ancora maggiori riduzioni sono state registrate per le morti da incidenti stradali, i cui i tassi sono scesi del 45,3% per gli uomini e 47% per le donne”.

 

Anche per quanto riguarda il tasso di mortalità per il cancro al seno, “esso è diminuito del 10,1% per le donne”. Al contrario, Eurostat ci fa notare invece come il tasso di mortalità per malattie del sistema nervoso “è aumentato per gli uomini del 18,9% e per le donne del 25,1%.

Il cancro al polmone (tra cui anche il cancro della trachea e dei bronchi) mostra invece andamenti divergenti: per gli uomini il tasso di mortalità standardizzato è diminuito del 20,8%, mentre per le donne è aumentata del 71,9%”.

Malattie del sistema cardiocircolatorio nella UE: Il tasso di mortalità è di 383 morti ogni 100.000 abitanti. Le malattie del sistema circolatorio comprendono i problemi relativi alla pressione alta, colesterolo, diabete e fumo. Le più comuni cause di morte per malattie del sistema circolatorio sono gli infarti e le malattie cerebrovascolari. Le ischemie cardiache hanno causato 132 decessi ogni 100.000 abitanti in tutta l'UE-28 nel 2013.

 

Gli Stati membri dell'Unione europea con i più alti tassi di mortalità standardizzati per malattie ischemiche del cuore sono la Lituania, la Lettonia, la Slovacchia, l'Ungheria e la Repubblica Ceca - tutti sopra 350 decessi per 100 000 abitanti nel 2013. All’altra estremità la  Francia, Portogallo, Paesi Bassi, Spagna, Belgio, Danimarca, Lussemburgo e Grecia, così come il Liechtenstein, hanno i più bassi tassi di mortalità standardizzati per malattie ischemiche del cuore (inferiori ai 100 morti ogni 100mila abitanti). L’Italia è sotto la media con un tasso di 104 morti ogni 100mila abitanti)

Il cancro è una delle principali cause di morte, con una media 265 morti ogni 100.000 abitanti in tutta l'UE a 28. Le forme più comuni di cancro - tutti con tassi di mortalità standardizzati al di sopra di 10 per 100.000 abitanti – sono : trachea, bronchi e del polmone; colon, retto-sigma giunzione, retto, ano e canale anale; Seno; pancreas; stomaco e del fegato e dei dotti biliari.

Ungheria, Croazia, Slovacchia, Slovenia, Danimarca e Lettonia sono i paesi più colpiti dal cancro - con 300 o più morti ogni 100.000 abitanti nel 2013. Per l’Italia i decessi sono di 250 ogni 100mila abitanti.

 

Dopo le malattie cardiovascolari e il cancro, le malattie respiratorie sono la terza causa più comune di morte nell'UE con una media di 83 decessi ogni 100.000 abitanti nel 2013.. “Le malattie respiratorie – rileva Eurostat - sono legate all'età, con la stragrande maggioranza dei decessi per queste patologie registrate tra quelli di età compresa tra 65 o più”.

I più alti tassi di mortalità standardizzati per malattie respiratorie tra gli Stati membri dell'UE sono stati registrati nel Regno Unito (144 ogni 100.000 abitanti), l'Irlanda (131 per 100.000 abitanti), la Danimarca (128 per 100. 000 abitanti) e in Portogallo (124 per 100. 000 abitanti). Italia ampiamente sotto la media con un tasso di 60 decessi ogni 100mila abitanti.

 

Come notato sopra, i tassi di mortalità standardizzati per le malattie del sistema nervoso sono aumentati negli ultimi anni. Nel 2013, il tasso globale europeo è stato di 38 morti ogni 100.000 abitanti. La Finlandia ha registrato il tasso più alto tra gli Stati (141 morti ogni 100.000 abitanti), più del doppio del secondo, i Paesi Bassi con 56 morti per 100.000 abitanti. Italia poco sotto la media con 34 decessi.

Le cause di morte includono anche i suicidi e gli incidenti stradali. Anche se il suicidio non è una delle principali cause di morte ed i dati per alcuni Stati membri dell'UE sono poco precisi, esso è spesso considerato come un importante indicatore per lo status di una società. In media nella Ue, ci sono stati 11,7 morti ogni 100.000 abitanti risultanti dal suicidio nell'UE-28 nel 2013. I tassi di mortalità standardizzati più bassi per il suicidio nel 2013 sono stati registrati in Grecia (4,8 decessi ogni 100.000 abitanti) e Malta (5,1), e tassi relativamente bassi - di meno di 8 morti ogni 100.000 abitanti - sono stati registrati anche a Cipro, Italia e nel Regno Unito, così come in Turchia e nel Liechtenstein. Il tasso di mortalità più alto si è registrato invece in Lituania (36,1 decessi per 100.000 abitanti) ed è stato tre volte superiore alla media.

