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I Vantaggi - La NOSTRA badante a casa TUA

SONO 47 milioni in tutto il mondo le persone affette da una forma di demenza e questo numero è destinato a triplicarsi entro il 2050. Ma il dato più allarmante è che attualmente solo meno della metà dei pazienti nei paesi ad alto reddito, e uno su dieci in quelli a basso e medio reddito, hanno ricevuto una diagnosi. E' questa l’ultima fotografia scattata dal rapporto mondiale sull’Alzheimer realizzato dal King’s College London in collaborazione con la London School of Economics and Political Science e presentato oggi a Londra in concomitanza con la celebrazione, domani 21 settembre, della XIII Giornata dell'Alzheimer, malattia che nel nostro Paese colpisce circa 700mila persone, ovvero circa 5 over 60 su dieci, e rappresenta un costo di 11 miliardi di euro per l'assistenza, di cui il 73% a carico delle famiglie. 

 

Il nuovo rapporto mondiale. Il ritardo con cui si arriva alla diagnosi rappresenta ancora il problema principale. Infatti, anche se oggi c'è maggiore consapevolezza che in passato, il tempo medio con cui si arriva a una diagnosi è ancora di quasi due anni, mentre spesso il trattamento precoce è la chiave per ritardare la progressione della malattia. Secondo i dati raccolti dal nuovo Rapporto mondiale, una delle principali barriere per una diagnosi precoce sta nel fatto che le cure sono affidate esclusivamente allo specialista. 

 

Coinvolgere i medici di base. Un maggior coinvolgimento dei medici di base e in generale delle varie figure deputate alle cure (dall’infermiere al fisioterapista), invece, potrebbe far aumentare i casi diagnosticati ed inoltre potrebbe far diminuire il costo delle cure per ogni singolo paziente di oltre il 40%. "Il nuovo Rapporto sottolinea la necessità di ridisegnare e razionalizzare l’assistenza sanitaria per le demenze in modo da essere pronti per le sfide del 21° secolo", spiega Martin Prince del King’s College London. "Abbiamo solo 10-15 anni per realizzare questo cambiamento creando una piattaforma che possa garantire a tutti una buona assistenza in anticipo rispetto a quando saranno disponibili nuove terapie efficaci". Naturalmente anche l’accesso ai nuovi farmaci è fondamentale per garantire equità di cura ai 2/3 dei pazienti che vivono nei paesi in via di sviluppo. “Il rapporto invita a modificare drasticamente la modalità di assistenza sanitaria coinvolgendo maggiormente tutti gli attori dell’assistenza sanitaria facendo emergere così la necessità di considerare il malato come persona e garantirgli quindi una qualità di vita accettabile” commenta Gabriella Salvini Porro, presidente della Federazione Alzheimer Italia.

 

FONTE: http://www.repubblica.it/salute/medicina/2016/09/20/news/alzheimer_ancora_troppo_lunghi_i_tempi_della_diagnosi-148166678/?refresh_ce

 

 

Sarà capitato a molti di dover cercare una colf badante per un proprio caro e di ritrovarsi di fronte a due possibilità: assumere direttamente a proprio nome la badante, oppure affidarsi a società quali agenzie di badanti o cooperative sociali.

Sappiamo tutti che la seconda scelta è molto più vantaggiosa, esonerando la persona da pratiche molto complesse, tuttavia è bene rendersi conto che non tutte le società che si occupano di assistenza anziani sono autorizzate legalmente a svolgere questo servizio.

 

Nella maggior parte dei casi vi troverete di fronte società che non possono svolgere questo tipo di servizi operando legalmente. Infatti è possibile che una determinata cooperativa o associazione non sia autorizzata a svolgere servizi di ricerca, selezione, Intermediazione e somministrazione (assunzione diretta da parte della società) , di colf e badanti a domicilio.

In questo caso vi ritroverete a casa una badante non in regola oppure una persona che queste associazioni o cooperative sociali faranno assumere direttamente a voi, in quanto non provvisti di autorizzazione ad assumere direttamente, con tutte le responsabilità che ciò comporta.

 

Per questo è sempre buona norma controllare le referenze, tra cui l’iscrizione all’albo, delle Agenzie per il lavoro tramite il seguente link del ministero del lavoro : http://www.cliclavoro.gov.it/Operat…/…/Albo-Informatico.aspx


Essere iscritti a questo albo significa poter dare delle garanzie al cliente che cerca una badante, significa operare in trasparenza ed in totale legalità sia verso il cliente che usufruisce dei servizi sia verso il lavoratore che è assunto e regolarizzato con il giusto contratto di lavoro a norma di legge.

 

La lotta a queste false società cooperative sociali e false agenzie è anche portata avanti da Papa Francesco che in una conferenza si è espresso molto duramente affermando quanto segue:

«Contrastare e combattere le false cooperative, quelle che prostituiscono il proprio nome di cooperativa, cioè di una realtà assai buona, per ingannare la gente con scopi di lucro contrari a quelli della vera e autentica cooperazione».
«perché assumere una facciata onorata e perseguire invece finalità disonorevoli e immorali, spesso rivolte allo sfruttamento del lavoro, oppure alle manipolazioni del mercato, e persino a scandalosi traffici di corruzione, è una vergognosa e gravissima menzogna che non si può assolutamente accettare».

 

Quindi se siete alla ricerca di una persona esperta e fidata che operi nel settore della cura della persona e della famiglia senza rischi, responsabilità o inutili perdite di tempo, la soluzione è rivolgersi ad Agenzie per il lavoro specializzate in Colf Badante come VitAssistance Srl.

VitAssistance Srl è un' Agenzia di somministrazione lavoro specialista. Il marchio VitAssistance è attivo nel settore dell’assistenza agli anziani ed ai disabili dal 1994, siamo stati autorizzati dal Ministero del Lavoro ad assumere direttamente la colf badante, con il contratto nazionale di lavoro domestico, riferito alla sua posizione.