 

La frequenza dei decessi causati da incidenti stradali nell'UE-28 nel 2013 è stata inferiore rispetto alla frequenza dei suicidi. Sono Romania, Lituania, Polonia e Croazia ad avere i più alti tassi di mortalità standardizzati (10 o più morti ogni 100.000 abitanti) mentre il Regno Unito ha registrato 2,7 morti per incidenti di trasporto per 100.000 abitanti. Italia con il suo 5,8 in media (5,9).

 

FONTE: http://www.quotidianosanita.it/studi-e-analisi/articolo.php?articolo_id=40405

Gli integratori di melatonina sembrano ridurre i marcatori dell’infiammazione e potrebbero trattare e persino aiutare a prevenire malattie infiammatorie negli anziani. È quanto emerge da una metanalisi condotta dalla Stony Brook University School of Medicine di New York.

 

“La melatonina ha il potenziale per ridurre l’infiammazione, e poiché viene comunemente impiegata per facilitare il sonno, potrebbe anche avere questi ulteriori effetti benefici, senza alcuna controindicazione”, ha spiegato la leader della ricerca, Saumya Bhutani.

 

“Il più importante passo da fare è continuare ad indagare il potenziale della melatonina come farmaco antinfiammatorio”, ha continuato Buthani, che ha presentato i risultati  il 20 maggio al meeting annuale dell’American Geriatrics Society, tenutosi a Long Beach, in California.

 

La metanalisi

 

I ricercatori hanno individuato 16 trial controllati randomizzati con la melatonina e hanno riscontrato che l’integratore era legato a una riduzione dei marcatori dell’infiammazione, con una differenza media standardizzata di -5.97 per l’interleuchina 6, di -2.30 per il fattore di necrosi tumorale alfa, di -3.05 per la proteina C reattiva e di -21.06 per l’interleuchina 8.

Nel tentativo di evitare bias di pubblicazione, il team ha eliminato gli studi con ampi effetti e ha osservato che rimanevano importanti riduzioni per l’interleuchina 6, a una deviazione standard media di -1.33, e per l’interleuchina 8, a una deviazione standard media di -13.46, ma non per il fattore di necrosi tumorale alfa e nemmeno per la proteina C reattiva.

 

Tra l’altro, osservano gli autori, i trial umani sulla melatonina non sono comuni e i dosaggi in quelli trovati per questa analisi variavano dai 3 mg ai 10 mg da assumere per via orale e dagli 11 mg ai 200 mg per via intravenosa.

“La melatonina appare efficace e sicura, quindi vale la pena provare se i pazienti sono interessati e possono farlo. Non sono sicuro che prevenga l’infiammazione associata all’avanzare dell’età ma potrebbe contribuire ridurla o ritardarla”, dice il Dr. Benjamin Bensadon, assistente professore di scienza biomedica clinica presso la Florida Atlantic University di Boca Raton, Florida.

 

“Anche lo stress genera infiammazione e l’ansia nei soggetti anziani prevale al livello nazionale. Combinare la terapia farmacologica con quella comportamentale sarebbe ottimale”, conclude.

 

FONTE: http://www.quotidianosanita.it/scienza-e-farmaci/articolo.php?articolo_id=40030

 

Il modello è composto da 11 fattori, di cui sei sono rilevati routinariamente (età del paziente, tipo di cancro, farmaci chemioterapici pianificati e dosi, emoglobina e clearance della creatinina) e cinque sono rappresentati da domande per effettuare una valutazione geriatrica in merito a udito e cadute, possibilità del paziente di prendere autonomamente i farmaci, limitazioni nella deambulazione e possibile interferenza di problemi fisici/emotivi nelle attività sociali.

In una coorte di sviluppo di 500 pazienti, il modello ha individuato i pazienti anziani a rischio di tossicità della chemioterapia, mentre il parametro comunemente usato del Karnofsky Performance Status (KPS) non lo ha fatto.
Come riferiscono i ricercatori, più della metà dei pazienti (58%) aveva una tossicità almeno di grado 3. Il rischio di tossicità aumentava con l’incremento del punteggio legato al rischio (36,7% basso, 64,2% medio, 70,2% alto; p<0.001).

L’area sotto la curva ROC (Receiver-operating characteristic) era 0.65, come quanto osservato nella coorte di sviluppo (0.72; p=0.09). Non risultava nessuna associazione tra KPS e tossicità della chemioterapia (p=0.25).

 

I COMMENTI SUGLI AUTORI

 

“Soppesare i rischi e benefici della chemioterapia negli anziani è difficile perché ce ne sono pochi nei trial clinici randomizzati volti a informare su questo rischio”, osservano il Dr. Hurria e colleghi nel loro articolo. “Inoltre, quelli inclusi nei trial clinici stanno fisicamente bene e non rappresentano la popolazione anziana in generale. Quindi, questo studio colma un gap sviluppando uno strumento comprovato per valutare il rischio di tossicità della chemioterapia negli anziani che ricevono tale terapia nella pratica quotidiana per contribuire al processo decisionale clinico”.

I ricercatori notano di aver previsto una tossicità compresa tra il grado 3 e il grado 5, ma il 2 potrebbe essere “ugualmente importante” negli anziani. Inoltre, i pazienti inclusi nella coorte avevano tumori solidi e non ricevevano biologici o chemioterapia a dosi elevate; “quindi, questi risultati si riferiscono a pazienti con tumori solidi che ricevono la chemioterapia”.