 

Il Cliente non ha rapporti contrattuali diretti con le assistenti ma solo con VitAssistance Srl, che si assume tutte le responsabilità della gestione del servizio e gli oneri previdenziali o fiscali. La durata dei contratti è determinata dalla volontà del Cliente, che può sospendere o interrompere del tutto il contratto a seconda del bisogno.

VitAssistance Srl, mette a tua disposizione, in tutto il Nord d’Italia, un servizio altamente specializzato di ricerca, selezione, somministrazione, amministrazione ed organizzazione di risorse umane addette alla cura ed all'assistenza della persona e della famiglia, sollevandoti da tutti i compiti burocratici e amministrativi.

 

A differenza di altre aziende che si limitano ad amministrare la badante, senza assumersi, però, nessuna responsabilità o rischio dato che la badante è una Vostra dipendente, VitAssistance® Srl mette a Vostra disposizione un suo diretto dipendente. In conclusione, informatevi sempre prima di affidarvi a Società e Cooperative Sociali che potrebbero far assistere i Vostri cari da persone inaffidabili o addirittura creare problemi legali o fiscali.

Tra il 2008 e il 2014 le persone al servizio delle famiglie italiane sono aumentate dell'87,3% raggiungendo quota 769mila. È stato l'aumento più importante che si è registrato negli anni della crisi. #Truenumbers, la web serie di approfondimento giornalistico di PanoramaTv è andata a vedere nel dettaglio quali sono i comparti produttivi che hanno perso o guadagnato lavoro nel corso degli ultimi 5 anni.

 

E quello che ha scoperto è che la crescita di colf e badanti non si è affatto fermata, anzi, è il settore nel quale si assume di più. Mentre tutti gli altri (industria, agricoltura, trasporti, per esempio) perdono lavoro, nel settore dei servizi alle famiglie sembra ci sia posto per tutti. Ecco i dati: nel secondo trimestre del 2015 gli addetti ai "servizi collettivi e personali sono 1 milione 776 mila rispetto a 1 milione 737mila del secondo trimestre del 2014.

 

A quanto pare se si cerca lavoro questo è il settore che assume più facilmente. Non solo: nella sesta puntata, visibile qui sopra, #Truenumbers spiega che a decidere di svolgere questi lavori sono sempre di più le persone più avanti nell'età.

 

FONTE: http://www.panorama.it/economia/lavoro-aumenta-grazie-colf-badanti/

 

Il (Dri) dell'Università di Miami ha sottoposto con successo un paziente al primo trapianto "biotech" di isole pancreatiche. L'operazione rappresenta un importante passo verso lo sviluppo del BioHub, un "mini organo" bioingegnerizzato che imita il pancreas nativo per ripristinare la naturale produzione di insulina nei pazienti con diabete di tipo 1.


L'impalcatura utilizzata è biodegradabile, derivata da una combinazione di plasma del paziente e trombina, un comune enzima per uso clinico. Quando queste sostanze si legano, creano un gel che si attacca al grande omento, formazione sierosa che ricopre la massa intestinale a guisa di grembiule e mantiene le isole in sede. Con il passare del tempo, l'organismo assorbirà la sostanza gelatinosa lasciando intatte le isole, mentre verranno formati nuovi vasi sanguigni per supportare la funzionalità delle cellule.

 

I pericoli del trapianto "normale".

 

Nel diabete di tipo 1, le cellule che producono insulina nel pancreas vengono distrutte dal sistema immunitario, obbligando il paziente a gestire i livelli di zucchero nel sangue mediante diverse somministrazioni giornaliere di insulina. Il trapianto viene solitamente effettuato "impiantando" le isole pancreatiche nel fegato. In questo caso, però, il contatto delle isole con il sangue attiva una reazione infiammatoria che le danneggia.
“Questo è il primo caso in cui le isole sono state trapiantate con tecniche di ingegneria tissutale all’interno di una impalcatura biologica e riassorbibile sulla superficie dell’omento, tessuto che riveste gli organi addominali. Il sito è accessibile con la chirurgia minimamente invasiva (laparoscopica), ha lo stesso apporto di sangue e le stesse caratteristiche di drenaggio del pancreas e permette di minimizzare la reazione infiammatoria e quindi il danno alle isole trapiantate”, spiega Camillo Ricordi, direttore del DRI e del Centro Trapianti Cellulari presso l’Università di Miami e presidente del cda di Ismett. Per raggiungere questo obiettivo, i ricercatori Usa hanno collaborato con l'ospedale Niguarda e il San Raffaele di Milano.
“Ad Ismett – aggiunge il direttore dell’istituto palermitano, Bruno Gridelli – anche grazie alla partecipazione al DRI, seguiamo con grande interesse questo nuova promettente tecnica di trapianto di isole che ha una grande potenzialità di cura per i pazienti diabetici. Speriamo di poter anche noi quanto prima partecipare a questa innovativa ricerca”.
Per chi fosse interessato ci si può informare spedendo una mail a questo indirizzo: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo..


Domande frequenti:


1) Il trial sperimenterà il BioHub?

Si tratta di un trial che intende sperimentare l'efficacia di un nuovo sito per il posizionamento delle isole trapiantate, in questo caso il grande omento. Sperimenterà allo stesso tempo una delle piattaforme considerate parte del progetto BioHub.

2) Quali sono i criteri del trial?


I criteri per la partecipazione sono:


- Età fra i 18 e i 60 anni
- Più di 5 anni di diabete di tipo 1
- ipoglicemia inconsapevole

 

3) Si dovranno assumere farmaci antirigetto?


Sì. L'obiettivo del DRI è di eliminare l'uso di questi farmaci, ma il primo trial ha lo scopo di testare l'omento come nuovo sito per la localizzazione dell'impianto. Al fine di comparare il grande omento con gli altri siti utilizzati in precedenza, i ricercatori devono limitare le variabili per non confondere i risultati. Di conseguenza, all'inizio utilizzeranno gli stessi immunosoppressori e le stesse procedure usate negli studi precedenti.


4) I volontari riceveranno tutti lo stesso trattamento o sarà coinvolto anche un gruppo di controllo con placebo?


Ogni volontario riceverà lo stesso trattamento come indicato nel protocollo. I trapianti di organi e tessuti non usano le procedure degli studi placebo-controllati. La comparazione viene fatta con altri trial effettuati in precedenza.

In studi precedenti, il trapianto delle cellule ha prodotto un'indipendenza prolungata dall'insulina per i pazienti. Alcuni di loro continuano ad essere liberi da questa dipendenza dopo oltre un decennio dal trapianto.
Tuttavia, esistono dei limiti per questo tipo di procedura. Innanzitutto la disponibilità di cellule per i trapianti, poi il superamento della necessità dei farmaci antirigetto, infine l'identificazione di siti ottimali per il trapianto.
Sono esattamente queste le ragioni per le quali i ricercatori del DRI stanno portando avanti queste sperimentazioni e il progetto BioHub.

 

FONTE: http://www.italiasalute.it/13032/pag2/Sperimentata-nuova-tecnica-per-trapianto-nel-diabete.html

L’artrosi è una malattia cronica di tipo degenerativo che interessa le articolazioni e consistente in una progressiva perdita della cartilagine. La cartilagine viene infatti sostituita da nuovo tessuto provocando un forte dolore sfociante successivamente nella limitazione dei movimenti. La malattia colpisce maggiormente la fascia di età adulta e in particolar modo gli anziani, preferendo il sesso maschile prima dei 45 anni e il sesso femminile dopo tale età con un picco concentrato fra i 75 e i 79 anni.

 

Le zone più colpite sono l’anca, il ginocchio, la colonna vertebrale e le dita di mani e piedi. Nel caso della colonna vertebrale si parla di spondiloartrosi, diagnosticata con certezza solamente dalle indagini radiologiche. Questa specifica tipologia della malattia che è caratterizzata anche da deformazioni piuttosto evidenti alle mani tramite la formazione di noduli.
L’artrosi è classificata in primitiva, non riconducibile a cause specifiche, e secondaria che si manifesta in seguito a traumi e microtraumi, deformità, processi infiammatori o infettivi e a sovraccarico delle articolazioni come l’obesità, il diabete e la gotta.

 

Una cura efficace consiste nella correzione delle cause che hanno portato alla formazione della malattia tramite azioni mirate che ne impediscano il peggioramento. Tramite una ginnastica specifica per la zona interessata si può rinforzare la muscolatura e recuperare così la capacità di movimento oltre a correggere posture errate. Mediante terapie che prevedano l’applicazione di calore come gli ultrasuoni o la diatermia si possono ottenere dei benefici che allevino il dolore e diminuiscano lo spasmo muscolare. In particolar modo vanno menzionate la fangobalneoterapia con l’uso di fanghi e bagni in strutture dedicate e la chinesiterapia che permette di conservare la mobilità dell’articolazione e favorire una postura corretta e un movimento ideneo.


L’azione sinergica di farmaci permette di aumentare il benessere dell’articolazione con una particolare attenzione per possibili effetti collaterali come gastrite o ulcera. E’ possibile in alcuni casi ricorrere ad interventi chirurgici per ripristinare la corretta funzione articolare mediante anche l’inserimento di una protesi.

 

Come in tutte le malattie, la fase più importante riguarda la prevenzione dei fattori che possono mettere a rischio la salute delle articolazioni, un’attenzione che permette di frenare e in alcuni casi anche di arrestare l’evoluzione della patologia. Fortemente indicata in tal senso, la ginnastica dolce limita al massimo la possibilità di traumi che possono essere evitati anche grazie all’uso di un equipaggiamento adeguato come calzature con ammortizzatori e indumenti adatti. In campo sportivo, il ciclismo risulta essere il più adatto soprattutto qualora l’artrosi fosse già in atto in quanto questa disciplina permette di lavorare su muscolo eliminando il problema di sovraccarichi ai danni del ginocchio. Altre attività favorevoli alla prevenzione o come supporto durante la malattia sono le discipline svolte in acqua come il nuoto, poiché consentono un movimento naturale di tutte le articolazioni e nello specifico del ginocchio.

 

Nell’ambito delle cure farmacologiche, la glucosamina solfato, l’acido ialuronico e la condroitina solfato sono fra le sostanze più rilevanti per la cura e la prevenzione della patologia. Questi elementi sono presenti in maniera naturale nell’organismo e hanno la funzione di trattenere l’acqua proteggendo l’articolazione dall’usura. In questo campo gli studi sono discorsi e si dividono in favorevoli e sfavorevoli. Alcune indagini hanno infatti evidenziato che l’assunzione di questi integratori potrebbe essere efficace per stimolare una autoriparazione del tessuto danneggiato. Altre ancora invece non hanno rilevato nessun beneficio rilevato dall’assunzione di queste due sostanze.

 

L’uso di questi farmaci ha riscontrato un forte successo fra i pazienti affetti da artrosi ma è possibile anche avvalersi della naturopatia con diete mirate e accorgimenti quotidiani che possano aumentare il benessere del paziente. In questa direzione è infatti fortemente consigliata l’adozione di una dieta equilibrata e ricca di antiossidanti con un apporto controllato di sostanze ricondotte ad alimenti di origine animale. Da prediligere in questo caso il pesce che risulta un’ottima fonte di omega 3 come la frutta secca e l’olio di semi da assumere in quantità moderata.

 

FONTE: http://www.vogliosapere.org/2015/08/31/artrosi-riconoscerla-e-curarla/

HERBERT Auspitz, 93 anni, è un sopravvissuto. Soffriva della letale stenosi valvolare aortica, ovvero il restringimento della valvola che controlla il flusso del sangue pompato dal cuore. Male incurabile che non si può prevenire. Pochi anni fa sarebbe morto, invece è sopravvissuto grazie alla sostituzione della valvola, un metodo appena approvato dalle autorità federali, pensato proprio per coloro che non sono nelle condizioni di affrontare un'operazione a cuore aperto.