Il team conclude che “il modello predittivo è semplice da usare, pertanto aumenta la fattibilità dell’inclusione nella pratica quotidiana e può fornire a pazienti e oncologi ulteriori informazioni da inserire nel processo decisionale. Parlare dei rischi del trattamento è fondamentale per permettere ai pazienti di prendere una decisione informata. Inoltre, il modello potrebbe consentire agli oncologi di prevedere la tossicità in pazienti ad alto rischio per prendere provvedimenti preventivi e cercare di ridurre questo rischio”.

 

FONTE: http://www.quotidianosanita.it/scienza-e-farmaci/articolo.php?articolo_id=39990

 

“L’obesità è una malattia potenzialmente mortale, riduce l’aspettativa di vita di 10 anni, è causa di disagio sociale e spesso, tra bambini e adolescenti, favorisce episodi di bullismo, che più volte le cronache hanno riportato. Eppure, l’Italia e l’Europa, sino ad oggi, hanno guardato altrove“. È la forte denuncia di Paolo Sbraccia, presidente SIO-Società italiana dell’obesità, in occasione della presentazione organizzata da SIO con il contributo non condizionato di Novo Nordisk – oggi al Senato – della Giornata europea dell’obesità, che si svolgerà sabato. Sbraccia ha ricordato come nonostante l’Organizzazione mondiale della sanità consideri l’obesità una malattia, nel Vecchio continente solo il Portogallo ne abbia preso atto.

 

Per queste ragioni, sotto la spinta della Società europea dell’obesità (EASO) e delle associazioni scientifiche nazionali, tra le quali SIO, un gruppo di Parlamentari europei di tutti gli schieramenti politici, guidati dal maltese Alfred Sant e che comprende gli italiani Enrico Gasbarra, Fabio Massimo Castaldo e Giovanni La Via, presidente della Commissione Ambiente, sanità pubblica e sicurezza alimentare del Parlamento europeo, ha promosso una “dichiarazione scritta” che invita Commissione europea e Consiglio d’Europa “ad agire in vista di un riconoscimento armonizzato, a livello europeo, dell’obesità come malattia cronica“. Il documento, inoltre, sottolinea come: “stante la situazione, vi è l’urgente necessità di riconoscere l’obesità come malattia, onde garantire una migliore mobilitazione delle risorse quando si tratta di prevenzione, cura e assistenza“. “Si stima che l’obesità colpirà, entro il 2030, il 50% dei cittadini europei e in molti Paesi, tra persone obese e sovrappeso, si raggiungerà il 90% della popolazione“, ha detto Sbraccia.

 

“Già oggi, come ricordano i proponenti il documento al Parlamento europeo, il costo economico e sociale dell’obesità è pari a 70 miliardi di euro nell’Unione, tra costi sanitari e mancata produttività, quasi 200 milioni di euro al giorno, che hanno un impatto notevole e assolutamente sottovalutato sui sistemi sanitari“, ha aggiunto Sbraccia. “Affinché i Governi, incluso quello italiano, pongano il giusto rilievo a questo enorme problema di salute e sociale, è fondamentale che la maggioranza dei membri del Parlamento europeo aderisca, firmandola, a questa iniziativa. Rivolgo pertanto un appello a tutti i nostri parlamentari europei, perché si impegnino e contribuiscano attivamente“, ha concluso Sbraccia. Gli ha fatto eco la senatrice Laura Bianconi, membro della XII Commissione Igiene e Sanità del Senato e vicepresidente del gruppo Area popolare (NCD-UDC) a Palazzo Madama: “L’obesità, come emerge dai recenti dati di uno studio pubblicato sull’autorevole The Lancet, che ha analizzato l’evoluzione del fenomeno in quasi 200 nazioni, è aumentata in maniera drammatica negli ultimi 40 anni nel mondo, in Europa e in Italia; basti pensare che si stimava in 105 milioni il numero di obesi sul pianeta nel 1975, cresciuto di sei volte ai 640 milioni di oggi. Come parlamentare italiano, da sempre impegnata in ambito sanitario, non posso non associarmi all’invito della comunità scientifica nazionale e internazionale, sollecitando i colleghi Italiani eletti a Strasburgo ad aderire all’iniziativa“.

 

Sulla medesima lunghezza d’onda anche la vicepresidente della Commissione Igiene e sanità Maria Rizzotti, e la vicepresidente del gruppo Pd al Senato Giuseppina Maturani. Concordemente, hanno sottolineato come il problema obesità sia più che reale anche nel nostro Paese, soprattutto per l’elevata presenza del fenomeno tra le giovani generazioni e l’aumento della percentuale complessiva di obesi dall’8,5% al 10,2% nel periodo 2001-2014.

 

FONTE: http://www.meteoweb.eu/2016/05/obesita-gli-esperti-malattia-mortale-riduce-la-vita-10-anni/688557/

 

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