Il fatto è che nell'ultimo decennio il numero di vittime di attacchi cardiaci si è ridotto, ma il numero di decessi per insufficienza cardiaca causata da malattie della valvola aortica è salito del 35%, perché, nel frattempo, è aumentato il numero di persone che vivono abbastanza a lungo da svilupparle. La nuova tecnica, chiamata TAVR  -  che sta per "sostituzione di valvole aortiche transcatetere"  -  funziona proprio su questi casi, prolungando l'aspettativa di vita riducendo il numero di decessi legati al restringimento delle valvole. Il metodo è semplice: una valvola fatta con cuore di mucca viene ripiegata e infilata dentro un catetere, che poi viene inserito in un vaso sanguigno passando dall'inguine. Quando il catetere raggiunge la base dell'aorta il medico apre un palloncino che gonfia la valvola. La vecchia valvola rimane, semplicemente spinta di lato dalla nuova. I pazienti rimangono svegli tutto il tempo, sottoposti solo a leggera anestesia. Vi si è sottoposto anche l'ex segretario di Stato Henry Kissinger, 92 anni: "Il cardiologo mi ha detto che senza questo tentativo sarei finito su una sedia a rotelle col 50 % di probabilità di morire entro un anno", racconta. L'intervento, secondo l'anziano politico è stata molto meno debilitante dell'operazione di bypass a cuore aperto cui si era sottoposto in passato.

Per il momento i dati sulla durata delle valvole riguardano 5 anni e l'efficacia della procedura è dimostrata solo sui pazienti gravi, che hanno più di 80 anni e un'aspettativa di vita tra i 5 e i 7 anni. Ora bisogna capire la durata delle valvole per i pazienti a rischio intermedio, che hanno fra i 70 e gli 80 anni e un'aspettativa di vita di almeno 15 anni. C'è poi un problema: le valvole tendono a "perdere" lungo il bordo. Inoltre è molto costosa. Ciò nonostante l'entusiasmo è alle stelle. C'è voluto il concorso di più teste e 20 anni di sforzi per arrivare a questa innovazione rivoluzionaria.

L'idea venne nel 1989 al cardiologo danese Henning Rud Andersen dell'Università di Aarhus dopo aver sentito parlare di stent da aprire con palloncini. Comprò cuore di maiale dal macellaio, ne estrasse la valvola aortica, la montò a mano in uno stent metallico da lui realizzato. Mise un palloncino sgonfio dentro la valvola e la compresse con le dita. Fabbricò anche un catetere mettendo la valvola compressa a un'estremità. Poi la inserì dentro un maiale.

Intanto in Francia il dottor Alain Cribier, cardiologo dell'ospedale Nicolle di Rouen, ebbe un'idea grosso modo simile. Aveva fama di innovatore e pensò che non sarebbe stato difficile trovare un'azienda che lo finanziasse. "Invece fu un fallimento. Negli Stati Uniti, in Europa e in Giappone tutti avevano come consulenti dei chirurghi: e questi pensavano che il metodo era impossibile". Creò comunque una sua società, la Pvt.

Passarono due anni: Cribier aveva fatto molta pratica inserendo valvole aortiche nelle pecore quando un uomo di 57 anni arrivò al suo ospedale moribondo. Era in condizioni disperate. Un intervento chirurgico era impossibile. Le autorità francesi gli diedero così il permesso di tentare l'intervento su di lui e su pazienti con un'aspettativa di vita di massimo due settimane. I casi disperati. Ne operò 45, tutti anziani, prolungando la vita di 38: uno sopravvisse addirittura altri 6 anni. Ma la procedura era pericolosa, il rischio di danneggiare il cuore elevatissimo. Ciò nonostante, nel 2004, la Pvt fu acquistata dalla Edwards Lifesciences per 125 milioni di dollari e il metodo introdotto negli Usa dove venne ripensato. La Edwards Lifesciences realizzò nuovi cateteri in grado di arrivare al cuore attraverso l'arteria femorale. La sperimentazione su vasta scala iniziò nel 2007 e ottenne l'approvazione per i pazienti non operabili. Su questi la sostituzione della valvola con il metodo Tavr ha ridotto il tasso di mortalità del 20% nel primo anno. Mercoledì scorso l'organismo federale che autorizza nuovi farmaci e procedure mediche negli Usa ha approvato la nuova valvola della Edwards Lifesciences per i pazienti ad alto rischio.

 

FONTE: http://www.repubblica.it/scienze/2015/06/22/news/cuore_ecco_la_valvola_che_salva_la_vita-117448863/

Tra 15 anni (nel 2030) saranno oltre 75 milioni nel mondo le persone che soffriranno di problemi cerebrali, di malattie neurodegenerative, di demenze. Un numero che andrà a crescere anche negli anni successivi fino a sfiorare i 135 milioni. Non è un problema di contagi, dato che si tratta di malattie autonome legate ai neuroni, ma un problema sociale. Il mondo invecchia rapidamente e sono troppo pochi i giovani a far da ricambio.

 

Nell’ambito di un progetto inglese che mira a valutare la situazione del mondo, a questo riguardo, la nostra Agenzia Italiana del Farmaco ha ospitato il nuovo incontro denominato «Dementia Integrated Development», per confrontarsi tra nazioni su un problema che non riguarda più solo Italia, Grecia e Spagna (i Paesi “vecchi” per eccellenza) ma anche il Giappone dei centenari, gli Stati Uniti e la ricca Svizzera. Questi e altri stati hanno discusso insieme delle prospettive e dei possibili rimedi per recuperare un po’ queste cifre drammatiche.

 

La demenza infatti sta per diventare la malattia per eccellenza del prossimo secolo e per fermarla, oltre a ripopolare il mondo con più bambini, occorre frenarne i sintomi degli anziani già presenti. Promuovere allora programmi per la terza età che inducano la gente a mantenersi sana, non solo nel corpo ma anche mentalmente: esercizio fisico, interessi esterni alla solita TV o ai lavori di casa, socializzazione, ma anche impegno (università della terza età, circoli ricreativi, teatro). Tutto questo unito a una dieta sana e non troppo grassa e ai giochi di enigmistica che mantengono il cervello vivo e attivo a lungo.

 

FONTE: http://benessere.guidone.it/2015/06/16/la-malattia-del-futuro-la-demenza/?refresh_ce

Quello al polmone è il tumore più comune in tutto il mondo, con 1,35 milioni di nuovi casi diagnosticati ogni anno, di cui circa 40mila in Italia. È la principale causa di morte per cancro ed è responsabile di 1.180.000 morti ogni anno. Spesso la malattia viene diagnosticata in fase avanzata, quando ha già dato metastasi ed è molto difficile da trattare, ma diversi studi presentati durante il recente congresso dell’American Society of Clinical Oncology (ASCO) hanno messo in evidenza i progressi compiuti usando diversi nuovi farmaci e aperto nuovi spiragli per la sopravvivenza dei malati. L’immunoterapia funziona meglio della chemioterapia standard «Siamo di fronte a una vera e propria rivoluzione in uno dei tumori più difficili da trattare, sia per la rapidità di evoluzione che per la scarsa risposta alle terapie convenzionali» spiega Lucio Crinò, direttore dell’Oncologia medica all’Ospedale di Perugia, commentando i dati emersi dallo studio CheckMate -057, presentato all’Asco conclusosi a Chicago nei giorni scorsi. La sperimentazione ha testato nei malati con tumore del polmone non a piccole cellule non squamoso metastatico l’efficacia di una nuova molecola (nivolumab) appartenente alla più recente strategia emersa contro il cancro, l’immunoterapia, che punta a «risvegliare» il sistema immunitario armandolo per combattere contro il tumore. Lo studio ha evidenziato che il 51 per cento dei pazienti trattati con nivolumab è vivo ad un anno rispetto al 39 per cento di quelli curati con la chemioterapia standard a base di docetaxel, che offriva benefici modesti con rilevanti problemi di tossicità. Risultati buoni anche nei tumori dei non fumatori «In termini di aumento della sopravvivenza, i risultati ottenuti in questi pazienti non erano mai stati registrati in precedenza – prosegue Crinò, che è anche coordinatore delle linee guida sul tumore del polmone dell’Aiom, l’Associazione Italiana di Oncologia Medica -. I dati a disposizione sono ancora poco maturi per poter parlare di lungosopravviventi, ma alla luce della tendenza già vista in precedenti studi condotti con l’immuno-oncologia nel melanoma, è molto probabile che queste percentuali di sopravvivenza si mantengano anche negli anni successivi». Dati molto positivi sono emersi dallo stesso confronto (nivolumab verso la chemioterapia standard) nei malati con adenocarcinoma del polmone, la forma di cancro più frequente tra chi non ha mai fumato, in fase metastatica: in questo caso non solo si è visto un miglioramento della sopravvivenza, ma si è anche registrato un aumento dei malati che rispondono positivamente alle cure passando dal solo 8 per cento di docetaxel al 20 per cento ottenuto con il nuovo farmaco. Un nanofarmaco che è ben tollerato dai pazienti più anziani Fra le principali novità presentate a Chicago per la cura delle neoplasie polmonari c’è poi anche, sempre per i malati in stadio avanzato, la combinazione di un nanofarmaco (nab-paclitaxel) che associato a carboplatino (un farmaco chemioterapico) ha dimostrato maggiore efficacia nel trattamento tumore del polmone non a piccole cellule squamoso, in particolare nei pazienti anziani colpiti da questa malattia. Nab-paclitaxel è un nanofarmaco (già approvato in Italia per la cura dei tumori del pancreas ), creato in laboratorio legando il paclitaxel, un chemioterapico già largamente utilizzato, all’albumina in nanoparticelle. Le particelle di albumina (la cui naturale funzione è quella di trasportare nel sangue acidi grassi, ormoni e vitamine) circolano nel sangue e sono considerate dalle cellule cancerose come un nutrimento. Sono state così sfruttate come “cavallo di Troia” per raggiungere il tumore, altrimenti assai difficile da colpire per altre vie: una volta “agganciate” dalle cellule cancerose, le particelle di albumina trasportano il chemioterapico (concentrato in dose assai massicce) al loro interno e poi lo liberano, uccidendo la cellula malata. n questo modo si blocca la proliferazione delle cellule tumorali e si rallenta (o nei casi migliori si blocca per periodi prolungati) la crescita della neoplasia. Si studiano i mix fra nonanofarmaci e immunoterapia Nel nostro Paese, fra le persone ultra70enni, il tumore del polmone è la seconda neoplasia più frequente fra gli uomini e la terza fra le donne. «Il dato riportato negli anziani è determinato dall’ottima tollerabilità e dalla minore tossicità del farmaco – spiega Cesare Gridelli, direttore del Dipartimento di Onco-ematologia dell’Azienda Ospedaliera Moscati di Avellino -. Con nab-paclitaxel, la concentrazione di paclitaxel libera nell’organismo è 10 volte superiore a quella di paclitaxel convenzionale, permettendo una maggiore esposizione al farmaco rispetto alla formulazione tradizionale. È in fase di studio l’utilizzo di nab-paclitaxel in mantenimento come agente singolo, dopo la prima fase del trattamento rappresentata dall’associazione con carboplatino. Infine, al congresso Asco sono stati presentati dati preliminari molto confortanti sull’associazione di nab-paclitaxel con nivolumab, il nuovo farmaco immunoterapico – conclude Gridelli -, una combinazione che si prospetta di particolare interesse». Grandi speranze per i tumori dei tabagisti quando la chemio non funziona Un’altra immuno-molecola sperimentale (testata nel trial POPLAR) lascia ben sperare per i malati con un carcinoma polmonare squamoso, tipico dei tabagisti. Gli esiti dello studio (che ha arruolato 287 pazienti, già precedentemente trattati con chemioterapici) mostrano che la cura è ben tollerata dai pazienti e che raddoppiano la probabilità di sopravvivenza rispetto alla cura standard, facendo registrare una diminuzione del tasso di mortalità del 53 per cento. «Sono dati molto promettenti - commenta Filippo De Marinis, direttore dell’oncologia toracica all’Istituto Europeo di Oncologia di Milano - che sarà importante confermare e approfondire con nuove analisi. Per i tumori squamosi legati al fumo, che non rispondono alla chemioterapia e sono operabili solo se piccoli, è un passo avanti che dà un grande motivo di speranza. Con l’avvento dell’immunoterapia si sancisce un profondo cambiamento nel trattamento del cancro del polmone: questi farmaci si attaccano ai recettori con cui il tumore inibisce il sistema immunitario, lo liberano e lo rimettono in moto contro il nemico cancro. E’ la parte sana dell’organismo che attacca quella malata». ] Quello al polmone è il tumore più comune in tutto il mondo, con 1,35 milioni di nuovi casi diagnosticati ogni anno, di cui circa 40mila in Italia. È la principale causa di morte per cancro ed è responsabile di 1.180.000 morti ogni anno. Spesso la malattia viene diagnosticata in fase avanzata, quando ha già dato metastasi ed è molto difficile da trattare, ma diversi studi presentati durante il recente congresso dell’American Society of Clinical Oncology (ASCO) hanno messo in evidenza i progressi compiuti usando diversi nuovi farmaci e aperto nuovi spiragli per la sopravvivenza dei malati.

 

L’immunoterapia funziona meglio della chemioterapia standard

 

«Siamo di fronte a una vera e propria rivoluzione in uno dei tumori più difficili da trattare, sia per la rapidità di evoluzione che per la scarsa risposta alle terapie convenzionali» spiega Lucio Crinò, direttore dell’Oncologia medica all’Ospedale di Perugia, commentando i dati emersi dallo studio CheckMate -057, presentato all’Asco conclusosi a Chicago nei giorni scorsi. La sperimentazione ha testato nei malati con tumore del polmone non a piccole cellule non squamoso metastatico l’efficacia di una nuova molecola (nivolumab) appartenente alla più recente strategia emersa contro il cancro, l’immunoterapia, che punta a «risvegliare» il sistema immunitario armandolo per combattere contro il tumore. Lo studio ha evidenziato che il 51 per cento dei pazienti trattati con nivolumab è vivo ad un anno rispetto al 39 per cento di quelli curati con la chemioterapia standard a base di docetaxel, che offriva benefici modesti con rilevanti problemi di tossicità.

 

Risultati buoni anche nei tumori dei non fumatori

 

«In termini di aumento della sopravvivenza, i risultati ottenuti in questi pazienti non erano mai stati registrati in precedenza – prosegue Crinò, che è anche coordinatore delle linee guida sul tumore del polmone dell’Aiom, l’Associazione Italiana di Oncologia Medica -. I dati a disposizione sono ancora poco maturi per poter parlare di lungosopravviventi, ma alla luce della tendenza già vista in precedenti studi condotti con l’immuno-oncologia nel melanoma, è molto probabile che queste percentuali di sopravvivenza si mantengano anche negli anni successivi». Dati molto positivi sono emersi dallo stesso confronto (nivolumab verso la chemioterapia standard) nei malati con adenocarcinoma del polmone, la forma di cancro più frequente tra chi non ha mai fumato, in fase metastatica: in questo caso non solo si è visto un miglioramento della sopravvivenza, ma si è anche registrato un aumento dei malati che rispondono positivamente alle cure passando dal solo 8 per cento di docetaxel al 20 per cento ottenuto con il nuovo farmaco.

 

Un nanofarmaco che è ben tollerato dai pazienti più anziani

 

Fra le principali novità presentate a Chicago per la cura delle neoplasie polmonari c’è poi anche, sempre per i malati in stadio avanzato, la combinazione di un nanofarmaco (nab-paclitaxel) che associato a carboplatino (un farmaco chemioterapico) ha dimostrato maggiore efficacia nel trattamento tumore del polmone non a piccole cellule squamoso, in particolare nei pazienti anziani colpiti da questa malattia. Nab-paclitaxel è un nanofarmaco (già approvato in Italia per la cura dei tumori del pancreas ), creato in laboratorio legando il paclitaxel, un chemioterapico già largamente utilizzato, all’albumina in nanoparticelle. Le particelle di albumina (la cui naturale funzione è quella di trasportare nel sangue acidi grassi, ormoni e vitamine) circolano nel sangue e sono considerate dalle cellule cancerose come un nutrimento. Sono state così sfruttate come “cavallo di Troia” per raggiungere il tumore, altrimenti assai difficile da colpire per altre vie: una volta “agganciate” dalle cellule cancerose, le particelle di albumina trasportano il chemioterapico (concentrato in dose assai massicce) al loro interno e poi lo liberano, uccidendo la cellula malata. n questo modo si blocca la proliferazione delle cellule tumorali e si rallenta (o nei casi migliori si blocca per periodi prolungati) la crescita della neoplasia.

 

Si studiano i mix fra nonanofarmaci e immunoterapia

 

Nel nostro Paese, fra le persone ultra70enni, il tumore del polmone è la seconda neoplasia più frequente fra gli uomini e la terza fra le donne. «Il dato riportato negli anziani è determinato dall’ottima tollerabilità e dalla minore tossicità del farmaco – spiega Cesare Gridelli, direttore del Dipartimento di Onco-ematologia dell’Azienda Ospedaliera Moscati di Avellino -. Con nab-paclitaxel, la concentrazione di paclitaxel libera nell’organismo è 10 volte superiore a quella di paclitaxel convenzionale, permettendo una maggiore esposizione al farmaco rispetto alla formulazione tradizionale. È in fase di studio l’utilizzo di nab-paclitaxel in mantenimento come agente singolo, dopo la prima fase del trattamento rappresentata dall’associazione con carboplatino. Infine, al congresso Asco sono stati presentati dati preliminari molto confortanti sull’associazione di nab-paclitaxel con nivolumab, il nuovo farmaco immunoterapico – conclude Gridelli -, una combinazione che si prospetta di particolare interesse».

 

Grandi speranze per i tumori dei tabagisti quando la chemio non funziona

 

Un’altra immuno-molecola sperimentale (testata nel trial POPLAR) lascia ben sperare per i malati con un carcinoma polmonare squamoso, tipico dei tabagisti. Gli esiti dello studio (che ha arruolato 287 pazienti, già precedentemente trattati con chemioterapici) mostrano che la cura è ben tollerata dai pazienti e che raddoppiano la probabilità di sopravvivenza rispetto alla cura standard, facendo registrare una diminuzione del tasso di mortalità del 53 per cento. «Sono dati molto promettenti - commenta Filippo De Marinis, direttore dell’oncologia toracica all’Istituto Europeo di Oncologia di Milano - che sarà importante confermare e approfondire con nuove analisi. Per i tumori squamosi legati al fumo, che non rispondono alla chemioterapia e sono operabili solo se piccoli, è un passo avanti che dà un grande motivo di speranza. Con l’avvento dell’immunoterapia si sancisce un profondo cambiamento nel trattamento del cancro del polmone: questi farmaci si attaccano ai recettori con cui il tumore inibisce il sistema immunitario, lo liberano e lo rimettono in moto contro il nemico cancro. E’ la parte sana dell’organismo che attacca quella malata».

 

FONTE: http://www.corriere.it/salute/sportello_cancro/15_giugno_09/immunoterapia-nano-farmaci-tumore-polmoni-0941f70a-0eaf-11e5-89f7-3e9b1062ea42.shtml?refresh_ce-cp

Lavoratrici domestiche migranti: in Italia si prendono cura di un milione di anziani, ma 2 su 3 sono senza tutele. In occasione della Giornata Internazionale dei Lavoratori domestici Soleterre presenta alla Sala del Refettorio della Camera dei Deputati il rapporto «Lavoro domestico e di cura. Buone pratiche e benchmarking per l’integrazione e la conciliazione della vita familiare e lavorativa». Nel documento anche una fotografia della condizione delle assistenti familiari straniere in Italia, tra diritti negati e famiglie spezzate.
 
Sempre più famiglie in Europa affidano la cura dei propri cari – minori, anziani, disabili – e della propria casa a lavoratori domestici e di cura. Si tratta per la maggior parte di migranti, soprattutto donne, spesso vittime di discriminazioni multiple sul fronte dei diritti e della protezione sociale.

Un fenomeno sempre più rilevante: per questo Soleterre, in collaborazione con Irs – Istituto per la Ricerca Sociale, ha condotto un progetto di ricerca-azione finanziato dal Fondo Europeo per l’Integrazione che - a partire da una ricognizione su quantità, modalità di lavoro e condizioni di vita di queste lavoratrici - ha recensito, analizzato e sperimentato buone pratiche e politiche riguardanti le lavoratrici domestiche e di cura migranti in Italia ed Europa. Da questa indagine è scaturito il rapporto «Lavoro domestico e di cura: Buone pratiche e benchmarking per l’integrazione e la conciliazione della vita familiare e lavorativa».

Dall’indagine emerge una sostanziale differenza a livello europeo: nei Paesi con migrazione fortemente regolata e servizi di cura pubblici ben strutturati, i lavoratori domestici e di cura – anche stranieri – sono occupati prevalentemente in forma regolare (ad es. in Danimarca, Regno Unito e Francia); in quelli con un’offerta più debole di servizi assistenziali e regimi migratori meno gestiti, l’assunzione è invece a titolo individuale e spesso irregolare (ad es. Spagna, Grecia e Italia). Anche se, a fronte di una crescente domanda sociale, si stanno moltiplicando le iniziative di Enti Locali e del privato sociale.

Nel nostro Paese si stimano oltre 830 mila badanti, un numero considerevole se paragonato a quello dei dipendenti del Servizio Sanitario Nazionale che si attesta intorno alle 646 mila unità. La maggior parte delle badanti è di origine straniera (ben il 90%) e lavora senza contratto. Sul totale, infatti il 26% è costituito da lavoratrici che non hanno un regolare permesso di soggiorno, il 30,5% da lavoratrici con permesso regolare senza contratto mentre solo il 43,5% lavora in regola.

 

La condizione di irregolarità (nei permessi di soggiorno e nel contratto di lavoro), il riconoscimento solo parziale dei diritti e la difficoltà a conseguire l’autonomia abitativa sono i tre fattori che incidono maggiormente sulla qualità di vita e sulla possibilità di conciliazione vita/lavoro di queste lavoratrici. In particolare incidono sulla possibilità di attuare un ricongiungimento con i propri figli: troppo spesso ci si dimentica, infatti, che la maggior parte delle assistenti familiari ha dovuto lasciare il Paese d’origine per mantenere se stesse e le proprie famiglie ed è costretta a vivere lontana dai propri figli (i c.d. orfani bianchi). Una situazione che crea profondo disagio psicologico nelle donne (dal 2006 nei paesi dell’Est si è cominciato a parlare di «sindrome Italia» per definire lo stato depressivo di molte badanti rientrate dopo anni di lavoro nel nostro Paese) e anche nei loro bambini/ragazzi favorendo l’insorgenza di comportamenti a rischio sociale ed educativo.

 

«In Italia gli occupati in questo settore – dice Alessandro Baldo, responsabile Programma Migrazioni di Soleterre - sono quintuplicati in meno di 10 anni, soprattutto per via dell’aumento delle lavoratrici straniere, con un numero di anziani assistiti che si può ragionevolmente stimare intorno al milione. Un contributo fondamentale e preziosissimo al fabbisogno di servizi di cura e di assistenza familiare che la nostra società – in costante invecchiamento – denota. Eppure è un’occupazione ancora percepita come qualcosa di diverso dal lavoro «regolare», quasi un «non lavoro»: culturalmente si fatica ad evolversi dalla considerazione di un’attività caratterizzata da rapporti informali e totalizzanti. Per questo, oltre che all’adozione di normative che garantiscano le tutele di queste lavoratrici, occorre sensibilizzare gli enti locali e le famiglie che si avvalgono del loro servizio a riconoscerne e tutelarne le condizioni di benessere psico-sociale e di conciliazione dei tempi di vita, famiglia e lavoro. Oltre a riconoscere l’impatto sociale e il debito di cura che tale sistema genera come ricaduta sulle società di partenza».

 

Il rapporto e i risultati del progetto verranno presentati e discussi nelle giornate del 15 e 16 giugno a Roma, nel corso di due incontri organizzati in occasione della Giornata Internazionale dei Lavoratori Domestici” (16 giugno).

 

FONTE: http://www.ecodibergamo.it/stories/Cronaca/boom-di-badanti-quintuplicate-in-10-annima-due-su-tre-lavorano-senza-contratto_1125022_11/

 

Con il trascorrere degli anni diminuisce la capacità uditiva, questo è risaputo. Le sempre più numerose prove scientifiche della correlazione tra ipoacusia e malattie degenerative negli anziani, però, stanno aprendo una nuova frontiera nella medicina come nelle tecnologia. Nel mondo, 360 milioni di persone sono affette da sordità (328 milioni gli adulti; 32 milioni i bambini). L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) stima che 36 milioni di individui soffrano di deficit cognitivi e demenza ed entro il 2050 diventeranno più di 100 milioni. Interventi in grado di ritardare anche di un solo anno l’esordio della demenza come anche la sua progressione, possono incidere significativamente sulla prevalenza (numero di casi presenti in assoluto) di questa malattia.

La giornata dell’udito

Nella Giornata mondiale dell’udito, celebrata il 3 marzo scorso, l’Oms ha rilanciato la necessità di programmi nazionali non solo di screening e di offerta di servizi (compresi apparecchi acustici e riabilitazione), ma anche di informazione perché aumenti la consapevolezza nella popolazione. «In studi recenti l’équipe del professor Frank Lin, della Johns Hopkins University di Baltimora, negli Stati Uniti - sottolinea il professor Alessandro Martini, direttore del reparto di Otochirurgia dell’Azienda ospedaliera Università di Padova - ha calcolato che un’ipoacusia di grado moderato-severo è in grado di aumentare fino a 5 volte il rischio di sviluppare demenza in epoche successive. È una conferma della ricerca pionieristica da noi svolta nel 2001 sulla qualità della vita nell’anziano nel Veneto, da cui è risultato chiaramente che l’invecchiamento uditivo è collegato con un aumento di depressione e di deficit cognitivo. Oggi il problema è esploso».

I meccanismi che legano l’ipocusia con il decadimento cognitivo

Quali sono i meccanismi che possono collegare l’ipoacusia a una forma di decadimento cognitivo? Sono state fatte diverse ipotesi. La più ovvia riguarda l’esistenza di un processo fisiologico comune che contribuisce sia all’ipoacusia, sia al declino cognitivo. Un’altra possibilità è legata a quello che gli esperti chiamano «cognitive load»: cioè lo stress esercitato sul cervello dal continuo sforzo di comprensione dovuto a un deficit uditivo. «Il maggiore sfruttamento ed esaurimento delle riserve neuronali e cognitive per controbilanciare la perdita uditiva - spiega il professor Giancarlo Cianfrone, ordinario di Audiologia alla Sapienza di Roma - farebbe venire meno queste risorse e il loro depauperamento sicuramente è una delle chiavi interpretative di alcune malattie neurodegenerative come l’Alzheimer». Ma non solo. Un’altra ipotesi considera come la perdita di udito possa modificare la struttura del cervello, contribuendo così allo sviluppo di problemi cognitivi. Infine, sembra possibile che anche l’isolamento sociale, a cui spesso l’ipoacusia costringe, giochi un ruolo nel favorire lo sviluppo di questi disturbi. «La situazione è un po’ nuova, nel senso che non ci si era mai soffermati sull’ipoacusia come fattore di rischio per le malattie neurodegenerative - aggiunge il professor Cianfrone -. Abbiamo sempre detto che l’ipoacusia è un fattore di rischio per il decadimento cognitivo in generale e questo è abbastanza ovvio perché vengono meno le informazioni più importanti dall’esterno».

Come fare prevenzione

Con l’invecchiamento della popolazione a livello mondiale, dunque, la necessità di prevenire, ritardare e invertire il declino funzionale degli anziani diventa ancora più urgente. Oltre alla diffusione degli screening come misura preventiva , attraverso studi scientifici si sta cercando di verificare l’efficacia del recupero della funzione uditiva - e quindi i possibili effetti su deficit cognitivi ed eventuali malattie neurodegenerative - sia attraverso protesi di tipo tradizionale sia con impianti cocleari. «Abbiamo fatto una serie di studi sulla protesizzazione nell’anziano - racconta Martini - e abbiamo visto che anche in pochi mesi ci sono netti miglioramenti sia con le protesi acustiche sia con l’impianto cocleare».
In Francia, l’équipe di Isabelle Mosniere, del gruppo ospedaliero pubblico Ap-Hp Pitié-Salpetrière, ha appena pubblicato sulla rivista Jama Otolaryngology - Head & Neck Surgery i risultati di uno studio condotto in 10 centri francesi su 94 pazienti tra 65 e 85 anni con perdita di udito profonda, che sono stati sottoposti a impianto cocleare. Già dopo sei mesi, i test hanno dimostrato un miglioramento significativo nella percezione del linguaggio e nelle capacità cognitive dei pazienti e un’influenza positiva sulla attività sociale e sulla qualità di vita. «I dati sembrerebbero abbastanza consistenti sul fatto che eseguendo l’impianto su un soggetto si ha un rallentamento del deficit cognitivo - ribadisce Martini -. Se ciò fosse confermato, avrebbe dei risvolti enormi a livello sanitario, dati i costi molto alti dei pazienti affetti da demenza». L’impianto cocleare però è indicato solo per le sordità gravi o profonde e riguarda quindi il 5-8% dei pazienti. «In Europa, l’Italia è un fanalino di coda - dice Cianfrone - . Secondo recenti indagini, solo un 16% della popolazione che avrebbe bisogno di una correzione protesica di fatto si avvia a questo tipo di rimedio».

 

FONTE: http://www.corriere.it/salute/15_aprile_07/anziano-che-sente-bene-conserva-mente-lucida-5f840ea4-dd05-11e4-9a2e-ffdad3b6d8a1.shtml

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